Part 6
E fa un gran slancio, e sotto se gli caccia, E lo ferisce presso all'anguinaglia Con quella spada che rompe e che straccia Ogni forte armatura, ogni gran maglia. Cade al suolo trafitta la bestiaccia; Mugge così, che irato toro agguaglia. Rimbomba il monte, e corre a quella voce L'altro gigante più di lui feroce.
83
Un lampo, un tuono, un fulmine parea; E venne addosso al cavalier sì ratto, Che volendo fuggirlo, non potea; E, quella trave sua alzata a un tratto, Tirògli un colpo, il qual se lo giungea, L'avrebbe certo in polvere disfatto; Ma Rinaldo lo sfugge, e fere lui Su' polsi, e li recide tutti dui.
84
Stride il gigante, e con i moncherini Vuol seguir la battaglia; ma ben presto Rinaldo il mena agli ultimi confini Del viver suo: onde il gigante lesto Dassi alla fuga come i malandrini Che han timor di galera o di capresto. Rinaldo il segue, ed in un tempo stesso Entrano nel castel l'un l'altro appresso.
85
E, nello entrar, ne' fianchi egli gl'immerge La spada, e grida: Traditor, se' morto. Parte cade il gigante e parte s'erge; Infin nel sangue suo, misero! assorto, Muor l'infelice. Ei la sua spada terge; Poi va più avanti, e vede in un bell'orto Una donzella che piange e sospira, E il cavalier tutta pietà rimira.
86
Non era ignuda e non era vestita, Candida sì, che il candido alabastro Sarìa paruto come calamita; I biondi crini non legava nastro, Ma givan tutti sciolti per la vita: Nè sì il notturno, nè il mattutin astro Fan bello il ciel col lume lor diviso, Come gli occhi di lei il suo bel viso.
87
Rinaldo a lei si accosta, ed ella trema, E tremando si fa più bella assai. A poco a poco s'infiacchisce, e scema Nel guerrier l'ira al lume di que' rai. La donna allora di malizia estrema Lo guarda, e manda fuori un flebil ahi, E dice: Cavalier d'alto valore, Abbi pietà del giusto mio dolore.
88
Rinaldo, a quel parlar tutto commosso, Si fe' di pietra, e gli cadde la spada: Allor la maga gli si lancia addosso; Nè più dagli occhi suoi cade rugiada, Ma esce un foco affumicato e rosso. In sè ritorna il paladino, e bada A sì gran mutamento, e si ricorda Del libro, e dà di man presto alla corda.
89
Quindi la lega, come il contadino Lega le frasche, quando le affastella; E, avvoltala ad un albero vicino, Le recide la bionda treccia bella: E allor, come mostrava il libriccino, Non parve più vezzosa verginella, Ma una vecchiaccia sporca e puzzolente, Bavosa, tutta grinze e senza un dente.
90
Rinaldo allor di legne una catasta Le pone intorno, e le dà fuoco; e in alto Il fumo sale, e con l'aria contrasta. Stride la vecchia, e far vorrebbe un salto, Quando sente la fiamma che la tasta; Ma sta legata, e muore al primo assalto Della fiamma vorace che la strusse, E in cener 'n un momento la ridusse.
91
Presto presto Rinaldo allor raccoglie Il cenerume, ed obbedisce al libro; Poi verso quella via il passo scioglie, Dove gli afflitti d'un stesso calibro Denno arrivar per loro affanni e doglie: E là giunto, riponlo in picciol cribro, E di sparger la strada s'apparecchia Del cener secco dell'infame vecchia.
92
Le terre più vicine avean veduto La morte de' giganti, e come entrato Era Rinaldo nel castello acuto, E n'era uscito come v'era andato, Libero e sano senz'alcuno ajuto; Corsero a lui, e fu da lor lodato: E in questo mentre ecco il cervo e la cagna, Che menan quanto posson le calcagna.
93
E nel passar sul cenere che fanno, Riprendono ambeduo la lor figura, E mille abbracci infra di lor si danno. Rimbomba il monte, il colle e la pianura Del miracol che veggiono; e non sanno Come andata si sia cotal ventura; Ma lor narra il guerrier cosa per cosa, E lui ringrazian lo sposo e la sposa;
94
E l'invitano a star con esso loro. In questo mentre ecco giunge un corriero, Che viene da Ponente, e di martoro Par nunzio; chè vestito egli è di nero. Rinaldo il guarda, e dice: Questi è il Moro Che vien di Francia. Ed egli: Alto guerriero, Carlo ti chiama; chè gli ha mosso guerra Il Saracino, e con assedio il serra.
