Il Ricciardetto, vol. I

Part 9

Chapter 93,980 wordsPublic domain

Di sopra i paladin scoccano strali, Gittano pietre e merli dalle mura. Ma sono tanti e sì forti animali, Che non sentono morte, o n'han paura. Le porte in fine, come vetro frali, Sono spezzate; e quei che n'hanno cura, Non han più forza a ritener la piena. Carlo sospira, e muorsi dalla pena.

56

Così talora turba di villani, Quando il cielo è più rotto e più piovoso, Su l'argin corre per frenar gl'insani Flutti del fiumicel fatto orgoglioso; E con sterpi e con sassi a piene mani Or qua or là rassetta il periglioso Argin che piega; ma cresce sì l'onda, Che apre la ripa, e i vicin campi inonda.

57

Così in Parigi entrati ancor sarièno; Ma un largo fosso e fondo costruiro I Franchi, e quindi alzâr molto terreno Intorno al fosso, e di canne il copriro, Che d'erba fresca vestito l'aviéno. I Saracin che a ciò non avvertiro, Ciascun, com'era dallo sdegno mosso, Cadde precipitoso in mezzo al fosso.

58

E gli altri che venivan loro appresso, Vi cadder pure; ed era quasi affatto Ricolmo il fosso. Così al modo stesso Il lupajo formar suole l'agguatto O presso un orno, o un abete, o cipresso Al tristo lupo: onde gli cade a un tratto La terra sotto, e vi riman prigione; E il cacciator l'ammazza col bastone.

59

Que' di Parigi, senza far dimora, Della gran fossa corrono alla proda; E se qualcun mette la testa fuora, La tentan col baston siccome è soda. Così, sendo io fanciul, sovvienmi ancora, Traendo di balestra con mia loda, Se dal mio lago uscivano i ranocchi Col capo fuor, lor tirava negli occhi.

60

Ma si fe' notte; e i Saracini al campo Tornaro; e i Franchi richiuser la porta, Dio ringraziando, che lor diede scampo. A Carlo intanto uno spïon riporta, Che d'Egitto è venuto, come un lampo, Popolo immenso; e come seco porta La figlia del Soldan che usbergo veste, Porta cimiero, e non ghirlande o creste;

61

E che al campo african giunta pur era Despina, che a vederla un Sol parea; E che in abito anch'essa di guerriera, Di sdegno e d'ira ne' begli occhi ardea. Carlo si gratta il capo e si dispera, E si strappa que' pochi ch'egli avea Capelli bianchi; e vecchiezza gli duole, Chè non puote più far quello che vuole.

62

Ma ritorniamo alla beata cella, E lasciamo il buon Carlo nelle peste. Orlando dalle risa si smascella, Vedendo Ferrautte in quella veste. Dolgono agli altri i fianchi e le budella, E gli dicono il nome delle feste. Ferrautte divoto e penitente A occhi bassi non risponde niente.

63

Ma come grosso can di macellajo De' cagnoletti l'abbajar non cura, O ch'egli parta, o ritorni al beccajo; Così il romito non si prende cura Dei detti loro; e, qual lepre al rovajo, Nel suo covaccio più si ferma e indura: Così ascolta, sedendo sopra un scanno, Ferraù tutto quel che dir gli sanno.

64

E quando parve a lui ch'abbian finito, Disse: Fratelli, a che gioco giochiamo? Il Cristianesmo non è il vostro rito? Rispose Orlando: E che vuoi tu che siamo? S'io nol sapessi, riprese il romito, Foglie vi crederei d'un altro ramo, E tralci d'altra vite che di quella Con cui sè Cristo e i suoi fedeli appella.

65

Burlar chi fa del bene è brutta cosa; Ancor che chi fa ben, fèsse del male. La carta ch'è sì candida e vistosa, Fu pria sporca camicia, o fu grembiale Di qualche vecchia putrida e bavosa, O fu strumento forse da pitale: Così chi lascia il vizio e torna a Dio, Diventa bello, e tal son forse or io.

66

Orlando disse: Lasciata ogni ciancia, Sia benedetto il nostro Salvatore, Il qual ti aperse con sua forte lancia La chiusa mente e l'indurato core, E ha dato un nuovo campione alla Francia, In tempo che la misera si muore Oppressa dal furore e dalla possa D'Africa e d'Asia, che vêr lei s'è mossa.

