Il Ricciardetto, vol. II

Part 10

Chapter 103,966 wordsPublic domain

E fattolo fuggire, anzi volare, In poco tempo uscì del prato fuora. Il giorno intanto comincia a mancare, E qua parte del monte si scolora, E là del piano; e già rosseggia il mare, E poi si sbianca, e s'annerisce ancora Col resto delle cose; e in tempo breve A lui si toglie il Sole, altri il riceve.

21

Il cavallo non mangia; chè si pasce D'aria, e v'ingrassa come il porco a ghiande. Ma Ricciardo si trova in dure ambasce, Mercè la fame tormentosa e grande; E nulla cosa entro quel bosco nasce Da farne benchè misere vivande; Onde molto s'affanna e si dispera, E crede di morire in quella sera.

22

Infino allora ei s'era mantenuto Con certi biscottini e rotellette Fatte di pollo e di piccion battuto, Che Malagigi a lui nel bosco dètte: Ma queste eran finite; e nuovo ajuto Aver non può, se come le civette Non si pone a mangiar lucertoloni, Che v'erano in quel bosco a milïoni.

23

Così da molta fame e da stanchezza Vinto il garzone, abbandona la briglia Sopra il cavallo; e quel con gran prestezza Là torna, ove l'orribile famiglia Lasciò de' serpi, ch'ei nulla li prezza; Anzi lor salta addosso, e li scompiglia; E ritrovato il mostro con Despina, Correndo quanto può gli s'avvicina.

24

Fugge la fera, e tanto si spaventa Di vedersi così Ricciardo appresso, Che più del suo dover non si rammenta. Lirina dielle per comando espresso Che ad uscire del bosco stesse attenta; Perchè uscendo n'avrìa tristo successo. Or quel demonio vinto dal timore A un tratto si trovò del bosco fuore.

25

Pone egli appena la zampa caprigna Sopra il terreno che non fu incantato, Che perde ogni sua possa, e ratto svigna, Lasciando la donzella sopra il prato; A cui non più la bevanda maligna Toglie la mente, come pel passato, Anzi torna nell'esser suo perfetto Amante, come pria, di Ricciardetto.

26

In questo mentre la benigna e pura Luce con passo vittorioso e lento Premea le terga della notte oscura; E ripiene di gioja e di contento Le cose ripigliavan sua figura: Dal chiuso ovile usciva fuor l'armento; E sbadigliando e stirandosi tutto Già al campo il villanel s'era ridutto.

27

Despina che non sa dove si sia, E per la dubbia luce non ravvisa Se la fortuna sua sia buona o ria, Molte cose fra sè pensa e divisa; E vêr la selva di nuovo s'invìa, Che aver più sicurezza ivi s'avvisa; Chè non sa chi si sia quell'uomo armato, E teme d'ogni cosa in tale stato.

28

Ricciardo se ne stava come morto, Sicchè non vede la sua donna bella; Chè tal vista gli avrìa dato conforto. Ma mentre vuol fuggirsi la donzella Nel bosco, che credeva esser suo porto, Il destrier l'addentò per la gonnella, E la tenne sin tanto che aggiornosse. E il buon Ricciardo dal sonno si scosse.

29

Quando egli scôrse l'amata Despina, E fuor si vede del bosco incantato, Si gettò dal destriero con ruina, Già la visiera e l'elmo dislacciato. Ma per l'immensa gioja repentina Ancor parte del volto avea celato; E presala per mano, dal contento Si stette per morire in quel momento.

30

Despina, che digesta ha la bevanda Che innamorar la feo d'una fanciulla, Vedendo tal guerriero in cotal banda, Lo guarda, come guarda dalla culla Fanciul, che ancor la poppa non domanda, La dolce balia, quando poco o nulla Del viso ella gli mostra per celiare Con esso, e a un tratto qual è gli compare.

31

Chè quando per Ricciardo ravvisollo, E assicurassi ben ch'egli era desso, Fu per gettargli le braccia sul collo; E Ricciardo volea pur far lo stesso, Ancorchè pel digiun fosse sì frollo; E se nol feron, fu prodigio espresso. Almen così cred'io; perchè gli amanti Per l'ordinario non sono mai santi.

