Part 4
I Greci soli (riprese egli in un tuono veramente grave e sonoro) hanno spianata questa difficoltà; perchè essi unicamente appresero per se stessi, ed insegnarono agli altri l'arte maravigliosissima di tessere il finto col verisimile, e cagionare per esso tutto quell'incredibil diletto, che dall'ammirabil deriva: e per non divagarmi e confondermi nella moltiplicità degli esempi, vi ridurrò a memoria quel terribile cangiamento della afflittissima Niobe in sasso; mutazione la quale (come vedete) esce fuora del tutto dal corso della natura, ma che però nel medesimo tempo non ha cosa alcuna d'inverisimile, conciossiacosachè la potestà di cangiamento sì strano ad un celeste nume si ascriva. Ma non così hanno pensato, nè in così fatta maniera (a dirla chiaramente fra di noi) si sono regolati i nostri Poeti Italiani, e l'Ariosto in primo luogo, il quale in questo genere ha così sconciamente mancato, che quel suo Poema dell'_Orlando Furioso_ non si merita altro nome, che d'un confuso ammassamento d'immaginazioni pazze e stravolte, non di Poeti ingegnosi, ma di ammalati frenetici, le quali spogliate affatto d'ogni colore verisimile, muovono piuttosto a compassione, che a diletto gli uomini d'erudizione e di senno. In quanto a me che l'ho letto e riletto non ho saputo mai capire, come per esso si sia non solo per tutta l'Italia, ma per tutta la Francia, e per la Spagna ancora alzata una nominanza sì celebre; nè come mai egli s'abbia per queste nobilissime nazioni avuto tanti imitatori, di modo che per esso si è guastata e perduta, e tra loro e tra noi, tutta l'arte del ben poetare; quando per altro non sarebbe mancato loro per esempio d'un ben fatto Poema l'_Italia liberata_ del Trissino, che a mio giudizio è l'unico fra noi, il quale s'accosti alla perfezione del Poema. Imperocchè in esso e vi sono moltissime di quelle cose, che egli debbe avere, e nessune di quelle, delle quali doverebbe esser privo: avvegnachè nè vi sono gli anelli, che rendono altrui invisibile; nè i gigantoni ben tarchiati e paffuti; nè le femminelle, che vestite di piastra e di maglia facciano mirabilia con lancia e con spada; ed altre simiglianti bestialità per le quali ne va sì pettoruto e sì gonfio quel buon Messer Lodovico, il quale è tanto lontano dal meritarsi nella savia e ben purgata opinione degli eruditi il nome di buon Poeta, che essi appena appena gli accordano quello d'un Versificatore felice.
Nel mentre che egli così pazzescamente bestemmiava, non vi potrei dire, riveritissimo Aci, le strane cose che mi passarono per la mente. Pensai infino di mettergli le mani addosso, e col temperino che aveva lì pronto per acconciare le penne, fargli un brutto sette sul viso, per insegnargli per un'altra volta a parlare con più giustizia delle persone di merito. Ma pure per non guastare così in un subito i fatti miei, repressi gl'impeti del giusto sdegno, e con sembiante tranquillo: Signore (dissi lui) che cosa avete detto mai? Per verità tutt'altro mi farete voi credere, che quello che è stata vostra intenzione di persuadermi. Io vi meno buono, quanto avete detto di grande e di sublime intorno all'epica Poesia; e vi meno buono altresì, che rarissimi siano quegli ingegni, che possano tessere un bel Poema; e conchiudo con esso voi, che i due fini principalissimi dell'epica Poesia sono il dilettare e il giovare; anzi v'aggiungo, che quel Poema sarà il più bello ed il più perfetto, che sarà più ripieno di cose, che diletteranno e saranno giovevoli insieme: ma per questa ragione appunto io non solamente mi discosto, ma del tutto mi divido dalla vostra, non so se invidiosa e maligna, ma certissimo stravolta opinione, che avete conceputa dell'immortale, ed in ogni tempo celebratissimo Ferrarese; e siccome, mentre avete voi favellato, non siete stato giammai da me interrotto, così usate meco altrettanto di cortesia nell'udire le ragioni, per le quali