Part 27
Primiero sul terren Ricciardo scende, Di poi le donne e i due forti cugini, E da un vecchio nocchiero i casi intende Della sua donna, e gli orridi destini. Pensate voi se d'ira egli s'accende; E vestiti gli usberghi e gli elmi fini, S'invìano a gran passo inverso il tempio, Di far vogliosi un memorando scempio.
87
Il Cavalier del Pianto, l'infelice Misero padre dell'alma Despina, Sebbene molto prega e molto dice, Perchè si tolga da tanta ruina, E faccia lui e faccia sè felice, Nulla intanto la smove: e già vicina È l'ora ch'egli deve in su la tomba Morire; e roca già suona la tromba.
88
Piange Despina il duro caso acerbo Del genitore, e vorrebbe morire In cambio suo; ma il principe superbo Nulla affatto del cambio vuole udire; Anzi le dice: In vita ti riserbo, Perchè mi piace vederti patire. Ed ecco fuor dell'avello crudele Son tratti il padre e l'amante fedele.
89
D'un nero panno ricoperto egli era L'avello tutto; e la tagliente scure Teneva in mano un uom d'orrida cera. Vicine al duro ceppo in vesti oscure Stavan le donne, che mattino e sera Piangevan di Despina le sventure; E in mezzo a loro v'era un basso scanno Coperto pur d'un nerissimo panno.
90
Quivi fa porre il barbaro Africano La misera Despina, acciò che veda Morire il padre, il qual dolce ed umano, Figlia, diceva, il giusto Dio proveda Al tuo dolore: il mio fato inumano E il tuo ci han fatti una misera preda Di questo mostro, che ragione e Dio Non cura, e segue solo il suo desío.
91
Un pezzo io ti pregai che tu stringessi La tua con la sua mano, e in questa guisa Te alla tomba, e a morte me togliessi: Ma quanto or lieto nella valle elisa Vo, perchè dura a' miei comandi espressi, Figlia, tu fosti! che piuttosto uccisa Io ti vedrei, che consorte a costui, Di cui peggior non v'è tra' regni bui.
92
Segui dunque, dolcissima Despina, Ad odiar questo mostro: e se riserba L'alma in passar la stigia onda divina Il giusto sdegno e la giusta ira acerba, Temi, ribaldo, pur, temi vicina La vendetta che Giove a te pur serba. L'African non risponde, e fa con gli occhi Cenno al ministro che il gran colpo scocchi.
93
Alza quegli la scure; ma nell'atto Che vibrar vuole il reo colpo fatale, Sorge Despina furibonda a un tratto, E il feritore abbraccia: e tanto vale Sua forza, che al ministro non vien fatto Troncar del padre lo stame vitale; Ma dura gran fatica e stenta molto, Che il ferro dalla man non gli sia tolto.
94
Or mentre questo succede nel tempio, Già co' mille attaccata era la mischia Da' tre guerrieri, che ne fanno scempio. Tristo è colui che alla pugna s'arrischia; Chè danno colpi che son senza esempio: E il rombo delle spade tanto fischia, Che s'ode dentro al tempio; e d'ira insano Esce fuor Serpedonte al caso strano.
95
Despina intanto, generosa e forte, Discioglie il padre, e intrepida e sicura Corre del tempio a spalancar le porte; E già dentro del core si figura Che il suo Ricciardo per benigna sorte Il guerrier sia che lei salvar procura; E gli altri due che pugnano per lui, Sieno i tanto famosi cugin sui.
96
Ricciardo appena Serpedonte ha visto, Che lo corre a investir, siccome toro Il suo rivale, e grida: Iniquo e tristo E perfido ladrone, ove è il decoro Di real sangue? per rapina acquisto Far delle donne, e a forza di martoro, Di catene, di carceri e di morti Tentar di superar l'alme più forti?
97
Con questo (che pur anco e fuma e gronda Del vil sangue de' tuoi) ferro che stringo, Perchè l'altrui superbia si confonda, Di trapassarti il core io mi lusingo. Qual torbido torrente che la sponda Rompa improvviso, e del villan guardingo Ogni riparo, e con l'altera fronte Tutto abbatte; tal féssi Serpedonte.