67

E se, come cred'io, ardi di zelo Di Chiesa santa, e la Fede ti preme, Lascia questa tua cella e questo cielo, E nosco in Francia te ne vieni insieme. Questo, con cui mi vesto orrido pelo Dal collo infino all'ime parti estreme, Disse il romito allor, mi vieta, Orlando, Di trattar lancia, o maneggiare il brando.

68

Sorrise il conte, e disse: Ancora i frati Cingon la spada, quando si combatte Contro de' Turchi e contro i rinnegati; E i monaci che mangian uova e latte; E quei che i ceci ed i pesci salati; E quelli che non portano ciabatte: In somma tutti, o col cappuccio o senza, Per queste guerre il papa li dispenza.

69

Com'egli è questo, disse Ferrautte, Verrò con voi: ma ritorniamo in Spagna; Perch'io nascosi le mie armi tutte In certa grotta tenebrosa e magna, Detta in spagnuol _la cueva di Margutte_, Cui un granchio marin nelle calcagna Mordendo uccise; ed evvi opinïone Che il seppellisser dentro a quel grottone.

70

Ognun fu lieto di sì bello acquisto; E dice Ferrautte nel partire: Passar si deve per un luogo tristo, Se ad un porto di mar noi vogliam ire, Che di navi star suol sempre provvisto. Dice Orlando: Con ciò, che vuoi tu dire? Noi di lïoni infra le forti branche, Noi passerem de' diavoli fra l'anche.

71

Già del vostro valor non mi sconforto, Riprese Ferraù; vi dico bene Che grande è questa impresa, ove io vi porto, Dove e senno e valor molto conviene; E, più che forte, è d'uopo essere accorto. Del monte in parte a rïuscir si viene, Dove la strada è stretta, ed è tant'alta, Che un dì ruotola il monte chi la salta.

72

Dalla sinistra parte e dalla destra Di questa tanto perigliosa via Vi son due massi, che mano maestra Ridusse a torri, qual dicon che sia Sul celebrato mar, per la finestra, D'onde d'Ero la fiaccola apparìa, Doppio castello che le navi affrena; Tal fanno quelli al passeggier catena.

73

Quando uno arriva in mezzo a' due castelli, Come fa pescatore in alto mare, Gettan questi terribili fratelli Una rete, che sembra da pescare; Ma son di acciajo i congegnati anelli; E mille libbre in circa può pesare. Se tu restassi sotto questa, Orlando, Che ti varrebbe la fortezza e il brando?

74

Ma voglia ancor benigna la fortuna, Che non incappi in questa brutta rete; A mezzo dì ti mostreran la luna, Quand'essi, chiusi nel duro parete, Con pietre, che una macina è ciascuna, Ti faran chierche che non porta il prete; E quando tu resista ancora a questo, Tu ben conosci che il più duro è il resto;

75

Ch'ambi ad un tratto scapperanno fuora; E tu co' due allor che far potrai? Verrem noi forse a darti ajuto allora: Ma quanto è il cammin stretto, tu ben sai; E chi lo sbaglia, egli è forza che muora. Rispose Orlando: Non pensiamo a guai. Mi par mill'anni d'essere là sopra Quell'erto monte, e por le mani in opra.

76

Partono, e avanti a lui va Ferraù, Masticando _Ave_ ed altre orazïoni; E parlan gli altri del meno e del più, Conforme si dan qui le occasïoni. E a mezzo dì si trovan giunti su Dell'alto monte, e veggono i torrioni. Orlando si sofferma, e fa consiglio Di chi deve andar prima a quel periglio.

77

Il più forte di tutti è il conte Orlando, E dopo lui è il sir di Montalbano, Ferraù il terzo; ma nè pure ha brando: Gli altri son dita d'una stessa mano. Il conte dice: Io sarò il primo; e quando Io perda, e vinca il barbaro Pagano, Rinaldo, accorri, e porgimi conforto; Chè, come sai, non posso restar morto.

78

Ferraù resta addietro a tutti quanti; Chè altro ci vuol che zoccoli e cordone A prender briga con que' due giganti; Ma segue a snocciolar delle corone, E prega Dio con tutti quanti i Santi. Ed ecco Orlando vicino al torrione; Eccolo giunto al periglioso passo; Ecco che piomba la gran rete abbasso.

