Il Ricciardetto, vol. I

Part 8

Chapter 83,864 wordsPublic domain

Ma perchè teco la beltà di lei Cerco adombrar, che n'hai notizia tanta? In somma riguardandola perdei E voce e moto, e rimasi qual pianta Un dì restò sopra il Penéo colei Ch'ora è mercede a chi gentil più canta. Volli parlare, e non formai parola; Chè la voce restommi entro la gola.

60

Alzato in fine l'odïoso velo, Guardommi, e parve serenarsi in parte; Ma ritornaro tosto in quel bel cielo Più nuvolette, benchè rare e sparte. Quindi, qual fior che sul nativo stelo O l'aura tocca, che d'Africa parte, O lieve pioggia, od altro avvenimento, Che si vede mancare in un momento;

61

Così, nel veder me, tutte ad un tratto Le sovveniro le cose di Francia; E di Medoro suo, d'Orlando matto Rammemorossi, e impallidìo la guancia; E venne meno in un baleno affatto, Quasi percossa da colpo di lancia. In braccio me la reco, e la conforto; E a darsi pace, quanto so, l'esorto.

62

Vengon le donne, e la pongono a letto, E il medico si chiama; e incontanente Le tasta il polso, e negli omeri stretto, Dice: Qui l'arte mia non fa nïente; Che Angelica mi par morta in effetto; Chè non vede, non ode e nulla sente. Ciò detto, s'alza un pianto sì crudele, Che fino al ciel ne vanno le querele.

63

Pensa, Rinaldo mio, come restassi: A quella vista mi volli ammazzare; E poco andò che allor non mi gettassi Da una finestra; e si potea ben fare; Ch'era alta almeno cinquecento passi: Ma Iddio, che voleami riserbare A questa vita santa e luminosa, Mi mise in testa un'altra miglior cosa:

64

E fu di ritornare al mio paese; Giacchè fortuna m'era sì contraria. Dunque con Galafrone io piansi un mese; Poi quando a intiepidir cominciò l'aria, Presi una nave tutta a proprie spese; Chè andar con gente molta e gente varia Mai non mi piacque; ed alfin salvo e sano Un giorno mi trovai sul lito ispano.

65

Rinaldo, riguardandolo in cagnesco, Gnaffe! gli disse, tu la festi grossa: Angelica trattotti da Tedesco; Ch'ella non morì mai; chè bianca e rossa Vive, ed un altro amante have al suo desco. Tu mi faresti ritornar la tossa, Ferraù gli rispose; e Dio ringrazia, Che ho voto di far bene a chi mi strazia.

66

Senza voto, darestimi di barba Due dita, e un poco più sotto le rene, Disse Rinaldo con la faccia sgarba. E Ferraù: Gli è Cristo che mi tiene In pace; onde il demonio non mi sbarba Del mio proposto di farti del bene; Ma mi faresti il bel servizïone A non mi porre nell'occasïone.

67

Io non ti levo, e non ti pongo in essa, Disse Rinaldo; ma vo' dire il vero: Angelica con te sempre è la stessa, E t'odia più, che lepre un can levriero. Cotesta barba tua sì folta e spessa, Cotesto viso smunto, giallo e nero, Cotesto corpo vôto di carname, Ti pajon cose da piacere a dame?

68

S'una donna trovassi a te simìle, Che dovessi per forza avere in moglie, Seppellir vivo in mezzo d'un porcile Mi farei prima, e patire' altre doglie. Angelica sì bella e sì gentile, Ove ogni grazia certo si raccoglie, Avea trovata la bella ventura A pigliar sì terribile figura.

69

Di' pur, fratello mio, ch'io ti perdono: E presa Ferraù la disciplina, Batteasi forte sì, che parve un tuono. Disse Rinaldo: Sino a domattina Per me séguita pur cotesto suono. Ma quella fune è troppo piccolina: S'io fossi in te, o Ferraù beato, Mi frusterei con un bel coreggiato.

70

Io ti vorrei corregger con modestia, Se si potesse, disse Ferraù; Ma tu sei troppo la solenne bestia; E, a dirla giusta, non ne posso più. Disse Rinaldo: Disprezzo e molestia, Sofferta in pace, è grata al buon Gesù. Ma tu sei, per la Vergine Maria, Romito falso, e più briccon di pria.