32

Nè in vita mia mi son mai persuaso Che amore ed innocenza faccian lega; E se la fan talvolta, sarà caso. Un uom che a donna piaccia e che lei prega, Se lo ributta, vo' perdere il naso. Perchè, sebbene un qualche poco nega E fa la dura a forza d'onestade, Dàgli e ridagli, infin si stracca e cade.

33

Però ridete pur, quando ascoltate Che son le belle donne come scale Per girsene al Fattor che le ha formate; Perchè per esse a contemplar si sale Le divine bellezze a noi negate. Avanti del peccato originale Forse questo accader potea nel mondo; Ora son buone per mandarci al fondo.

34

Ma tra lor, che la fede s'eran data Di sposarsi, cammina altro discorso; Nè va sì per minuto riguardata Cosa per cosa, ma quasi di corso. Despina dunque lui guata e riguata, Ed egli lei; e conforto e soccorso Prende da quei begli occhi, che gli danno Più di vigor, che i balsami non fanno.

35

Il Sole intanto su i monti compare, E dice al suo Ricciardo allor Despina: Ritorna in sul cavallo, se ti pare, E su la groppa io ti starò vicina; Ed anderemo presto presto al mare, Ove ho una villa degna di regina. Andiam, disse Ricciardo; e preso il freno, Nel salire a caval parve un baleno.

36

E Despina ancor essa, più leggiera Che non è piuma, volò su la groppa; E il buon cavallo di tutta carriera Porta ambeduo, come fosser di stoppa: E al parer mio giusto in un'ora intera (Vedi, lettor, se avean buon vento in poppa) Fecero trenta miglia, ed arrivaro A quel palazzo veramente raro.

37

Egli era in mare mezzo collocato, E mezzo in terra: la marina parte Avea dal destro, e dal sinistro lato Ampie muraglie poste con tal arte, Che feano un ampio porto sì guardato Da tutti i venti, che le vele sparte Non si moveano all'aura punto o poco; E d'ampie navi era capace il loco.

38

Sovra le mura poi d'intorno intorno Era un vago giardino, e dalle bande Di statue egli era il bel recinto adorno; E sovra un arco maestoso e grande V'era un Nettuno coi Tritoni attorno: Opre tutte di bronzo, e sì ammirande Per lo lavoro e per l'immensa altezza, Che a voler dirle sarebbe sciocchezza.

39

Stavan dall'ime parti di quell'arco In due conchiglie di candide perle Doride e Galatea, che in vece d'arco Avevan reti, non da quaglie o merle, Ma da pesci predar di grave carco; Sì vaghe, che stupore era a vederle. Delle conchiglie legati a ciascuna Eran delfini dalla schiena bruna.

40

Quando il Sol poi precipitava in mare, E la notturna Dea stendea il suo manto Sopra le cose, e le facea mutare, Quell'arco comparìa splendido tanto, Che assai da lunge si potea mirare, Talchè il nocchier col legno mezzo infranto Urtava ancor con le tempeste ardito, Su la speranza del porto e del lito.

41

Nel mezzo al porto poi di dolce umore V'era una fonte che gettava in alto, E rallegrava ai riguardanti il core: D'oro era tutta, e d'un bel verde smalto Coperte eran le sponde e dentro e fuore. Nè più del vero l'adorno ed esalto; Anzi tralascio cento cose e cento, Perchè non dica alcun ch'io me le invento.

42

Per quella parte poi che si distende Il gran palazzo per l'erboso piano, Sono cose sì rare, sì stupende, Che non le può capir pensiero umano. In suo paraggio foran selve orrende Le gran bellezze del giardin Pinciano; E sarìeno Aranguez e il gran Versaglie Appetto a lui sfasciumi ed anticaglie.

43

Per trenta miglia si dilata in giro Il vago bosco di mura cerchiato, Che mani industri in mille strade apriro E quinci e quindi; ed ha nel mezzo un prato, Dove fan capo con ordine miro Tutte le strade; e in mezzo è collocato Un chiaro lago, e intorno ad esso stanno Platani tai, che fino al ciel sen vanno.

44

Tra pianta e pianta son di marmo pario Satiri e ninfe con tazze e bicchieri, E tutti versan l'acqua in modo vario. Cingono il prato alti cipressi e neri; E v'è di cacce sì copioso svario, Che sia con dardi, con reti o levrieri, O pur con visco, si può far gran preda, Senza che di mancanza alcun s'avveda.