pretendo che voi siate in un manifestissimo errore. Nè dubitate che io sia per dilungarmi troppo; perchè (conforme vi è noto) il vizio, o forse la necessità d'essere oltre modo prolisso, egli è per ordinario il solito rifugio di tutti coloro, che conoscendo di avere il torto, si lusingano di oscurare la verità con le ciarle. Voi avete detto, che nel dilettare principalmente consiste la bellezza del Poema epico, e che la novità e la maraviglia, il verisimile e il finto ben regolati e ben tessuti, cagionano una soavità ed un piacere così maraviglioso nelle menti degli uomini, che li leva affatto fuora di se stessi, e li conduce dovunque aggrada all'ingegnoso Poeta: ed in prova di questo raro mescuglio di mirabile e di verisimile, avete portato il cangiamento di Niobe in sasso; cosa rara, come ognun vede, e perciò maravigliosa, ma fattibile, perchè operata da un Dio, e perciò verisimile. O siate mille volte benedetto! e udite pazientemente quello che sono per dirvi. Se quel Poema sarà il più bello ed il più compiuto, che arrecherà diletto maggiore; bisognerà pure che voi confessiate, che il Poema dell'_Orlando Furioso_ sia sopra d'ogni altro bellissimo e perfettissimo. Ma voi crollate la testa, e sorridete? L'Ariosto (al vostro dire) con le sue fantasie ed immaginazioni bestiali si è tirato appresso tutta l'Italia; que' suoi Ippogrifi, quegl'incantesimi, que' sogni d'ammalati frenetici, che fanno compassione agli uomini di senno, si leggono da ogni genere di persona, non solamente senza nausea e senza ribrezzo, ma con una incredibile avidità e piacere. Alle mense de' gran Signori si cantano per rallegrarli le sue leggiadrissime Ottave; ne' ridotti degli uomini letterati, chi recita l'impazzamento d'Orlando, chi le querele d'Isabella, chi le smanie di Mandricardo, chi il tradimento di Olimpia, e chi altro simile avvenimento. Ma che spendo più parole, e parlo di letterati e di signori? I marinai, i vetturini, le donnicciuole stesse, mentre quelli viaggiano, e queste tessono, scemano il peso delle fastidiose lor cure col cantare i versi dell'Ariosto; là dove del vostro Trissino, per nobilissimo Poeta ch'egli si sia, come spogliato di quel saporitissimo dolce, che tanto piace, non è alcuno che ne parli, ma viene egli consumato dalla polvere e dalle tignuole, e lasciato non altrimenti in un canto, che dagli amorosi giovani nelle strepitose feste di ballo alcuna curva vecchierella e bavosa. A che dunque, per vita vostra, attribuirete voi questa sfrenata voglia, che accende gl'Italiani tutti di leggere, o di udir leggere l'Ariosto, e quella avidità insaziabile di vederne, se essi potessero, il fine senza punto d'interrompimento? Non ad altro certissimamente che a quell'infinito piacere, che inonda gli orecchi e gli animi di tutti coloro, che lo leggono; il quale piacere (come voi pure diceste poco fa) è di tanta possanza, che ha tirato a se con la dolcissima sua violenza non solamente gl'Italiani, ma gli uomini ancora di là dall'alpi e dal mare: cosa appresso di me cotanto mirabile, che non ho parole da spiegare la stima e la venerazione, che io ho per quel gloriosissimo e divino Poeta. Poter di Giove! Quale bellezza mai Greca o Latina, vista e rivista dagli uomini, avventò così gran copia d'amorose fiamme ne' petti loro; come poco o nulla veduto (per così dire) ha di se l'Ariosto invaghito la maggior parte, e la più coltivata d'Europa? Imperocchè, toltine noi altri Italiani, e quelli tra di noi d'un gusto più raffinato nelle lettere, chi vi è o Francese o Spagnuolo, che possa mai essere un ottimo conoscitore delle tante bellezze, che fanno bellissimo l'Ariosto? Certa cosa si è che per molto studio che si faccia da noi in una lingua forestiera, non si giunge mai a penetrarne quell'ultima bellezza, che vi sanno conoscere solamente quelli, che in essa nascono, ed in essa si studiano di comparire. Se dunque i nudi segni, e senza bellezza