71

A quel dir Ferraù gli diè sul grugno La disciplina sua cinque o sei volte; E Rinaldo affibbiògli un cotal pugno, Che gli fe' dar dugento giravolte. Dicea Rinaldo: Frate, s'io t'augno, Le tue basette non saran più folte. Ferraù non risponde, e intanto mena A Rinaldo la frusta in su la schiena.

72

Prende Rinaldo il frate pel cordone, E sì lo tira, che quasi l'ammazza. Un zoccol Ferraù nel pettignone Scaglia a Rinaldo, e a terra lo stramazza, D'onde sorge, e ritorna alla tenzone. Ma nel mentre che ognuno urla e schiamazza S'ode un gran picchio all'uscio della cella, Che introna a' combattenti le cervella.

73

E grida Ferrautte: Ave Maria; E mena intanto un pugno al buon Rinaldo. Gridano, Aprite, quelli della via; Ma niun si muove, ed in pugnar sta saldo. Pur Ferraù dall'oste si disvìa, E sbuffando per l'ira e per lo caldo, S'affaccia al bucolino della chiave; Poi spranga l'uscio con pesante trave;

74

E grida: Aprir non voglio a gente armata. Risposer quei di fuora: Con le nocca Questa porta t'avrem presto sfasciata. Rinaldo, che ode il frate che tarocca, Ogn'ingiuria da lui presto scordata, Apri pur, disse, a questa gente sciocca; Chè assai ben presto li farem pentire Di tanta lor baldanza e tanto ardire.

75

Aperse il buon romito; e dentro entraro Quattro soldati forti e nerboruti. Or, belle donne, voi avreste a caro Saper chi ên questi, e perchè qui venuti. Abbiate flemma, e non vi sembri amaro, Se mi riposo; e se il Signor ci ajuti, Nell'altro canto voi saprete il tutto, Qual forse forse non parravvi brutto.

CANTO QUARTO

ARGOMENTO

_I paladini, ritrovato Orlando,_ _Lo tornan savio col pestargli il corio;_ _Trovan Rinaldo che si sta sgrugnando_ _Con frate Ferraù nel romitorio._ _Carlo è assediato; e intanto essi incappando_ _Dentro la rete, cantansi il mortorio._ _Ferraù i due giganti a Dio converte:_ _Con le ragazze Astolfo si diverte._

1

Amore ed il vajuol sono due mali, Che tristo quei che gli ha fuor di stagione: Pe' giovinetti son medicinali, Chè migliorano lor la complessione; Ma pe' vecchi son critici e mortali; Chè un gli ammazza senza discrezione, E l'altro ognora a tal pazzìa li mena, Che li fa di ciascun favola e scena.

2

Quando si giugne ad una certa età, Ch'io non voglio descrivervi qual è, Bisogna stare allora a quel ch'un ha, Nè d'altro amante provar più la fè: Perchè, donne mie care, la beltà Ha l'ali al capo, alle spalle ed a' piè; E vola sì, che non si scorge più Vestigio alcun ne' visi, dove fu.

3

Nè uomo avanzato a giovinetta acerba Pensi piacere, ancor che lo mostri ella; Chè sempre pasce volentier più l'erba, Quando verdeggia, la vezzosa agnella, Che il fieno che pel verno si riserba: Nè smanigli, nè vezzi o molte anella, Che tu le doni, il cor le fanno lieto, Sì ch'ella non ti abborra in suo segreto.

4

Ma perchè la natura v'ha formate, Donne mie vaghe, come le cipolle, Cioè di mille scorze v'ha cerchiate, Che non vien fuor quel che dentro vi bolle; Con gran facilitade c'ingannate: E tal per vostro amor s'alza e s'estolle, Che voi l'avete in odio; e tal condanna Vostro rigor, che amor per lui v'affanna.

