Il Ricciardetto, vol. I

Part 3

Chapter 33,567 wordsPublic domain

Il Prete Lucardesi è per gli Accademici dello Scherno ciò che era il Cav. Medici per il Gigli e compagni. Anzi il Lucardesi ed il Medici hanno un canzonatore a comune in quella buona lana del medico Bertini, che al primo dedicava la _Giampagolaggine_, e al secondo dava i suoi responsi medici per il Gigli, il quale ce lo mandava per aver consulti sui _suoi fierissimi dolori endecasillabi_[61], di cui impietosiva il Medici con le sue lettere romane.

Bietolone sulle prime fece vista di non pigliarsi della canzonatura, e continuò a buttar giù versi e spropositi, tra cui quello di fare ammazzare, in un sonetto per monacazione, il gigante Golìa da Giuditta; sproposito raccolto subito dagli Accademici dello Scherno. La risposta prediletta del pedagogo buggianese era _che gli autori de' sonetti non erano versati nella buona lingua_, e il Carli rispondeva per tutti:

_Non siam cruscanti noi, o Lucardesi,_ _E ce ne crepa il cor, ma sol ci basta_ _Quando vi diam del bue d'essere intesi._

Da questo momento il povero Bietolone non si può più muovere, che ha sempre addosso l'acuto sguardo del Carli. Cerca egli di scansarlo, e di attaccarla con altri, ma il Carli risponde sempre per tutti; e ogni festa dell'anno, ogni atto vero e supposto del pover'uomo gl'ispira sonetti cari e terribili. Siamo all'Epifania, e il Poeta vuol fare la capannuccia. Ho quasi ogni cosa (egli scrive ad un amico) i Re Magi, i pastori, la Vergine, il Bambino,

_Ma perchè non ho l'asino nè il bue_ _Mandatemi di grazia Bietolone_ _Il qual mi servirà per tutt'e due._

Si fa al Borgo una festa del Crocifisso, e s'intende che è il Crocifisso trino di Bietolone; ci è un pubblico banchetto, e il pettoruto grammatico è a sedere sopra un seggiolone di raso

_Facendo pompa del suo grave aspetto_ _Alla sinistra del Gonfaloniere._

Il Poeta è nella folla, lo vede, e così entra ne' fatti suoi:

_Ma perch'ei macinava a due palmenti_ _Senza pur dar ristoro all'ampia gola,_ _Io dissi ad un di quei ch'eran presenti:_

_Se fe' costui co' suoi goffi argomenti_ _Cristo in tre pezzi e oprò la lingua sola,_ _O pensa tu s'egli adoprava i denti._

Di così singolare scrittore poco è noto oltre il Ditirambo; e noi aspettiamo da quei valentuomini che posseggono MS. carliani, la pubblicazione di altre cose inedite.[62]

VII

Nè molto più noto del Carli è Tommaso Crudeli, (1703-1745); e sentì certamente meno di lui la popolare influenza nello stile e nella lingua. Egli per questo lato più che al Gigli e al Carli si ricongiunge al Forteguerri, e rappresenta come questo gli sdegni del suo tempo con più serietà e vigore. Ma i suoi stupendi Apologhi ebbero men lieta fine dei Capitoli forteguerriani. Quando nel _Gatto eletto giudice_ concludeva:

_Lettor, tienti la favola a memoria,_ _Che se praticherai pe' tribunali_ _Ti passerà la favola in istoria;_

non avrebbe mai pensato il povero Poeta che proprio a lui si sarebbe cangiata in istoria un'altra sua favola, quella della _Corte del Re Leone_, dove l'orso,

_Non potendo soffrir quel tetro avello,_ _Il naso si turò, poco prudente._

Il favolista non era un cortigiano; aveva anzi renunziato la carica di _regio poeta_ alla Corte di Napoli offertagli dal Tanucci, e i suoi lamenti poetici non avevano nemmeno quella velata personalità che talora si scorge, per citare un esempio illustre, anche nella satira ariostesca. Pur non ostante, per i suoi liberi scritti s'ei non fu direttamente mandato, come l'orso della sua favola, _da Ser Plutone a fare il disgustato_, fu cacciato nel maggio del 1739 nelle carceri della inquisizione di Firenze e poi nella fortezza da Basso; e, relegato da ultimo a Poppi, suo paese nativo, vi morì di dolore: ultima e memorabile vittima dell'inquisizione toscana.

