Il Ricciardetto, vol. I

Part 7

Chapter 74,041 wordsPublic domain

E studiai poco più dell'alfabeto; Chè diei la santacroce in capo al mastro; Poi corsi armato alla fortuna dreto, E soffersi più d'uno aspro disastro: Onde non so dove ci dian divieto; So ben che l'erbe in terra, in cielo ogni astro Ha fatto il nostro Dio; e che vuol solo Seco i Cristiani, e i Saracini in duolo.

59

E cominciava a dir qualche altra cosa, Quando sentono smuovere una pietra, Indi apparire una luce dubbiosa; Onde la donna e il cavalier s'arretra: Ed ecco uscir con faccia dolorosa Uom che gli occhi volgea sovente all'etra, Per veder se finita era la pioggia, Che cadde il giorno in così dura foggia.

60

La donna fe' un starnuto; e cadde il lume Per la paura all'uomo ch'io vi ho detto. Rinaldo, ch'ebbe sempre un bel costume, Disse: Sgombra il timore dal tuo petto, Chïunque sei, che di duol ti consume; E dicci, se non t'è noja o dispetto, Perchè chiuso stai qui tra questi massi, Misero imitator di volpi e tassi.

61

Diede un sospiro quell'uomo infelice, Che avrebbe dato moto a una galera; Poscia singhiozza, e risospira, e dice: Bench'io faccia una vita qui da fera, Bevendo acqua e mangiando erba e radice. Regia culla mi accolse, e culla altera; Ch'io nacqui il primo, e posso ancor, se voglio, Mutar questa spelonca in regio soglio.

62

Ma qual vaghezza mai d'illustre trono Aver può chi nemico è d'ogni spasso? Fortuna e Amor mi fêro un dì tal dono, Che un regno e cento egli è un confronto basso, E tutto il mondo, se a lui il paragono. Esse fêr di bellezze un ampio ammasso, E poscia ne formaro una donzella, Di cui non fu giammai cosa più bella;

63

E mi amava colei tanto di cuore, E cotanto di cuore amava io lei, Che non fu mai un sì perfetto amore, O vogliate fra gli uomini o gli Dei: Ma Fortuna, che varia a tutte l'ore, Sparse di fiele i dolci piacer miei, E mi tolse in un giorno il mio tesoro; Per che mirabil cosa è, s'io non moro.

64

Lucina, a pietà mossa di tal caso, Chè lo trovava al suo molto simile, Chi sei? gli disse; ed egli: Dall'Occaso All'Orto, o corri pur da Battro a Tile, Uomo, qual sia in odio più rimaso Alla Fortuna, e sè più tenga a vile, Di me non troverai; però mi lascia Ignoto sospirare in tanta ambascia.

65

Ma la donna, che fatta è da natura Piena di voglie e di curiositade, Quanto ei più nega, ed ella più procura Di sapere il suo nome e sua cittade: Ond'egli: Benchè ciò mi è cosa dura, Io lo dirovvi; abbiatemi pietade: Questo sepolto in grotta così nera, Egli è il figliuol del re della Riviera.

66

Il disse appena, che Lucina un grido Diede, e poi disse: O mio dolce Lindoro! O sospirato mio marito fido! O perduto finora almo tesoro! O cara grotta, o di delizie nido! Aimè, che per dolcezza io manco e moro! Ma come vivi, e come qui venuto Se' tu? con quale scorta e quale ajuto?

67

Allora ei le narrò come un pastore Piagato lo trovò su la marina, Che dell'erbe sapea l'alto valore, E alle ferite sue fe' medicina; Onde lo spirto rïebbe in poche ore, E risentissi sano la mattina; E pel dolor di non averla seco, Disperato si chiuse in quello speco.

68

Rinaldo, che informato era di tutto, Fece i conti che meglio era partire; Già ch'è un cattivo stare a dente asciutto, Quando si vedon gli altri assaporire Totani e sfoglie fritte nello strutto, Che hanno un odor che ti farìan guarire Un'ora dopo ancor degli olj santi. Partissi dunque, e lasciò lì gli amanti.

69

Or qui s'incominciò la bella festa Fra i lieti amanti e le dolci parole, Che a narrarle sarìa opra molesta: Tanto più che da me non mai si vuole Parlar di cosa all'onestade infesta. Eh parliam di Rinaldo, che si duole Di aver perduta ogni speranza, e cheto Fugge pel bosco, e piange in suo segreto.