di contorno, senza varietà di colori, senza aria, senza gradazione, e senza quella simmetria, che risulta dal tutto, hanno potuto tanto in quelle straniere nazioni, che maravigliosi amori avrebbero in esse risvegliato, se li potessero vagheggiare, siccome noi, nella loro perfezione e nella loro propria veduta? Ma discendiamo al particolare, e vediamo se veramente quelle, che voi chiamate stravaganze e bestialità nell'Ariosto, sono tali. Voi dite che quegl'Ippogrifi non li potete soffrire; ma non mi dite il perchè. Patite voi forse di vertigini? e quello immaginarvi di volare vi conturba forse e spaventa? Se questo egli è, purgatevi, e prendete a bere del vino amarissimo, dove abbia bollito per molto tempo l'assenzio: che così confortato di testa potrete leggere con quel piacere, che leggo io il volo del fortunato Ruggiero con la sua bellissima Angelica in groppa. Ma se poi vi dispiace come una finzione non verisimile; per questo motivo avete il torto, sì perchè appresso i Poeti è antichissimo il cavallo Pegaseo, sì perchè il forte Perseo assai prima di Ruggiero aveva liberata, stando sopra d'un alato cavallo, Andromeda legata al duro scoglio. L'anello, che rendeva invisibili tutti coloro che sel tenevano in bocca, l'armi fatate, i palagi incantati, e cose simili, voi li chiamate sogni e delirj d'ammalati frenetici. Non è così? Ma ditemi per vita vostra: per qual motivo ho io da lodare come bellissimo il ritrovamento di cangiare Niobe in sasso, e debbo vituperare tutte queste altre invenzioni dell'Ariosto? Perchè (dite voi) nel cangiamento di Niobe vi ebbe mano alcun Dio. Ed io vi soggiungo, che nelle cose straordinarie dell'Ariosto vi hanno avuto mano ben parecchi Demonj, la potestà de' quali ella è infinitamente maggiore di quello, che noi possiamo pensare. Sicchè nè pure per questo capo si rende l'Ariosto spregevole. Vi danno fastidio i giganti? Ma forse temete voi di essere condannato a rivestirli, e fare loro le spese? Sono essi forse un ritrovamento dell'Ariosto, di modo che solo abbiamo avuto notizia di costoro per mezzo suo? Essi (come ben sapete) sono antichissimi, ed è di Fede, che sonvi stati. Ma (direte voi) non così grandi. State zitto, che hanno bevuto più grosso di noi i nostri antichi; e basti per convincervi quel solo gigante, chiamato Encelado, che tiene il capaccio sotto il Vesuvio, la sterminata pancia nel mare, e le grandissime cosce co' mostruosi piedi sotto Etna: che se siete buon Geometra, voi vedrete che egli è un gigante da non misurarsi col passetto, ma con la scala de' gradi a maniera delle provincie. Ora di questi l'Ariosto non solo non n'ha veruno, ma a mettere tutti i suoi giganti insieme per largo e per lungo, non prenderebbero tanto spazio, quanto vi corre dal bellìco all'inforcatura di questo sol gigantaccio. Ma che accade, che io più mi distenda sopra di ciò; quasi che voi non sappiate che sorta di smisurati bestioni fu quella, che mosse la formidabile guerra a Giove; dalle mani de' quali uscivano sassi così sterminati, che se cadevano in mare, formavano l'isole, e se cadevano su la piana terra, formavano i monti. Tutte cose, padron mio garbatissimo, da fare sbalordire un mulino a vento che sempre gira, non che un uomo di qualche senno; e pure sono migliaia d'anni, che sono state dette, e forse credute, e nessuno fino a qui si è preso collera, nè si è voluto sbattezzare per causa loro, conforme per molto meno mi avete cera di volere far voi.
Della bravura poi delle Bradamanti e delle Marfise, che a voi pare sì stravagante, e che vi rivolta lo stomaco, e v'amareggia il palato, io non voglio parlarvene; perchè non merita riguardo alcuno questo vostro dispiacimento, essendoci state infinite donne, e nella destrezza delle persone, e nel valore dell'armi celebratissime. Ma penetriamo un poco la materia più a dentro, e vediamo che cosa hanno preteso i Poeti con queste loro invenzioni.
