Part 5
Ma già si è posta in man la sua zampogna, E canta sotto voce, e non si attenta. Non la guardate ancor, chè si vergogna, E come rosa il volto le diventa; Ma presto passa un poco di vergogna: Principiato che ell'ha, non si spaventa; E già incomincia. Or noi dov'ella siede Taciti andiamo ed in punta di piede.
10
Io vo' cantare una guerra crudele Che lessi un giorno su certa scrittura, Che non so s'è mendace o pur fedele; So bene che colmommi di paura Il suon delle afflittissime querele Degli assediati dentro delle mura Di Parigi da tanta orribil gente Venuta qui da Levante e Ponente.
11
L'aütore che scrive questa istoria È nomato maestro Garbolino, Il qual la vide e ne tenne memoria, E la scrisse in volgare ed in latino. Il padre mio, che d'aver libri ha boria, Comprolla da un pastor del Casentino, Che in casa nostra venne per caprajo, E diegli in cambio un par di scarpe e un sajo.
12
Narra dunque costui gli sdegni e l'ire D'Africa e d'Asia contro Carlo Mano; E dice che de' Cafri il fiero sire Con l'orrendo Lappone e l'inumano Negrita, ed altri ch'or non voglio dire, Ebbero in cuor di spegnere il cristiano Seme, e ne' sagri venerandi tempj Erger idoli infami, iniqui ed empj.
13
Ma voglio, prima che m'esca di mente, Dirvi, che quando io parlerò d'amore, Non vi cadesse in animo nïente, Che io abbia mai sentito il suo valore; Non so se grato sia, o dispiacente: Libero sempre ebb'io l'animo e 'l cuore Da' lacci suoi; e nel parlar di lui Non dico i casi miei, dico gli altrui.
14
Finita appena era l'orribil guerra Contro di Carlo, tanto nota al mondo, Che l'inferno di nuovo si disserra A' danni suoi, e muove a tondo a tondo I Saracini di ciascuna terra, Per cacciare Parigi e Francia al fondo. Udite or come e da quali cagioni Nacquero queste nuove dissensioni.
15
Lo Scricca, re de' Cafri, aveva un figlio Robusto sì, che un Ercole parea, E di color sì candido e vermiglio Da innamorar la bella Citerea. Costui, vago di risse e di periglio, In Francia andò dove la pugna ardea; E combattendo un giorno a petto a petto, L'uccise finalmente Ricciardetto.
16
Una sorella sua, detta Despina, Che avea per occhi due lucenti stelle, E ch'era col german sera e mattina, E sì l'amava che le genti felle Stimavan che gli fosse concubina; Udendol morto, si graffiò la pelle, Si svelse i crini e si stracciò la veste, E diè bando alle giostre ed alle feste.
17
E tanto seppe dire al genitore, Che a vendicare il figlio si dispose. Nella corte di lei tratte da amore V'eran alme guerriere e generose. Despina a quegli in dono offerì il core, Che con le mani lorde e sanguinose Le avesse fatto dono della testa Di Ricciardetto, a lei tanto molesta.
18
Bulasso, de' Negriti orrido sire, Gigante smisurato e pien di possa, Fece la sua terribil gente unire All'esercito Cafro, e seco mossa La volle di persona egli seguire; Ed ha una mazza più che trave grossa, E scotendola avanti alla regina, Dice: Questa ha da far la medicina.
19
Del Soldano d'Egitto un figlio ancora Vi fu che per Despina era consunto; Il qual partissi subito in quell'ora Per girne al padre, e formare in un punto Gente da guerra che Macone adora: E lo Sgraffigna setoluto e smunto, Che impera alla Lapponia e d'amor geme, Le promise di por sua gente insieme.
20
Di venturieri poi e di cadetti Racconta il Garbolin che fur seimila. Chi raggiusta le selle e chi gli elmetti, E chi per lo timor fa Marco sfila. Si rallegra Despina a questi oggetti; Chè già le sembra di troncar le fila Della vita di lui che il suo germano Le tolse, e diello a crudel morte in mano.
21
In questo mentre, come far si suole Da' villanelli dopo il verno crudo, Che, coronati il capo di vïole, Vanno formando col piè scalzo e nudo Sovra l'erbette amorose carole; Così le acute lance e il grave scudo Aveano appeso i paladini al muro, Tenendo in pace il lor viver sicuro.