70

Cavalcò fino a giorno, e al far del die Si ritrovò nel mezzo a due montagne, Alte così, così perverse e rie, Che non le avrian salite o volpi o cagne; Ed eran tutte ricolme di Arpìe, Di quelle che si chiamano grifagne. Or qui comincia una guerra crudele: Ma vo' per poco ora raccor le vele.

CANTO TERZO

ARGOMENTO

_Su per le schiene d'orrida montagna_ _Col ferro mille Arpìe Rinaldo uccide._ _Al suo morto destrier nella campagna_ _Alza un sepolcro, e un epitaffio incide._ _Trova ricovro, dove beve e magna;_ _E d'un romito strano assai si ride._ _Sopra Angelica alfin venne alle brutte_ _Col reverendo padre Ferrautte._

1

Chi campa, si ritrova a cose strane; E niuno sa com'ella ha da finire. Se oggi si ride, si piange domane; Se oggi ti trovi in tasca cento lire, E avanzeratti a mensa il vino e il pane, Un altro dì ti sentirai morire Per la gran fame; e sì delle altre cose Avvien, ch'ora son liete, ora dogliose.

2

Ho visto, e non son vecchio, a' tempi miei Gente vestita tutta quanta d'oro, Con gran staffieri e belle mute a sei Andar per Roma con tanto decoro, Che detto avresti: O questi sono Dei, O cardinai che vanno a concistoro; E quei stessi veduti ho pur meschini Chiedermi per mercè pochi quattrini.

3

In somma la virtù sol non vien meno, E non si cangia per quella sguajata, A cui del male e ben diè in mano il freno La turba de' mortali sconsigliata; Dico Fortuna, che in men d'un baleno La vedi in mille guise trasformata: Fortuna, femminaccia di bordello, Che sempre muta o con questo o con quello.

4

Rinaldo, che fu sempre spelacchiato, E non ebbe due soldi al suo comando, E quando gli ebbe, non fu misurato, Chè gli spese or bevendo, ora giocando; Pur, perchè di valore ei fu dotato, Di Fortuna si rise col suo brando; Quel brando fatto dalle streghe in fretta, Che ferri e marmi, come rape, affetta.

5

E se mai ebbe d'uopo d'esser forte, E di saper menar le mani bene, Fu questa volta, in cui presso alla morte Sarìa ridutto; chè, se vi sovviene, Da Lucina partito, e suo consorte, Entrò ben tosto in un gran mar di pene; Perchè appena ammezzata ebbe la via Dell'aspro monte, che il vide un'Arpìa;

6

E tosto sopra lui calò di piombo, E diede segno all'altre sue compagne; E come falco che aggraffia il colombo, Se avviene che dagli altri si scompagne; Così, facendo un spaventoso rombo, Cadder sul cavalier le Arpìe grifagne; Il qual, sentendo stringersi la testa, Disse: Poffariddio! che cosa è questa?

7

Ed alzate le mani in un istante, Sentì le zampe e le ugnacce ferine; E presane una con forza bastante, Le tirò il collo come alle galline; Poi con la nuda spada e fulminante Si mise a dar dei colpi senza fine; Ed a chi il becco, a chi l'ali tagliava; Nè colpo in vano mai da lui si dava.

8

E già d'intorno s'era fatto un monte Di artigli e penne, e di bestiacce uccise. Ma che pro, se un migliajo ei n'ha alla fronte, E mille a tergo e d'avanti divise? Cento e più mila, che poi furon conte, Eran le Arpìe con le quali si mise A pugnar solo il povero Rinaldo: Ora pensate voi, s'egli ebbe caldo.

9

Fortuna ch'egli avea l'armi fatate, E non poteansi rompere per nulla; Altrimenti le avrebbero spezzate, E morto lui come un bambin di culla. Vegliantino, scordato dalle Fate, Fu fatto in pezzi. Or pensate se frulla Il cervello a Rinaldo, che si vede In tal periglio, e di più messo a piede.

10

Ma pur con la fatica a lui la lena Sempre si accresce, e fa de' colpi belli: Parte un'Arpìa per mezzo della schiena, Ne sfonda un'altra, ed esconle i budelli; Un'altra senza capo in su l'arena Getta, e ad un'altra pota ambo gli ugnelli. In somma morîr tutte; e le ferite Furon diverse, e fur quasi infinite.