_Questi draghi fatati, questi incanti,_ _Questi giardini, e libri, e corni, e cani,_ _E uomini salvatichi, e giganti,_ _E fiere, e mostri ch'hanno visi umani,_ _Son fatti per dar pasto agl'ignoranti:_ _Ma voi, che avete gl'intelletti sani,_ _Mirate la dottrina, che s'asconde_ _Sotto queste coperte alte e profonde._
_Le cose belle, preziose e care,_ _Saporite, soavi e delicate_ _Scoperte in man non si debbon portare,_ _Perchè da' porci non sieno imbrattate._ _Dalla natura si vuole imparare,_ _Che ha le sue frutte, e le sue cose armate_ _Di spine, e reste, e ossa, e buccia e scorza_ _Contro la violenza, ed alla forza_
_Del ciel, degli animali e degli uccelli;_ _Ed ha nascosto sotto terra l'oro,_ _E le gioje, e le perle, e gli altri belli_ _Segreti a gli uomin, perchè costin loro:_ _E son ben smemorati e pazzi quelli,_ _Che fuor portando palese il tesoro_ _Par che chiamino i ladri e gli assassini,_ _E il diavol, che li spogli e li rovini._
_Poi anche par, che la giustizia voglia,_ _(Dandosi il ben per premio e guiderdone_ _Della fatica) che quei che n'ha voglia,_ _Debba esser valente uomo, e non poltrone;_ _E pare anche che gusto e grazia accoglia_ _A vivande, che sien per altro buone,_ _E le faccia più care e più gradite_ _Un saporetto, con che sien condite._
_Però quando leggete l'Odissea,_ _E quelle guerre orrende e disperate,_ _E trovate ferita qualche dea,_ _O qualche dio, non vi scandalezzate:_ _Chè quel buon uomo altro intender volea_ _Per quel che fuor dimostra alle brigate,_ _Alle brigate goffe, agli animali,_ _Che con la vista non passan gli occhiali._
_E così qui non vi fermate in queste_ _Scorze di fuor, ma passate più innanzi;_ _Che se esserci altro sotto non credeste,_ _Per dio areste fatto pochi avanzi,_ _E di tenerle ben ragione avreste_ _Sogni d'infermi e fole di romanzi._ _Or dell'ingegno ognun la zappa pigli,_ _E studi, e s'affatichi, e s'assottigli._
(Berni, _Orlando Innamorato_, l. I, c. 25)
Sicchè dunque, per venire alla conclusione, non è poi l'Ariosto un Poeta così triviale, come lo fate: anzi se non volete impugnar la verità conosciuta, egli è senza fallo uno de' primi lumi della volgar Poesia.
Forse soggiungerete: Egli non ha osservate tutte le regole, che sono state poste al componimento del Poema epico, e che però per dolce e soave ch'egli si sia, non gli si debba guardare in viso; anzichè di gran lunga posporlo a qualunque Poemetto arido e disgustoso, ma fatto con regola. Su questo punto io non voglio attaccar briga nè con voi, nè con altri; ma servirà per rispondervi (quando mi promettiate di non averlo per male) la narrazione d'un certo Apologo, che a me pare che al caso nostro mirabilmente egli faccia.
Avete dunque da sapere, che vennero un giorno a lite fra di loro, a cagione del canto, il Rusignuolo e il Cuculo, stimandosi l'uno all'altro d'essere superior di gran lunga. Diceva il Cuculo, che il suo canto era continuato, naturale, e con misura? Il Rusignuolo asseriva aver egli assai più armonia di quella, che qualunque altro uccello s'avesse: e quindi per non venire alle brutte, si conchiuse tra di loro di rimettere il loro litigio al giudizio d'un terzo, qualunque si fosse; e preso il volo, nel passare sopra un verde prato, vi scorsero un solennissimo Asino con un pajo d'orecchi, che erano poco meno di mezzo braccio l'uno. Onde tutto lieto il Cuculo: Non andiamo più innanzi (disse al Rusignuolo) che i pietosi Dei ci hanno fatto dare nel giudice; perchè consistendo tutta la scienza di questa materia nell'udito, chi meglio di lui potrà dare una giusta e ben proporzionata sentenza? E detto fatto, se ne volarono sopra un basso arboscello di pere, e sopra i suoi rami, stretti su l'ale si stettero, e quindi umilmente pregarono l'Asino che dar volesse un incorrotto giudizio sopra la loro quistione. L'Asino, che aveva più voglia di mangiare, che di fare da giudice, appena alzò la grave testa da terra, e ritornolla ad abbassare, e date un pajo di strepitose crollate d'orecchi, fece capire a' due litiganti, che per quel giorno non teneva giustizia: ma essi lo pregarono tanto, che egli per fine levatosi dal pascolare, tenendo alta la testa, e gli orecchioni ritti ritti, a maniera di lepre quando cammina: Cantate via (disse loro) e spacciatevi; che come ascoltati io vi averò, vi dirò subito il mio debole sentimento. Il Cuculo si mise il primo in assetto, e disse: Attendete ben, Signor giudice, alla bellezza del canto mio, che in questo punto udirete; e sopra il tutto badate all'artifizio, con cui lo compongo. E quindi fatto otto o dieci volte cu cu, gonfiatosi alquanto, e scosse tutte le sue penne, si tacque. L'Usignuolo allora senza usare verun proemio, incominciò il suo graziosissimo gorgheggiare, e tanta varietà, bellezza, armonia risultava da' suoi soavissimi versi, che non vi era fiera in quei boschi, che tratta dall'incredibile dolcezza che da loro pioveva, a lui non corresse; e nel mentre che egli s'andava vieppiù nel suo canto ingolfando, il giudice annoiato dalla lunga pruova, mandato fuora un villanissimo raglio: Egli può essere (disse al Rusignuolo) che il tuo canto abbia più grazia di quel del Cuculo; ma quel del Cuculo ha più metodo.