98
Fumo dagli occhi e foco dalla bocca Usciva all'Africano in copia molta; Chè Amore in mezzo all'anima lo tocca, E pel sangue gli corre un'ira stolta, Ch'assai di là dal giusto lo trabocca; E invêr Ricciardo la spada rivolta, Gli tira un colpo sopra dell'elmetto, Che gli ebbe il capo a tagliare di netto.
99
Ma il Fato amico e la tempera fina Lo salvaron; perchè calò di piatto Il ferro, e non oprò quella ruina Che col taglio averìa di certo fatto. Ricciardo intanto un colpo a lui destina Di punta (chè lo vuol morto ad un tratto) In verso il core; ma il ferro non passa, E nell'usbergo la punta gli lassa.
100
Di ciò si duole il forte Ricciardetto, E con le braccia quanto può lo cinge Per trarlo a terra a suo marcio dispetto: Ma l'Africano anch'esso sì lo stringe, Che a veder quella lotta era un diletto. Pur l'un dall'altro alfine si discinge; E riprese le spade, si dan botte Da far vedere il Sole a mezza notte.
101
Di Ricciardetto intera è l'armatura. Dell'altro quasi tutta è rotta o guasta; Talchè non più trovando cosa dura, Fa piaghe il ferro ovunque il corpo attasta. Ma l'Africano, privo di paura, La vittoria col brando a lui contrasta; E gli dà così dura e rea percossa, Che fa la terra del suo sangue rossa:
102
Per cui di tanta collera s'accende Il Franco giovinetto, che a due mani (Terribil cosa!) la sua spada prende, E l'alza, e poi (il ciel ne guardi i cani) Glie la piomba sul capo, e glie lo fende Insino al mento: vedi colpi strani! Muor Serpedonte, e Ricciardo meschino Pur di sua piaga a morte egli è vicino.
103
Corre Despina, e fascia le ferite Colli recisi suoi capelli biondi; E di lagrime calde ed infinite Lo bagna; e tanto avvien ch'il duolo abbondi In lei, che manca. Le dame compite Le disciolgono il busto, e fiori e frondi Ed acque fresche le spruzzan sul volto, Perch'ella si riabbia o poco o molto.
104
Lo Scricca intanto con olio pietrino (Ma di quello di pietre prezïose, E non del nostro, ovver del Casentino, Che val tre soldi, o due crazie fecciose) Della figlia unse il volto alabastrino, E tornò in vita: molto poi ne pose Nella piaga del vago giovinetto, Che lo guarì prestissimo in effetto.
105
Quanta allegrezza i due fedeli amanti Provassero in vedersi, ognun sel pensi; Ch'a dirlo non ho io forze bastanti. Ora coi volti come fiamme accensi Si guardaro, or con pallidi sembianti; Ed or perdendo or ripigliando i sensi, Aprìan le bocche, e non potevan dire, E si sentivan di piacer morire.
106
Pure alla fine sciolse Ricciardetto La debil voce, e disse: Ancor ti veggio, Despina, mio conforto e mio diletto? Ed ella: Son pur desta, e non vaneggio: Questo del mio Ricciardo egli è l'aspetto, A cui me stessa ed ogni cosa io deggio. Rispondeva or con voci, or con singulti; Quando s'odon vicini aspri tumulti.
107
O questo fatto sì che mi vien nuovo, E viemmi in tempo che molto m'incresce: Che in somma se una volta mi ritrovo A qualche istoria che lieta rïesce, Ecco che viene chi mi rompe l'uovo, E mi strappa la rete, e fugge il pesce. Mi porti in avvenire l'aversiere, Se mai più vo' cantare istorie vere.
108
Che se non avev'io sì forte impegno, Nè seguitassi l'opera intrapresa, Tutte le forze del mio scarso ingegno Spender voleva solo in questa impresa; E d'un amante così bello e degno, E d'una donna sì d'amore accesa Voleva dir con dolcezza infinita, Da farvene leccar forse le dita.
109
Perchè le guerre e l'orride battaglie E l'opere famose degli eroi (Donne gentili, può esser ch'io sbaglie) Non sono cose da me nè da voi. Gli archibusi, gli spiedi e le zagaglie, Per vostra fede, che hanno a far con noi? Maneggin questi gli uomini spietati, Ch'odiano Amore, e i servi suoi pregiati.