11

Dopo un sì strano orribile macello, Cadde Rinaldo stracco in su la terra; E poscia rïavutosi da quello, Che mi val, disse, da sì dura guerra Esser uscito con onor, se il bello E forte mio destriero ito è sotterra? Se Vegliantino mio è ucciso e morto, Vegliantin mio compagno e mio conforto?

12

E qui raccolse le sue membra sparte, E rïunille al meglio che potette; E fatto un fosso, dove in due si parte Un monticel che ha mille varie erbette, Dentro vel pose: e ciò fe' con tal arte, Che parve intero; e poscia vel chiudette Con spine, sassi e terra; e in fin si messe Inginocchioni, e un bacio su v'impresse.

13

E perchè non svanisse in modo alcuno La memoria di bestia sì gradita, Pensò Rinaldo di vestirsi a bruno, E andare a piè per tutta la sua vita, E di ciò dirne la ragione a ognuno; E perchè vuole che resti scolpita La sua fama in eterno, queste note Scrisse, bagnando di pianto le gote:

14

Qui giace Vegliantin, caval di Spagna, Orrido in guerra, e tutto grazie in pace: Servì Rinaldo in Francia ed in Lamagna, Ed ebbe ingegno e spirto sì vivace, Che averebbe coi piè fatto una ragna: Accorto, destro, nobile ed audace, Morì qual forte e con fronte superba: O tu che passi, gettagli un po' d'erba.

15

Scritto questo epitaffio sopra un sasso Col sangue delle Arpìe e con la spada, Seguitò il suo cammino passo passo; Ma non sa dove sia, nè ove si vada: Quando vide da lungi a piè di un masso Un uom che fiso in verso il ciel sol bada; A lui s'accosta, e lo vede vestito Di rozzo sacco a guisa di romito.

16

Avea Rinaldo ancora la visiera, Chè teme pure di qualche altra Arpìa; Ed armato così, la buona sera Dàgli; e il romito dice: Avemmarìa; E narra come un peccatore egli era. Rinaldo: Vorrei farvi compagnìa, Disse, stanotte. Ed ei: Ne son contento; E così nella cella entraron drento.

17

E in levarsi la pesante armatura Narrògli come affatto avea distrutte Quelle Arpïacce che gli fêr paura. Il buon romito le pupille asciutte Non tenne pel piacer di tal ventura, E disse: Cavalier, son morte tutte? Morte son tutte, e le ho morte sol io. Ed ei: Campione, ringrazianne Dio.

18

E dissero un Te Deum sì scimunito, Che non storpiaron tanto Vegliantino Quegli uccellacci dall'artiglio ardito, Quanto essi quel bel cantico divino; Perchè Rinaldo non ebbe appetito In vita sua di volgare o latino; E l'altro l'ebbe a noja a' giorni suoi: In conclusione egli erano due buoi.

19

Finito il prego, Rinaldo gli disse: Chi siete, padricello? Ed ei: Non posso Dirlo a veruno; ed ho fatto più risse Per occultarmi: e qui si fece rosso. Rinaldo aveva in lui le luci fisse; Nè al buon Rinaldo levava d'addosso Il romito le sue: e in questa guisa Stati un poco, poi dieder nelle risa.

20

Ed esclamando il sir di Montalbano, Disse: La volpe vuol ire a Loreto. Ferraù frate? Ferraù pagano? Deh! sciframi per Dio questo segreto; Ch'io non so se mi sia in monte o in piano, In una cella, o pur 'n un sughereto. Tu col cappuccio, e con la fune ai fianchi? Tu, Ferraù, percotitor de' Franchi?

21

Ma se tu sei del buon umor di pria, Costerà caro a queste pastorelle Cercar funghi, o passar per questa via; Chè se avesser di piombo le gonnelle, Tu le alzaresti con gran leggiadrìa: Lo san di Francia le madamoselle, Che fûro il segno della tua lussuria; Onde ora v'è di vergini penuria.

22

Rinaldo mio, io son già morto al mondo, E più non penso a queste porcherie, Che danno gusto, ma mandano al fondo Del brutto inferno, ove son altre Arpìe, Che quelle del cui sangue festi immondo Il vicin monte: v'ên bestie più rie (Rispose Ferraù modesto in viso): E i lascivi non vanno in paradiso.