5

Felice il nostro senator romano, Io dico Orlando, se a questo pensava, Quando invaghito del bel viso umano D'Angelica, per lei sì sospirava, Ch'era sentito le miglia lontano; E se ben era una persona brava, Amor di lui non dimostrò temenza, Ma lo trattò con somma impertinenza:

6

Perchè gli tolse di modo il giudizio, Che matto eguale a lui non ebbe il mondo. Mandò Provenza e Spagna a precipizio; E in Gibilterra delle vesti il pondo Lasciato, in mar gettossi, e prese ospizio D'Africa opposta nel lido infecondo; Dove morto restava certamente, Senza l'aita della Franca gente:

7

Perchè, come narrai nel primo canto, Udito Carlo sì strano successo Del suo buon conte, si disfece in pianto, E voleva cercarlo da sè stesso; Ma da' baroni, che gli erano accanto, In modo alcuno non gli fu permesso; Ma tutti si offeriron di cercarlo, E, o pazzo o savio, a casa rimenarlo.

8

Si uniro insieme il valoroso Alardo, Come s'è detto sopra, e il duca Astolfo, E ne venne per terzo il buon Ricciardo; E l'arrivaro allora che pel golfo Di Gibilterra senza alcun riguardo Iva sì presto, che di nitro e zolfo Pieno per l'aria non volò mai razzo, Come vide per l'acque andar quel pazzo.

9

Lo trovaron disteso in su l'arena Con poca forza: e ciò fu buona cosa; Perchè lo cinser di forte catena, E lo portaro in fresca grotta ombrosa, Ove del collo gli apriron la vena; E venne il sangue in copia prodigiosa, E parve allor che migliorasse a un tratto: Ma non sì presto si guarisce un matto.

10

Cinquanta bastonate a ciascun'ora Gli davano i pietosi paladini, E pane asciutto ed acqua della gora: Rimedj in vista barbari e ferini; Ma senza lor sarebbe pazzo ancora; Sicchè quei furon rimedj divini: E ritornaro Orlando in sanitate Molt'acqua, poco pane e bastonate.

11

Altri cantò, che in corpo della luna Astolfo ritrovò quelle anguistare, Ove il cervel de' pazzi si raduna; Ma fu menzogna bella e singolare; Chè nel suo grembo non v'è cosa alcuna: Ma il mangiar poco e il molto bastonare È l'anguistara sì miracolosa, Che fa tornare il senno ad ogni cosa.

12

Venuto dunque in sanitade Orlando, Guardò fisso nel viso a tutti tre, E disse: Ove siam noi? e dove e quando Io venni qua, e voi siete con me? Dissegli Astolfo: Non star domandando, Ed umile ringrazia il sommo Re, Che liberato t'ha da un gran malore, Da cui son rari quei che n'escon fuore.

13

Ma qui volendo sapere il suo male, Gli disser come egli s'era ammattito, E fatta aveva una vita bestiale; E che da Carlo sì gran caso udito, Spedita avea la corte baronale Per ritrovarlo. Onde in volto arrossito Disse Orlando: Amor dunque iniquo e fello Tolto m'aveva tutto il mio cervello?

14

Or mentre stavan essi in gioja e festa, A loro venne di Francia un araldo Con nuova acerba, dolorosa e mesta, Che per pioggia, o sereno, o gelo, o caldo, Di Spagna ripigliassero la pesta; E chiese, se fra loro era Rinaldo; Perchè Carlo assediato orribilmente Era da immensa saracina gente.

15

Udito ciò, si posero in cammino Subitamente i forti cavalieri: Ma non sapendo il sentier più vicino Per terra (e a riva non v'eran nocchieri), Si dieder nelle mani del destino; E camminato da due giorni interi, A sorte s'incontraro una mattina Entro una selva insieme con Lucina,

16

La qual sedeva appresso a suo consorte Lieta così, che non si può ridire; E ciarlava e rideva tanto forte, Che lo stesso vederla era un gioire. Orlando intanto e sua pregiata corte Le sono avanti, e la fanno arrossire; Perchè la salutaro umìli, ed ella Risalutolli grazïosa e bella;

17

E richiesta da lor, s'ella sapea Novella di Rinaldo, essa rispose, Ch'obblighi eterni al suo valore avea; E come spesso pugnando le pose La vita in salvo, che fortuna rea Volea levarle; e poi fra l'altre cose Disse, che il terzo giorno era compito, Che Rinaldo da lor s'era partito:

18

E con la mano mostrò lor la via Ch'esso intraprese, e con calde preghiere Ingiunse loro, che quando avvenìa Di ritrovarlo, le fesser piacere D'un saluto ripien di cortesìa, Come mertava un tanto cavaliere; E che dicesser lui, che sempre saldo Nella sua mente starebbe Rinaldo.