110
E noi, s'egli è di verno, intorno al foco, Oppur d'estate all'ombra ragioniamo Quanto piacere e quanta festa e gioco Apporti Amore, e lui benediciamo. Ma spero in Dio ch'ell'abbia a durar poco L'aspra battaglia che noi ci aspettiamo; Ma pur, s'ella durasse troppo troppo, Io son persona da farci un intoppo.
111
Frattanto riposiamci, e in questo breve Spazio di tempo pensiamo a Despina, Che da' begli occhi di Ricciardo beve L'ambrosia vera, e quella più divina, Che tal su in cielo certo non riceve Dal bel garzone Ideo sera e mattina Il sommo Giove; e pensiamo a Ricciardo, Chè versa tutta l'anima in un guardo.
FINE DEL VOLUME PRIMO
INDICE
Giovanni Procacci: _Niccolò Forteguerri e la satira toscana dei suoi tempi_ Pag. 9
_Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano_ » 59
RICCIARDETTO
Canto primo » 75 » secondo » 99 » terzo » 117 » quarto » 137 » quinto » 164 » sesto » 190 » settimo » 219 » ottavo » 252 » nono » 280 » decimo » 311 » undecimo » 342 » duodecimo » 375 » decimoterzo » 404 » decimoquarto » 432 » decimoquinto » 461
A MILANO,
NELLE OFFICINE DELL'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO,
compose e stampò questo volume la maestranza: _Ubaldo Antoniani, Pietro Betteni, Serafino Nicolini, Giuseppe Riva_; curarono la rilegatura: _Francesco_ e _Gino Radice_.
Collazionò il testo l'avv. _Tommaso di Pella_. Disegnò i fregi il prof. _Duilio Cambellotti_.
NOTE:
[1] _Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano, salute e felicità_. Lettera premessa al _Ricciardetto_ in quasi tutte le edizioni.
[2] Tanto il _Ricciardetto_ che i _Capitoli_ furono pubblicati dopo la morte del Poeta. La prima edizione dei Capitoli è intitolata: _Raccolta di Rime piacevoli di Niccolò Forteguerri fra gli Arcadi Nidalmo Tiseo non mai per avanti pubblicate_, Genova, 1765. Il primo volume contiene undici Capitoli. Il secondo volume, del medesimo formato e titolo, è del 1773, contiene quattordici Capitoli, ed è fatto con gran cautela di puntini nei luoghi dove si ricordano nomi di città, di persone, ecc. Le edizioni venete del _Ricciardetto_ riproducono anche la prima parte della Raccolta genovese delle Rime. L'edizione citata da noi è quella di Milano, in tre volumi (Società Tipografica dei Classici Italiani, 1813); nella quale sono pubblicati, dopo il _Ricciardetto_, trentatre _Capitoli_. Altri tre, non compresi nella edizione milanese, furono pubblicati, insieme ad un _Poemetto imperfetto_, nella Raccolta intitolata: _Poemetto e Capitoli, opere postume di Mons. Niccolò Forteguerri date in luce in applauso poetico alle fauste nozze del Sig. Giuseppe Forteguerri colla Sig. Luisa Albergotti_, Pistoia, 1812, presso Gherardo Bracali. Il Capitolo dato come _forse inedito_ da Enrico Bindi (in nome di Luigi Vangucci) nella Raccolta intitolata: _Tre Epistole Poetiche ed altri versi di Niccolò Forteguerri pubblicati a festeggiare le fauste nozze del Sig. Giuseppe Albergotti-Forteguerri con la sig. Luisa Casini_ (Pistoia, Tip. Cino, 1851), è pubblicato fino dal 1813 nella edizione milanese sopra accennata, e nell'altra, con falsa data di Lugano del 1831, che riproduce precisamente la milanese. Queste due edizioni sono le più pregevoli per le varianti del Poema e per l'abbondanza dei Capitoli. Anche i quattro Capitoli pubblicati (non integralmente) dall'Ab. Lodovico Lotti nel 1874 per Nozze Forteguerri-Guicciardini, sono compresi nelle edizioni milanese e luganese già ricordate. Oltre i trentasei Capitoli contenuti nelle citate edizioni, ce ne sono altri dieci inediti, che si conservano gelosamente con gli altri manoscritti del Poeta, nella biblioteca privata del Cav. Giuseppe Forteguerri, che mi ha dato graziosa licenza di consultarli.