23

Io questo ben sapea ch'era tantino, E il numero dicea delle peccata: Onde il maestro davami il santino (Disse Rinaldo). Ma tu qual chiamata Avesti per passar da Saracino Alla greggia di gente battezzata? Ed egli a lui: La storia è un po' lunghetta. E Rinaldo: Di' pur, chè non ho fretta.

24

Ma meglio fia che noi mangiamo un poco, Avanti che cominci il tuo racconto. Ferraù disse: Io non accendo foco; Vino non bevo, e non mangio dell'onto, E la spesa risparmiomi del cuoco: Con lo digiuno le mie colpe sconto; Ma se vuoi fichi secchi ed uva passa, Io n'ho di molti dentro a quella cassa.

25

Già che tu non hai altro, io mangerò E l'uva e' fichi, amato Ferraù. E a' piedi della cassa si assettò; E il frate con le man fece Gesù, Benedicendo il cibo; e divorò Rinaldo sì, che nella cassa più Da mangiar non rimase; e fuor po' uscì, E bevve a un fonte ch'era su di lì.

26

E quindi ritornato nella cella: Orsù, comincia adesso la tua storia, Che mi figuro che voglia esser bella. Ed egli per svegliare la memoria Grattossi il capo, e scosse le cervella, E disse: Sia di Dio tutta la gloria; Chè tutta è grazia sua, tutto è suo dono, Se quel che un tempo fui, or più non sono.

27

Hai dunque da saper, forte Rinaldo, Che quando sì d'Angelica mi accesi, Che non fu ferro al fuoco mai sì caldo, Quant'io era, sua mercede (O male spesi Pianti e sospiri! O mal costante e saldo Amor, per cui lo mio Fattore offesi! Ma il fatto è fatto, e non si può disfare; E spero in Dio che se n'abbia a scordare);

28

Feci per lei, se ben te ne sovviene, E teco e con altrui battaglie strane; Ed uccisi tanti uomini da bene, Che a narrarli non bastan settimane: Ma la crudel non volsemi mai bene, E strapazzommi sempre come un cane: Alfin fuggissi in India con Medoro; Che quando il seppi, io caddi di martoro;

29

E mi prese tal voglia di morire, E terminar così la mia disgrazia, Che nel Cattai mi risolsi d'ire, E colà guadagnarmi o la sua grazia Con le belle opre o col lungo servire, O disperato in fine lei far sazia Del sangue mio. E così stabilito, Vo cercando di navi in ogni lito.

30

Una ne trovo al porto di Valenza, Che andava proprio al regno di Cattai, E conduceva quantitade immenza D'uomini e donne, e d'altre cose assai. Il nocchiero mi accorda la licenza Di salir sopra; e il nolito fermai: Il dì dipoi si sciolsero le vele; E il mare or fu benigno, ora crudele.

31

I tuoni, le procelle e le tempeste Non ti so dire, ed i mortai perigli: Ma per me tutte erano gioje e feste; Chè aveva di morir mille consigli: E sol talora m'erano moleste; Chè ricreare un'altra volta i cigli Avrei voluto col mirar quel viso, Che mi pareva proprio un paradiso.

32

Nè nulla ti dirò dei fieri mostri Che vanno errando per quelle marine: Non sono punto somiglianti ai nostri; Chè hanno più teste e più pungenti spine: E le balene, che pe' mari vostri Sembran grandi, appo lor son piccoline. Basti di dir, che spesso là rïesce Equivocar tra un'isola ed un pesce.

33

Un dì che irato il tridentier Nettuno Tentò rapirci nel suo sen profondo, Cozzò la nostra nave all'aër bruno 'N un'isola, e si aperse, e quasi al fondo Ella ebbe a andare; e ne temette ognuno. Scendemmo in terra, e d'ogni grave pondo L'alleggerimmo, e rassettammo appresso; E più dì stemmo in su quel luogo stesso;

34

E, come si costuma, immenso foco Si accese per cibar tanta genìa Che scesa dalla nave era in quel loco: Quando ecco l'isoletta che va via, E la nave va seco; e a poco a poco Ci accorgiam come cosa viva sia. Per entrar nella nave ognun si affolla, E pel timor chi affoga e chi si ammolla.