Non fu certamente senza influenza di Francia questo nuovo e libero movimento della nostra cultura. Fan prova di ciò le dottrine _quesnelliane_ attribuite con tanto operosa malignità da certuni e tanto inutile vantazione da certi altri, a molti e bravi preti toscani di questo tempo, e anche all'amico del cuore di Niccolò, Liborio Venerosi[63]. Ne fanno prova alcune forme letterarie rinnovate di nuovo sangue, come le odi, le canzoni e i melodrammi; nè sarebbe forse nato senza il Tartufo di Molière il Don Pilone gigliano. Quanto agli Apologhi poi, tutti i favolisti di questo secolo sentono l'influenza di quelli del La Fontaine, e la _Corte del Re Leone_ del Crudeli non è che la fedele traduzione della _Cour du Lion_ del Poeta Francese.

Però non è da credere che tutto codesto movimento si debba ai nostri vicini d'oltr'alpe, come vanno spacciando coloro a cui giova dipingere gl'Italiani naturalmente pazienti d'ogni oppressione, e ne fanno quasi un vanto nazionale. La scuola galileiana e la nuova satira che si unì subito a lei sono una risposta trionfale contro codesti uomini, di cui le patriottiche intenzioni sono tutt'altro che dubbie. Il Crudeli stesso che abbiam visto negli apologhi così facile imitatore, e che al Carducci parve nelle odi _conciliasse il sensualismo filosofico di Francia col naturalismo dei vecchi toscani_[64], anch'egli, dico, sa trovare ispirazioni satiriche tutte italiane e dar forma paesana alla sua ironia, come quando improvvisa questo epigramma:

_Due colombine intatte_ _Candide più del latte_ _Bella donna mi diede_ _In premio di mia fede._ _Servo crudel me l'ammazzò ad un tratto,_ _Or voi v'indovinate_ _Che cosa n'abbi fatto?_ _Io me le son mangiate._

Stupenda satira contro le candide ipocrisie dei Pastori Arcadi e le loro bestiole predilette! Tanto più che per le colombe la cosa non procede netta come per gli agnelli, dopo la famosa comparazione dantesca del V dell'inferno a proposito di due adulteri, poco castamente illustrata da Cristoforo Landino.[65]

VIII

Nei veri artisti l'influenza popolare spesso più che formale ed esterna è intima e sostanziale, resultante cioè da quel complesso di sentimenti e d'immagini, di costumanze e di tradizioni che disegnano la fisonomia d'un paese. Ho già accennato che la parte formale di codesta influenza fu sentita massimamente dal Gigli e dal Carli, in minor grado dal Crudeli, e men che tutti dal Forteguerri. La pratica degli affari e la lunga dimora in Roma han dato allo stile del prelato pistoiese maggior severità e comprensione, e alla sua lingua una più larga italianità. A conferma di ciò sarebbe superfluo ripetere citazioni già fatte dei Capitoli; ma perchè si potrebbe obiettare che in codesta satira fiera e sdegnosa anche lo stile è naturalmente grave e concitato, ricorriamo pure al Poema, e particolarmente a quel luogo del Canto XII dove Ciapino e Lisa improvvisano alcune ottave villesche. Leggiamo soltanto le prime due:

_L'amore ch'io ti porto, Lisa mia,_ _La non è mica cosa naturale,_ _Io stimo ch'ella sia qualche malìa_ _Fattami da talun che mi vuol male;_ _Perchè a far nulla non trovo la via,_ _Se mangio l'erbe non ci metto sale,_ _Nè distinguer so il vino dall'aceto,_ _E penso andare innanzi e torno indreto._

