Il Ricciardetto, vol. II

Part 11

Chapter 114,001 wordsPublic domain

Si prova con la lancia e con la spada A romper quei cristalli, e il tempo getta Con la fatica; chè sembra rugiada Qualunque colpo di tagliente accetta. Quando il cavallo, che non mangia biada, Le sue zampe a menar comincia in fretta Sul cristallino masso; e mena mena, Lo spezza sì, che quasi fanne arena.

93

Dopo l'un rompe l'altro, e in poco d'ora Tutte son rotte ed anzi stritolate. Ma libertà che serve a chi divora La cruda fame? E in casa delle Fate Non c'è pane, e nè meno acqua di gora; Sicchè a morire saranno forzate Le belle donne e i due bei giovinetti, Se dal ciel presto non sono protetti.

94

Nalduccio appena puote alzar la testa, Ed Orlandin si rizza, ma ricasca. Argea non parla, e Corese sta mesta. Malagigi rovesciasi ogni tasca; Ma nulla trova in quella, e nulla in questa: Tal che più ingagliardisce la burrasca, E veggon che non ponno più durare Contro la fame, e lor convien mancare.

95

Il buon Ricciardo, ancorchè in stato sia Da non sentir d'altra cosa dolore Che sol di lei che gli han menata via; Pur ha pe' suoi cugini tanto amore, Che vuol camparli da morte sì ria, Se potrà tanto oprare il suo valore; Onde corre a cavallo in ogni banda Per trovar pane, ovvero altra vivanda;

96

E nel girar che fa, trova Lirina Che fugge spaventata; ma il destriero La giunge, e tien co' denti la meschina. Ricciardo allor con volto acerbo e fiero Dice: Rendimi, o rea, la mia Despina, Ovver di qui morir fa pur pensiero. Giura Lirina che non l'ha rubata, E ch'ella è fuor della selva incantata.

97

Non le crede Ricciardo, e il braccio innalza Per tagliarle la testa; e il buon cavallo In quell'atto da sè lunge la sbalza; Onde il gran colpo fu gettato in fallo. Ma di nuovo il destrier la segue e incalza, E la ripiglia in un breve intervallo; Onde pensa Ricciardo, e ben s'appone, Che in questa cosa ella ci abbia ragione.

98

Ma la donzella piena di paura Dice: Signor, giacchè son giunta al fine D'ogni mio bene e d'ogni mia ventura, E che il poter delle Fate divine Superato è dalla tua gran bravura, Abbi pietà di questo biondo crine, Nè voler nel più bel de' giorni miei Tormi la vita, se gentil tu sei.

99

In nulla t'offes'io, e ti prometto D'esserti serva e amica, se vorrai. A queste voci lieto Ricciardetto Sorride, e dice: Amica a me sarai; E fia dell'amor tuo il primo effetto, Se de' cugini miei pietade avrai, Che stan morendo miseri di fame Con le lor mogli, che son due gran dame.

100

O qui sì, rispose ella, non poss'io Dar lor conforto, chè ho le man legate; Ch'aspro costume e statuto empio e rio Egli è, signore, di noi altre Fate, Di far del mal quando ne abbiam desìo, E di far ben sovente alle brigate; Ma non possiamo in mal mutare il bene, Ed in piacere convertir le pene.

101

Qui bisogna disfar tutto l'incanto; E per disfarlo, assai ci vuol valore. Di questo gran palazzo sta in un canto Terribil mostro, che se a sorte muore, Diviene un piccol serpe, e piccol tanto, Ch'è di lui il bruco e il lombrico maggiore; E sdrucciola di mano a chi lo piglia Sì presto, che ne avrai gran maraviglia.

102

In questo stato non dura un minuto, Che torna ad ingrossarsi, e ad esser torna L'antico mostro orribile e paffuto. Bisognerìa pigliarlo per le corna, E poi tagliare il suo collo minuto. Dice Ricciardo: Andiam dove soggiorna Questa bestia ora grande, ora piccina; E a lui lo guida la bella Lirina.

103

Muglia la fera al primo comparire Che fa Ricciardo, e contro se gli scaglia, Che par che a un tratto lo voglia inghiottire: Ma non è mica il cavalier di paglia; Anzi l'incontra, e la prende a ferire Ora nel collo ed or nell'anguinaglia; E presto presto, per farvela corta, Dalla sua spada quella bestia è morta.