95
Udito ciò, sen corre all'osterìa; Monta a cavallo, e ad imbarcar si torna Il buon Rinaldo, e dice: In fede mia, Vo' fiaccare a que' barbari le corna; Ma pria che giunga là dove desìa, Più d'un impresa nuova lo frastorna. Ma pria ch'io metta mano ad altre cose, Conviene che respiri e mi ripose.
CANTO SECONDO
ARGOMENTO
_Rinaldo, per salvar Lucina bella_ _Legata all'orno, i due gran rospi assale:_ _Per la bocca entrò ad un nelle budella,_ _E uscì dal culo senza farsi male._ _Arde Rinaldo ai begli occhi di quella;_ _Ma il raffrena il timor del temporale._ _Trova ella nella grotta il suo Lindoro:_ _Crede Rinaldo non star ben con loro._
1
Il cuor mi trema tuttavìa nel petto, Perchè ho timor d'aver cantato male, Nè avervi dato tutto quel diletto, Che avrìa voluto, al vostro merto uguale: Ma Febo non mi schiara lo intelletto, Nè con lo santo suo furor l'assale; Chè allor sarebbe il canto mio gradito, E sare' forse anch'io mostrato a dito.
2
Ma non andate via; solo ancor questo Novello canto udite; e fate poi Quel più vi piace, ch'io non vi molesto. Tutte le cose, siccome ancor noi, Han tenero principio, e presto presto Divengono fortissime da poi: Così crescendo questa storia mia Averà forse grazia e leggiadrìa.
3
Rinaldo, come detto si è di sopra, Udito Carlo Mano imperatore, E che tutto Parigi va sossopra, Di andarlo a ritrovar si mise in cuore; Ed in cercare una nave si adopra: Ne trova una di un veneto signore, Che passa in Grecia, e di Grecia in Ponente; Ond'ei vi sale, e parte immantenente.
4
Dopo una buona navigazïone, Ecco tempesta orribile e crudele, Che i nocchier mette in tal confusïone, Che senza alberi omai e senza vele Correvan tutti a certa perdizione. Chi prega Cristo, chi l'Angel Gabriele, Che cessar faccia l'impeto de' venti; E chi tarocca e bestemmia fra' denti.
5
In fin si calma l'orrida marina, E si trovano presso a Barberìa. Dice Rinaldo: Alla terra vicina Guidatemi, chè scendere vorrìa. E così fanno; e quando il Sol declina, Discende il fior della cavallerìa Nell'africana arena, e seco scende Il suo caval, che co' venti contende.
6
Parte la nave, ed ei solo rimane; Se solo si può dire un uomo forte, E che ha il demonio proprio nelle mane. Uomo temuto infino dalla Morte; Tai fece imprese memorande e strane. In giro mena le sue luci accorte, Ma non vede nè uomini nè case; Onde pensoso alquanto si rimase.
7
Splendea la luna, e gli usignuoli e i grilli, Chi sopra il buco e chi su gli arboscelli, Facevan dolci canti e dolci trilli: Quand'egli fra scoscesi burroncelli, Ove le acque divise in più zampilli Facevan grati mormorìi, tra quelli Spinse il suo fiero e nobile cavallo, Che niun de' quattro piè mai pose in fallo.
8
Camminando, alla fin gli si fe' giorno: E lungo tratto si trovò lontano Da Marocco in un largo prato adorno. Dove in mezzo del vago e verde piano Era un cotale e sì terribil orno, Che venti miglia e più dell'aër vano Prendea co' rami, e fea con l'ombre sue Riparo a mille bovi, e forse piùe.
9
A piè di questa smisurata pianta Vide legata una gentil donzella, Che i crini d'oro con la man si schianta, E si affligge e si affanna e si arrovella; Ma, come dir si suole, ai sordi canta: E, quel che par più cosa atroce e fella, Le vide star da dritta e da sinestra Due bestie, lunghe un tiro di balestra.