79

Come pernice, come starna o quaglia, Che il cane a un tratto ferma al suo signore Tra l'erba fresca o nella corta paglia, E circonda con rete il cacciatore; Ch'alza il volo, ma subito s'incaglia, E si perde nel filo traditore; E quanto più s'affanna per l'uscita, Quel più s'intriga, ed è quel più impedita;

80

Così sotto la rete il forte Orlando Cerca co' piè, co' denti e con le mani Di svilupparsi, e più si va imbrogliando. Corre Rinaldo, e grida: Brutti cani, Uscite fuora; e mette mano al brando, E dà sopra la rete i colpi vani; Chè ha così forti e così duri anelli, Che più gentili ha il diavolo gli ugnelli.

81

Ma mentre ch'ei fatica e che tarocca, Ecco che piomba ancor sopra di lui Un'altra rete da quell'altra rocca, E restano prigioni tutti dui. Son tratti in alto, e per un'ampia bocca, Che ogni castello apre ne' fianchi sui, Son messi drento, e son cacciati al fondo, Privi del lume che fa bello il mondo.

82

Alardo e Ricciardetto disperati Si fanno avanti; e Ferraù si lagna, E piange e incolpa i molti suoi peccati, I quali han fatto ai paladin la ragna, Onde vi son restati avviluppati; E giù si butterìa dalla montagna: Ma non lo fa per tema di dannarsi, Perchè niuno da sè deve ammazzarsi.

83

Quand'ecco l'aria che di nuovo fischia, E cadono le reti su i guerrieri: Nè tordo sì su la frasca s'invischia, O nella gabbia il credulo pittieri, Come s'imbroglia in quelle maglie, e mischia L'uno e l'altro de' presi cavalieri. Astolfo che ciò vede, all'impazzata Va verso loro con l'asta fatata.

84

Questa è la lancia di cui tanto parla Il divin Ferrarese, tutta d'oro, Che non si rompe mai e non si tarla. Non v'è scoglio nel mare o promontoro, Nè armatura che nel sol toccarla Non cada; tal potenza ha il suo lavoro. Con questa Astolfo mena le man bene, E spezza delle reti le catene;

85

E gl'intrigati paladini scioglie. Un de' giganti con orribil trave Esce fuor colmo di sanguigne voglie: Ma Astolfo vagli incontro, e nulla pave; E nel bellìco con l'asta lo coglie; Ed egli cade, e sembra una gran nave, Quando il vento ed il mar, pieni d'orgoglio, L'urtan rabbiosi in terra o in qualche scoglio.

86

L'altro che sente questo precipizio, Esce a difesa; ed Astolfo lo tocca Con l'asta appena (Oh vedi che artifizio!), Che in terra dà il gigante della bocca. Gli salta Astolfo sopra l'occipizio, E con la rete sì lo stringe e blocca, Che mover non si può punto nè poco; E quindi all'altro fa lo stesso gioco.

87

Ferraù resta a guardia de' prigioni: Entrano gli altri nella forte torre A cercare de' due prodi campioni; Ma non san dove sieno, e male apporre Sen ponno; in su e in giù per i torrioni Vanno, come andar sogliono a raccorre I grani che giù cadon dalle ariste, Delle formiche le sì lunghe liste.

88

Ma nel girar che i paladini fanno, Non perde tempo il saggio Ferraù; Ed a' giganti, che legati stanno, Spiega la legge e i dogmi di Gesù. Parla lor della gioja e dell'affanno, C'hanno i beati o i miseri laggiù; E parla loro della prima colpa Che c'infettò lo spirito e la polpa.

89

E mostra come è perfido Macone, E che un nume da burla è Apollino; E tanto dice, che in conclusïone La mente loro un bel raggio divino Rischiara, e fanno la professïone Di Cristianesmo; e il rito Saracino Rifiutano ambidue, e han voglie pronte Di battezzarsi alla primiera fonte.

90

E per mostrar che dicono da vero, Dissero: Amico, que' due cavalieri In parte stanno, ove non è sentiero Per ritrovarli: in così cupi e neri Fossi stan posti, e in carcere sì fiero. Però, se tu mi sciogli, volentieri Anderò io a trarli di laggiuso; Nè temer che ti faccia alcun sopruso.