[3] Michelangelo Giacomelli nacque in Pistoia nel 1696 e morì a Roma nel 1774. Vedi la _Notizia Biografica_ premessa dal Can. Professor Enrico Bindi al Volgarizzamento del _Sacerdozio_ di S. Gio. Crisostomo, Prato, Tip. Guasti 1852. Egli era tra quei giovani pistoiesi che nel 1716 facevano corona a Niccolò Forteguerri quando nacque l'idea e il primo esperimento del _Ricciardetto_.
[4] «Questa mattina fu coronata la sacra immagine della SS. Vergine dell'Umiltà con il Bambino Gesù inter Missarum solemnia per mano di Mons. Niccolò Forteguerri Can. di S. Pietro di Roma, e fu coronata con corone di oro a nome del suo Capitolo, e tale funzione fu celebrata con la maggior pompa che fu possibile, e vi furono presenti il Serenissimo Giov. Gastone Gran Principe di Toscana e la Serenissima Gran Principessa Violante di Baviera già vedova del Serenissimo Prencipe Francesco stato Cardinale, quali tutti apposta si partirono di Firenze e vennero in questa loro città a dove si trattennero per tre giorni continui nei quali durante la detta festa Li furono dati nobili divertimenti di due bandiere corse da' Barberi, fochi artificiati et un nobile Oratorio nel palazzo de' Signori Priori, a dove da per tutto vi si trovarono detti principi, et una sera fu data festa di sono nel Palazzo del Sig. Commissario a dove vi sonò il Laurenti eccellent.mo sonatore di Viola e Violino che innamorò tutti, e il dº Professore era bolognese, che le Serenissime Principesse vi ebbero sodisfazione a sentir sonare quel bravo Professore. La chiesa poi della Madonna restò tutta nobilmente apparata con nobile simetria e con infinito numero di torce alla veneziana e molti ceri e lumi di modo che fece una vaghissima e non più veduta comparsa e in particolare il gran numero de' forestieri accorsi e il gran contado e terrazzani. In tutto dissero che nella Città vi era da quarantamila persone, e la festa si rese grandiosa per diversi motivi et accessori, tra' quali la comparsa della compagnia di settanta Corazze tanto ben vestite di una livrea frangiata d'oro e di altrettante Cherubine tutte a cavallo, di poi delli quattro quarti (sic) dell'infanterìa squadronati per la città per di dove passava la gran processione la vigilia, e con le salve reale della Artiglierìa della Fortezza replicate per tre volte nel coronarsi scoprirsi e ricoprirsi la santissima imagine. E non mi estendo da vantaggio di descrivere tal festa per avere fatta a parte una distintissima Relazione di cinque fogli assai più copiosa e non mancante come un'altra relazione stampata alla quale è molto mancante.»
Ho scelto questo cenno che dà della festa Giov. Cosimo Rossi in certe sue Memorie inedite di cose pistoiesi dal 1705 al 1730; e la scelta non è stata fatta, com'è facile capire, per ragione di eleganza, ma solo di brevità. Ci è anche una Relazione a stampa (Tip. G. S. Gatti 1716) ripubblicata anche nel 1839 (Tip. Cino); e ci sono anche due Relazioni manoscritte, una del Cav. Annibale Brunozzi, e un'altra di Pompeo Scarfantoni; ambedue inedite, e che fan parte, come le _Memorie_ surricordate, della ricca _Collezione Pistoiese_ messa insieme con onorevole zelo dal mio ottimo amico il Cav. Filippo Rossi-Cassigoli. Tutti codesti documenti fanno promotore e parte principale della Festa il Forteguerri; al quale pure è dedicata con amplissime parole una delle due _Raccolte poetiche_ (la più importante), dove è anche una bella Canzone del Giacomelli.
[5] V. Lettera citata di _Nidalmo Tiseo_ ad _Aci Delpusiano_, in principio.
[6] Vita di Niccolò del Prior Bernardino. MS. inedito nella Forteguerriana.