10
Eran questi due rospi velenosi, Grossi così, sì sporchi e disadatti, Che avrìan fatto di loro timorosi Non pur la donna degli angelici atti, Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi, E se altra è fera che in bosco si appiatti; Chè ognun di loro egli era fatto in guisa, Che avrìa co' morsi una balena uccisa.
11
Rinaldo biancheggiar vide all'oscuro La bella donna, come neve bianca, O come gelsomin candido e puro, La cui bianchezza per ombra non manca; E disse: Questo non mi par sicuro Cibo da bestie; e con la man non stanca Dà subito di piglio alla sua lancia, Ed un rospo colpisce nella pancia.
12
Hai tu visto, lettor, per gli spedali, Quando il chirurgo va col gammautte A tagliar porri, fignoli e cotali Morbi, che fanno gonfiature brutte; E giù la marcia piovene a boccali, Onde si ammollan le lenzuola asciutte? Tale ti pensa a giusta proporzione Il rospo aperto sopra il pettignone.
13
Fece un lago di marcia assai più vasto, Che non è quel di Biéntina o Fucecchio; Ed annegato vi sarìa rimasto, Ma in sì gran spazio non alzossi un secchio. La fera intanto per quell'aspro tasto Rabbiosa sollevò sopra l'orecchio Due lunghi corni; chè un sì fatto arnese Hanno i rospacci di quel reo paese.
14
E ritta su le due zampe di dietro, Con la bocca più larga di sei forni, E con gli occhiacci lustri come vetro, Lo qual di dietro una gran face adorni (Ma face da mortorio e da ferétro), Con urli che parean campane e corni, Lo aggraffigna e lo inghiotte (ahi caso crudo!) Col cavallo, con l'armi e con lo scudo.
15
Pensate or voi, se si rimase brutto Il povero Rinaldo a quel boccone: Fortuna che trovò il corpaccio asciutto Per quella piaga sopra il pettignone: Pur si rinfranca, e, invigorito tutto, Il suo buon Vegliantin batte di sprone, E corre a tutta briglia la gran pancia, E pel cul gli esce il paladin di Francia.
16
Si volse a rimirar ciò che stato era, Il rospo; ed in quell'atto nella fronte Gli diè Rinaldo tal percossa fera, Che fe' di sangue altro che fiume o fonte; E restò morto. Ma dell'altra fera Chi dirà l'ire e i fieri oltraggi e l'onte? Ella ha una pelle grossa un braccio e piùe, Tutta d'acciajo: guardilo Gesùe!
17
La giovinetta misera e dolente, In parte rallegrata in veder morta La spaventosa belva puzzolente, Or che vede in quest'altra esser risorta La morta suora, e far lei più possente, Si tapina, si affanna e si sconforta; E teme con ragion che non prevaglia Il suo campione in quest'altra battaglia:
18
E fa preghiere e voti ad Apollino, Che salvi lui in così dura guerra. Rinaldo intanto sovra l'acciar fino Dà con Fusberta, e colpo mai non erra. Ma che far può senza ajuto divino? Opra questa non è da un uom di terra; Onde ascolta dal ciel voce che dice: Sbarba, campion di Dio, quella radice
19
Che ha poche foglie, e statti al destro lato; E quando apre la sua terribil bocca, E tu la scaraventa nel palato, E subito vedrai che così tocca, Verralle un sonno sì spropositato, Che non la desterìa cannon di rocca: Allor le immergi la pungente spada Nell'occhio manco, e non più stare a bada.
20
Rinaldo corre presto alla radice, La svelse, ed a quel rospo l'accostòe, E fece come l'Angelo gli dice: Giù pel palato la scaraventòe. Si addormenta la bestia, e fa felice Col suo dormir Rinaldo, che montòe Sopra il gran rospo; e valoroso e franco La spada gli cacciò nell'occhio manco.
21
E subito morì quella bestiaccia Tanto crudele, dolorosa, infame. Rinaldo allor prende le belle braccia Della donzella, che gli muovon fame: Ella sospira, e da sè lungi il caccia, Dicendo: Ancor tu puzzi di letame; Ancor tu porti, o mio campione, il viso Di quello sterco sporcamente intriso.
