Part 26
Ma non rende ragione a' suoi vassalli Di quel ch'egli opra un supremo signore: E perchè lieve pena a tanti falli È presta scure e subito dolore, Di lunga morte i tormentosi calli Voglio che prema in un perpetuo orrore. E qui rivolto alla donzella il viso, Guardolla con disprezzo e con sorriso:
14
Ed ordin diede a quattro cavalieri Che la guardasser dentro d'una tenda Insino a tanto che de' suoi pensieri Tutta la somma il fabbro non comprenda, Che formar deve il misero quartieri Della donzella, anzi la tomba orrenda: E perchè questa presto sia finita, I lavoranti a molto prezzo invita.
15
Nell'isoletta, se ve ne sovviene, Dove le regie tende egli fa porre, Vuol che si formi il loco delle pene. Onde la gente tutta colà corre, E fan gran fosso nelle asciutte arene: Nè in questo mentre alcun viene o soccorre L'innocente fanciulla; e intanto bolle L'opra, e sul fosso un gran tempio s'estolle.
16
A guisa del famoso Panteonne Formato sembra; e v'è di più, che attorno Ci son di nero porfido colonne; Di neri marmi ancora è tutto adorno L'infausto tempio: e di abbrunate donne Un drappel vuol che dentro al suo contorno Abiti; e questo quasi ogni momento Mandi fuori un mestissimo lamento.
17
Poi fa dipinger sopra d'ampie tele Tutti i casi di donne sventurate, Ch'ebbero il cor superbo, o pur crudele; E di queste le mura sono ornate Della gran volta: e di nere candele Vuol che arda in esso tanta quantitate, Che a lui, che il giorno splendido ne adduce, Soprastar possa la racchiusa luce.
18
Quindi in mezzo del tempio erge un avello D'un bel dïaspro che ha la porta d'oro; E d'oro ha pure il grosso chiavistello, Per cui dal cieco sotterraneo foro Vassi al carcere iniquo, orrido e fello, Dove Despina per suo reo martoro Deve condursi a terminar sua vita. Ed oh che l'opra omai è già finita!
19
Finita l'opra, d'un gran manto nero Fanno vestir la povera Despina; E ogni altra donna, ogni altro cavaliero Si veste a bruno per quella mattina: E verso il loco dispietato e fiero Tacita e pensierosa ella cammina: Entra nel tempio, e Serpedonte è seco, Che la riguarda minaccioso e bieco.
20
Apre un soldato la dorata porta, E, Qua, le dice, misera fanciulla, Entrar convienti e rimanerci morta. Essa lo guarda, e non risponde nulla: Quand'ecco il vecchio rege che l'esorta A non passar sì presto dalla culla A tomba sì crudele e spaventosa, E ch'esser voglia a Serpedonte sposa.
21
Le dame e i cavalieri a mille a mille Le son d'intorno, e le stesse preghiere Le fanno: ed ella in sembianze tranquille Lor si dimostra, e quelle lusinghiere Voci non cura; ma con le pupille, Di cui natura non fe' le più nere, Si fissa in Serpedonte, e immantinenti Tali gli vibra al cor detti pungenti:
22
Eccomi giunta alla soglia fatale, Donde si varca al regno della Morte. Questo è l'ospizio, uomo micidiale, Questo è il palazzo e la superba corte Ove tu alloggi una donna reale? Or vanne pure, e vantati di forte; E la fama di te dica, ovunque erri, Come vive le femmine sotterri:
23
E le sotterri, perchè troppo fide Sono agli sposi loro, a' lor mariti. Africa sola e le spiagge Numide, E più d'ogni altro della Nubia i liti Veggon tai cose: altrove sol si uccide Chi fede rompe per minacce o inviti, O per forza d'amore al suo consorte; E qui sol chi è fedel si danna a morte.
24
Crudel, se data t'avess'io parola D'esser tua sposa, e t'avessi mancato, Ben mi starebbe addolorata e sola Viver morendo in loco tanto ingrato; Nè mi dorrebbe vedermi alla gola Pungente ferro, o il petto mio piagato; Chè merita abbreviare i giorni sui Chi tradisce il suo sposo, e dassi altrui.
25
Ma a voi, donne di Nubia e cavalieri, I Genj di queste orride contrade, E su del cielo e degli abissi neri, E i Numi ancor che le marine strade Scorrendo vanno placidi e leggieri, E i gran Numi di fede e di onestade Parlino a mia difesa; e chiara sia La sua calunnia e l'innocenza mia.
