Part 12
In mezzo alla corona un velo bianco Era fermato, e vi facea la punta, Che poi largo scendeale sul bel fianco. La sottil tela d'oro era trapunta; E le pendean dal braccio destro e manco Candidi lini, a cui era congiunta Della Belgica Aragne il più sottile, Il più nobil lavoro, il più gentile.
55
Sua veste ell'era del color del prato, Allorchè il verno rigido s'accosta; Lunga sol dietro, e ugual per ogni lato, Uso trovato a crescer pregio apposta: Stretta in cintura, e il petto rilevato Coprìale il busto. Così ben disposta Diede principio a carolar costei, E ricolmò d'invidia uomini e Dei.
56
Costei di Marïanna era sorella, Donna di sempre chiaro e immortal nome; E cotante virtù chiudeansi in ella, Che le sì chiare un tempo Ateni e Rome Ebber forse di lei donna più bella, Non già più saggia; ed era non so come Quivi venuta al ballo quella sera; Che per uso lo sfugge aspra e severa.
57
Nè tacerò le lodi ampie e sincere Che date fûro alla vaga Isabella, Nata del Tebro in su le sponde altere. Ell'era accorta estremamente e bella: Nere le chiome e le pupille nere Aveva; ed era così destra e snella, E sì ben fatta della sua persona, Che fe' invaghir di sè tutta Cobona.
58
Io credo che di Vener la famiglia Tutta le stesse affaccendata intorno; Chè ogni suo moto, ogni batter di ciglia Era di grazie e gentilezze adorno; Onde amore destava e maraviglia In quanti aveva spettatori attorno: Quindi s'udiva il nome d'Isabella Risonar lieto in questa parte e in quella.
59
E di lei nata presso all'Appennino, Onde Bologna in maggior pregio sale, Nulla dirò? anzi io dironne infino Che terrò l'alma in questo carcer frale: Perchè il suo ingegno e spirito divino, E il suo cor che vie più d'ogni auro vale E d'ogni argento, m'hanno preso in modo, Che parlar non ne so, s'io non la lodo.
60
Costei Ipolitina ella è nomata, Che nel ballare eguale era a ciascuna, E d'un viso sì vago era dotata, Ch'altro simìl non mai vidi in veruna. Fece una danza nuova; e fu sì grata, Che il popol tutto intorno a lei s'aduna; E non aspetta dal ballar che reste, Ma batte palma a palma, e le fa feste.
61
Le lodi che a lor diero le regine, Nalduccio ed Orlandino, immense fûro. Quindi venuta la gran festa a fine, Il che parve a più d'uno acerbo e duro, Massime per le giovani divine, Gloria del tempo nostro, e del futuro Invidia eterna, incominciò la cena, D'ogni grazia di Dio colma e ripiena.
62
Le starne, le pernici, i francolini, I tordi che parean fatti di cera, I pollastri e i piccioni tenerini V'erano a monti; siccome la sera Di carnevale ho visto dai Corsini. V'eran pasticci poi d'ogni maniera: Di vini non vi parlo; v'eran tutti, Dolci, abboccati, tondarelli, asciutti.
63
Chi il crederebbe? in lido così strano Giunta era pur la ghiottornìa franzese; Perchè, come cancrena in corpo umano, Il vizio corre per ogni paese. Vizio crudele e insiememente insano, Che il viver scema, ed accresce le spese; E tanto offusca ed aggrava la mente, Che per lo più fa gli uomini da niente.
64
Perchè non solo la sfrenata e pazza Gioventude oggidì crapula ognora, Ma quelli ancor cui la dorata mazza Precede, e il mondo come Numi onora. E sol di gran signore ha nome in piazza Chi più ghiotti bocconi si divora; E quei che si contiene ed è frugale, È creduto un spilorcio, un animale.
65
Ma tra costoro il cardinal Corsino (Adesso Papa per grazia di Dio) Io non ripongo; chè di grano e vino, Di ville, di poderi, e che so io, N'ha più, che non ha penne un uccellino, L'illustre casa sua d'onde egli uscìo. E se facea talor qualche allegrìa, Era sua roba, e non di sacrestìa.