[7] Rime di Eustachio Manfredi, Nizza MDCCLXXXI pag. 18, nel sonetto che comincia:
Tal forse era in sembianza il garzon fero.
[8] L'ottenne nel 1730. «La segreterìa di Propaganda (nota il Prior Bernardino) è una carica di molto merito ed onore, perchè tre Segretari ultimamente uno dopo l'altro senza passare ad altri impieghi, furon creati Cardinali, che uno fu il Card. Fabbroni, l'altro il Card. Caraffa, il terzo il Card. Ruspoli, in luogo del quale fu fatto segretario Mons. Niccolò.» Avrebbe egli avuto la fortuna dei suoi predecessori? La morte lo liberò forse dall'ultimo disinganno; poichè, sebbene il Prior Bernardino non ne dica nulla, si sa dal Fabbroni che il Card. Corsini, fratello del Papa, potè mettergli innanzi un suo favorito nel Segretariato della Consulta, ufficio dal Papa stesso destinato al Forteguerri. Egli se n'appagò da prima, ma se ne pentì poi, e tanto ne fu addolorato, che codesto dolore fu forse la principale cagione della sua morte.
[9] Dopo la morte di Benedetto XIII il Coscia fu molto perseguitato, dovè restituire dugentomila scudi, e fuggì da Roma nel Marzo 1731, trovando appoggio nel conte Harrach vicerè di Napoli. Il Papa lo scomunicò, ma il Coscia continuò a difendersi. Nell'anno 1732 tornò a Roma ove visse rinchiuso nel Castello di Santa Prassede fino alla sentenza pronunziata il 9 Maggio 1733, colla quale veniva condannato alla prigionia per dieci anni nel Castel S. Angelo, e alla scomunica che non poteva esser tolta se non dal Papa _in articulo mortis_. Fu condannato anche alla perdita di tutti i benefizi e provvisioni, e privato del voto nella elezione del Papa. (V. Muratori vol. XVII p. 49-72).
[10] Questi applausi infruttuosi crebbero nel quinquennio che visse dopo la morte di Benedetto XIII. Ecco che cosa scrive il Prior Bernardino: «In questo mentre è da notarsi come era gratissima a questo Papa (Clemente XII) la conversazione di Monsignore, quale dovea rassegnarsi per due sere d'ogni settimana destinateli dal detto Papa, che volentieri lo accoglieva, e con istraordinaria confidenza servendosi di lui non poche volte per affari di somma importanza; ed avendo piacere di sentirsi spesso leggere da lui le varie dotte composizioni, che per proprio suo divertimento faceva, le quali tutte si noteranno con ordine in fine di questa Relazione, perchè stanno appresso di noi.» I due luoghi già citati (e che non sono de' peggio) giustificheranno, spero, il giudizio da me dato su questa _Vita_. Le composizioni del fratello che si vogliono notare, _tutte e per ordine_, già lo sappiamo, non sono, per il Prior Bernardino, che _cinque_; e i _Capitoli_, s'intende, non entrano nel conto.
[11] Capitolo X, secondo la numerazione della edizione Milanese (Società Tipografica de' Classici italiani, 1813), che noi seguitiamo sempre in queste citazioni.
[12] La già citata lettera di Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano ci dà notizia precisa dell'incominciamento del poema. Quanto al termine del lavoro ho detto pensatamente _non prima_ del 1725, perchè è certo che dopo la elezione di Papa Clemente XII (1730) egli ne modificò la chiusa per celebrare le lodi di lui, abbandonando su questo punto l'antecedente lezione, che è forse quella che si vede in un manoscritto della privata libreria del Cav. Forteguerri.
[13] Cantù, _Storia della letteratura italiana_, pag. 358, Firenze, Le Monnier 1865.