26
Nè gran tempo anderà ch'aspra vendetta Faran di me più spade peregrine: E forse forse l'amor mio s'affretta Per ritrovarmi su l'onde marine. Deh, se prego mortale in ciel s'accetta Da quelle immense potestà divine, Fate, gran Dii, che in questa tomba io viva, Sino a che il mio Ricciardo non arriva;
27
E non ti tragga, traditor, dal petto L'indegno core, e dica a me: Tel dono. Quel poi guardando entrambi con diletto, Diremo entrambi ancor: Quivi ebbe il trono L'amor da prima, e poi l'ira e il dispetto Contro una che lasciata in abbandono Era da tutti; e questo uomo sì forte La racchiuse tra barbare ritorte.
28
Nè ti allegrar con la vana speranza Che una lagrima sola, un sol sospiro, Un pallor breve su la mia sembianza Abbi a vedere in tanto mio martiro. Al par di tua ferocia avrò costanza: E s'egli è ver che, terminato il giro Di questa vita, ogni anima disciolta Si trovi con chi ell'ama un'altra volta;
29
Qual sarà il mio piacere e il mio conforto Nel ritrovarmi col mio Ricciardetto? Qual gioja trarrem noi da questo torto, Da questo sdegno e questo tuo dispetto? Io lui dirò come in crudele e corto Carcer fui spenta per l'estremo affetto Ch'io volli conservargli; e più gradita Mi fu santa onestà, che lunga vita.
30
Questa sola speranza ella è bastante A farmi lieta in compagnia di Morte. Ma tu nulla rispondi, e nel sembiante Ti cangi, e tieni le tue luci smorte? Forse ti duol che alla tua gente avante Spalancate del vero abbia le porte, Onde veggano a qual tristo signore Debbano soggettar la roba e il core?
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Povera Nubia e misere pendici, Che aspettar vi potete da costui? Se me distrugge, farà voi felici? Me che tanto d'amore accesi in lui? E se chi ama, tratta da nimici Dannando a morte in luoghi acerbi e bui, Di color che avverrà ch'egli non cura, Se non la stessa sorte, e ancor più dura?
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Però, s'io mal non veggo, il più beato Sotto costui è quel che muorsi presto. Misero certo e doloroso stato Ad un cor vile che non pensi al resto; Ma felice, soave e fortunato A chi il futuro è tutto manifesto, E che legge ne' fati e nelle stelle Il gran tragitto alle cose più belle.
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Però, donne amorose e cavalieri, Non vi prenda pietà del morir mio. Ch'oltre ch'io muojo tanto volentieri, Ch'altro non ho che di morir desìo, Ho gran piacer che questi si disperi In non avermi, e sì ne paghi il fio; E mi diletta più d'ogni altra cosa, Ch'io muojo onesta, e di Ricciardo sposa.
34
Volea più dir; ma generosa e forte Varcò la soglia, e con l'eburnea mano A sè tirò le spaventose porte, E si riacchiuse nell'oscuro vano, U' nera face con fiammelle smorte, Che la luce movea poco lontano, Le fe' vedere il tenebroso avello, Più crudo assai di qualunque coltello.
35
Chiusa Despina, si fece un gran pianto Dalle abbrunate femmine pietose; E Serpedonte infurïato intanto A custodia del tempio mille pose Uomini d'armi, che famoso vanto S'acquistaro per opre glorïose: A guardia poi della tomba spietata Egli si pone, ed altri non la guata.
36
E vuol, chïunque nel tempio penètra, Despina rea, e lui giusto confessi; E chi ciò nega, fa scrivere in pietra, O che coi mille alla pugna s'appressi; O se pur grazia dalle stelle impetra, Essendo ei sol, che quei restino oppressi, Debba seco pugnar, del cui valore Libia avvezza ai spaventi n'ha terrore:
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E chi vinto rimane (odi che furia, Odi che mostro orribile e spietato!) Vuol che di tutto patendo penuria, Sia vivo per tre giorni riserbato; Poi con affanno e con estrema ingiuria Sopra l'avello rimanga scannato; E fuor venga Despina in quei momenti, Acciò vegga il suo sangue, oda i lamenti.
38
Ciò decretato, alle femmine impera Che attorno attorno all'avello funesto Facciano un tristo canto in su la sera, Perchè il carcere a lei sia più molesto. Onde due giovinette in veste nera Andaro avanti, e in tuon lugubre e mesto Il canto principiaro; e l'altre appresso Piangendo ripetevano lo stesso.
39
O verginella, dove mai ti trovi Separata da' vivi in una oscura Tomba, ove morte ancor viva tu provi? Quando nascesti, ogni mala ventura Teco pur nacque. A pietà mi commovi: Ma se non eri al signor nostro dura, Avresti regno e vita lieta e bella. E il coro rispondeva: O verginella!
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E quindi in tuono più roco e languente Seguìano: O d'Amatunta, o di Citera Leggiadra Dea, che fai bella e ridente Del terzo cielo la feconda sfera, Piega la dura ed ostinata mente Di questa verginella aspra e severa, Acciò di sè le incresca, e si rivolga Al nuovo amore, e dal primo si sciolga.