104

E in un balen diventa un serpentello, Che raccoglier giammai non può Ricciardo; Sì perchè minutissimo egli è quello, Sì perchè dal cavallo suo gagliardo Scender non puote, e si becca il cervello: E quello intanto a ingrossar non è tardo, Ed eccolo già fatto grande e grosso, Ecco che torna al cavaliero addosso.

105

E per non ve la far troppo storiare, Sei volte almeno fu la bestia estinta, E si fe' serpe, e tornossi a imbestiare: E l'avrebbe colei pur troppo vinta, Se Ricciardo l'aveva da pigliare, Nè dava all'opra il buon destrier la spinta; Che in bocca se la prese, e tenne forte, Finchè Ricciardo non le diè la morte.

106

Il sottil collo fu reciso appena, Che il palagio va in fumo, e il bosco tutto; E in un bel prato, in una spiaggia amena Si trova di donzelle un buon ridutto E di guerrieri con fronte serena: Ed Orlandin dalla fame distrutto Con Nalduccio e le donne pur compare Sopra quell'erba, che stan per passare.

107

Ma Lirina pietosa in questo mentre È gita, ed è tornata col mangiare. Dalle donne incomincia, e vuol che gli entre Il cibo poco a poco: e così fare Si dee con quei che ha vuoto affatto il ventre: Chè in altro modo si farìa crepare. Dopo le donne ciba i paladini, Indi lor reca degli ottimi vini.

108

E perch'ella ama d'un amor gagliardo Despina bella, con amore eguale Ama lo sposo suo, ch'è il buon Ricciardo; Nè in questo amor c'era punto di male; E chi ne mormorò fu un gran bugiardo, O fu qualche babbion dolce di sale: E giura il Garbolino in più d'un foglio, Che tra Lirina e lui non ci fu imbroglio.

109

Il veder tolte di bocca alla morte Le due leggiadre donne e i giovinetti, In gran parte addolcìo la dura sorte Di Ricciardo, che vuol dagli alti tetti Fino al suolo disfare irato e forte Cobona e i cittadini maladetti. E lo farà, conforme ascolterete Nell'altro canto, quando l'udirete.

CANTO VIGESIMOTERZO

ARGOMENTO

_Despina in moglie è destinata a Ulasso,_ _Che poco o nulla ha d'uomo, e assai di fiera;_ _Onde ne fa Ricciardo un gran fracasso,_ _E solo abbatte una cittade intera._ _Si fa di balli e cene un lieto chiasso;_ _Ed assai ben si loda un'ampia schiera_ _Di gran donne, che al nome e alla beltade_ _Sembrano alcune della nostra etade._

1

Se si potesser far due volte almeno Le cose che una sol volta si fanno, Averemmo del mal tanto di meno, Che sto per dir, saremmo senz'affanno; E il viver nostro di pianto ora pieno E di miserie e di continuo danno, O sarebbe felice, o il lagrimare Si conterebbe tra le cose rare.

2

Allor sarebber santi tutti i frati, E sarìeno le monache contente, Ed averebber pace i maritati; Che lascerìano il chiostro prontamente I monachi, le monache e gli abati; E lascerìan le mogli parimente Quelli che l'hanno, e frati si farebbero, E gli sfratati allor s'ammoglierebbero,

3

E avendo a mente gl'impeti e le furie Del guardiano indiscreto ed incivile. Non sentirìen delle mogli l'ingiurie; E il marito infratato avrebbe a vile I cilizj, le lane e le penurie Che porta seco quella vita umìle, Pensando molto peggio aver patito, Quando faceva il miser da marito.

4

Ma queste cose, come ben sapete. Fatte che son, non si ponno disfare; O almen ci vuole il reverendo prete Che canti ad un la requie dall'altare. Parlo di quei che incappan nella rete Di prender moglie, e si fanno legare; Perchè degli altri che frati si fanno, Dura fino alla morte il bene o il danno.

5

Così lo Scricca le dita si morde D'aver tolta sua figlia a Ricciardetto; Chè pericol non è ch'egli si scorde Di tanta ingiuria, e non si pigli a petto Di vendicarla: ond'è ben che si accorde D'abbandonar la Cafria e il patrio tetto, E ritirarsi anch'ei nel Monotopa; Chè teme altro castigo che di scopa.