66
E questa è la ragion ch'i suoi nipoti Fanno sì bella e sì rara figura: Che non comincian mica ad esser noti Dal dì che il zio giunse alla somma altura; Ma pieni tutti delle vere doti Che possa dare l'arte e la natura, Ricevono dal zio gran lustro, è vero, Ma non fanno per Dio torto a San Piero.
67
Io parlo solamente di coloro Che senza un poderin, senza contanti, Non, come si suol dir, vivean del loro, Ma nudi, crudi, cenciosi, birbanti Solo a forza di bolle si fêr d'oro: Ed arricchiti, alteri ed arroganti, Colmi d'iniquità, colmi di vizi, Non pensano a far altro che stravizi.
68
O San Piero, San Pier! la tua gratella, Ove insieme con Giacomo e Giovanni Abbrustolivi muggine o sardella, Ove n'è gita? Da' celesti scanni, Sopra cui stai, deh gira un'occhiatella A' grassi eredi de' tuoi tanti affanni; E vedi un po' lor cucine e dispense, Le lor cantine e spazïose mense.
69
Quel che tu non avesti oro ed argento (Come dicesti allo storpio del tempio), Essi hanno in copia: e a cento doppi e cento Iddio l'accresca lor; ma buon esempio Dieno e conforto a chi si muor di stento; Nè le ricchezze lor dien forza all'empio, Ma di fanciulle e di poveri ingegni Sien riparo ad ognora, e sien sostegni.
70
In un sol pranzo, in una sola cena Si getta quel che dato a una famiglia, Di trista la farìa lieta e serena. Però a costoro raccorcia la briglia, San Pietro mio, e sì gran lusso affrena; E a tal, che per mangiar troppo sbadiglia, Leva pensioni e leva benefizi, E dàlli a quelli c'hanno meno vizj.
71
E ben tu vedi ch'astio non mi move, Nè voglia di dir mal de' fatti loro: Parlo per zelo, e perchè taccia altrove Anglia ed Olanda, e tutto il concistoro Di lor, che l'eresia da noi rimove; Perchè ben sai che questo argento ed oro, Che in tanto sterco va giù per il cesso, Egli è di Cristo alfine il sangue stesso:
72
È patrimonio ancora e capitale De' poverelli. O felici, o beati Quelli che in testa hanno un poco di sale, E son di santa carità ammantati! E acciò i tesori lor non vadan male, Li danno a' ciechi, a' languidi e storpiati, Onde ne' giorni poscia estremi e duri, Nel gran tragitto si trovin sicuri.
73
Ma dove domin mai m'hai tu condotto, Musa leggiera come piuma o foglia, Che or quinci, or quindi, or di sopra, or di sotto Tu batti l'ali, come più n'hai voglia? Materia ciò non è da farne motto; E chi meno ne parla, men s'imbroglia: Però ritorna d'onde sei partita, E questa istoria facciasi finita.
74
Nel più bel della cena, ecco che giugne Con l'arpa in mano una bella fanciulla, Che l'auree corde toccando con l'ugne Diletta sì, che ogni altro gusto annulla: Quindi al bel suono il dolce canto aggiugne, E cantando diceva: O dalla culla Felici avventurose giovinette, A gran fortune tra' mortali elette!
75
E dopo aver di lor cantato molto, Tutta si volse, illustre Flavia, a voi; Chè non è luogo sì remoto e incolto Tra i freddi Sciti, o i luminosi Eoi, Che di voi non si parli, in cui raccolto È quanto ebber valor ninfe ed eroi; E per senno e per grazia e per bontade Vincete ogni altra di ciascuna etade.
76
E così dopo voi, passò col canto A lodar altre donne di valore; Uso, come vedete, onesto e santo, Che Grecia un tempo e Roma ebbe in onore; Chè lodata virtù cresce altrettanto, E bella invidia il giovinetto core Stimola e punge, e ad imitare accende L'opere belle ch'ei lodare intende.
77
Ma tempo egli è di volgere le spalle Al cafro lido, e di tornare in Spagna, E seguir Carlo sino a Roncisvalle; Chè il buon vecchio a ragion di me si lagna Ch'io stia dove si canti, ove si balle, E in ozio dolce il sudor si sparagna; Nè pensi a lui, che del valor suo degno È presso omai di dar l'ultimo segno.