91

Disse il romito: La prudenza insegna Che non si creda presto alle persone. Io son senz'armi, e in voi tal forza regna, Che far non puossi fra noi paragone. Dimmi tu il luogo, e, come puoi, mel segna. Disse il gigante: In fondo del torrione È il carcer tetro; ed un masso lo copre, Intorno a cui è in van che tu ti adopre.

92

Scioglimi adunque; e per la nuova Fede Io ti prometto sicurezza e pace. Il romito or gli crede, or non gli crede, E la barba si liscia, e pensa e tace. Astolfo intanto dal castello riede Afflitto, e su i giganti, qual rapace Lupo sul gregge delle bianche agnelle, Si scaglia e grida, che l'odon le stelle:

93

Rendetemi i compagni, o ch'io v'uccido; Ed in alto rotava il fiero brando. Ferraù disse: All'ovil santo e fido Tornâr costoro, e dier perpetuo bando Al Paganesmo; ma ancor non mi fido Di sciorgli, perchè cerchino d'Orlando, Che mi han promesso di condurlo a noi, Se gli sciogliamo. Or che ne dite voi?

94

Si disciolgano pure uno alla volta. E così fatto, il libero gigante Con gran modestia e riverenza molta Baciò del fraticello ambe le piante. Poscia inverso la rocca il cammin volta; Ed Orlando e i compagni in uno istante Discioglie, e nuovamente li conduce A vagheggiar del Sol la bella luce.

95

Quanto fosse il piacere e l'allegrezza Di rivedersi tutti salvi e sani, Non è da dirsi con tanta prestezza. Ma il piacer crebbe, quando da' Pagani Udîr che il Cristianesimo s'apprezza, E che han fermato di farsi cristiani. Or qui sì, che a Rinaldo e al buon Orlando Le lagrime dagli occhi ivan sgorgando.

96

L'altro gigante dunque ancor disciolgono, E l'aspro monte allegramente scendono. Raggiustano le reti, e le raccolgono I giganti, e su gli omeri le prendono. A mano ancora le lor travi tolgono E grossi cuoi, co' quali si difendono Dalle punte de' strali, che pur sventrano Anche i giganti, se nel corpo gli entrano.

97

Trovano un ruscelletto per la via, E qui lor Ferraù battesmo dona. Ma i nomi lor rimaser quei di pria, Perchè tornavan bene alla persona. Uno era detto in Arabo _Skilìa_, Che in nostra lingua giusto giusto suona Il Fracassa; e quell'altro _Nighibesta_, Che nel nostro volgar vuol dir Tempesta.

98

Appena giunti a piede eran del monte Che odon strepito d'armi e di cavalli; E veggon presso d'una bella fonte Tra mille fiori rossi, verdi e gialli Una donzella con afflitta fronte, Ancorchè attorno a lei leggiadro balli Coro di Ninfe: e forse erano Dee, Ed a dir poco, o Drïadi o Napee.

99

Astolfo tosto vuol saper chi sia, E vâlle avanti, e le dice: Signora, Onde provien questa malinconìa? La giovin si riscuote, e in poco d'ora Gli risponde con somma cortesìa: Il mio mal di rimedio è affatto fuora: Perciò séguita pure, o cavaliero, Senza altro più sapere, il tuo sentiero,

100

E vanne presto, che non sia veduto Da quei che m'hanno in guardia, e non sia morto. Astolfo a un sonator toglie il lïuto, E suona, e canta, e balla per diporto. Ciascun per lo stupor si resta muto. Quando di questo un Saracin s'è accorto, Gli viene addosso; e si attacca fra loro Battaglia, qual si fa tra toro e toro.

101

A quel romore corre l'altra gente, E trentamila omai sono i Pagani. Orlando sta alla giovane presente, E qualche volta ancor mena le mani. Rinaldo, ora di punta, or di fendente Tirando, ha dato certi colpi strani, Che dice il Garbolino, e se lo crede, Che partì molti dalla testa al piede.

102

Ferraù sta nel mezzo de' giganti, Che scaglian le lor reti con gran festa, Ed hanno presi de' Pagani tanti, Che vivo poco numero ne resta. Fuggono gli altri. Alla donzella avanti Vengono i paladini. Ella men mesta, Ma non allegra ancor, saluta, e chiede Che la lascin lì sola per mercede.