6

Però ridendo dice al fiero Ulasso: Vo' venir teco, e accompagnar mia figlia, Perchè ho sommo piacer d'andare a spasso: E poi tu vedi come si scarmiglia Questa fanciulla, e dassi a Satanasso, Perchè contro il suo genio ella ti piglia; Onde io potrò ridurla a tuo potere Or con minacce ed ora con preghiere.

7

Ed in fatti la povera Despina Piangeva e sospirava in guisa tale, Che un'anima di pietra adamantina Si sare' fatta, come in acqua il sale, Per la pietà di donna sì meschina. Ma nulla cura lo Scricca il suo male, E vuol che moglie d'Ulasso ella sia, Come signor di tanta monarchia;

8

E le dice: Tu sei senza cervello A lasciare costui per un spiantato, Che ha poco più della spada e il cappello, Ed in tasca non ha forse un ducato. Il marito che importa che sia bello? Che bello egli è quando non è storpiato; Ma se non ha quattrini, è brutto molto, Sebbene avesse gigli e rose in volto.

9

Fra pochi mesi la bellezza passa, E passa anche l'amore; e sono radi Gli amanti maritati, e non s'ingrassa D'amplessi e vezzi, se ben tu ci badi. Ma chi si trova gran contanti in cassa, E comanda a castella ed a cittadi, Anzi a provincie e regni, ogni ragazza Se nol volesse, si direbbe pazza.

10

Non è però, Despina, ch'io non senta Pena del tuo dolore, e me ne scoppia Il core in petto, tanto mi tormenta; Chè giovinetta donna è come stoppia, A cui il villano accesa stipa avventa, Quando di genio e d'animo s'accoppia Con qualche bel garzone, onde a gran forza E a lungo andare la fiamma si smorza.

11

Ma la ragione in ben nata fanciulla Ha da far quello che l'età non puote, Ed il piacer non vuole: dalla culla Che altre ascoltasti, se non queste note? Or non le curi, e forse l'hai per nulla? Mentre ei così ragiona, in su le gote Di Despina apparisce un tal rossore, Che la rosa appo lui non ha colore.

12

E con gli occhi fissati in sul terreno, Con le mani fra loro complicate, E col bel mento posato in sul seno, Disse: Signor, delle cose passate Ov'è la rimembranza? Ancora io peno Pensando a quella orrenda crudeltate Che il re di Nubia, il fiero Serpedonte, Voleva adoperar su la tua fronte.

13

Non ti ricordi come il mio Ricciardo (Che mio sarà per sempre) e ruppe e vinse Tanta masnada, e fervido e gagliardo In pochi colpi Serpedonte estinse? Che pur non era un cavalier codardo; Anzi sovente il crine anch'ei si cinse Di verde alloro, e per la forza e l'arte Dir si potea d'Africa nostra il Marte?

14

E te dall'ugne della Morte tolse, E me pur anco. Ma di me non dico; Di te ragiono, di te, ch'ei disciolse Dai duri lacci, e il reo ferro nemico, Che ti dovea dar morte, altrove volse. Allor tu l'abbracciasti, e come amico, E come tutelare Angiol di Dio, Venuto in tempo a tuo soccorso e mio.

15

Ma quando tu di ciò non ti rammente, Almeno avrai memoria di quel giorno Che ferito sul suolo, egro e languente Tu te ne stavi, e avevi sol d'attorno Le mute selve; e ch'ei pietosamente Ti tolse in braccio, e di tal peso adorno Andò più miglia, e ti condusse al porto Di Nubia; e senza lui saresti morto.

16

Ma perchè questo a mente io ti rivoco, Se tu fosti crudele e fosti ingrato Al suo valore in quello stesso loco, Col torgli me per cui t'avea salvato? Ma quello che già fu stimisi poco: Ciò che di fresco il mio Ricciardo amato Ha per me fatto, non ha ricompensa; Cotanto l'opra ella è ammiranda e immensa:

17

Ch'Africa tutta e tutto il mondo insieme (Nè dico ciò per certo mo' di dire, Ma perchè è vero) con sue forze estreme Dal bosco non m'avrìan mai fatto uscire. Ma il mio Ricciardo che morte non teme, E a valor sommo unito ha sommo ardire, Fuor me ne trasse, e a te di più mi rese: E tu tanto favor paghi d'offese?