_La notte tengo spalancati gli occhi,_ _Nè si dà il caso ch'io li serri mai,_ _E in qua e in là a guisa de' ranocchi_ _Saltello per li palchi e pe' solai,_ _E grido come se il fuoco mi tocchi,_ _E tu la cagion se' di tanti guai,_ _Perchè s'io non t'amassi dormirei_ _Nè che cosa è dolore ancor saprei._

Non occorre, mi sembra, una profonda conoscenza dei diversi parlari toscani per intendere che codesta poesia non rende immagine di nessuno di essi in particolare, ma che tutta la lingua dell'uso le ha dato de' suoi colori e delle sue grazie. Eppure anche il bravo e buono Arcangeli, scrivendo di Jacopo Lori,[66] altro poeta compaesano, par che indichi il Forteguerri come squisito ammannitore di ghiottornìe toscane, e specialmente codesto luogo del _Ricciardetto_ come fonte di vocaboli e modi pistoiesi!

Quello che veramente sentì il Forteguerri poeta, fu lo spirito innovatore de' suoi tempi; e le sue satire contro la Curia e la Corte romana, tanto più sincere quanto più fatte per la intimità epistolare, tanto più efficaci e precise quanto più lontane da ogni pretensione letteraria e ispirate dalla presenza dei fatti, completano e raffermano, e correggono ove occorre, gli ardimenti degli altri tre suoi contemporanei di cui abbiamo discorso. Della onestà, anzi della religiosità del Forteguerri, come della illibatezza dei suoi costumi, è generale la testimonianza; onde non senza ragione sul principio di questo scritto dicemmo che i suoi Capitoli danno carattere storico e autorità morale a tutta la satira toscana della prima metà del secolo decimottavo. Del resto alle querimonie e agli sdegni del Prelato pistoiese dettero sanzione solenne dopo scrupolose cautele e discussioni dottissime, non solo le riforme leopoldine e ricciane, ma anche i provvedimenti disciplinari di Pontefici grandi e venerabili come Benedetto e Clemente XIV. Dopo ciò, che dire di coloro che anche oggi, nello stato presente delle pubbliche credenze, dubitano della utilità di quelle riforme, e della salutare influenza del movimento letterario che le precedette?

Oltre allo spirito del tempo sentì il Forteguerri, come abbiamo accennato, l'influenza intima e sostanziale del popolo suo. Egli ha così bene equilibrate e contemperate le facoltà del raziocinio e della fantasia, che bene apparisce nativo di quel paese dove lo stornello fiorisce accanto alla più decisa attitudine alle scienze esatte, e rappresenta quanto all'animo ed all'ingegno il tipo pistoiese nella sua forma più elegante e perfetta. Alla perfezione dell'animo conferirono, l'abito signorile della famiglia, le elette conversazioni, le larghe e quasi cosmopolitiche relazioni che gli venivano dagli uffici curiali. Alla perfezione dell'ingegno, così bene elementato dalla natura, contribuirono i suoi studi legali, la cultura delle scienze fisiche e naturali, (di cui restano buoni saggi nelle sue prose), la scuola dell'Averani e del Marchetti, l'amicizia intima col Manfredi, e, più che tutto, la continua pratica degli affari; onde l'Autore del _Ricciardetto_ potè finire la vita pubblica come l'aveva incominciata, con una missione diplomatica[67]. La qual cosa, se sarà cagione di stupore agli stolti, sarà nuova conferma pei savi che in codesta diversità e quasi contrasto di attitudini sta appunto la misura del vigore intellettuale così di un uomo come di un popolo.

