Part 28
E non è da credere che l'essere ammesso tra gli Arcadi fosse un onore che avesse almeno il pregio della rarità, perchè G. M. Crescimbeni, General Custode, nell'adunanza del 1712 (22 anni dalla istituzione) potè con suo gran diletto annunziare che i Pastori erano già il bel numero di 1300, _tra cui Cardinali, Principi, Prelati d'ogni ordine e finalmente non poche dame_. Ma mostrerebbe di mal conoscere gli uomini chi facesse le meraviglie per la importanza che allora davano scienziati e letterati a codesta ammissione. Il numero non guastava per gli Arcadi del 700, come non guasta per i Cavalieri dell'800.
[35] Ho cavato questo Sonetto dai manoscritti, credendolo inedito, ma ho trovato poi che fu pubblicato in una Raccolta lucchese del 1719 intitolata — _Rime scelte di Poeti illustri de' nostri tempi_.
[36] È pubblicata nella Raccolta che va sotto il nome del Gobbi (Bologna, Pisarri 1711).
[37] «Inter carmina Nicolai meo judicio praestat omnibus ode illa amatoria, cuius initium est
Qualora io penso e qualor gli occhi volgo
grandis illa quidem, splendida, ingeniosa, concinna, in qua plura admiscuit ex intima Platonicorum philosophia. _Vitae Ital._ 1. c.
[38] Anche le _Raccolte_ del 700 rappresentanti il movimento letterario pistoiese, me le ha somministrate la _Collezione Cassigoli_.
[39] La similitudine di Ecuba è nella Canzone, quella d'Ifigenìa nel Capitolo al Petrosellini (XVI).
[40] In questo Capitolo Galileo mette in ridicolo la prammatica che astringeva i Professori dello Studio Pisano a fare uso della Toga non solo leggendo in cattedra, ma ancora passeggiando per la città o visitando gli amici. L'autenticità di questo componimento poetico, oltre la confessione che resulta dalla seguente terzina:
. . . . . io non son mica Ebreo, Sebbene e' pare al nome ed al casato Ch'io sia disceso da qualche Giudeo;
vien confermata dal Padre Ranieri lettore in Pisa in una sua lettera del 26 Febbraio 1641 a Galileo, la quale si conclude col seguente periodo: «Di nuovo non ho che dirle: solo che il sig. Auditor Fantoni ha fatto spolverar le toghe a' Dottori, onde adesso non si vede altro che togati, e sarebbe molto a proposito il Capitolo che fece già Vossignoria Eccellentissima, alla quale bacio affettuosamente le mani.» Così annotano i dotti pubblicatori delle Opere Galileiane, Ediz. fiorentina Vol. XV, pag. 207.
[41] Vita d'Agricola.
[42] Circa Ippolito Neri vedi i _Cenni biografici e critici_ scritti dall'egregio mio collega ed amico Prof. Mariano Bargellini — Empoli Tip. Monti, 1873.
[43] «Ho aspettato, e dovevo aspettare, la giustizia del governo: devo credere che non mi mancherà. Se mai mi mancasse... non perciò gl'iniqui sfuggirebbero alla mia giustizia: perchè Dio mi ha dato una potenza che nessun re mi può togliere, mi ha dato un'artiglierìa che tira più lontano, tuona più lungo, e conquassa più forte de' cannoni.» P. Giordani, Opere; Appendice — Tip. Le Monnier 1851.
[44] V. Rime Burlesche di Eccellenti Autori, raccolte, ordinate e postillate da P. Fanfani — Firenze, Felice Le Monnier, 1856.
[45] Ibid.
[46] V. Nuova Antologia (vol. V, Fasc. VIII, 1867), Discorso di P. Fanfani sulla poesia giocosa in Italia.
[47] Queste frasi sono del Capitolo Primo, che è una supplica per ottenere un lenzuolo ad un soldato. Dice che il supplicante ha varie speranze di far denari, ma, sopra tutto, spera in uno Zio prete, il quale ha grosse entrate...
Ma canta come il nibbio: _mio, mio_. Ed ha tutte le oneste intenzioni Ch'hanno i . . . . moderni; è menzognere. Ama le sottigliezze e i buon bocconi. E vuole a lui quel ben che lo sparviere Vuole all'acceggia, o Satanasso a quello Arbor che aperse al mortal' uom le spere. E sente gran piacer ch'egli in bordello Sen venga là per la marina egea Perchè spera di mai non rivedello. Or l'altra notte a Bartolo parea Sognando appresso il dì che questo. . . . . Di zecchini e di doble il sen gli empiea; Onde ha fatto pensier con tai monete Il lenzuolo pagarvi, e tutte l'altre Partite cancellar che seco avete.