22
E chi cantava della Senna in riva, Sedendo all'ombra delle verdi piante; E chi adornato della bianca oliva, Assiso a mensa, di buon vin spumante Di cristal di Muran le tazze empiva; Ed ogni donna col suo saggio amante Stavasi in gioja, e benediva il giorno In cui la pace a lor fece ritorno.
23
Sol Carlo era doglioso per l'avviso Ch'egli ebbe dell'orribile pazzìa D'Orlando; e di cercarlo ebbe in avviso: Ma tutta quanta la sua baronìa Pregollo con gran lagrime sul viso, Ch'ei stesse fermo, e che andato sarìa Ciascun di loro a ricercarlo; e tosto Alla partenza ciascun fu disposto.
24
Chi vêr Levante andò, chi vêr Ponente. Rinaldo volle ir solo; in compagnìa Andaro gli altri, e fur parecchia gente. Di Persia prese Rinaldo la via; Astolfo, Alardo e Ricciardo valente Preser la Spagna, ove credon che sia; Olivieri e cento altri paladini S'indirizzaro per altri cammini.
25
In compagnia di Carlo appena trenta Paladini restaro in arme chiari: Quando dopo due mesi si presenta Alla corte un araldo, e in sensi amari Spiega come lo Scricca gli appresenta Guerra crudele; e però si prepari; E che vuol morto ciaschedun Cristiano, O gli si dïa Ricciardetto in mano,
26
Che diede morte all'unico suo figlio. Rispose Carlo: Al tuo signor ritorna, E digli che crudele è il suo consiglio, E folle insieme, e che equità non orna. Se Ricciardetto fece il suol vermiglio Di quel sangue che il senno a lui frastorna, Ne incolpi la Fortuna, che talvolta Sdegnata e pazza contro i suoi si volta.
27
Ricciardetto non è campion da frode: Pugnò con lui come pugnare è uso Guerrier che merca a sì gran rischio lode; Nè in dirti questo, io mi difendo o scuso: Ciascun de' miei soldati assai più prode È de' suoi Cafri; nè l'orribil muso, Nè le gran membra o la strana figura Agli uomini di Francia fan paura.
28
Digli ch'ei venga pure, e che su' merli Di Parigi vedrà fanciulli e spose, Che su vi monteranno per vederli. L'araldo freme udendo queste cose, E dice: Come falco addosso ai merli Verrà lo Scricca sopra l'orgogliose Genti francesche; e che spera fra poco Veder tutto Parigi in fiamma e foco.
29
Vassen l'araldo; e Carlo fa consiglio Co' suoi baroni, e si parton gli uffizj. Chi ha un impiego e chi all'altro dà di piglio; Chi bada ai muri, e guarda se hanno vizj; Chi pensa della fame al gran periglio, E grani ammassa e vieta gli stravizj; Chi avvisa i paladini con staffette, Che vanno come avesser le pecette.
30
Ma lasciam questi, e seguitiam la pesta Di Ricciardetto, d'Astolfo e d'Alardo, Che van cercando con la faccia mesta Orlando pazzo, il paladin gagliardo, E in ogni parte ne fanno richiesta; Ma avviso non ne trovan se non tardo: A quel però, che ponno immaginare, Credon che in Spagna certo egli abbia a stare.
31
Passano i Pirenei e Catalogna, E presto presto sono in Aragona: Qui senton cosa, che alle lor bisogna Molto confassi, da certa persona Che narrò loro, come in una fogna Ritrovò il conte in su l'ora di nona Presso a Valenza ne' giorni passati, Che urlava peggio degli spiritati.
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Piegaro su la manca a questo dire I paladini; e, secondo l'intesa, Verso Valenza incominciarno a ire. Un dì nel gran deserto d'Oropesa Più assassini li vennero a assalire, E fecero una nobile difesa: Astolfo sol con la lancia fatata Gittò per terra tutta la brigata.