78
Però chi in Spagna ha di venir desìo, A me s'accosti, che sciolgo le vele Per quella volta: nè turbato o rio Averò il mare, nè il vento crudele; Chè Apollo, il santo Apollo è il nocchier mio, E a mia custodia è il coro almo e fedele Delle Castalie Dee, scorta sicura: Onde vo lieto, e privo di paura.
79
Non pensate però che tempo lungo Io voglia stare di Cobona fuora: Che se da voi per Carlo or mi disgiungo, Donne gentili, rivedremci or ora; Chè con troppo dolore io mi dilungo Da Despina, che piange e s'addolora, Separata dal suo caro consorte, E sta in periglio di vergogna e morte.
CANTO VIGESIMOQUARTO
ARGOMENTO
_Gan di Maganza invita Carlo e i suoi_ _Al loco scellerato della mina._ _Parton per Francia i giovinetti eroi._ _Su l'alato destrier vola Lirina;_ _Con Ricciardo in uccel si cangia poi_ _Per liberar la misera Despina._ _Gano rio, per coprir l'empia congiura,_ _Appetta a Carlo mille ciance, e giura._
1
Già liberata dalle man de' Mori La Spagna, Carlo faceva ritorno In Francia, carco di lodi e d'onori, De' quali il viver suo fu sempre adorno. Ma gli empi Maganzesi e traditori, Intenti sempre a sua rovina e scorno, S'eran più volte radunati insieme Per usar contro lui le forze estreme.
2
Aveva Ganellon, lor capo e guida, Da Parigi una villa assai lontana. Quivi fe' radunar sua gente infida, E disse lor: Fin qui misera e vana Fu nostra astuzia; ma non fia che rida Sempre Carlo di noi: facile e piana Ho trovato una via di rovinarlo; Però badate bene a quel ch'io parlo.
3
Della milizia sua la miglior parte Egli ha perduta in Spagna, e molto pochi Ritornano con lui, e van senz'arte Di guerreggiar, siccome in fidi lochi. È ver che ha seco l'uno e l'altro Marte, Rinaldo e Orlando, a' quali sembran giochi Le intere armate; e bastan sol lor dui, Ed anche un sol di lor per vincer nui:
4
Ma ciò non dee distorci dall'impresa; Che non s'ha da pugnare a viso a viso, Ma con inganno e senza far contesa. Che andiamo ai Pirenei io son d'avviso, E caliam 'n una valle assai distesa Detta del Ronco; e lì sarà conquiso Carlo con tutti; e lo tengo per certo, Se il tradimento non sarà scoperto.
5
Ne' boschi che alla valle son d'attorno, Ci asconderemo armati tutti quanti, Nè mai n'uscirem fuor quand'egli è giorno: La notte poi e cavalieri e fanti Con zappe e vanghe scaveranno intorno E nel mezzo la valle; ed in istanti Nelle già fatte buche farò porre Quel che dirvi per ora non occorre.
6
Ma sappiate ch'ella è cosa sì fatta, Che vince il tuono e il fulmine d'assai; Nè val con essa uom forte che combatta; Che vince tutti, e non è vinta mai. Ma il tempo passa, e in van l'opra si tratta, Se a Roncisvalle non voliamo omai. Qui tacque Gano; ed ogni Maganzese Per il vïaggio si mise in arnese.
7
I traditor, tra fanti e cavalieri, Fur ventimila; e tutti alla sfilata Giunser ne' boschi taciturni e neri; E allo sparir della luce dorata Usciro a far quanto era lor mestieri Nella gran valle; e fu da lor scavata Or quinci or quindi: e in numero infiniti Stavan tinelli e barili allestiti,
8
Quali eran pieni d'una nera polvere, Che per favilla subito divampa; Ed ha tal possa, che spezzare e solvere Può scogli e monti; e così fiera lampa E fa romor, che par voglia risolvere Il mondo sottosopra; e niuno scampa Dal suo furore: or questa essi riposero Per lo scavato, e poi con terra ascosero.
9
Fecer indi sotterra tante vie, Quante eran de' barili le cellette; Acciò venendo il miserabil die, Gisser le genti a tal mestiero elette A darvi il fuoco: infami genti e rie! Ciò fatto, quelle squadre maledette Ritornaro ne' boschi, e il dì seguente Fe' i capi a sè venir segretamente.