IL RICCIARDETTO

NIDALMO TISEO

AD

ACI DELPUSIANO

_Salute e felicità_

Non mi sono mai dimenticato, valorosissimo e virtuosissimo Aci, onore e gloria sempiterna d'Arcadia, di quella volta, che io passai da Bologna, che sono degli anni parecchi, dove ebbi la occasione di vedervi, e di trattarvi con tale dimestichezza, che mi lasciai indurre a farvi vedere alcune mie coserelle poetiche; e voi poi le voleste con le vostre lodi far grandi, e di più le faceste comparire alla pubblica luce. Da quel tempo dunque, conforme sapete, infino ad ora v'ho tenuto per mio Maestro; nè ho fatto cosa, che non v'abbia, siccome egli era di dovere, participato. Questa bontà dunque vostra verso di me mi vi ha obbligato di maniera, che stimerei di farvi torto, se vi celassi un accidente, che mi è succeduto di fresco, e per cui sono certo che avrò, in caso di bisogno, tutta la più valida e affettuosa assistenza da voi. E perchè sappiate la cosa tutta, incominciando dall'A. sino al Ronne, vi dirò come trovandomi del 16. di questo secolo 1700 in Pistoia mia patria nel gratissimo tempo dell'autunno; mi portai con tutti di mia casa in villa, per ivi attendere, conforme da ciascheduno si suole, ma da' Toscani specialmente, a diverse sorte così di cacce, come d'uccellari: e perchè la sera tutti i villeggianti di quelle collinette all'intorno venivano a veglia da noi, per essere la mia villa fabbricata quasi affatto nel piano, e quindi radunatisi insieme, alcuni di essi giuocavano, alcuni stavano a vedere. Io, che di giuoco poco o nulla dilettomi, mi tratteneva separato da quelli in un'altra stanza con alcuni eruditissimi giovani; e quivi con esso loro quando leggeva il Berni, quando il Morgante, quando l'Ariosto, con un godimento veramente straordinario. Accadde una sera, che nel prendere qualche riposo dopo una ben lunga lettura, disse uno di que' giovani: Iddio lo sa, quanta fatica sarà ella costata agli autori di questi Poemi, non dico la fabbrica d'un Canto intero, ma d'una dozzina d'Ottave. Certa cosa si è, che quanto maggiore apparisce in essi e la facilità, e la felicità de' versi e delle rime, altrettanto sudore egli è stato sparso da loro. E gli altri che quivi pur erano, lo stesso ad una voce affermavano. Io meno accorto, o senza dubbio più animoso di tutti loro, mettendo la cosa in riso: Affè (dissi) ci avranno sudato essi meno, che voi per avventura non vi credete; avvegnachè nel poetare, se non tutto tutto, almeno più della metà si debba alla natura, e colui, che non sia da essa benignissimamente aiutato ed assistito, può lasciare a sua posta un così nobile e dilettevol mestiere, e darsi a qualche altro esercizio, dove signoreggi più l'arte, che la natura. E perchè le parole non s'infilzano; io, che sono pronto a provarvi co' fatti quanto di presente vi dico, vi prometto portare un Canto domani a sera, mescolato dello stile di tutti e tre, giacchè la natura m'è stata piuttosto liberale, che scarsa de' suoi graziosissimi doni. Fu con lieto volto accettata la mia promessa da tutti, e quello che è peggio, finita la cena, e ritiratomi in camera, puntualmente la mantenni; e la susseguente sera lessi il nuovo Canto, e fu ascoltato con piacere non ordinario.