19

Intanto Orlando guardava in cagnesco Quella donzella, e disse a Ricciardetto: Andianne, perchè son savio di fresco, E quel mostaccio mi riscalda il petto. Intese Astolfo, e gli disse in francesco: Or taglio un palo, e presto presto il netto; E ritorniamo a quella medicina, Che noi ti demmo appresso alla marina.

20

Orlando chinò il capo, e partì via; E gli altri tre gli vennero poi dreto, E trovâr camminando una badìa In mezzo d'un freschissimo lecceto. Eran monachi di San Geremìa; Mangiavan erbe, e bevevano aceto: A tal che Orlando in vedergli pranzare, Disse: Oh questi son pazzi da curare.

21

Disse Astolfo: Per Dio, ci manca il meglio, Io voglio dire un pezzo di bastone. Alzossi allora dalla mensa un veglio, Ch'a guardarlo movea devozïone, E disse: In noi, siccome in chiaro speglio, Guardate voi, che a vana opinïone Andate appresso, e il vero non vedete, E vi par d'esser saggi, e non sapete.

22

Questa vita mortal, siccome fiore, Inlanguidisce presto e si vien meno; L'alma non già, ch'eterno è il suo vigore; Che, se ben fece, al suo Fattore in seno Lieta ritorna, e cinta di splendore; Ma se scotendo di ragione il freno, L'offese, e poi non pianse, in duro loco Misera sempre è condannata al foco.

23

Or noi per isfuggire un male eterno, Soffriam con pace questa vita acerba: Acerba a voi però, a quel ch'io scerno; A noi non già; che più ci disacerba Il gran pensiere del profondo inferno, Che 'l caldo e 'l gelo e 'l mangiare un po' d'erba. Quanto meglio fareste, o sventurati, A depor l'armi, e vestirvi da frati!

24

Orlando disse: Non ci possiam fare; Chè in Francia andiamo a difender la Fede: E poi noi ci vorremmo un po' pensare; Chè tutti l'Evangelio non richiede, Che per salvarsi s'abbino a infratare. Se questo fosse, in ciel solo una sede Vi sarebbe, e sol una abitazione; E questo è contro a ciò che Dio propone.

25

Disse l'abate: Ben discorri, o figlio (E avea sua faccia d'alma luce accensa), Che altra cosa è il precetto, altra il consiglio; Ma chi sul serio alla salute pensa, E vede quanto è pieno di periglio Il viver nostro, e che il ben che dispensa Il mondo, è ben fallace; facilmente In questi chiostri scampa dalla gente.

26

Gran tempo vissi anch'io, seguì l'abate, Trastullo e gioco di fortuna e amore; E su le prime giovanili entrate Mi fecero ambidue gran festa e onore Con belle donne d'ogni grazia ornate, E con possente, illustre, alto signore; E or questi, or quelle sì mi favorivano, Che gli altri dall'invidia si morivano.

27

Ma assai ben presto si mutò la scena. Colei ch'io amava tanto fedelmente, Ed ella del mio amore era sì piena, Che di me parea morta veramente, D'altri si accese, e volse altrui serena La faccia sua, e in verso me spiacente: In somma, mentre che per lui sospira, Me fugge ed odia, ed ha in dispetto e in ira.

28

Dall'altra parte poscia il signor mio, A cui pensava d'esser così grato, Ogni altro sollevare ebbe in desìo, Che me, il qual sempre voleva al suo lato; Ed in cacce ed in giostre era sol io Tra tanti e tanti a seguir lui chiamato; Ma le cariche pingui e le migliori Donava sempre a' suoi servi peggiori:

29

Talchè compresi gli amorosi inganni, E ch'è sciocchezza il servir nelle corti, Dove i signori son sempre tiranni. Per non soffrir cotanti ingiusti torti, Fuggii qua dentro, e mi cangiai di panni; E i caldi e lunghi, e i nubilosi e corti Giorni consumo in laudi alte e divine, Con la speranza d'un beato fine.