33
Già il Sol baciava il volto alla marina, E gli alti monti si faceano oscuri; E gli augelletti alla selva vicina Volavano su' rami più sicuri, Timorosi d'insidie o di rapina; E i pigri tassi fuor de' lor tuguri Moveano il piede; e i pipistrelli e i gufi Lasciavan lieti gl'incavati tufi:
34
Quando videro un fuoco non lontano, E s'avvisâr che fossero pastori. Là vanno; e loro viene incontro un nano Che porta in mano tre mazzi di fiori; E da lui salutati in atto umano, Disse: Mi manda a voi, cari signori, La mia padrona, e vi presenta questi Mazzi, che son di mille fior contesti.
35
Questa, se nol sapete, è la più bella Donna che in Spagna mai si sia veduta: Ella ha sotto di sè terre e castella, Ma non cerca marito, e lo rifiuta; Il nome suo egli è madonna Stella: Se canta, un usignuolo si reputa; Se balla, agli occhi di ciascuno appare Clori per l'aria, o Galatea sul mare.
36
Astolfo, a questo dir, si mette in tasca La mano, e trânne fuora un pettin rado, E me' che sa i suoi capelli sfrasca, E si rende pulito come un dado. Ridono i due e dicono: Che frasca È mai costui! egli è del parentado Certamente di Venere e d'Amore, Che ogni donna gli ruba e senno e core.
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In ciò dicendo, ecco da mille e mille Accese faci che sono incontrati, Giovani vaghe con liete pupille Portano in mano i bei doppier dorati; E con strumenti confacenti a ville Si fan più sinfonìe sopra que' prati; E la padrona poi in mezzo a quelle Viene, e sembra la luna infra le stelle.
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Era vestita d'un color celeste, E il biondo crin legava un nastro d'oro: Nude le braccia avea, corta la veste; Ma non perdeva grazia nè decoro: Una cetra d'avorio con due teste Di cigni (e Dafne mi parea fra loro) Aveva al collo, che sì bianco egli era, Che latte e neve appresso lui par nera.
39
Ella cantando disse: O dolce, o bella, O santa libertà, quanto sei cara! Per oro, per cittadi o per castella Ben si compra e mal vende così chiara E nobil merce. Libertade è quella Che noi dispoglia d'ogni cura amara: Ella sol basta a fare in ogni stato Un uom, d'afflitto e misero, beato.
40
Ma quella libertà vie più s'apprezza, Che siede qual regina in mezzo al core; Libertà lieta, che dileggia e sprezza Tutt'i legami del crudele Amore. Felice chi da piccolo s'avvezza A non curare questo traditore! Io l'ho sempre fuggito, e nol conosco, Amica sol di questo ombroso bosco.
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Ma quando a sè vicini ella gli scorse, Ruppe il bel canto, e con gentil sorriso Verso di lor nè camminò nè corse; Ma venne con tal grazia e con tal viso, Che Astolfo i labbri per stupor si morse, E disse: Amici, siamo in paradiso: Sì bel suon, sì bel canto e sì bel muso Delle mortali cose ên fuor dell'uso.
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E qual fortuna, disse, o cavalieri, Al bosco della Stella v'ha condutti? Se piacer di falconi o di levrieri V'ha stimolati, e a qua venire indutti, Son certa ch'io vi do mille piaceri, Chè a cacce son tutti costoro istrutti; Ma, dalla caccia in fuori, mi è negato Darvi piacer che appaghi il vostro stato.
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Ninfa del terzo ciel, rispose Astolfo, Non parliam di levrieri e non di falchi, Chè in piaceri di cacce non m'ingolfo; Nè fia che presso alle lepri cavalchi, Quando m'abbatto per lanciato golfo In tal fortuna; chè se tutta io calchi La terra a tondo, non avrò l'eguale Di veder questa tua beltà immortale.
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E qui diede un sospiro e si fe' rosso. Ad entrar nel suo nobile palazzo Ella gl'invita, e loro avanti ha mosso Il piede; e Astolfo, per amor già pazzo, Le va sì presso, che l'è quasi addosso, E le dice all'orecchie: O ch'io m'ammazzo, O che voi mi guardate in dolce guisa, Occhi, che avete la mia pace uccisa.
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Tira avanti la donna, e non risponde; Ma sottocchi le astute damigelle Co' labbri chiusi al riso fanno sponde. Mense fra tanto sontuose e belle Apparecchian le giovani gioconde. Astolfo, fiso nelle vaghe stelle Di quel cielo che tanto l'innamora, Non bada a nulla, e quelle solo adora.