18

Tu sai pur quanti forti cavalieri Entrâr nel bosco, e mai non sonne usciti; E d'uscirne giammai verun non speri; Chè son troppo guardati e custoditi Tutte le notti e tutti i giorni interi Da draghi e furie e spiriti infiniti. Ora in che stima sarà quella spada Che in uscirne si feo cotanta strada?

19

Ah padre mio, se l'unica tua figlia Brami felice, e solo a questo oggetto Di darla a Ulasso amore ti consiglia, Sappi che prima passerassi il petto Con un coltello, e renderà vermiglia La cafria terra ed il paterno tetto, Che soffrire altro sposo avere accanto, Che il suo Ricciardo. E qui diè loco al pianto.

20

E crebbe tanto il duol, che di repente Le tolse i sensi, e restò come morta. Ma il duro padre, che l'impero ha in mente, In braccio se l'arreca, e se la porta Sul cocchio, dove Ulasso impazïente Il più lungo indugiare non sopporta. Così fugge lo Scricca, e fugge Ulasso Con Despina, che par mutata in sasso.

21

S'io potessi impedir questa partita, Donne mie, lo farei pur volentieri; Chè son d'una natura sì indolcita, Che non posso veder dai can levrieri Prender la lepre, nè veder ghermita Starna o colomba dai presti sparvieri: Ora pensate voi come io mi stia In veder tal fanciulla portar via.

22

E sono sì voglioso di sapere Conforme finir debba questo imbroglio, Che s'egli stesse in mio pieno potere, Salterei dell'istoria più d'un foglio: Ma il timor che ho di farvi dispiacere, Più modesto mi fa ch'esser non soglio: Però non s'interrompa a tal riguardo, E là si torni, ov'io lasciai Ricciardo.

23

Se vi sovvien, disfatto il grande incanto, E divenuto amico di Lirina, Che quasi sempre se la vuole accanto, Acciò gli parli della sua Despina, E gli accresca parlando, o scemi il pianto, Va co' cugini verso la marina, Ove si vede ancora alto fumare La villa, il porto, e quasi dissi il mare.

24

Quivi giunto, il suo sdegno oltre misura S'inacerbisce; e giacchè tutto è guasto, Altier minaccia da lontan le mura Di Cobona, che a lui verun contrasto Non potran fare. Oimè, che rea sventura Ella è della città divenir pasto Di ferro e fuoco per l'error d'un solo, E senza colpa sentir tutto il duolo!

25

Non voglio entrare in quello che fa Dio; Ch'egli fa bene, ed io sono un stivale: Ma se potessi fare a modo mio, Vorrei punire solo chi fa male: E se il principe fosse un uomo rio, Un compra brighe, un pezzo d'animale, Di propria mano lo vorrei impiccare, Ancorchè amico mi fosse, o compare.

26

Oh quanto starìa bene a quello Scricca Un bel capestro! Non vedete come Il suo mostaccio grida: Impicca, impicca! Che a sua cagion non solo vinte e dome Saran sue genti, ma di bella e ricca, E di sì chiaro e glorïoso nome, La Cafria diverrà misera cosa, Conforme è in oggi orrenda e mostruosa.

27

Lungo il lido del mar, che sempre stride, A tutti corre il buon Ricciardo avante; Anzi sembra che vole, e che disfide L'Aquilon freddo e l'umido Levante. La sentinella, che da lunge il vide, Fa chiudere le porte in uno istante; E presto presto per tutta Cobona Si sparge quella nuova poco buona.

28

La gioventù bizzarra, e che valuta Il suo valor più che non vale assai, D'andargli incontro è così risoluta, Che di fermarla alcun non pensi mai. Pur quel vecchio, che in terra avea veduta La gran porta di bronzo, A comprar guai, Lor grida, andate; ed io ve n'assicuro; Chè contro lui neppur varracci il muro.

29

Il vero modo, l'unica maniera Di campar voi e noi da crudel morte, È andargli incontro senza elmo e visiera, Ed aprir lui della città le porte. Un di coloro con turbata cera Disse: O ve' che parer d'animo forte! Per un sol, dunque, vecchio traditore, Di' cose tali e fai tanto rumore?