La favola significa. Padrone mio bello, che secondo la sentenza di quel giudice da quattro piedi, io ho tutti i torti, e voi avete tutte le ragioni; e siccome io non m'affanno per aver perduta la causa, così prego voi a non v'incollerire per averla vinta: anzi vi consiglio a darvi pace, e stare allegro, e ad industriarvi a sputar dolce, con tutto che mastichiate del fiele; e giacchè ho preso qualche confidenza con voi, e che a dirvela giusta non mi fate punto paura, vi vo' dire in segreto una cosa che vi farà certamente maravigliare. Quel Poema, che v'ha mosso i vermini, e v'ha fatto tanto scorrubbiare contro di me e contro del mio amico, sappiate ch'egli è farina del mio sacco, opera delle mie mani, e in una parola che l'ho fatto io, e l'ho fatto a pezzi e bocconi, conforme m'è paruto e piaciuto, e sono andato avanti (come si suol dire) a occhi e croce, nè ho pensato più che tanto alle regole, ed a' precetti, ma solamente ho avuto un certo discernimento di non fare qualche cosa di mostruoso, cioè a dire di non fare un corpo con cinque o sei capi, ma con un capo solo, e così dell'altre parti, che, data proporzione, ad un ben fatto corpo convengonsi. Del resto io non ho avuto altro fine, che di piacere, e principalmente a me, e poi di mano in mano a coloro, che forse una volta lo leggeranno. Imperocchè gli uomini, quando sono veramente oppressi o dal peso delle fatiche o dalla malvagità della fortuna, o dalle pubbliche cure, vogliono rallegrarsi: e siccome la maestra natura conduce quasi a mano gli animali tutti a cercare quella sorte di cibo, che loro più si confaccia; così per la medesima siamo internamente mossi nell'avvilimento dello spirito a cercare di conforto e di sollievo, ne alcuno ve n'è più atto, nè più efficace a rallegrarci in un subito, che d'un grazioso componimento poetico. Onde se questa mia operetta verrà mai ad ottenere un fine così discreto ed umano; vi giuro che ne sarò contentissimo, assicurandovi che verun conto non farò mai di quello, che possiate dir voi, o gli uomini, siccome voi, quando fate un giudizio così pazzo e bestiale del più celebre e del più ragguardevol Poeta, che abbiamo. Ciò detto mi tacqui: ed egli ad un tratto nelle sue smanie tornato, senza altro dirmi partissi.