45

Qua vola il francolino, e là il fagiano; Qui nell'alzarsi la pernice fischia, E su dall'erto rovina nel piano, E tra i cespugli s'asconde e frammischia. Qui v'è la starna e il bel gallo montano, E l'anitra cianciera ch'or s'arrischia Su l'acque, or sul terreno; e tutti infine Qui son gli augei di piume peregrine.

46

La damma, il caprïolo e la gazzella Lascian venirsi il cacciator vicino. Cignal non v'è, nè fera altra più fella; Per la memoria del crudel destino Che delle Dee fe' pianger la più bella, E sospirare nel cerchio divino, U' il néttar sacro ella versosse in petto, Pensando al suo ferito giovinetto.

47

Ma candidi armellini, e timorosi Conigli e lepri empiono il piano e il monte. A sì bel loco gl'infiammati sposi Giunti che fûro, pel calato ponte Al palazzo ne andaro desïosi Per rinfrancarsi; quando ecco di fronte Veggion venire un vecchio, e lor domanda Chi sieno, onde venuti, e da qual banda.

48

Siam gente Franca, disse Ricciardetto. Ed egli allor: Voi me ne avete cera, Ch'entrar volete sotto questo tetto In una molto libera maniera; Ma se voi non avete altro ricetto, Alloggerete all'aria oggi e stasera. Ritorna indietro, e chiude in un istante La porta, e fa l'orecchia di mercante.

49

La fame che tormenta Ricciardetto, Non può soffrir la villanìa del vecchio; Ed, Apri, grida, pazzo maledetto, O a romper questa porta m'apparecchio; E tristo te, se la rompo in effetto; Chè il maggior pezzo tuo sarà l'orecchio. E in questo dir, con la lancia fatata Comincia a dar nell'uscio all'impazzata.

50

Era tutta di bronzo la gran porta, Come quelle che stanno al Vaticano; Ma l'essere di bronzo cosa importa Per sì gran lancia, e posta in sì gran mano? L'aperse presto presto, a farla corta; Anzi che rovesciolla sopra il piano. Il vecchio nell'udir quel gran fracasso, Per lo spavento ebbe a restar di sasso.

51

Monta le scale la bella Despina, E trova il vecchio che sta per morire Dalla paura della gran ruina. Ma ella a un tratto gli comincia a dire, Siccome è sua signora e sua regina; Ond'egli prende allor fiato ed ardire, E se le butta a' piedi, e le domanda Perdon del fallo, e se le raccomanda.

52

Gli perdona benigna, e fa che ancora Gli perdoni il suo caro Ricciardetto. Ma perchè la gran fame lo divora, Dammi, ei dice, del pane e vino schietto, Buon vecchio mio, e farem pace allora. Parte ei veloce, e con un buon fiaschetto Ritorna, e con un pane fatto in casa, Ma fresco sì, che da lungi s'annasa.

53

E dopo il pane portò fichi e pere, Ed uva secca ed altre bagattelle, Che fecero gli amanti rïavere. Ma perchè già spargevasi di stelle L'aria, e le cose si facevan nere, Volse Despina le sue luci belle Al vago giovinetto, e con un riso Disse: Tempo è che da me sii diviso.

54

E impose al vecchio che lo conducesse In una stanza dalla sua lontana; Lo che quanto a Ricciardetto suo dolesse, È cosa a immaginarsi molto piana: Ma di far opra che a lei dispiacesse, S'astenne ei sempre, e ben fu cosa strana; Ma questa volta avrebbe fatto meglio A ridersi di lei e più del veglio.

55

Vuole ubbidirla, e non trova la via Di fuora uscir dalla beata stanza. Il vecchio che ha da fargli compagnìa, Lo chiama e tira, e poco o nulla avanza; Chè pare un uomo entrato in agonìa. Di tanto amore e di tanta costanza Gode Despina, e lo ringrazia ancora; Ma vuole l'onor suo ch'egli esca fuora.

56

Però gli dice: Il mio caro Ricciardo, Infin che il padre mio non è contento Che siamo sposi, sebbene tutta ardo, Non sdegnar se a star teco non m'attento. L'onore è cosa piena di riguardo, E debbe custodirsi ogni momento, Ma più la notte: onde or da me t'invola; Chè onesta esser non posso se non sola.