10
E a piè di un faggio postosi a sedere, Disse loro: Anderebbe ogni opra in vano, Se lasciassimo noi di provvedere A quel che sol può darci Carlo in mano Con tutte quante le sue brave schiere. Quest'è, che contro a lui con volto umano Io vada, e lo conduca in questo prato, Che tutto vo' che sia di tende ornato.
11
Dov'è la maggior mina, ivi porrassi Il padiglion per Carlo e suoi cugini. Mensa real per loro assetterassi, Nè mancheran vivande e scelti vini. Restate dunque; e séguiti i miei passi Pinabello dai rossi e corti crini. Ciò detto, s'alza, e monta sul destriero, E gli fa Pinabello da scudiero.
12
Mentre egli a trovar Carlo s'incammina, La sua gente s'industria di far bella La trista valle, dove il ciel destina La gran tragedia scellerata e fella, Di cui si parlerà sera e mattina Per cittadi, per ville e per castella; E forse non sarà creduta ancora Un'opra così brutta e traditora.
13
Carlo pensando al vicino ritorno, Co' paladini suoi facea pur tante Dolci parole, e conteggiava il giorno Che in Parigi averìen poste le piante. Vedean di riso e d'allegrezza adorno Il popol tutto a lor venire avante, E con voci di giubilo e di festa Di fior coprirli da' piedi alla testa.
14
Quanti soavi e teneri pensieri Givan pel capo a Rinaldo e ad Orlando, Siccome a tutti gli altri cavalieri! Natural cosa, e che avvien sempre; quando Ecco venire a lor Gan di Pontieri, Disarmato, senz'asta e senza brando, Vestito d'un color candido e schietto, Quasi di nunzio a trattar pace eletto.
15
Nol conobbero a prima; e soprastiede Carlo in vederlo; ma giunto più appresso Lo riconobbe, e di sua falsa fede Sospettò tosto; chè sempre è lo stesso Un traditore, e pazzo è chi gli crede. Però rivolto sorridendo ad esso: Che ci arrechi, gli disse, e donde vieni? Chi a noi ti manda? Affanni apporti, o beni?
16
Gano disceso giù dal suo cavallo Gli baciò il piede ch'era nella staffa, Poi disse: Se di noi chi mai fa fallo, La rimembranza unquanco non si arraffa Dai nostri cuor, conforme Dio pur fàllo; Chi così ben tanta innocenza aggraffa, Che dir si debba sì netto e sì puro, Che d'ogni macchia possa star sicuro?
17
Certo, signor, che molto pochi avresti Degni dell'amor tuo, della tua stima. E me felice appien, se tu potesti Vedermi il cuor c'ho della lingua in cima; Che certo so ben io, non tarderesti A ripormi in tua grazia come prima: Ma se vedermi il cuor, signor, non puoi, Benigno ascolta almen gli accenti suoi.
18
D'averti offeso nell'età passata N'è si tapino, che vorrìa morire. Purchè restasse l'opra scancellata, O ti piacesse, o n'avessi desire: Che fare al suo signore opera grata Mette il conto più morti anco soffrire. Ma s'egli è tuo voler ch'io resti in vita, Fammi, signor, la grazia ancor compita;
19
Voglio dir, ch'io per te tutta la spenda, E tu lo sappia e ne mostri piacere. L'animo grande spesse volte emenda Il fallo sì, che se ne può tenere. Ma non si parli, e all'opra sol si attenda, Opera figlia del mio buon volere: E giacchè per l'età non so che farmi, Ti serva almen fuor del mestier dell'armi.
20
La dura guerra che avesti co' Mori, Le vigilie, gli affanni e i molti stenti Abbastanza son chiari e dentro e fuori Africa e Spagna; e le Francesche genti Ebber per tua cagion mille timori. Or io, raccolti tutti i miei parenti, Ti son venuto incontro, e in un bel prato Un real padiglione t'ho formato.
21
E da tende e trabacche senza fine Vedrai l'erba coperta tutta quanta. Ivi starai più notti e più mattine Te ristorando, e la tua rotta e infranta Gente dalle fatiche lor meschine. Rinaldo al suon della voce furfanta Grida: Signor, non credere a costui, Che te vuol morto, e teco tutti nui.