La cautela dell'editore, come vedete, è resa inutile dalla evidente rima di _monete_ con _prete_. Infatti nell'esemplare che ho davanti (appartenente alla _Collezione Cassigoli_) un vecchio lettore del secolo passato ce l'ha già scritta codesta parola. L'edizione da noi citata è di Venezia, MDCXXXIV, appresso Giov. Pietro Perelli.
[48] Francesco Ambrosoli, Manuale della Letteratura italiana (Firenze, Barbera editore) vol. III, p. 244.
[49] Discorso sulla vita e sulle opere di G. Parini, Firenze, Le Monnier, 1856.
[50] «Ritrovandosi il detto Sig. Girolamo in Roma (scrive il Corsetti nella vita del Gigli) per sodisfare alla curiosità di alcuni suoi amici in Siena, soleva spesso comporre foglietti di finte ingegnose novelle, e quelle mandare al Sig. Canonico Mariani, che con la sua facilità a credere de le frottole, et ancora insinuare altri a crederle dava occasione al novellista di calcar sempre la penna.» La serie di codeste novelle, o avvisi ideali, prese il nome di _Gazzettino_. Ne abbiamo due recenti edizioni, una fiorentina del 1861 in CXXV esemplari numerati, curata da P. Fanfani; l'altra milanese del 1864 fatta per la _Biblioteca rara_ del Daelli da Luciano Banchi; il quale ne pubblicò poi un'altra Spedizione (la 18.ma) nel Vol. III della _Piccola Antologia Senese_, intitolato: «Scritti satirici in prosa e in verso per la maggior parte inediti raccolti e annotati da Luciano Banchi» Siena, L. Gati editore, 1865 — È da questo volume che noi citiamo i versi del Gigli.
[51] Anton Maria Fede, o Fedi, del contado pistoiese, è menzionato e deriso sopra tutti nel _Gazzettino_, e soprannominato il Conte di Culagna. Ministro di Cosimo III a Roma, gran furbo e gran bacchettone, entrò in grazia d'Innocenzio XII, di Clemente XI, e di molti cardinali e ministri esteri. Ne fa liberamente il ritratto anche il Galluzzi nella _Storia del Granducato di Toscana_. Nel Capitolo di Pasquino zelante, attribuito al Settano, è chiamato
Il Conte Fede, il conte di Culagna, Superbo contadin del pistoiese Nodrito di farina di castagna.
Morì in Roma il 15 Giugno 1718.
[52] Pochi furono gli esemplari del _Vocabolario_ che si salvarono dalla condanna del bruciamento eseguito in Roma a richiesta di Cosimo III, per le ingiurie contenute in quel libro contro la _Crusca_ e la lingua e la pronunzia fiorentina. Codesti pochi esemplari sono tutti in egual modo mutilati al principio e alla fine, come si vede in due che se ne conservano nella Biblioteca del Liceo Forteguerri, provenienti l'uno dalla Librerìa Franchini-Taviani e l'altro dalla Librerìa Puccini.
[53] Ciò dice nella _Scivolata_, e ripete nell'ottava XLI del _Seminario degli affetti_.
[54] _Scritti satirici_, Ediz. cit.
[55] Ibid.
[56] Ecco le due ultime ottave: (IL e L)
Nemmen Pistoia al Sacerdozio infido Prestò ricetto ed inalzò gli altari: L'Ombrone illustre, alla nostr'Arbia fido, Uguali all'Arno e all'Arbia ha gli umor chiari. Volgete il guardo là nel lazio lido, Ove di Pier la nave da contrari Venti agitata, al combattuto regno Ha da Pistoia il suo maggior sostegno.
E tu, pastor gentil, cui siedo accanto, Che sei di Siena e di Pistoia onore, E che alla nave ormai t'accosti tanto, Ministro eletto al suo nocchier maggiore, Per tua luce sincera il vel fia franto A ogni coperto mascherato errore; Come scopristi le profonde cose Che l'avara natura ci nascose.
Queste ottave (annota il Tondelli) le disse il Gigli sedendo a lato a Mons. Forteguerri nell'Accademia Senese, dov'egli aveva detto il suo discorso pastorale intorno alle cose maravigliose sotterranee. E aggiunge Luciano Banchi pubblicatore degli _Scritti_: «Il Forteguerri era di Pistoia, di quella cara città, madre a tanti eletti ingegni, da Cino poeta all'Arcangeli.» Io mi sento in dovere di ringraziare l'egregio amico mio delle parole benevole e affettuose per la nostra città. Fra Pistoia e Siena fu sempre ricambio di affetti sinceri; ed anche recentemente un bravo Pistoiese, Pietro Odaldi, chiamava Siena _sua seconda patria_. In codesto tempo in cui ci fu il Forteguerri, dimorava in Siena un altro pistoiese, il Cav. Aurelio Sozzifanti che vi fu auditore generale del governo dal 1699 al 1727.