35

Dopo due ore di ravvolgimento L'orca spietata ci mostrò la fronte, E poi l'immensa bocca, e il brutto mento. Alta e larga così, che arco di ponte Non vidi mai (e n'ho visti da cento Su le fiumane più famose e conte); E di sopra e di sotto acuti e spessi Denti ella aveva a guisa di cipressi.

36

Il nostro capitan disse: Siam morti: Ecco che tutti ella c'ingolla crudi, Nè v'è chi ci difenda e ci conforti; Chè qui non servon nè lance nè scudi, Nè cavalieri generosi e forti, O coperti di maglia o affatto ignudi. In un boccone, in un serrar di bocca Nel suo gran ventre la nave trabocca.

37

In questo mentre, a guisa di ranocchio, Presa un'antenna in man, gli salto sopra La testa, e glie la pianto in mezzo a un occhio. L'orca per lo dolor urla, e s'adopra Di trarsi fuor quel gambo di finocchio; Ma io non perdo mica il tempo e l'opra: Ne prendo un'altra, e fo il medesimo atto, E la bestia crudele accieco affatto.

38

Così ci liberammo quella volta. Or vedi come son quei pesci grossi. Giunsi in fine al Cattai, e in fretta molta In verso di Baldacca il piede io mossi; Baldacca, dove ogni bellezza è accolta, Che feo varj terren di sangue rossi: Tanti erano i desìi, tante le voglie, Che aveva ciaschedun di averla in moglie.

39

Entro in Baldacca, e trovola dogliosa Per la morte del principe Medoro; E la sua corte oscura e tenebrosa. Di Angelica dimando ad un di loro; E mi risponde, com'è lacrimosa, E come strappa i suoi capelli d'oro, E come chiusa in solitaria stanza Odia ogni festa, ogni gioja, ogni danza.

40

Ma che il suo vecchio padre Galafrone Pensa a trovarle un novello marito, Il qual sia in armi un celebre campione; Perchè è signor d'un popolo infinito, Ed ha nemici c'han grosso rognone, E lo potrebber porre a mal partito: E disse che volea spedire a posta Al conte Orlando, e fargliene proposta.

41

Risposi: Vanne a Galafrone, e dilli Che non spenda monete nel corriero; Chè Orlando ha pien la testa ancor di grilli, Ed è per tutti i capi un pazzo vero: Ma che c'è un tal, che fuora è de' pupilli, Perfetto spadaccin, perfetto arciero; Uom che solo potrebbe, e disarmato, Tutto quanto difendere il suo Stato.

42

Ebbe a scoppiar quell'uomo dalle risa, Udendomi parlar di cotal modo; Ma pur disse: Farò come divisa La tua persona, che per franca io lodo; Ma non so poi se nella stessa guisa L'opre saranno alle parole che odo. Poca uva fa la vigna pampinosa; E il dire e il far non son la stessa cosa.

43

Io, che mai non conobbi pazïenza, Nè vo' che mi si replichi parola, Vedendo che al mio dir poca credenza Mostra colui, lo prendo per la gola, E glie la stringo con tanta potenza, Che l'alma dal meschin tosto sen vola. Corre tutta la piazza a questo fatto, E mi son sopra più di mille a un tratto.

44

Io con quello strozzato ancora in mano Lo giro a tondo, e mi faccio far lato; Poi lo scaglio da me tanto lontano, Che Galafron, ch'era al balcone andato, Udendo quel tumulto così strano, Ebbe a restarne quasi sfragellato: E lo spezzava appunto come un vetro; Ma lo colpì con le parti di dietro;

45

E disse: Corpo del nostro Apollino, Chi fa volar sì in alto le persone? Non soffia già Scirocco nè Garbino, Nè gli uomini son foglie o polverone, Che facciano per l'aria il lor cammino: E manda in piazza il duca del Cordone, Onde s'informi di quella faccenda; Ed il chirurgo intanto lo rammenda.

46

Arrivato non era ancora in piazza Il duca, che, snudato il fiero brando, Aveva ucciso ormai di quella razza Più di un migliajo; e pur ferìa scherzando: Onde slargossi il cerchio; e, Ammazza, ammazza, Diceano da lontano, e ancor tremando. Il duca, nel veder sì gran macello, Mi fe' un saluto, e si cavò il cappello;

47

E disse: Generoso cavaliere, Perchè avvilirti con questa canaglia? La quale, se t'ha fatto dispiacere, Non ha viva nè morta come vaglia A soddisfarti conforme è il dovere. E prega seco che in palazzo io saglia; E mi assicura che il re Galafrone Mi vederà con gran soddisfazione.