22
Ed Orlando con fosca guardatura Ripiglia: Chi ti fa tanto cortese? Come hai mutato sì presto natura, E fai sì larghe e sì stupende spese? Ah che quest'acqua, Carlo, non è pura: Insidie certo il traditor ci ha tese. In quanto a me, vorrei per gratitudine Sbacchiarli il capo sopra d'un'incudine.
23
Carlo, che sempre fu di buona pasta, E a creder mal di rado s'arrecava, Disse ad Orlando ed a Rinaldo: Basta. Perchè da quando in qua si è fatta brava La gente di Maganza, onde loro asta Muova spavento nel signor di Brava? Indi rivolto a Gano di Pontieri, Disse: Presto verremo al tuo quartieri.
24
Ma non vo' già che te ponga in rovina Per mia cagione. E diede a questo e quello Ordini espressi infin per la cucina. Or mentre nel cor suo crudele e fello Gano contempla la strage vicina, Io vo' tornar più ratto d'un uccello A ricercar Despina sventurata, Che niun sa dove Ulasso l'ha cacciata.
25
Nè perchè forse assai più frettoloso Di quel che dissi, a lei rivolga il canto, Sarò per avventura altrui noioso. A dirla qui tra noi, m'incresce tanto Del mio buon Carlo, e ne sto sì doglioso, Che il verseggiar mi vien rotto dal pianto. Onde per non morir, donne, di pena, Per qualche poco vo' mutare scena.
26
Finito il ballo, ed andati a dormire I giovinetti con le lor consorti, Entrambi prese di Francia il desire; E la mattina pe' vicini porti Cercaron navi per presto partire. Ebbero i Cobonesi a restar morti Al duro annunzio della lor partenza, Ed a restar lor fecer vïolenza.
27
Ma i vecchi padri loro e il re cadente Non comportavan che stesser più fuora. Lirina strinse al sen teneramente Le belle donne, e d'affanno s'accora: Ed esse penan pur similemente, E fan di pianto tutte e tre una gora, E voglion dire; ma tanto singhiozzano, Che insiem col pianto le parole ingozzano.
28
Lirina per fermarli ancora un poco Motivò, come cosa ingiusta ell'era Lasciar lei così sola entro a quel loco: Tanto più che Ricciardo l'altra sera Tutto avvampando di sdegnoso foco Andò nel Monotopa di carriera; Onde restar da tutti abbandonata Gli era al core un coltello, una stoccata.
29
Ma disse Rinalduccio: Se volete Venir con esso noi, venite pure, Che gratissima a tutti ci sarete; Ma non vogliate che per voi s'oscure Il nostro nome, se gentil voi siete. Assai di strane e barbare venture Abbiam sofferto in benefizio altrui; E Francia ancor non sa nulla di nui,
30
Quando sotto dell'elmo i crin canuti Coprono i nostri padri e il nostro sire, E mille volte il dì si son battuti. Ora giusto è che pria del lor morire Li riveggiamo; e forti e nerboruti Negli ultimi anni li possiam servire: Ed è mal fatto porre in complimenti La pietà verso Dio e i suoi parenti.
31
E così detto, si posero in mare, E in un baleno disparîr dal lito. Partiti loro, diedesi a pensare Lirina, e prese subito partito D'andar nel Monotopa, e di lasciare Cobona sotto un abito mentito: E vuole ancor, giacchè lo può volere, Cangiarsi, come fece, in un scudiere.
32
Non fa che il pensier suo punto trapeli Agli occhi delle genti di Cobona: E quando spande i negri orridi veli La notte, e la figliuola di Latona Fa divenir d'argento e terra e cieli, Sopra un destriero alato s'abbandona, Che a Ricciardo sì presto la conduce, Che ancor del dì non comparìa la luce.
33
Nè vi stupite se per aria vola La bella giovinetta: ancor possiede L'arte che apprese nell'orrenda scuola D'Origlia, e fu la sua diletta erede. E sebben ora abbandonata e sola È la gran selva, appo di lei risiede Quella virtù per cui ha tal possanza, Che di gran lunga il pensier nostro avanza.