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Ricciardetto lo scuote, ed ei non sente. Fuma la mensa; e madonna s'asside, E gli altri seco; ma Astolfo nïente Si muove, e lei riguarda, e or piange, or ride. Alardo fuor di modo n'è dolente: Donna Stella, che di questo s'avvide, Disse: Guerriero, sta pur di buon cuore, Ch'io guarirollo presto dall'amore.
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E gli diede una noce del Brasile, E disse: Quando nel letto si corca, Con punta di coltel sottil sottile, Trattane pria la scorza nera e sporca, Una dramma ne raschia, e in vin gentile L'infondi e sbatti, e fanne come morca; E con questo gli bagna e bocca e petto, E seguiranne il desïato effetto.
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La dolce madre mia, che fu sì bella, E che amò tanto il caro suo consorte, Che l'Artemisia in paragon di quella Odiava il suo (or ve' s'egli era forte), Quando il furore della nostra stella Miseramente lo condusse a morte, Per l'acerbo dolor divenne tale, Che a tutta Spagna ne sapeva male.
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La meschina ridotta in pelle ed ossa Era, e i begli occhi non vedean più lume; Sparute eran le guance, ed una fossa V'avean lasciata, ove correva un fiume Di pianto che m'avea tutta commossa. Or mentre avvien che così si consume, Capita in casa nostra una mattina Un vecchio dell'Olindica marina;
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E dice: Se d'amor guasta è costei, Io guarirolla; e, presa questa noce, Fe' tutto quello prestamente a lei, Ch'io t'ho narrato: ed ecco che la voce Torna più chiara, e tornan lieti e bei Gli occhi; nè son di lagrime più foce: In fin non era ancor passato un anno, Che tornò come prima, e senza affanno;
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Perchè ha virtù di far dimenticare La cosa amata; e disse che la fece Próteo per una sua ninfa del mare, Che mentre ama un pastor, che a lei non lece, E per marito non lo può pigliare, In poco tempo tutta si disfece: Onde ei con questa noce rassettolla, Ed ella poscia un giorno a me donolla.
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Donolla a me, che sopra d'uno scoglio Sedea piangendo il mio crudel destino; Chè bella donna, ma piena d'orgoglio, Amava io tanto, che sera e mattino Mi moriva d'affanno e di cordoglio, Perchè m'odiava lontano e vicino. Ella, mossa a pietà del mio tormento, Mi fe' quel dono; e ne restai contento.
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Quindi soggiunse che alla vaga Eléna Altra ne diè che, stemprata nel vino, Toglieva ogni dolore ed ogni pena. Agamennon la bevve, e il picciolino Telémaco; e fe' lor bella e serena Tornar la fronte; e l'ire del destino E i passati travagli si scordaro In ber quel vino così buono e raro.
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Ciò detto, s'alza la gentil donzella Da mensa, e prega la notte felice A ciascuno, e ciascun la prega ad ella. Astolfo a lei pian pian s'accosta, e dice: Ove mi lasci, o desïata Stella? Se parti, io resto misero e infelice. La donna finge non udirlo, e parte; E dice a Alardo non so che in disparte.
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Prendono in mezzo Alardo e Ricciardetto L'innamorato Astolfo che sospira, E si vuol trarre il cuor di mezzo al petto, E mandarlo a madonna che il martira. Essi ridendo gli fanno dispetto. Ed ebbe dal dispetto a nascer l'ira; Ma temperò lo spirito feroce Il fatto a tempo impiastro della noce.
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Appena l'incantata raschiatura Toccògli il caldo petto e l'arsa bocca, Che di madonna Stella non si cura, E gli par brutta, attempatella e sciocca; E dice: Non guastiam nostra ventura In soffermarci in questa biccicocca. E' dorme un par d'orette, e pria del giorno Sveglia i compagni suoi a suon di corno;
57
E dice: Si fa tardi; andiamo via; Andiamo a ricercar del nostro conte. Rispose Alardo: Da maggior pazzìa Noi te guarimmo con le grazie pronte Di questa ninfa così bella e pia. Un segno della croce in su la fronte Fassi Astolfo; e non sa che dir si vuole L'oscuro suon di quelle sue parole.