22
Rise Rinaldo, e corse al vicin fonte; E, toltasi di dosso l'armatura, Da' piedi si lavò sino alla fronte; Poi rivestissi: e mentre con sicura Speme si accosta alle bellezze conte, Ecco venire per la gran pianura Due giganti sì vasti e sterminati, Che parean refettoríi di frati.
23
Eran questi Bafusse e la Cagnasca, Marito e moglie, e de' rospi parenti: Han piena di saette una gran tasca, E coperti ên di cuojo di serpenti. Mal chi con essi o s'imbroglia o s'infrasca; Chè costor non fan mica complimenti; Han pini in mano cento braccia lunghi; D'uopo è del prete, ov'è che il colpo aggiunghi.
24
Rinaldo dà un'occhiata alla donzella, E ridendo la stringe; e poi si volta Verso i giganti, e ben si chiude in sella; E correndo vêr essi a briglia sciolta, Bafusse sventra, e gli escon le budella; Indi si mette in resta un'altra volta, E la Cagnasca per lo mezzo spacca; Poi scende, e Vegliantino all'orno attacca.
25
Indi tornando là dove splendea, Benchè languido ancora, il dolce lume Di quella, dir non so se donna o Dea, Tutto ripieno di gentil costume, Con voce che di amante esser parea, Che dolcemente Amore arda e consume, Disse: Donna gentil, vostra sventura A voi certo è crudele, acerba e dura;
26
A me dolce cotanto e tanto cara, Che immaginar non sonne altra migliore; Perchè per essa Amore mi prepara Un nobil troppo, e troppo bello ardore. Chè se la voglia assai rapace e avara Di chi vi tolse al caro genitore Restava spenta da benigno fato, Quando stato sarei sì fortunato?
27
Quando veduto avrei un sì bel viso, Un sì bel petto, e membra sì ben fatte, Che miglior non si fanno in Paradiso? Qual rosa che pastor ponga sul latte, Rosseggiò della donna il bianco viso; E a lui rivolta: Intemerate, intatte Fa che sian queste membra, e non volere Alla onestade mia far dispiacere.
28
Rinaldo le promise; ma, sciogliendola, D'aver promesso gli venne rammarico; Chè sì pienotta e candida vedendola, Disse: Ho promesso, è ver; ma se prevarico, Ed il volere al peggio inclina e pendola, Dalla bellezza tua vien tutto il carico. E in ciò dire, le ha sciolto e piedi e mano; Ed ella tosto va da lui lontano;
29
E prese un par di foglie di quell'orno, Ch'erano larghe almen dodici braccia, E se le avvolse tutte tutte attorno. Sì che di nudo non ha che la faccia. Rinaldo la riguarda, e vàlle intorno. Ed or parla, or sospira ed or minaccia; E mostra a mille segni il fuoco acerbo Che gli arde ogni osso, ogni vena, ogni nerbo.
30
E in fatti verso lei corre veloce, Più che barchetta quando l'urta il vento: Ma s'ode intanto un'indistinta voce Che l'aere introna, e quindi a cento a cento Fanti e cavalli, e gente in viso atroce. Rinaldo, al quale ignoto è lo spavento, Lascia la donna, ed a color va incontro, E domanda chi sieno al primo scontro.
31
Gente siam noi dell'isola Grifagna, Che tanto tempo sotto di Bafusse L'oppresse di dolore una montagna; Chè questi ognor ci dava delle busse, E fece al nostro onor sempre magagna: Basta che noi e il nostro aver distrusse Per mantener due rospi suoi figliuoli, Che nati appena parevan fagiuoli;
32
Poi crebbero ogni giorno in guisa tale, Che in un mese si feron come case; Ed in un anno tanto madornale Si fe' ciascun, che in fin si persuase Bafusse di mandarli in tale quale Luogo, ove fosser le campagne rase, A crescere a lor modo; e tutti noi Condannò per cibarli in vacche e in buoi.
33
Or che per vostra man, signore invitto, Giacciono al suolo i perfidi tiranni, Venite a noi, ed a vostro prescritto Tutti vivremo; e de' passati affanni Ristorerassi l'isolano afflitto. E qui lo scettro, e di purpurei panni Vesti gli diero, e lo acclamaro Augusto. Disse Rinaldo: A questo non ho gusto:
34
Ritornatevi tutti a casa vostra, Chè or non mi piace aver qui compagnìa; E con la man la strada lor dimostra, Perchè scorciare possano la via; Poi si rivolta alla donzella, e, O nostra, Disse, bella tiranna acerba e ria; Ti sei mutata punto di parere? Ed ella a lui: Per nïente, messere.