30

S'ei fosse fatto, sto per dir, di getto, E fosse bronzo, e ancor cosa più dura, Io ti giuro pel nostro Macometto, Che a tutti noi ei non porrìa paura. A dieci, a venti può passare il petto; Ma infin sarà poi sua la ria ventura. Ciò detto, va che il diavol se lo porta Avanti a tutti, ed aprir fa la porta.

31

Si chiamava Dragù questo pollastro, Che fu il primiero ad incontrar Ricciardo. Ei tagliollo per mezzo come un nastro, O come un citrïolo, o come un cardo. A vista di sì orribile disastro Il portinajo per suo buon riguardo Serra la porta, ed ogni altro guerriero Per quel gran colpo sta sopra pensiero.

32

E sopra i merli dell'eccelse mura Si fanno forti con pietre e saette; Ma quivi lo stupor passa in paura, Che par che ognun di lor sopra a lui gette Giunchiglie e rose e tenera verdura; Cotanto l'armi sue eran perfette. Ma pur succede a questa maraviglia Altra, che la sorpassa cento miglia.

33

E questa fu, quand'ei ben stretto in sella Prese la lancia, e la porta percosse; E vider 'n un baleno aprirsi quella, Come se stata sol socchiusa fosse; E il chiavaccio e la toppa e in un le anella Non sol forzate, non solo rimosse, Ma videro ir lontano mille passi: Onde non sembran uomini, ma sassi.

34

Entra per la città non altrimenti Il feroce guerrier, ch'entra il leone O la tigre affamata infra gli armenti; E senza un'oncia di discrezïone N'ammazzò presto presto più di venti. Gli altri che veggon questa funzïone, Fuggono in casa e vi si stangan drento, Ripieni di dolore e di spavento.

35

Corre egli furibondo per le strade, E d'alto incendio la città minaccia; Che di mano a non so qual deitade Rubato ha il fuoco in una moscheaccia. Onde del mal comun mosso a pietade Il vecchio della villa, alfin s'affaccia A una finestra sua che stava a tetto, E chiama singhiozzando Ricciardetto.

36

E gli dice: Signor, se tu assicuri Cobona e me dall'ultima ruina, Ma con solenni e sagrosanti giuri, Io ti dirò dov'è la tua Despina, Che col mal nostro in van trovar procuri. Anzi mentre noi guasti, ella cammina; O, per dir meglio, a forza è strascinata Da molta gente, e tutta quanta armata.

37

Acchetossi Ricciardo a quel bel nome, Come per pioggia il tempestoso mare; E gittò il fuoco in terra, e chiese come Era a lui noto un così grande affare. Il vecchio accorto le canute chiome Mosse un tal poco, e poi prese a parlare, E gli disse: Signor, saper tu dêi Che ho spesi in questa corte i giorni miei;

38

E quegli io son che fin da fanciulletto Della gran villa che sul mar risiede, Fui dal re cafro alla custodia eletto, Dove tu con l'illustre e bella erede Del regno ne venisti, e poi nel letto Fu dal padre sorpresa. Or di mia fede Non dubitar, ma dài credenza al resto; E se colei t'è a cuor, credimi presto.

39

Sbatte i piè, crolla il capo, e ad alta voce Grida Ricciardo: Oda Cobona tutta: Io perdono alla Cafria; e chi a lei nuoce, O nuocer vuole, a dura e mortal lutta Io lo sfido: ma tu parla veloce, Buon vecchio, e dimmi dove s'è ridutta La mia Despina. Ed egli: Ella è in potere Del maggior uom che su la terra impere.

40

Del sir di Monotopa il primo figlio L'ha chiesta in moglie, e il padre glie l'ha data; Ed ha tenuto per savio consiglio Di qui levarla, ancorchè addolorata, Ancorchè della vita in gran periglio: Tanto del tuo valor qui s'è innalzata La nominanza che lo Scricca stesso Per lo spavento è voluto irle appresso.

41

Mostrami con la man, disse Ricciardo, La via del Monotopa; altro non chero. Alzolla il vecchio, e la seguì col guardo, E il Mezzodì gli dimostrò sincero. A quella volta senza altro riguardo Sprona Ricciardo il suo nobil destriero. Ora mentre galoppa, ecco che arriva Lirina con la bella comitiva.