58
Ma per la via noi ti diremo il tutto, Ripreser quelli; ed intanto vestiti Lascian l'albergo, e l'incantato frutto Riportaro a madonna; ed infiniti Complimenti le fêr; che ognuno istrutto Era ne' modi civili e puliti. Ma lasciam questi, e cerchiam di Rinaldo, Di cui non v'è chi in sella stia più saldo.
59
Se vi sovviene, egli partì soletto Vêr Persia, ed imbarcossi alla Rocella; E nell'Eusino con suo gran diletto Giunse sul comparire della stella, Che trasse sul dorato suo carretto L'amato vecchio colà dove bella Ell'è negrezza; io dico in Etïopia; E lì di sè gli fece dolce copia.
60
Sbarca in un porto, e subito domanda Per il destriero suo buon orzo e fava: Più non v'è piazza, osteria o locanda, Dov'ei non chiegga del signor di Brava: Ma nulla di lui suona in quella banda; E quanto cerca più, men ne ricava: Onde d'entrare in terra si dispone, E cercarlo per quella regïone.
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Fatte ancor non avea diciotto miglia, Che vede in fuga molte vacche e buoi, E una villana candida e vermiglia Che piange, e strappa i rozzi panni suoi, Ed i ricciuti crini si scapiglia, E va gridando: Ahi miserelli noi! Si ferma il paladino; e in questo mentre Vede un serpente lungo e di gran ventre,
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Che con la bocca aperta insegue e incalza La villanella che fuggendo stride. Allor di sella il cavaliero sbalza Al suolo, e il serpe con la lancia uccide. Ma la veloce pastorella scalza Non si rivolta; nè per quanto ei gride: Morto è il serpente; ferma il piè, fanciulla; Non ode mai, nè volgesi per nulla.
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Onde egli segue il suo cammino; e intanto Gli si fa notte presso d'un castello; In una casa ode allegrezza e canto, E si figura sia un qualche ostello, E tale è appunto, ma meschino alquanto; Nulladimen la fame gliel fa bello. Smonta Rinaldo: e lieta assai l'accoglie, Dell'ostiero l'allegra e bella moglie.
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Chiede da cena, e vuol stare in cucina, E dà di mano anche a girar l'arrosto; Chè vuol parer un uomo da dozzina: Ma l'oste che lo guarda di nascosto, S'avvede com'egli ha la pelle fina, Ed è sì ben della vita disposto, Che guerrier sembra da far molte prove, Tutte ammirande, e tutte eccelse e nove.
65
Onde, rivolto a lui, disse l'ostiero: Signor, se corrisponde il valor vostro Alla presenza d'illustre guerriero Potreste fare a questo luogo nostro Un gran piacere, e da un crudele e fero Orribil tanto e detestabil mostro Liberar noi e due gentili amanti, Che tiene questa fera in doglia e in pianti.
66
Disse Rinaldo: Non ho da far nulla, E l'ozio non alligna in casa mia; Dimmi il garzone e dimmi la fanciulla, Che tanto affanna questa bestia ria; E, come dir si suole, dalla culla Narrami questa istoria in cortesia; Chè dolce cosa ell'è fra le vivande Udire narrazioni memorande.
67
Hai da saper che Baccola è nomato Quel castello che sta qui sopra a noi: Questo era d'un signor bello e garbato, E grande e forte come sete voi: Per sua disgrazia pazzamente amato Fu dalla Fata Nera, che de' suoi Begli occhi e delle sue maniere accorte Ardeva sì, che ne correva a morte.
68
Ma egli che donato il core avea Alla Brunetta, che d'un gran villaggio, Ch'è presso al suo, signoria tenea, Presenti, preghi, nè tema d'oltraggio L'indussero a far quello che volea: Onde aspettò nel dì del maritaggio Di far questa crudele opra sì strana Che di simil non v'è memoria umana.
69
Quando vien la Brunetta in bianca vesta, Coronata il bel crin di gigli e rose, E va Baccola tutta in gioja e festa, Ecco la Fata che tra l'altre cose Mostra star lieta, ancor che stesse mesta. Saluta la Brunetta e le vezzose Compagne, e dice: Andate a più bell'agio; Chè lo sposo ancor è dentro il palagio.