35
Non sai tu come io nacqui alta regina, Figlia di Galafron, re di Baldacca, Che tutta l'Asia e l'Africa domìna? E se fortuna avversa mi distacca Dal regio soglio, e a basso mi rovina, Di questo non mi calse, o cale un'acca: Ho dentro del mio cor, ch'unqua non trema, E regno e scettro e soglio e dïadema.
36
Come se accade mai che in campo aperto Vegga da lungi il cacciator la cerva, Cerca appressarsi a lei cheto e coperto, E di sua morte gran letizia serva: Ma quando poi s'accorge che un bel serto D'oro il collo le cinge, e lei preserva, Si astiene dal ferirla, e mesto e lasso Rivolge indietro l'affannato passo:
37
Così torna Rinaldo in sua ragione, Da poi che l'esser della donna intende; E le dice: Quand'io ebbi intenzione Di quel che Amor ne invoglia e istiga e incende Pel vostro bello le nostre persone, Io non pensai che dentro a regie tende Voi foste nata, e che foste regina; Ma vi credetti donna da dozzina.
38
Or ditemi, signora, se v'aggrada, Come andò questo fatto così fiero; Perchè io su questa lancia e questa spada Vi giuro vendicarvi da dovero. La donzella di flebile rugiada Bagnò le gote, e disse: Cavaliero, Ben è dover che tu sappia ben tutte Le mie sventure spaventose e brutte.
39
Amor fu la cagion de' miei tormenti. Or odi come: In Asia le donzelle Stan chiuse tanto agli occhi delle genti, Che appena veggion Sol, veggiono stelle; Nè fia che regia culla alcuna esenti: Solo un giorno dell'anno le più belle Vanno al tempio ove Venere s'adora; Ed io v'andava con mille altre ancora.
40
Tre anni sono (ed ahi perchè non era Io morta prima di quel dì fatale!) Tra molta e molta gente forestiera, Giovane tutta e tutta quanta gale, Il figliuolo del re della Riviera Vi venne; ed era bello, appunto quale Ganimede dipingesi, o Narciso; Ma vie più bello ancora era il suo viso.
41
C'incontrammo con gli occhi, e in un baleno Io mi sentìi ben divampare il petto; Ed egli dimostrommi arder non meno. Tutto quel giorno (ahi giorno maledetto!) Nostre pupille senza guardia o freno Fermate e fise nel soave aspetto Non vider altro, insino che non giunse L'invida notte, ed ambedue disgiunse.
42
Quando tornai nella mia usata stanza, Pensa s'io piansi e s'io mi disperai; Chè nutrir non potea tanta speranza Da rivederlo un'altra volta mai. Ma che non puote la somma possanza D'Amore e de' pungenti almi suoi strai? Trovò maniera il giovin tutto fuoco Di venirmi a trovar nel chiuso loco.
43
Presentossi al mio padre Galafrone Vestito ad uso delle donne d'Ida; E disse, come aveva intenzïone Di esser una di mie ancelle fida. La bella faccia del gentil garzone, Sempre modesto, o che parli, o che rida, Non fece sospettar di alcun inganno. Così per serva il mio bel Sol mi danno.
44
Ciò che seguisse poi, bello è il tacere. Basta che in poco tempio io venni donna: M'ingrossò il ventre; e s'alto dispiacere Io n'ebbi, il pensa. Nè la lunga gonna Potea più ricoprir l'opre mie nere: Ond'egli, Ne' perigli chi si assonna, Mi disse, non ha spirito regale; Nè vi è senza rimedio al mondo male.
45
Noi fuggirem, se ti dà il cuor, Lucina (Chè tale è il nome mio), da questo albergo, E nel mio regno tu verrai regina. Diamo, gli dissi, pure al padre il tergo; Lasciam Baldacca e l'ampie sue confina: Nè il mio fuggir di poco pianto aspergo; Perchè dove tu sei, vago Lindoro, È il mio padre, il mio regno, il mio tesoro.