[57] _Barboni_ per frati dice spesso il Gigli. V. il ritratto del P. Campana negli _Scritti satirici_, Ed. cit., pag. 6, nota 1. — Per il culto di San Cresci, vedi Annot. 1.ª alla Spediz. XVI del _Gazzettino_, Ediz. Fanfani. Il Santo ricordato scherzosamente dal Boccaccio, fu una grande occupazione pei bacchettoni di quel tempo, e un grande spasso pei letterati. Il Padre Campana, il Canonico Mozzi, l'Abate Gondi e il Conte Fede sono i _Cresciani_ più derisi dal Gigli.
[58] Lettera di Francesco Onorato Tondelli scritta al Gigli per ordine del _Serenissimo Gran Principe Giov. Gastone_; premessa alle Lettere Medicee nel Vol. degli _Scritti satirici_.
[59] Morì a 58 anni nel 1853. Fu prete, e come il Forteguerri, buono d'animo, vivace d'ingegno, e nemico d'ogni ipocrisia e d'ogni affettazione. Se il Forteguerri ebbe pei suoi sali il soprannome di _Lepido_, anche le facezie dell'Jozzelli erano e son rimaste popolari in Pistoia. Noi che siamo stati suoi alunni, sappiamo quanto nell'imparare ci risparmiasse di fatica la sua parola chiara ed arguta, e sappiamo anche la differenza del piacere e del profitto tra la sua e la lezione d'ogni altro. Poco egli scrisse sì in verso che in prosa, e questo poco fu raccolto dopo la sua morte e pubblicato, con un cenno biografico, da Giuseppe Arcangeli (Pistoia Tip. Cino 1853). Ci è anche qualche altra cosa d'inedito, che può essere pubblicata, e spero che sarà presto. Ecco intanto il Sonetto contenente il suo ritratto che mandava al suo caro e spiritoso amico Dott. Luigi Capecchi, sonetto che il compianto Capecchi mi dava già il permesso di pubblicare nel _Giornale dei Comuni_ di Pistoia (Febbraio 1867) e che qui riproduco con la letterina che l'accompagna:
Caro Dottore
Pistoia 5 Giugno 1845.
Eccoti in quattordici versi un Ritratto che potrai, volendo, appiccare ad una pagina del tuo bellissimo _Album_. Ho voluto delineare nel fisico, nel morale e nelle sue circostanze, un prete amico nostro, di buonissimo umore, a me caro tra quanti ne conta la Tribù di Levi. Io lo conosco _intus et in cute_ perchè visse continuamente con me, e nacque da mia madre, nel medesimo giorno, anno ed ora in cui nasceva io stesso. È prete spicciolo che non è nulla nella Gerarchia Ecclesiastica; neppur Canonico.
Pallido, emunto, ma sereno il volto Che mal nasconde del pensier l'arcano; Il piè leggiero, agile il fianco e sciolto; Asciutto il ventre e scarso il deretano;
Festivo ingegno e poco in se raccolto; Libero spirto ma temprato e piano; Tenero cuore all'amicizia vôlto, Avverso ai tristi ed ai bigotti estrano.
Lingua che ratta come dardo scocca, Sincera, audace, arguta, e che a gran stento Morir si lascia una parola in bocca;
Miglior ventura a fabbricarsi intento, Prete si fè; ma dieci lustri or tocca E di prete non ha che il sacramento.
Il _miglior ventura a fabbricarsi intento_ rammenta le _chieriche fatte per economìa_; e davvero anche l'Jozzelli, figlio di poveri contadini, non potè a meno d'esser prete. Del suo destino si vendicava scrivendo degli scherzi sulle coperte del _Calendario_, tra i quali trovo questo distico:
Hic liber a nobis emptus ter quinque per annos Abstulit argentum, tempus et ingenium.
[60] Questo Sonetto e tutti i versi del Carli, che successivamente si citano, sono tolti dalla pubblicazione carliana fatta dall'ottimo amico mio il Cav. Avv. Amerigo Seghieri nella _Viola del Pensiero_ (Nuova Serie), Livorno, 1863, pei Tipi di Francesco Vigo. Sono otto Sonetti, che egli non garantisce (sebbene lo creda) che sieno tutti del Carli e tutti inediti. Gli Scherzi poetici dell'_Accademia dello Scherno_ formarono un grosso volume che, a proposta del Carli, doveva intitolarsi: _Il Campanaccio sonatosi dagli Accademici dello Scherno per lo scoprimento del Cristo trino fatto da M. Bietolone da Lucardo l'anno 1711_.