30

Nè vi prenda stupor, se ci vedete Abitar fra la gente saracina, Senza che alcun di lor ci affanni o inquiete: Perchè il Fattore e la grazia divina, Che assai più val di tutte le monete, Ci assiste sempre, e nostre opre incammina; E fa che sopra ancora de' Pagani Miracolose sien le nostre mani.

31

Così non mai da lor volendo nulla, E noi facendo ognora a lor vantaggio, Siccome è fama che a bella fanciulla Il lïonfante non arreca oltraggio, Ma l'ire ammorza, e seco si trastulla; Così ci danno libero il passaggio, E ci donan talvolta delle cose Nelle stagion più afflitte e bisognose.

32

Qui l'abate si tacque; e i guerrier Franchi, Mangiati in piede in piede due bocconi, Dissero: Padre, dal cammin siam stanchi; Ed egli diede loro de' sacconi; Ma non v'eran coperte o lenzuol bianchi; E disse: Qui in Dio, forti campioni, Riposate sicuri; e d'acqua santa Gli asperge due o tre volte, e poi li pianta.

33

Un sonno intero almen di dodici ore Dormiro i paladini; e poi svegliati, Chiesta licenza all'abate e al prïore, Per la lor via si fûro incamminati; E vïaggiaron con tanto vigore, Che dalla notte furono chiappati Presso alla cella, dove si sgrugnavano Rinaldo e il frate, e i menti si pelavano.

34

Come si disse, dunque entraron drento I guerrieri; e veduto scarmigliato Rinaldo, e pien di graffi il viso e il mento, Disser: Co' gatti forse ti se' dato, O con la scimia, o simile stromento? Rise Rinaldo, e disse: Ho un po' scherzato Con sto padre per fare ora di cena; Chè stare in ozio m'è di somma pena.

35

Ma quando lor diè conto del romito Rinaldo, e disse ch'era Ferraù, Restò dallo stupore ognun smarrito, E ad una voce gridaron: Gesù! E tutto il caso e tutto il fatto udito, Disse Astolfo: Non vo' sentirne più: Se si salva costui, e va tra' Santi, Una gran speme hanno avere i furfanti.

36

Ma lasciam questi nella santa cella; Chè mi conviene ritornare in Francia, Dove ogni buon guerrier si è posto in sella; E provvisto di spada e forte lancia, Meglio che può col nemico duella. Sol Ganellone si gratta la pancia; Chè gode di veder Carlo in periglio Di prigione, di morte, o pur di esiglio.

37

Una turba infinita di Lapponi Era venuta co' Cafri e Negriti, Con animo di far tutti prigioni I celebrati paladini arditi. Quei di Cafria parevano torrioni, E tali mazze avevano fra' diti, Che un vecchio pino talvolta è più corto: Carlo in vederli egli ebbe a cascar morto.

38

Ma i Lapponcelli fûro i più dannosi, Perchè il più grande t'arriva al ginocchio: Son però forti, grossi e setolosi, Ed agili in saltar come un ranocchio; Lunghe han le braccia, i diti mostruosi, Larga han la bocca, e piccinino han l'occhio; E portan corta spada e corta lancia, Qual piantano a' cavalli nella pancia.

39

Poi tra le gambe della fanterìa Con quelle ugnacce fanno prese strane; E non ci è modo di cacciarli via: Talchè di Carlo in poche settimane Era finita la cavallerìa, O almeno poca assai glie ne rimane; E di più li suoi miseri soldati Tutti tornaro a Parigi castrati.

40

E fûro tai lamenti e tali doglie In fra tutte le femmine francesi, Che avrìano dato certo l'altre spoglie De' lor mariti, fuor che quegli arnesi. Inutile al marito era la moglie; E sarebbe finita in pochi mesi L'alta franzese inclita nazïone, Se più tardava la proibizione;

41

Chè Carlo divulgar fece un editto, Che di Parigi alcuno non uscisse, Quantunque fosse cavaliere invitto; Ma che su' muri ciascuno salisse, E come palo su vi stèsse fitto, E che con archi e balestre ferisse; E su tutto ferisse i rei Lapponi, Che i galli trasformavano in capponi.

42

I Cafri ed i Negriti, che giganti Erano tutti, corsero alle mura; E con le mazze loro aspre e pesanti Empiro gli assediati di paura. In Parigi pregavan tutt'i Santi Le verginelle dalla mente pura. Carlo fece la distribuzïone Di dieci paladini per torrione.