Qui, gentilissimo Aci, pareva che dovesse terminare questa mia, non so se io dica o prova d'ingegno, o leggerezza di mente; ma di qui giusto ebbe principio, mezzo e fine un Poema di trenta Canti, nel corso di pochi anni, ed a tempi rotti, ed avanzati alle occupazioni più gravi. Teneva dunque questo mio Poema legato rozzamente sopra d'un tavolino, dove per lo più soglio scrivere: quando eccoti un uomo da me conosciuto appena di vista, ma che aveva grido d'esquisitissimo letterato, il quale postomisi a canto a sedere, interrogommi di molte cose; alle quali ho io brevemente risposto, siccome era desiderosissimo di spicciarmene; ed egli che forse si era di ciò avveduto, stava per alzarsi in piedi e partire. Quando dette d'occhio su quel mio benedetto libro, e mi richiese che cosa egli si fosse; ed io sorridendo: Egli è un Poema nuovo (gli dissi) tirato giù in fretta, ed alla peggio, e per puro divertimento da un mio carissimo amico il quale ha voluto piuttosto onestamente spendere in questi dolcissimi studi quelle ore, che gli altri senza valutarne la perdita gettano via, o ne' pazzi amori, o ne' pericolosi giuochi, o nelle inutili conversazioni, ancorchè la malignità de' tempi sia tale, che non si stimi altro tempo perduto che quello solo, che nelle belle arti consumasi. A questa voce egli mutossi subito di colore, e fieramente turbatosi prese di tal maniera a divincolarsi ed a sbattersi, che lo credetti invaso dal fistolo, o tormentato da qualche stravagante malore: e, preso con furia quel disgraziato libro, gettollo sopra il tavolino, e volendo alcuna cosa dire, per la sfrenata rabbia non poteva formar parola, ma a guisa d'un calabrone rinchiuso in un fiasco, o d'un pajuolo che forte bolla, egli era il suono delle sue voci incomposte, talchè mi s'ebbe a gelare il sangue nelle vene per lo spavento. Ma sfogato ch'egli ebbe un tal poco l'impeto dell'ira sua maladetta: Sapete voi (con torvo sopracciglio mi disse) che cosa vuol dir Poema? Ed io a lui, così sbalordito com'era: Lo so, e non lo so (subitamente ripresi) vo' dire, che lo so tanto quanto, da poter anch'io mettere il becco in molle; ma non ne so in modo da farne il maestro, come forse e senza forse lo farete voi. Ed egli con le labbra sbiancate, che gli tremavano tuttavia, come se vi avesse il parletico: Dite pur francamente di punto non saperne; perchè se lo sapeste, avreste lacerato su gli occhi stessi di quel vostro inesperto e semplicissimo amico il libro che egli vi diede; e se foste del temperamento collerico, che son io, gli avereste fatto ancora qualche altro scherzo più tristo. Ed io a lui: Iddio non voglia mai, che si faccia alcuno benchè minimo dispiacere a quel galantuomo, onorato e da bene; anzichè lo possa io vedere ogni dì più prosperato e contento. Ora non sapete voi (seguitò egli sdegnosamente a dire) che il Poema epico è la più grande, e la più bella, e la più ammirabile cosa, che s'abbia la Poesia, ed è l'opera dell'umana mente la più nobile e la più perfetta? Tutta la sublimità degl'ingegni i più stupendi appena può esser bastevole a sopperire di tutto ciò che abbisogna ad un Poeta eroico. La difficoltà sola di trovare un giudizio, una fantasia, un sangue così ben temperato di caldo e di freddo, cioè d'impeto e di posatezza, cagionano la rarità di questo carattere, e di questa mescolanza felice, che fa il Poeta perfetto. In somma per ben riuscire in un Poema, ci vuole un giudizio sì saldo, un discernimento sì fino, una cognizione così intera della lingua nella quale si scrive, uno studio così costante, una meditazione così profonda, una estensione di capacità così vasta, che gl'interi secoli appena possono produrre un ingegno atto alla tessitura d'un buon Poema: ed è, a dirvela in due parole, una impresa di tanto ardire e di tanta malagevolezza, che ella non può venire in mente ad alcuno senza atterrirlo e spaventarlo. E voi mi dite, che questo è un Poema? e che è stato fatto in pochi anni, e per puro divertimento? e quello che è più strano, d'avanzugli e di ritagli di tempo, come de' menomi scampoli de' sartori le povere vesti loro i baroni si fanno? E qui tornò a strapazzare il mio libro, ed a sbatacchiare le mani sul tavolino con sì poca grazia, che buttommi il calamaio e il polverino per aria, che poi tornato all'ingiù capivolto scarabocchiommi delle scritture