34
Appiè degli alti monti della Luna È condotta Lirina dal destriero. Scende ella tosto tra la chiara e bruna Aria dell'astro del giorno foriero: Guarda se vede lì persona alcuna, E parle di vedere un cavaliero. S'accosta verso lui, e lo ravvisa Per Ricciardo al cavallo, alla divisa.
35
In un attimo allora ella ripiglia L'usato volto, e per nome lo chiama: E quella voce tosto lo scompiglia, E il fa temer di alcuna frode o trama: Pur là si volge, e fissa ben le ciglia (Già fatto giorno) nella bella dama, E per Lirina la ravvisa, e grida: O dolce, o grata, o cara amica e fida,
36
O come a tempo mai tu se' qui giunta A vedermi morire or or d'affanno! Chè sì Despina ella è da me disgiunta, Che più speranza i pensier miei non hanno Di rivederla. In su quell'erta punta Della montagna e mostri e furie stanno In guardia d'una rocca alta alle stelle, E forse ancora va più in su di quelle.
37
Quivi racchiusa è la fedel mia sposa, E vi starà fin tanto o che la morte Trarralla a fine del suo mal pietosa, O ch'ella ceda per mia dura sorte Alle voglie d'Ulasso, che non posa Nell'espugnar la bella anima forte: E seco stavvi un vecchio negromante, Che giorno e notte a sè la vuol davante.
38
Di costui non avrei molto pensiero; Chè a vincer questa sorte di persone Basta, e tu il sai, il mio bravo destriero: Ma la mia pena ell'è del torrïone Fatto di grosso muro, e muro vero; Onde in van contro lui tutta si oppone Ogni virtude ed ogni maestrìa Di qualunque ammirabile magìa.
39
Nè finestre nè porte in lui rimiro; Onde come salirvi io non rinvengo. Però son già tre giorni ch'io sospiro A piè di questa torre; e s'io sostengo Me stesso in vita, e l'anima non spiro, È che per anco viva in me mantengo La speranza di girne un dì là sopra; Ma non so come dar principio all'opra.
40
Già il negromante sa ch'io giro intorno A questa rocca, ed a farmi paura Tutto l'Inferno m'ha messo d'attorno. Ma questo mio destrier, quest'armatura Colmo l'han sempre di vergogna e scorno; Nè pioggia o gelo, od altra cosa dura, Nè fulmini o voragini di foco M'hanno rimosso mai da questo loco.
41
Ma ciò che valmi? Or via, disse Lirina, Non diamoci per vinti così presto: Cerchiamo alcuna capanna vicina, E racconsola il tuo spirito mesto; Perchè da oggi fino a domattina Di ritrovar tal cosa io mi protesto Da farti, se non altro, rivedere La tua Despina, il tuo solo piacere.
42
Come d'estate alla subita piova, Il fiore che tenea la testa bassa, S'alza ad un tratto, e suo vigor rinnova; Così Ricciardo (tanto in lui trapassa La gran letizia di sì dolce nuova) Ripiglia lena, e la montagna lassa, E vanne con Lirina ad un tuguro, Albergo di pastor fido e sicuro.
43
Quivi ancor Malagigi si ridusse, Che fa quanto può mai pel suo cugino; Ma non fa nulla con tutte le busse Che dà a' demonj ch'egli ha in suo domìno. Quel giorno trasformato si condusse Su la rocca, e cangiossi in uccellino: Il vecchio lo conobbe, e mancò poco Non lo pelasse e l'arrostisse al foco.
44
E gli scappò di mano per ventura, Col perdervi la coda ed altre penne; Che poi tornando nella sua natura, Per molto tempo il segno ne ritenne; Perchè fu specie d'una castratura. Detto egli dunque quanto il dì gli avvenne, Disse Lirina: Orsù, se piace a Dio, Doman vi salirem Ricciardo ed io.
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Badate ben, riprese Malagigi, Che quel vecchiaccio è un tristo in cremesino. Gli pelerem la nuca ed i barbigi, E gli faremo fare un mal cammino, Disse Lirina, ch'io so far prodigi. Ciò detto, assisi al focolar vicino Spengon la fame lor con qualche frutto, E van rodendo un nero pane asciutto.
46