43

Spuntava in ciel la mattutina stella, E l'aria intorno le si fea vermiglia; E la rugiada che piovea da quella, Confortava la terra a maraviglia, Che vie più s'arricchìa d'erba novella. In somma d'Iperïone la figlia (Io voglio dir l'Aurora) venut'era, E al suo venir fuggìa la Notte nera:

44

Quando s'odon, non già trombe o tamburi, Ma gridi orrendi e strepiti di corna; E girano con questi intorno a' muri, Finchè chiaro per tutto non si aggiorna. I paladini intrepidi e sicuri Miran con strali dove più lor torna, E di quei monti orribili di carne Un precipizio a terra fan cascarne.

45

Ma come avvenir suol ne' tempi estivi, Quando di mosche la casa è ripiena, Che se mille di lor con mano arrivi, E lor scofacci la testa o la schiena, Son tante l'altre che restan tra' vivi, Che la mancanza vi si scorge appena; O come quando il suol pieno è di foglie, E l'arbor miri, e par non se ne spoglie;

46

Così, benchè non gisse dardo in fallo, Non parea che mancasse alcun di loro. Erano a piedi; chè non v'è cavallo Che mai possa portar un di costoro, Benchè fatto abbia a grosse some il callo, E ancor che fosse stato Brigliadoro. Su gli elefanti toccan co' piè terra, E così sempre a piè fanno lor guerra.

47

Sedici braccia e qualche cosa meno È fra di loro la giusta misura: Uno di dieci per nano l'avriéno. Ora giunser costor presso alle mura, Pensando ch'elle fossero di fieno; Ma si avvider com'eran cosa dura, E per andarvi sopra con un salto, S'accorser che quel muro era troppo alto.

48

Così fanno consiglio, e si conchiude Che porti un Cafro un altro a cavalcione Armato tutto, e sol le cosce ignude, Ma dalla parte di dentro il calzone, Per non far mal con quelle maglie crude Al collo del compagno suo bestione; E quando il muro i due non agguagliassero, A' due un terzo, e un quarto anco innestassero.

49

Così canna talor congiunge a canna, Per far cadere i più lontani frutti, Il villanello; e se indarno s'affanna, Ponvene un'altra, e sì li atterra tutti, Fatti già del suo core esca tiranna. Ma spero in Dio che rimarranno brutti I Cafri, più di quello che non sono; E vedran che l'innesto non fu buono.

50

Al torrion che si dice della Senna, Comandava un nipote di Zerbino: A quella volta di venire accenna Un drappello di Cafri; e a lui vicino Uno monta su l'altro, e non tentenna. Ma perchè vi correva anche un tantino, Su i due il terzo monta; e allor le mura Gli giungon per appunto alla cintura.

51

Con quella mazza orribile e tremenda Dà un giro attorno, e cento uomini uccide: Poi salta sopra il muro, e con orrenda Voce in tal guisa egli schiamazza e stride, Che tutta la città forza è l'intenda: Poi guarda il campo, indi sogghigna e ride. Ed il compagno suo prende per mano, E a sè lo tira; e gode ogni Pagano.

52

Di Zerbino il nipote e un suo fratello Lor vanno addosso con pesante lancia, E fanno tutti due un colpo bello; Perch'uno glie la immerse nella pancia, L'altro in un fianco. Cade morto quello, Questo non già; ma contro lui si slancia, Ed un colpo gli tira con la mazza, Che se l'arriva, di certo l'ammazza.

53

Ma il giovinetto si tirò da parte, E il colpo non andò dove indrizzollo Quell'animal che non avea grand'arte; Qual piegossi col colpo, e diè tal crollo, Che cadde al suol su la sinistra parte. Allora gli andò sopra a rompicollo Il Franco, e gli ficcò per la visiera La spada, e fèlla del suo sangue nera.

54

In questo mentre un sasso sterminato È tratto verso quel torrion di carne Da Malagigi col braccio incantato; Sì che avviene che nel capo s'incarne; E cade, ed è dagli altri accompagnato. Freme il campo contrario, e vuol mostrarne Il dispiacere insieme e la vendetta; E van tutti alle porte con gran fretta.

55