103

Non sia mai vero ch'a' lïoni e a' lupi Lasciamo esposta sì gentil donzella: Le città grandi, non boschi e dirupi, Albergar denno giovane sì bella. Però lasciate questi negri e cupi Boschi, e venite nosco ove v'appella Miglior fortuna; e ci narrate intanto I vostri casi. Ed ella diè in un pianto;

104

E con un bianco lin che in mano avea, S'asterse due o tre volte i rugiadosi Occhi, co' quali ancor piangenti ardea: Or pensa quando son lieti e giojosi. Ma pria che questa vaga e mortal Dea Racconti i casi suoi tristi e dogliosi, Posiamci alquanto; chè non ho più lena, E il roco canto mio s'intende appena.

CANTO QUINTO

ARGOMENTO

_La sconsolata e bella Filomena_ _Narra i suoi casi, e del suo bel Tangile._ _Carlo è tradito dal furfante Mena,_ _Ch'empie Parigi della gente ostile._ _Selvaggio e gli altri in corpo alla balena_ _Trovan convento, chiesa e campanile;_ _Usciti incontran Psiche, ed un naviglio_ _Che dentro ha una sol donna ed un sol figlio._

1

Non si può ritrovar, al mio parere, Cosa nel mondo che più bella sia, E che ci apporti più dolce piacere, E sia cagion di pace e di allegrìa, Quanto è l'udire e il dir parole vere, Senza sospetto d'inganno e bugìa; E la data parola e stabilita Mantenere, anche a prezzo della vita.

2

Come al contrario la pace rovina, E del vivere ogni ordine confonde La lingua che col core non confina, Ed una cosa mostra, una ne asconde. La veritade ell'è cosa divina, E in noi dal primo vero si diffonde: La menzogna del diavolo è figliuola, E con esso va sempre ovunque vola.

3

Felici queste selve e questi boschi, U' peste sì crudel non giunse ancora: Qui non si vedon lagrimosi e foschi Occhi, che il vostro mal piangan di fuora, E il piangan solo, perchè tu il conoschi; E poi dentro del cor festa e baldora Faccin de' mali tuoi, conforme fanno Quelli che in mezzo alle gran corti stanno.

4

Qui non sono nè sbirri nè notai, Nè carceri nè funi nè berline, Nè Fiorentini che co' negri sai Menino i malfattori a tristo fine. Ma la fè ch'è di lor più forte assai, Fa sì che niun dal giusto mai decline; E la data fra noi parola basta Più che di protocolli una catasta.

5

Ma più d'ogni altro poi prezzar si suole La fè che tra di lor dansi gli amanti; Che pria vedrassi senza luce il sole, Che pastorelle o pastori incostanti. Niuno di tradimento qui si duole: Dal dì, dall'ora, da que' primi istanti Che d'amarsi l'un l'altra afferma e giura, Quel solo amor sino alla morte dura.

6

Nè, a quel ch'io veggo, così bella usanza Solamente è nelle arcade contrade: La fedeltade ancora in Persia ha stanza, Come udirete, quando che vi aggrade, Se di narrarlo avrò tanta possanza. Le dolorose flebili rugiade Asciugate s'avea la giovin bella, Quando che prese a dire in tal favella:

7

In Bahia io nacqui, città ricca e vaga, Che del Mar Nero in su la riva siede; Gente di mercantar cupida e vaga Là dirizza le vele, oppure il piede. La casa mia era contenta e paga De' beni che fortuna ci concede; Perchè di Persia, toltine ben rari, Niuno avea più di noi terre e danari.

8

Me sola il genitore ebbe, e sol io De' giovani persiani era la brama; E la bellezza ancor del volto mio, Che del vero maggior dicea la Fama, Accresceva in ciascun voglia e desìo D'avermi in moglie; e ciaschedun me chiama Sua vita e suo conforto: e mille e mille, Nol sapendo, d'amor spargo faville.

9

Ma non comprende giovinetta acerba Sì facilmente i segnali d'amore: Onde detta sprezzante era e superba, E che di vivo sasso aveva il core. Ma come angue talor tra i fiori e l'erba Si cela, e morde poi chi coglie il fiore, Così Cupido si nascose un giorno Negli occhi d'un garzon vago ed adorno.