[14] Che il Venerosi fosse uomo di molto sapere e autorità ce lo provano, oltre questa intimità poetica col Forteguerri, l'essergli stata confidata dal Card. Fabbroni la magnifica librerìa che lasciò alla nostra città. Attesta del suo sapere anche E. Bindi nelle annotazioni alle tre Epistole pubblicate da Luigi Vangucci nel 1851. È, molto probabilmente, sua una canzone a stampa (con le iniziali L. V.) per il Padre Giuliano di S. Agata, Scolopio, che predicava nella nostra Cattedrale nel 1717. Poichè è tanto raro e scarso quel che può trovarsi di questo amico del Forteguerri, ecco, come saggio del suo scrivere, la VI strofa di questa canzone:
A trar dal forte inganno ove riposa Il cieco Mondo nel suo male assorto Per infinito provvido Consiglio Sorgean Profeti, e in voce disdegnosa Lui minacciando del crudel periglio, Spargean d'ira e di morte orridi segni; Ma quale a vendicar l'iniquo torto In sì grand'uopo è sorto Con più bell'ire e più soavi sdegni? E qual temprando il minacciar feroce Con le dolci speranze, in nuovi modi Strinse di più bei nodi E ricongiunse alla Divina Croce Il traviato popol, che in oblio, Se Tal non era, avria se stesso e Dio?
Alla stessa persona del Venerosi così accenna ridendo col suo bel faccione il nostro Niccolò:
..... sei così sparuto e asciutto Che sembri a saltabecche esser pasciuto.
Fu fratello al noto versificatore Brandaligio, chiamato _di arcade fama_ dal Carducci nella Prefazione al _Lucrezio_ del Marchetti, Ed. diam. Barbera 1864.
[15] «Giuseppe Tolomei pistoiese, filosofo e matematico assai dotto, che contribuì non poco a stenebrare le patrie scuole dai vecchiumi peripatetici. Studiò prima in Perugia e poi in Firenze, dove godè la stima e l'amicizia del Viviani, del Magalotti, del Buonarroti, del Quirini e di altri insigni. Lasciò manoscritti vari opuscoli di matematica, e una _Relazione sopra lo stato del territorio di Pistoia_.» Così annota il Bindi nella già citata pubblicazione del Vangucci. Il Forteguerri amava moltissimo il Tolomei; entra scherzosamente ne' fatti suoi quando ripiglia moglie, e chiede sempre al Venerosi se codesto amico, _ravvolto nelle sue matematiche figure_, lo abbia dimenticato.
[16] Niccolò Buti, pistoiese (1668-1748),
Piccol di membra e nel saper sì magno
come lo chiama il Forteguerri, fu Avvocato e Maestro abilissimo di lettere e filosofia in Pistoia. (V. Lombardi St. della Lett. it. vol. 6; Mazzucchelli Scrittori ec. vol. II, e G. Arcangeli Biog. ec. del Tipaldo vol. VII). Sono del Buti le epigrafi latine che adornarono il tempio dell'Umiltà nella festa della incoronazione, e che si riportano nella Relazione a stampa già da noi ricordata. Molte cose di lui sono inedite; ed E. Bindi scrisse nel 1852 (V. Ediz. pratese del _Sacerdozio_ del Giacomelli) di avere presso di se un MS. di lettere e orazioni latine, epigrammi ec.
[17] Basti citare, tra gli altri, questo che si legge in un Capitolo del 5 Nov. 1718, a Giuseppe Tolomei: _Ho scritto alla peggio, in fretta e tutto d'un fiato: quello che ho scritto lo saprete voi, perchè io non lo so e non ho tempo di rileggerlo_.
[18] Capitolo IV.
[19] Capitolo I.
[20] Cap. I.
[21] V. le belle parole che chiudono la Vita di Niccolò scritta in latino da Ang. Fabbroni. Vitae Ital. Vol. IX.
[22] Vita d'Agricola.
[23] Capitolo XIII.
[24] Capit. XIII.
[25] Capitolo XXII.
[26] Capitolo II.
[27] Capitolo XXV.
[28] Capitolo XV.
[29] Capitolo IV.
[30] Capitolo IV.
[31] Capitolo X.
[32] Capitolo IV.
[33] Canto I, ott. 3.
[34] Che Niccolò avesse in gran conto l'Arcadia è chiaro, oltre che per la bella ottava 3ª del Iº Canto del _Ricciardetto_, anche per vari accenni a codesta istituzione nei _Capitoli_, come in questo luogo, nel quale dopo aver parlato seriamente di sè, esclama:
Nè perdut'ho la purità d'Arcadia Nè perderolla, e non m'importa un ette Se poi ogni cosa a me solo mal vadia.