57

Ah lascia star, soggiunge Ricciardetto, Cotesti tuoi pensieri, ed una volta Finiamo questo viver maledetto, Pieno d'affanno e di miseria molta. Tu starai drento, ed io fuora del letto; Chè così sola non vo' mi sii tolta. Ed in ciò dire, con molta possanza Sospinge il vecchio fuora della stanza.

58

E le dice: Despina, io sto sì fisso Di star qui drento, e non voler partire, Che se a cacciarmi venisse l'abisso, A pezzi forse mi potrìa farne ire. Lo guarda la fanciulla fisso fisso Con occhio tal che lo fa impaurire; Onde s'agghiaccia, e tornato in sè stesso, Esce di stanza, e vanne al vecchio appresso.

59

Così di notte il can del contadino, Non conoscendo l'usata figura, Vuole investirlo come un assassino, E abbaja sì, che gli mette paura; Ma quando egli lo sgrida da vicino, E trâgli un sasso od altra cosa dura, Si azzitta allor, che alla voce il conosce, E fugge con la coda fra le cosce.

60

In quella notte si colcò vestito Il mesto Ricciardetto; e sopra il prato Restò il cavallo, che d'aria è nudrito, E in nessun tempo mai vuol star serrato. Despina che d'amore ha il cor ferito, Muor di voglia d'aver Ricciardo a lato. Ma così sono tutte le ragazze: Le più savie al di fuor son le più pazze.

61

Il vecchio intanto, senza far parola, Al suo signore invìa per una fusta Avviso, come in casa ha la figliuola, Ch'egli in cercarla ogni luogo rifrusta. E fagli anche saper che non è sola, Ma seco ha un bel garzon che assai le gusta; E questi è sì gagliardo e così forte, Che del palazzo gli spezzò le porte.

62

Ma dormano gli amanti, e solchi il mare La barchetta, e le sia propizio il vento; Chè all'afflitta Lirina io vo' tornare, Che il bosco ha pieno d'un strano lamento, E vuol morire, e vuolsi vendicare. Al fin del bosco giunse in quel momento La misera, che il diavolo inseguito Scappò fuora, e l'incanto fu finito.

63

Malagigi restò nelle sue mani, Che galoppava a Ricciardetto appresso; E stette quasi per mandarlo in brani: Ma in vederlo sì piccolo e dimesso, Lo legò per il collo come i cani, Ed appiccollo a un ramo di cipresso, Pensando quivi ch'ei restasse morto: E ben fe' vista di morir l'accorto.

64

Ma non sì tosto altrove ella si volse, Che il diavoletto suo cheto e leggiero Da quell'infausta pianta lo disciolse, E di Ricciardo seguitò il sentiero; Di che Lirina poi tanto si dolse, Ch'ebbe a morir per rabbia daddovero: Che se a sorte quel giorno era indovina, Di Malagigi avrìa fatto tonnina.

65

Nè vi deve arrecar alcun stupore, Perchè a Lirina ciò non fosse noto: Chè il diavol suol per forza far favore, E poi fra lor v'è di concordia il voto, Quando si tratta di darci dolore; Ed hanno anch'essi per un lor divoto Una tal discretezza, che sovente Lo scampa dal pericolo imminente.

66

Lasciato Malagigi al ramo appeso, Torna Lirina, e pensa fra sè stessa Di far vendetta del suo onore offeso; Chè il viver così misera e depressa L'affligge a morte; ed hanne il volto acceso Di rossor tale, che a fiamma s'appressa: E dopo assai pensar, conchiude alfine D'uccider le due donne pellegrine,

67

E, se puote, Orlandino e il così prode Nalduccio, ch'ambo stanno allegramente, Ed han stoppato il biasimo e la lode. Ma le sue ire non son ben contente, Se il cor, come si dice, non gli rode, E non li fa morir meschinamente. Però li tragge fuora dell'ostello, E li mena nel suo forte castello;

68

Ed in esso vi mena ancora Argea Con la bella Corese; ed opra in guisa, Che ognun ben riconoscersi potea; Talchè per la gran gioja ed improvvisa D'essere in ciel Nalduccio si credea; E la stessa fortuna si divisa Orlandino d'avere, e le donzelle Non capiscon per gioja nella pelle.