parecchie. Nulladimeno sembrando a me, che egli avesse ragione da vendere, stetti chiotto chiotto, e tacitamente meco mi rallegrai di non essermegli scoperto per autore di quel benedetto Poema. Quindi per non parere d'essere un piccione di quei di gesso, o d'aver lasciato la lingua al beccaio: Per verità io non credeva (gli dissi) che ci volesse tanto per essere un bravo tessitor di poema. Ed oh non avessi aperto mai bocca, che egli a questo mio dire diede la stura alla piena, e m'ebbe ad affogare; massime allora, che messe ambe le sue mani su le mie braccia, e con la testa sua quasi toccante la mia, ferocissimamente esclamò: Non ho neppure cominciato a dire quello che vuolci, per fare un vero e perfetto Poeta. Imperocchè vuolci, oltre a ciò, che poco fa dissi, una mente che esca affatto da' limiti dell'ordinario, ed uno spirito che abbia più del celeste, che del terreno; acciocchè possa muovere gli affetti, e cagionare que' trasporti d'ammirazione che si aspettano dalla vera Poesia. Nè questo per avventura egli è il tutto: avvegnachè due fini si abbia da proporre il Poeta, cioè uno di arrecar diletto, l'altro di apportar giovamento. E qui sorgono due spaventose montagne, che quasi niuno giunge a salirle; e dove ancora i nobilissimi ingegni per mancanza di senno si perdono; e sovente alle radici delle medesime, dopo d'averne sormontata gran parte, vergognosamente precipitano. La vera maniera dunque del dilettare consiste nella mozione degli affetti; imperocchè quel movimento egli è cosa gratissima all'anima, che gode della mutanza degli oggetti, per compiacere alla immensità de' suoi desiderj: e quindi, per ciò più facilmente ottenere, si serve del numero e dell'armonia, anima i suoi ragionamenti con maniere ed espressioni vivissime, permette alla sua immaginazione una pienissima libertà, e tutto quello che dice, lo dice con ornamento e vaghezza, formandolo da tutto ciò, che gli è più aggradevole nella natura degl'Idoli graziosissimi; de' quali nel Poema quanto la frequenza è maggiore, egli tanto più viene a riuscire dilettevole e grato. In fine ella, ad oggetto di piacere, è grande nelle sue idee, sollevata nelle sue espressioni, ardita nelle parole, appassionata ne' suoi movimenti, e si studia di comparire in qualunque sua parte tutta colma di bellezze, di grazie, di fiori e di leggiadrie. E questo diletto tanto più si dee riputare degno di stima, quanto che il buono e costumato Poeta lo fa servire a rendere la virtù (la quale ha sempre a prima vista dell'austero e dell'aspro) oltremodo grata e soave; distinguendosi in questo ancora la Poesia dalle altre Arti, le quali senza punto pensare al dilettevole, pongono tutta la cura loro nell'ammaestrarci nell'utile e nell'onesto: lo che essa facilmente ottiene col proporci spesso diversi esempi di grandissime virtù, e d'enormissimi vizj, incitando gli uomini per tal via all'amore ed alla imitazione di quelle, ed all'odio ed alla fuga di questi. Ma una tal maniera di dilettare ella è delle più scabrose cose, e delle più difficili della Poesia. Imperocchè consistendo principalmente il diletto nella novità, che è madre della maraviglia, e questa per lo più nascendo dal finto, conciossiacosachè non vi può essere cosa alcuna mirabile, se non fuora del corso ordinario della natura, ed il finto avendo obbligazione di comparir verisimile, cioè, non discordante dall'opinione comune; chi non vede la grandezza e la malagevolezza dell'opera? Mentre egli così diceva, vi giuro, Aci, per i monti, per i boschi, e per i fiumi più sacri e più rinomati di Arcadia, che m'era già tirato il miserabile mio Poema sotto del tavolino, e messomelo fra le gambe con animo deliberato di strapparne ora uno, ed ora un altro foglio (come le donne, dopo che hanno tirato loro il collo, s'arrecano in grembo o le galline, o l'anitre per pelarle) e di non parlare giammai più di lui, come d'una memoria se non infame, almeno infelice. Nientedimeno come i padri de' figliuoli o storpi, o scempiati sono sempre padri, e di mala voglia s'arrecano a strapazzarli; così ancor io andava a rilento a fare in brani quella mia ancorchè goffissima creatura; quando m'avvenne cosa, che (conforme udirete) mi fece mutare a un tratto di sentimento, e mutare in modo, che sarei pronto a far questione con chi volesse lui torcere un sol capello.