42

Nel palazzo reale accolti sono Dai Cobonesi, e lor fanno gran festa, E tutti quanti lor s'offrono in dono; Nè più si pensa all'orrida tempesta Dianzi sofferta. Fan salir sul trono Le tre gran donne con corone in testa. Ogni gentil fanciulla a più potere Corre a palazzo, che le vuol vedere.

43

E già mille e dugento avanti sera Erano giunte nella regia sala; Onde Lirina a dir fu la primiera: Giacchè son tante, e sono in sì gran gala, Di sonatori alcuna scelta schiera Si chiami. E in un baleno si propala Per tutto, come nel real palazzo S'ha da fare una festa di sollazzo.

44

Come i nostri non sono i balli loro, Che non han rigodoni o minuette; Ma pur son balli c'hanno del decoro, Chè van su l'aria delle spagnolette. De' sonatori fu diviso il coro: Parte crotali usava e naccherette, Parte zampogne, zufoli e vïole; E furon principiate le carole.

45

Molti i giovani fûro e le donzelle Che ballaron per certo a maraviglia; Ma tra le più gentili e le più belle Una a sè trasse di ciascun le ciglia; Chè tanto apparve superior tra quelle, Quanto tra i fior del prato la vermiglia Rosa, oppure tra l'umili mirici Il platano dai rami sì felici.

46

Era del cafro re costei cugina, A nobil prence già promessa in moglie, D'una beltà sì rara e peregrina, Che libertade e pace a ciascun toglie. Ne' suoi begli occhi Amor tien la fucina, E tante grazie nel viso raccoglie, Che pensosa o ridente, altera o pia, Chi la riguarda sè medesmo obblìa.

47

Alta è poi di statura e signorile, Ed ha nel favellar grazia sì grande, Che men soave al cominciar d'aprile I suoi bei versi Filomena spande: In somma in ogni cosa era gentile; Si dicea Marïanna; e in quelle bande Vecchio non v'era che si ricordasse D'altra che la vincesse od uguagliasse.

48

Quando costei comparve, ed alla danza Diede principio, gran rumore in prima Udissi, perchè ognuno urta e s'avanza Per lei vedere, e sta de' piedi in cima. Poi tal silenzio fu per quella stanza, Che vuota di persone esser si stima. Solo talora in certi atteggiamenti Mostravan d'aver voce e sentimenti.

49

Io nel vederla tra me stesso dissi: Il ciel, bella fanciulla, ti consoli; E tutti gli astri, o sieno erranti o fissi, Ti guardino benigni; e lunge voli Da te ogni affanno, e giuso s'innabissi. Incanutisci con i tuoi figliuoli E col dolce tuo sposo, e fra voi due Stenda la pace ognor le braccia suie.

50

Non molto dopo a lei nel cerchio venne Non men bella di lei, nè gentil meno, Una cognata sua, di bianche penne La testa ornata, e di bei fiori il seno. In Cafria la portaro etrusche antenne, Come nata nel bel Tosco terreno: Faustina era il suo nome; e quando sciolse Il piede al ballo, ognuno a lei si volse.

51

Io non so dir quel che paresse allora; Ma certo non sembrò cosa mortale. Così di maggio l'odorosa Flora Su' verdi prati or muove i piedi, or l'ale; O delle sfere all'armonìa sonora Così del biondo Apollo ed immortale Danzan le figlie; o avvolte in aureo velo Così forse le Dee ballano in cielo.

52

Delle bellezze sue meglio è non dire, Che dirne poco, e poco ancora è il molto; Chè non posson le rime colorire Le tante grazie che le ornano il volto. O vuol piagare, o vuole incenerire, Questo poter ne' suoi occhi è raccolto; E tanti ne conosco, anzi infiniti, Che piangono per lei arsi o feriti.

53

Finito ch'ebbe di danzar costei, Ecco che s'apre il cerchio alla man destra, Ed entra un'altra donna; e tutti a lei Si volgon, che del ballo era maestra. Al capo aveva avvolti i suoi capei, E frammischiate con l'aurea ginestra Eran perle e zaffiri, onde contesta Bella corona ornavale la testa.

54