69

Ma l'allegrezza lor cangiossi presto In dolor tal, che a dirlo non ho core. Meglio per lor sarìa stato un capresto, Meglio un coltello, chè a un tratto si muore. Ma Lirina non è sazia di questo: Vuol che muojan di fame e di dolore; E vorrebbe, potendo, la crudele, Che si struggesser come le candele.

70

E perchè non si possan dare aita, O morire abbracciati in tanto affanno, Ecco che d'un cristallo è circuita Ogni persona e il loco ove si stanno. Nè qui il valor, nè qui l'anima ardita Possono oprar; chè parte più non ci hanno; Tanto più che son tutti disarmati, E i cristalli son grossi smisurati.

71

Parevano le donne e i cavalieri, Racchiusi in que' cristalli così duri, Tante lucerne o tanti candelieri Posti ne' vetri, acciò che sien sicuri Da' zeffiretti placidi e leggieri; Ovvero uccelli o diavoletti oscuri, Che stan chiusi nel vetro all'acque in mezzo, Che son sì vaghi, e s'hanno a poco prezzo.

72

Quivi li lascia la crudel donzella, E l'uscio chiude. Ora pensate voi Se l'ira a' due guerrieri il cor martella. Piangon le donne, e, Oh sventurate noi, Gridano, odiate da ciascuna stella! Almen, diceva Argéa, a' piedi tuoi Morire potess'io, consorte amato! Chè dolce allor mi fora, o meno ingrato.

73

Ed il simile e più dicea Corese: Ma non v'è modo da scappar dal vetro. Eran le voci da' mariti intese, E l'udivan con volto acerbo e tetro; Quando Nalduccio lagrimando prese A rispondere a lor di questo metro: È giunto il tempo che forza è morire, E non vale più a nulla il nostro ardire.

74

Però soffriam questa sventura in pace, E moriamo da forti. Avrà Lirina, Che sì del nostro affanno si compiace, Pena in vedere di che tempra fina Sieno i cor nostri. Può l'empia rapace Donna torci la vita, ed in rovina Mandare i corpi nostri; ma non vale Su la nostr'alma libera e immortale.

75

Intanto giunge il mezzogiorno e passa, E ne viene la notte, e non si magna. Dice Orlandino: Io non ho nulla in cassa, E non mi reggo più su le calcagna. Con gli sbadigli Nalduccio si spassa, E pensano le donne alla Cuccagna, Al bel paese dove i fiori e i frutti Degli alberi son pani, e son presciutti.

76

Viene il secondo giorno, e stese al suolo Stanno le donne per la debolezza. Ma pria che venga il terzo, altrove io volo Con le mie Muse; chè a tanta fierezza Resistere non posso, e n'ho tal duolo, Che mi sento scoppiar di tenerezza, In veder divorarsi dalla fame Il fior de' cavalieri e delle dame.

77

Ahi misero ch'io sono! non per questo Potrò cantar di dolci cose e liete; Ma il canto almeno non sarà funesto. Spedito al cafro re, come sapete, In un battello che arrivò ben presto, Dal vecchio un uomo chiamato Larete, Cotanto egli era pescator valente, Disse tutto allo Scricca brevemente.

78

Lungi tre miglia ell'era da Cobona (Real città dove abita lo Scricca) La villa in cui dormivan su la buona Gli amanti: che sebben suol esser picca Fra il Sonno e fra l'Amor, nè l'un perdona All'altro mai, ma sempre glie la ficca; Pur dopo una vigilia bestïale, L'Amor può meno, ed il Sonno prevale.

79

Era in Cobona (o vedi che destino!) Del sir del Monotopa il maggior figlio, Ch'era più fiero assai d'un can mastino. Africa tutta pende dal suo ciglio, E nella Cafria ancora egli ha domìno; A cui lo Scricca ogni anno un aureo giglio Dà per omaggio. Or questi era venuto Da per sè stesso a prendersi il tributo.