48

La cortesìa fra l'armi non disdice, Io dissi a lui, e rinfodrai la spada. Fra tanto al re corre un staffiero, e dice, Come io per girne a lui preso ho la strada. Galafron vienmi incontro, e maledice Il punto e l'ora nella quale io vada A ritrovarlo; pur compone il viso, Meglio che puote, a contentezza e a riso;

49

E mi abbraccia, e mi bacia nella fronte, E vuol ch'io sieda sotto il baldacchino; Nè v'è baron, nè v'è marchese o conte Che mi parli, se non col capo chino. E dettomi di lodi un mare, un monte, Mi chiese s'i' era Franco o Saracino. Saracino, risposi; e men compiaccio, E adopro per Macon la spada e il braccio.

50

Quindi gli presi a dir, come a Parigi Fui qualche tempo, e d'ogni paladino Provai le lance, e vi feci prodigi; Nè tu, nè il tuo sì celebre cugino Abbatter mi potero, e Malagigi, Ancorchè avesse i diavoli in domìno: In fin gli dissi, come Amor mi prese Della sua figlia, e di lei il cor mi accese;

51

E ch'appunto venuto era al Cattai Per vederla di nuovo, e poi morire. E in ciò dicendo, di pianto bagnai Le gote, e fei quel vecchio impietosire; Talchè mi disse: Forestier, che hai? D'ogni male si può sempre guarire, Toltane morte; però ti consola, Che per moglie averai la mia figliuola;

52

E con essa vo' darti in dote il regno, Giacchè Lucina l'altra figlia mia, Da noi fuggendo, fece un atto indegno. Rinaldo disse allor: Non molta via È da noi lunge, e consorte ben degno Ha seco, e sono bella compagnìa. E tutta a lui narrò la varia istoria Di quegli amanti, degna di memoria.

53

Poi gli disse: Ripiglia il tuo racconto; Chè l'ora passa, e il moccol si consuma. Rispose Ferraù: Sempre son pronto; E se questo si estingue, altro si alluma; Chè di cera non tengo molto conto. Ho di molte api; e nell'orrida bruma, Quando l'aria è più fredda e più crudele, Io mi diverto in far delle candele.

54

Ferraù, tu mi fai strasecolare, Disse Rinaldo, e si battè su l'anca. Tu prima non volevi che trescare In bordelli e in taverne, e su la manca E su la dritta ed in giro trottare; Ed or ti metti a far la cera bianca? Ma tu non mica puoi durarci assai; Chè il pel si cangia, e 'l costume non mai.

55

La grazia del Signor qui mi tien forte. Ma ritorniamo al nostro Galafrone, Che mi vuol dar la figlia per consorte. Quando egli tanta grazia mi propone, Mi diè per lo piacer quasi la morte; E feci sul terreno un stramazzone, Che fui creduto morto; ma ben presto Ritornai in piedi vigoroso e lesto.

56

Intanto egli spedito alla sua figlia Aveva un messo, acciò venisse in fretta: Quando che io vedo (o rara maraviglia!) Farsi l'aria più quieta e più perfetta, E splender tanto, che strigner le ciglia, Per non vederla, l'alma fu costretta: Alfin le apersi, e le apersi in quel punto Che il bell'idolo mio era lì giunto.

57

Non ti so dir quel che mi parve allora La bella donna: certo mortal cosa Non la credetti, e non la credo ancora. Sotto un oscuro velo era nascosa; Ma di lei parte ne apparìa pur fuora, Siccome sul mattin vermiglia rosa, Che tutta non si mostra e non si cela, O come il Sol che per nube si vela.

58

Apparivan di fuor la bocca e il mento, L'eburnea gola e il delicato seno; Ma il vel sì non copriva il bel di drento, Che fuor non tralucesse il bel sereno Degli occhi suoi, benchè tal poco spento Dal duolo, onde il suo cor era ripieno: Ma rugiadose ancor, sempre son belle In cielo le vivaci e chiare stelle.

59