Ed eccovi narrata, Aci reveritissimo, la dolente, ma vera istoria delle mie non pensate avventure. Quello che da questa inimicizia sia per venirmene addosso, io non lo so. Di ragione non avrebbe da farmi altro insulto, che di dir male di me e dell'opera mia; nel qual caso vorrei un poco d'ajuto, perchè io non so veramente, se gli abbia risposto bene o male: e non ve ne maravigliate, perchè oltre al sapere io poco o niente di tutto, e massime di queste materie, e l'essere stato colto da lui all'improvviso, non ho tempo da respirare, non che da mettermi in istato da pormi a tu per tu con gli uomini letterati. Però voi che sapete tanto, e che state in un paese, dove le belle arti e i leggiadrissimi studj hanno preso casa e ci covano, e le muse tutte con sicurezza e con diletto soggiornano, aiutatemi quel più che potete, ed avvisatemi se ho detto cose da non poter sostenere; perchè in quel caso io non m'ostinerò certamente in difendermi, ma confesserò d'avere il torto, massime quando mi venga detto da voi. Subito che potrò, manderovvi questo benedetto Poema, quale voi leggerete con tutta segretezza; e se vi parerà che egli non abbia il viso di dietro, e che possa fare ancora egli la sua comparsa, e noi ne faremo la mostra: se poi ne giudicherete altrimenti, o noi ne faremo un bel falò, o non ci mancheranno buchi dove appiattarlo. Conservatemi la vostra stimatissima grazia, e perdonatemi la confidenza e l'ardire: ma come sapete, il bisogno per lo più ha sempre poca creanza, e la necessità non ha legge; e resto tutto vostro.
RICCIARDETTO
CANTO PRIMO
ARGOMENTO
_Il re de' Cafri intima un'aspra guerra_ _A Carlo Mano per placar Despina._ _Stella insegna ai guerrier nella sua terra_ _Dell'incantato vin la medicina._ _Rinaldo l'oste e i due giganti atterra:_ _Fa della maga una crudel cucina._ _Ai cari amanti il primo aspetto rende;_ _E dal corrier la nova guerra intende._
1
E' mi è venuta certa fantasia, Che non posso cacciarmi dalla testa, Di scriver un'istoria in poesìa, Affatto ignota o poco manifesta. Non è figlia del Sol la Musa mia, Nè ha cetra d'oro o d'ebano contesta: È rozza villanella, e si trastulla Cantando a aria, conforme le frulla.
2
Ma con tutto che avvezza alle boscaglie, E beva acqua di rio e mangi ghiande, Cantar vuole d'eroi e di battaglie, E d'amori e d'imprese memorande; E se avverrà che alcuna volta sbaglie, Piccolo fallo è in lei ogni error grande, Perchè non studiò mai, e il suo soggiorno Or fu presso un abete, or presso un orno.
3
E in tanto canterà d'armi e d'amori, Perchè in Arcadia nostra oggi son scesi Così sublimi e nobili pastori, Che son di tutte le scïenze intesi; Vi son poeti, vi sono oratori Che passan quelli degli altri paesi: Or ella, che fra loro usa è di stare, Si è messo in testa di saper cantare.
4
Ma, come voi vedrete, spesso spesso S'imbroglierà nella geografia, Come formica in camminar sul gesso, O sulla polve, o farina che sia; O come quel pittor ch'alto cipresso Nel bel turchino mare colorìa, E le balene poi su gli erti monti: Così forse saranno i suoi racconti.
5
Ma non per questo maltrattar si dee, Nè farle lima lima, e vella vella. La semplicetta non ha certe idee Che fan l'istoria luminosa e bella; Nè lesse mai in su le carte achee, Ovver di Roma o di nostra favella Le cose belle che cantâr coloro Ch'ebber mente divina e plettro d'oro.
6
Ma canta per istare allegramente, E acciò che si rallegri ancor chi l'ode; Nè sa, nè bada a regole nïente, Sprezzatrice di biasimo e di lode, Qual tiranneggia cotanto la gente; Che v'è infino chi l'ugna si rode, E il capo si stropiccia, e 'l crin si strazia, Per trovar rime ch'abbian qualche grazia.
7
Voi la vedrete ancor (tanto è ragazza) Or qua, or là saltar come un ranocchio: Nè in ciò la biasmo, nè fa cosa pazza; Chè dagli omeri infin sotto il ginocchio La poesìa ha penne, onde svolazza, E va più presto che in un batter d'occhio Or quinci, or quindi; e così tiene attente L'orecchie di chi l'ode, e in un la mente.
8
Così veggiamo nel furor dell'armi, Tra il sangue, tra le stragi e le ruine, In un momento rivoltarsi i carmi Ai dolci amori, e quindi alle divine Cose, e parlar di templi e sagri marmi; Indi volare su l'onde marine, E raccontar le lagrime e il cordoglio D'Arïanna lasciata in su lo scoglio.
9