10

E mentre seco parlo, a poco a poco Nascer mi sento un non so che nel seno, Ch'ora mi pare ed or non mi par foco. La solita allegrezza in me vien meno, Nè mi diletta più festa nè gioco; E di desìo mi sento il cor ripieno Di riveder quel giovine, e con esso Ragionar sempre, e sempre averlo appresso.

11

Se quando andava per diporto in mare, Non lui vedeva con la sua barchetta, Il cor nel petto mi sentìa scoppiare, E ritornava al lido in fretta in fretta Di pensieri ricolma e voglie amare. Se in questo mentre poi la benedetta Fortuna lo portava al mio cospetto, Tutto il dolor volgevasi in diletto.

12

Del signor di Darete un figlio egli era, Ricca provincia della Persia, e grande: Una pupilla avea sì vaga e nera, Che più regine fecero dimande D'averlo in sposo, e aggiunsero preghiera. Fra l'altre la regina di Derbande, Che alla Servania impera, ardeva in guisa Per lui, che alfin d'amor rimase uccisa.

13

Tangile era il suo nome; e d'egual fiamma Ardeva anch'esso, e non diceami nulla. Ma come in legno verde a dramma a dramma Entra il foco, ed in fin l'umore annulla, Onde improvviso e subito s'infiamma; Così, sendo ei garzone, ed io fanciulla, Stentammo a prender foco; o, per me' dire, Non lo potemmo che tardi scoprire.

14

Un dì (non m'uscirà mai del pensiero Giorno sì dolce, dilettoso e grato) In un bel bosco per grand'ombra nero Io mi sedeva nel calor più ingrato, Quando viene l'amato cavaliero, E senza nulla dir mi siede a lato. Ci guardammo; e, tacendo, mille cose Si dissero fra lor l'alme amorose.

15

Tutto tremante poi la man mi prese, E sospirando disse: Io te sola amo. Di vivo foco il volto mio si accese, Poi soggiunsi ancor io: Te solo io bramo; Ma non sperar che mai ti sia cortese, E Giove a' detti miei presente io chiamo, Se non mi giuri d'essermi consorte: Altrimenti son pronta a darmi morte.

16

Tangile allora invocò tutti i Numi Del cielo, dell'inferno e della terra, E quei de' mari e quelli ancor de' fiumi; Perchè dice sposarmi; e vuol, s'egli erra, Che co' fulmini il cielo lo consumi, E Nettuno e Pluton gli movan guerra. Ei mentre così parla, dalla gioja Io vengo meno, ed egli par che muoja.

17

Il dì seguente il padre mio ritrova, E senza altro indugiar mi chiede in moglie. Ciò molto in suo segreto il padre approva; Ma son sospette giovinette voglie, E chi lor crede, ingannato si trova. Però ne' suoi pensieri si raccoglie, E dopo assai pensar gli dice: O figlio, Per risponderti io vo' tempo e consiglio.

18

Tu sei signor di ricco e bel paese, E merti moglie a tua grandezza eguale. Da regie vene anche il mio sangue scese; Ma senza Stati signorìa che vale? Onde non posso convenenti spese Far per l'allegro giorno maritale; Nè le fortune mie giungono a segno Di darti quella dote onde sei degno.

19

Soggiunse allor Tangile: Io voglio solo La mia soave e dolce Filomena: (Chè tal m'appello; e or l'assomiglio al duolo, Allora no, ma s'è cangiato scena.) Ella val più che l'uno e l'altro polo Aver soggetto, e l'africana arena, Non che il Mar Caspio; e senza lei mi pare Che fora nulla aver la terra e il mare.

20

Ma il padre tuo, riprese il genitore, Che dirà egli, e 'l popol di Darete? Scusa i figli appo il padre un forte amore, Disse Tangile; e forse voi 'l sapete. Opra non fo che arrechi disonore Nè a me nè a lui; e l'anime discrete Mi daran lode, e chiameran beato, Che m'abbia Amor tanta beltà donato.

21

Silvano allor (chè tale egli si noma Il padre mio) disse: Figliuolo, io voglio Che tu riguardi pria questa mia chioma Che già biancheggia, e pensi al gran cordoglio Che urterà questa mia cadente soma Quel più presto, se mai per te mi toglio La dolce figlia. Ed ei: Tu sempre appresso A lei sarai, e le sarai lo stesso.

22