[61] Lettere a Luigi Medici. Lett. IV. _Scritti satirici_ ec. Ed. cit. pag. 44.
[62] Fino dal 1859 si diè notizia nel _Piovano Arlotto_, An. II, pag. 291 e seg., di un MS. carliano posseduto dal Prof. Rigutini, e ne fu pubblicata una parte. Si è parlato anche di un Ms. della _Bietoloneide_, posseduto dal Sig. Pietro Fanfani; e finalmente l'Avv. Seghieri, nella prosa premessa alla pubblicazione livornese del 1863, dice di avere avuta in mano la _copia originaria_ (sebbene molto assottigliata) della Raccolta degli Accademici dello Scherno, offertagli, perchè l'adoprasse a suo talento, dal possessore Sig. Cammillo Vitelli di Borgo a Buggiano. Intanto pubblichiamo noi, da un MS. di proprietà del Cav. Cassigoli, un Sonetto che abbiamo ragione di credere inedito; confortati anche dall'autorevole opinione del ricordato Cav. Seghieri che ci ha fatto il favore di riscontrarlo col MS. Vitelli, dove è anche il titolo che qui si legge:
_Riflessione avuta da Bietolone sopra il miracolo che fece Gesù Cristo nelle nozze di Cana di Galilea._
Sonetto del _Beffa_
Si discorrea l'altr'ier fra più persone Delle nozze di Cana ove andò Cristo, Con stupor che sì mal fosse provvisto Di vin lo Sposo in simile occasione.
Ma non stupite — disse Bietolone — Perocch'egli era un uomo accorto e tristo, E, fatti i suoi scandagli, avea ben visto Ch'era al bisogno ugual la provvisione.
E in verità, di lui tutti appagati Restaron dal più grande al più piccino, E si chiamorno molto ben trattati.
Chè se alfin gli mancò quel po' di vino, Fu perch'egli contò fra i convitati, Cristo per uno, e poi trovollo trino.
Ma Cristo, acciò il meschino Non restasse scornato in faccia a tanti, Gli fe' l'acqua passar per vin di Chianti. —
[63] Reginaldo Tanzini nella dotta Prefazione alla _Istoria dell'Assemblea degli Arcivescovi e Vescovi della Toscana tenuta in Firenze l'anno 1787_ (Firenze, Stamp. Granducale 1788) tocca dello stato della Diogesi pistoiese alla metà del Sec. XVIII; e venendo a parlare del Vescovo Ippoliti, dice: «Mons. Giuseppe Ippoliti secondò a maraviglia il piano che gli avea disegnato il suo antecessore, ed era per condurlo al suo compimento, se la morte non lo avesse rapito dopo pochi anni del suo passaggio dalla cattedra vescovile di Cortona a quella della sua patria. Allora fu che cominciarono per opera sua a girare tra le mani degli ecclesiastici i libri de' Porto Realisti. L'Arnaldo, il Nicole, il Duguet, il Gourlin, il Quesnello non furono più per la Diogesi di Pistoia nomi incogniti, nè le loro opere straniere a quel Clero. Il P. Liborio Venerosi era stato il primo a farle conoscere e gustare all'Ippoliti nel tempo che dimorò con lui nell'Oratorio dei PP. di S. Filippo di quella città.»
[64] _Della Poesia Melica italiana e di alcuni poeti erotici_ — Discorso premesso all'ediz. diam. dei _Poeti Erotici del Sec. XVIII_ pag. XVIII; Fir., Barbera, 1868.
[65] «È la colomba (commenta il Landino) animale molto lussurioso, e per questo gli antichi dedicarono la colomba a Venere.»
[66] _Del Pievano Jacopo Lori di San Marcello_, Lezione recitata alla Società Colombaria il 16 Gennaio 1853; nelle Prose del Prof. Giuseppe Arcangeli (Firenze, Barbera, Bianchi e Comp., 1857), pagina 376.
[67] La missione fu a Gian Gastone, nel Luglio 1773, per alcuni affari importanti della Congregazione di Propaganda; e ciò si rileva dal Breve pontificio (che il Prior Bernardino riferisce) molto onorifico per Niccolò, il quale da Clemente XII è presentato al Granduca come figlio diletto, _genere virtute doctrinaque conspicuum_. Compiuto l'alto ufficio con moltissimo suo onore e sodisfazione di tutti, venne a Pistoia; dove si trattenne fino al 20 Novembre per godere della sua cara villeggiatura, che fu l'ultima cominciandogli già i segni della mortale malattia.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Il Ricciardetto, vol. I, by Niccolò Forteguerri