46
Aspettiamo una notte tenebrosa, Orrenda per le piogge, lampi e tuoni (Che non fa donna quando ella è amorosa!); E giunta, andiamo per sentier non buoni, Ed entriamo in un bosco; e quivi ascosa Seco mi stetti tra tigri e lïoni Due giorni. Indi partimmo in verso il mare; Ma legno alcun sul lido non appare.
47
La notte, ecco una fusta di pirati Che viene a terra per cercar conforto; Da' quai fummo in un subito legati, E l'amor mio piagâr sì, che fu morto. Me poi donaro gli uomini spietati A quel gigante che tu festi corto; E quei mi diede poscia in guardia a quelle Belve cotanto mostruose e felle.
48
Or eccoti narrati i casi miei, Che muovere a pietà dovrìano il cielo. Dimmi ora tu, forte campion, chi sei. Rispose allor Rinaldo: Sebben celo Il nome mio, e ad altri nol direi, A te, bella Lucina, ecco lo svelo. Io son Rinaldo, il sir di Montalbano, Degno cugin del senator romano;
49
Ed in Baldacca ti rimeneròe Alla barba d'Apollo e di Macone, E con tuo padre ti raggiusteròe. Ma se Lindoro è morto, e non si pone In dubbio; se felice esser potròe O per amore o per compassïone, Io ti prego, Lucina, di pigliarmi Per tuo marito, e voler sempre amarmi.
50
Eh! non è tempo di parlar di nozze (Disse Lucina, e fecesi più bella): Le bionde trecce scarmigliate e mozze, La faccia oscura troppo e abbronzatella, E queste vesti anche a vil donna sozze Odiano d'Imeneo l'alma facella. Aspetta un po', non esser così caldo; A casa mia ti sposerò, Rinaldo.
51
Il sir di Montalbano a quel parlare Fece del viso una strana figura, Com'uomo il quale mettasi a mangiare Mela cotogna, o sorba non matura; E disse: Proverommi ad aspettare; Ma io m'attacco al ben della natura; E ciò che l'arte aggiunge al vostro bello, Io non lo stimo un marcio ravanello.
52
Però, se tu non sei d'oro vestita, E non ti han fatto le camicie i ragnoli, Senza capelli, nè molto pulita, Non è che io di ciò dolgami, o ne sguagnoli; Chè la salsiccia allora è più squisita, Che ci metton più lardo i pizzicagnoli: Ma pur, se vuoi che aspetti, io non ricuso; Dico sol ben che questo è un cattiv'uso.
53
In così dire, uscîr della foresta. Era Rinaldo sopra Vegliantino; Lucina una giumenta assai modesta Va cavalcando sempre a lui vicino: Quando s'ode per aria una tempesta Di lampi e tuoni, che il furor divino Conoscere facea lontan le miglia: Onde a Rinaldo s'inarcâr le ciglia;
54
E cominciossi a percuotere il petto, E domandar perdon de' suoi peccati; E si doleva d'esser sì soletto, E non poter trovar preti nè frati, Per far de' suoi peccati un fardelletto, E porlo a piè degli uomini sacrati. La donna nel vedere atto sì strano, Disse: Che è questo? Ed egli: Io son Cristiano.
55
In questo mentre vedono una grotta, E vi s'insaccan entro tutti due. Il cielo intanto mormora e borbotta, E ogni momento s'annerisce piùe; Ed Austro ed Aquilon fanno alla lotta, E i fulmini e le grandin cascan giùe. Lucina spaventata stringe al collo Rinaldo, ch'era gallo, e parve un pollo;
56
Perchè di queste cose avea paura Il paladino, e non arebbe fatto Mezzo peccato in quella congiuntura; Benchè poi dopo si diede del matto In ricordarsi quella positura: Ma quando un uom si trova sopraffatto Dal timore, riman tanto avvilito, Che non ha forza pur di alzare un dito.
57
Venne la notte, e cominciò Lucina, Poichè cessati fûro i lampi e i tuoni, A interrogar Rinaldo, se confina La legge e le cristiane funzïoni Con i riti e la setta saracina; E quai sono fra lor le distinzioni. Disse Rinaldo: Io credo in Cristo al certo: Del resto poi io non son troppo esperto;
58