80

Ed acceso per fama egli era tutto Della bella Despina; e intese appena Il suo ritorno, che chiese (e con frutto) Le sue nozze allo Scricca, che ripiena L'alma ha di gioja: chè sebbene è brutto Il genero, ha quattrini come rena; E la bassa Etïopia e l'alta ancora, Ch'è un mezzo mondo, l'inchina e l'adora.

81

Vanne con questo solo e due scudieri Alla villa reale, e zitti zitti Col vecchio van di Despina ai quartieri, La qual dolce dormìa; nè perchè gitti Lo Scricca a lei le braccia, e non leggieri La scuota, gli occhi nel sonno confitti Puote aprir; ma tentenna e ritentenna, Si desta, e trema per timor qual penna.

82

Ella sul primo si credè che fosse Il suo Ricciardo, e stette per gridare, E feo sue guance estremamente rosse; Ma quando il padre potè ravvisare, Riverenza e timor sì la percosse, Che, come dissi, incominciò a tremare: Ma i due scudieri la piglian di peso, E vanno al porto con passo disteso.

83

Li seguita lo Scricca e il fiero Ulasso, Che tal si chiama il prence d'Etïopia; E in un momento, perchè ci era un passo, Vanno a Cobona. Ma non si fa copia Del fatto, e sopra vi si pone un sasso; Chè la cittade ha di milizie inopia; E lo Scricca, che sa cosa è Ricciardo, Vuol camminare in ciò con gran riguardo.

84

Le disperate voci e i pianti strani Che fe' Despina, e chi li vorrà dire? Le bionde trecce ella strappossi a brani, Nè si lasciò la faccia di ferire Coll'ugne; e uccisa con le proprie mani Si sarebbe, tanto era il suo martìre, Se le pietose donne, intorno a cento, Non le stavano attorno ogni momento.

85

Ma s'ella piange, Ricciardo non ride; Che destatosi appena in su l'aurora, Cerca d'alcun che a Despina lo guide, E chiama il vecchio. E non m'ascolti ancora? Ripiglia irato, e par che strilli e gride. Ma il vecchio della villa era già fuora; Ond'egli corre in questa parte e in quella, E rifruca ogni quarto ed ogni cella.

86

Va di su, va di giù; loco non lassa Ch'egli non guardi, e par che al giuoco ei faccia Del rimpiattin; per tutto apre e fracassa. Alfin la sorte sua colà lo caccia, Dove ad un tratto per dolor s'insassa; Poi in sè ritorna, e il caro letto abbraccia, Letto ancor caldo, ove dormì Despina; E ben s'immaginò della rapina:

87

Perchè la rete d'oro e i bianchi veli Con cui fasciava i biondi suoi capelli, Trovò sparsi per terra; e se crudeli Egli chiamò, se ingiusti, iniqui e felli, Con quei che vi son dentro, tutti i cieli; E se degli occhi fece mongibelli, E se fuora egli uscì tutto arrabbiato, Sel pensi chi davvero è innamorato.

88

Forse così per la sanguigna veste Su' monti di Tessaglia Ercole apparve; E fu così (la madre uccisa) Oreste Dalle Furie agitato e dalle Larve; O così, adorne d'edera le teste, Sembraro il dì che in mezzo a lor comparve Il tracio Orfeo, le Bassaridi insane: Ma queste parità pur son lontane.

89

La prima cosa ch'egli fece, accese Nella villa un gran fuoco, e la distrusse. Indi nel porto rapido discese, Sfondò le navi, ed a morte condusse Quanti nocchieri con la mano ei prese. Poscia colà sul prato si ridusse Dov'era il suo destriero, e su vi sale; E quello vola come avesse l'ale.

90

Verso l'orribil selva ei s'incammina; Chè pensa che colà ridutta l'abbia Con qualche incanto suo l'empia Lirina; Quando ritrova assiso in su la sabbia Malagigi in figura piccinina, Nè quasi ravvisollo dalla rabbia; Pur lo ravvisa, e se lo prende in groppa, E in vêr la selva tacito galoppa.

91

Entra per essa, e nulla si spaventa Di fiamme e laghi, di serpenti e mostri; Ma di Lirina al palazzo s'avventa, E sul cavallo va per tutti i chiostri E per le stanze; ed ei non si sgomenta, Ma va che par ch'egli abbia i piedi nostri; E tanto gira, ch'entra dove stanno I suoi cugini, e vede il loro affanno.

92