70
E vuol che all'ombra di un alto cipresso Aspettin lui, che già venìa cantando; E quando vide che molto era presso Lo sposo a lei, che sola andava amando, Dal negro inferno le comparve un messo, Ch'acqua le diè del Tartaro nefando: D'essa gli sposi la crudele asperse E quella in cagna, in cervo lui converse.
71
E il cervo cominciò tosto a fuggire, E la cagna a inseguirlo; e son dieci anni Che provano ambiduo questo martìre, Nè v'è chi trarre lor possa d'affanni; Chè un erto monte bisogna salire, Erto così, che vi vorrebber vanni; E in cima poi evvi una grossa torre, Dove questa crudel vassi a riporre.
72
Di più vi stanno a guardia due giganti, Uno detto il Traggea, l'altro lo Striscia, Da far paura ancora agli angel santi: Sono vestiti di pelle di biscia, Ma pelle da stivali, e non da guanti; Ed hanno in mano una certa scudiscia, Che in suo paraggio un stollo da pagliajo Parrebbe un manichino di cucchiajo.
73
Or se potessi uccidere costoro, Vincer la rocca, e far colei prigione, Vedremmo usciti fuora di martoro La giovin bella e il nobile garzone, E ritornati alle sembianze loro. Disse Rinaldo: O ve' pretensïone! Che? sono un paladino di Parigi? E sorrideva sotto de' barbigi.
74
Io sono un uomo che non vaglio un fico, Ed ho paura infin dell'ombra mia; O pensa d'un sì orrido nemico, Come di' tu, che quella Fata sia! Io credo che il mio padre Lodovico E la mia madre madonna Lucia Nel generarmi, se mal non m'appiglio, Mangiasser sempre carne di coniglio.
75
E disse all'oste: Quei brutti giganti M'han messo tanto orrore questa sera, Che mi pare d'averli sempre avanti. Oimè, che sozza e spaventevol cera! Non dormo solo, affè di tutti i santi; Ma vo' dormire con la tua mogliera. Rispose l'oste con la faccia arcigna: Il mio non è terren da piantar vigna.
76
E preso in mano un pezzo di bastone, Pagami, disse, e vanne a precipizio. Rinaldo gli si butta ginocchione, E gli chiede perdon come un novizio; E l'oste che lo stima un bel poltrone, Gli affibbia un pugno sopra l'occipizio. A Rinaldo la flemma a un tratto scappa, E le gambe dell'oste afferra e acchiappa;
77
Poi s'alza, e a tondo per la stanza il gira, Come la fionda il giovinetto Ebreo, Con cui tutta fugò la gente Assira, E il gigante fierissimo abbatteo. La moglie di dolor piange e sospira; E tanto in lui il piagnere poteo, Che non l'uccise, ma lasciollo in forma, Che non sa dove sia, e par che dorma.
78
Quindi vanne alla stanza, e ponsi a letto; E al primo albór della vermiglia aurora Lascia le piume, e cingesi l'elmetto, E a piedi e solo dell'ostello fuora Esce, e dà d'occhio a un certo suo libretto, Che diegli in Francia una bella signora Che s'intendeva di stregoneria, Per saper questa impresa come sia.
79
E legge a carte settecento e tre Tutto questo negozio come sta; E che legare la Fata si de', E darle fuoco senza aver pietà; E le ceneri poi portar con sè, E in lunga lista spargerle colà, Dove la cagna e il cervo in su e in giù Vanno correndo, acciò vi passin su;
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E nel passarvi lasceran le spoglie, Di cagna questa, e di cerviotto quello; E prenderà la sua Brunetta in moglie, E meneralla lieta al suo castello. Ma ve' che non t'inganni e non t'imbroglie; Chè se la sciogli, sei morto, fratello. Chiude il libro Rinaldo, e muove il piede Verso del monte, lo qual già si vede.
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Un de' giganti che guarda la destra, Vedendo a sè venire il paladino: Vien, che vo' darti il pan con la balestra, Gli va dicendo in suo sciocco latino. E tu per Dio non mangerai minestra, Dice Rinaldo, e gli si fa vicino; A due mani il gigante un sasso prende, E glie lo tira; ed egli si difende,
82