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Ma non tardar, se sei così pietosa, Come fama di te fra noi favella; Chè dentro all'atra tomba e spaventosa Potrà poco durar la vergin bella. Dunque impera alla tua prole famosa, Che armata di acutissime quadrella Nel carcere penétri, e il cor le spezzi Per Serpedonte, e Ricciardetto sprezzi.
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E mentre quelle cantavan di fuore, Dalla profonda tomba a lor risponde Despina, e dice: Del vostro dolore, Donne, ho pietà; ma pria di sasso l'onde Del mar faransi, e sentiranno ardore, O nere si faran le chiome bionde Del sempre chiaro apportator del giorno, Ch'io faccia all'amor mio oltraggio e scorno.
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In questo dir, di guerra aspra nascenza S'ode fra i mille; onde spezzano il canto Le meste donne vinte da temenza, E del gran tempio s'ascondon 'n un canto. Un guerriero di forza e di potenza Combatte; e questi è il Cavalier del Pianto, Il padre della giovine racchiusa, Che d'uomo ingiusto Serpedonte accusa.
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Errò tanto costui per aspri e vari Luoghi, che giunse a quell'orribil porto, Dove udì della figlia i casi amari, E n'ebbe per dolore a restar morto: E se ben sa che con mille contrari Vincer non puote e vendicar suo torto, Pur ama meglio una morte spedita, Che senza lei più mantenersi in vita.
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Quindi è che disperato egli si caccia In mezzo a loro, e col brando tagliente A questi il collo, a quei tronca le braccia. Ma or più non è quello Scricca valente, Ch'allora ei fu che su la fresca faccia La nera barba ruvida e pungente Segno faceva e mostra di vigore; Or ella è bianca, ed egli ha men valore:
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Ond'è che vinto e prigioniero ei resta, Ed è condotto al fero Serpedonte; E l'elmo duro trattogli di testa, Conobbe ei tosto la real sua fronte, Che gli era per lungo uso manifesta; E con parole dispettose e pronte Gli dice: Gran mercè debbo agli Dei, Se in questo giorno mio prigion tu sei;
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Chè già la legge ed il fatal decreto Saper ben dêi del tuo prossimo fine. Ma s'esser tu vorrai uomo discreto, Questa sventura tua giunta al confine Non sol farai ch'ella ritorni indreto, Ma rose diverran tutte le spine Che or pungono il cor tuo, e quello ancora Di tua figlia che tanto ti addolora.
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Io t'aprirò la porta dell'avello, E tu discendi seco a parlamento; E se addolcisci lo suo cor rubello Per me, cangerò teco anch'io talento: Sarò suo sposo, e non sarò più quello Che or sono, ad ambo voi tutto spavento; E queste squadre e il braccio mio saranno In avvenir de' tuoi nemici in danno.
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Nè, gran rege de' Cafri, io ti dimando Ingiusta cosa. Anzi, se t'enno a core I patrj Dei, a' quali io raccomando Me stesso e l'opra e il lor macchiato onore. Dovresti far con paterno comando Ch'ella spegnesse il mal acceso ardore: Chè donna saracina ad uom cristiano Non deve unirsi, o il matrimonio è vano.
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E qui raccontò lui di Ricciardetto E di Despina gli teneri amori; E come egli rapilla per affetto; E gli sdegni di lei, l'ire e i furori Contro di lui per quel suo giovinetto. S'empie lo Scricca tutto di stupori A quelle voci, e fassi aprir la porta Dell'urna, ed alla figlia egli si porta.
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Ma ritorniamo un poco, se vi piace, Al nostro Carlo, e partiam da Despina, Or che col padre suo in santa pace Si trova dentro a quella sua cantina. Ma duolmi che ammalato Carlo giace, Ed ha presa la terza medicina, E gli han cavato sangue, e messi gli hanno I vescicanti che gran duol gli fanno.
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E già s'era ridotto a mal partito, Quando San Dïonigi di persona Gli apparve, ed era di bianco vestito, E disse: Carlo Magno, nuova buona: Il moccolino tuo non è finito. Ciò detto, disparisce e l'abbandona. Carlo s'alza sul letto, per far prova S'egli è guarito, e sano si ritrova.
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Di che si rallegrò tanto Parigi, Che quasi se ne andò tutto in baldore; E allor fu fabbricato a San Dionigi Quell'ampio tempio e di tanto valore, Di cui ancor si veggono i vestigi, E di cui Francia non vide il maggiore: E questa grazia ciaschedun più prezza, Perch'era presso all'ultima vecchiezza.
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E mentre si fan feste da per tutto, Ecco che a mezzodì giunge un corriero D'Alfonso il casto con vestito a lutto, Che vien di Spagna, e dice come il nero Popol di Libia ha il suo signor distrutto; Onde ha sua speme nel francesco impero; E prega Carlo con sospiri e pianti, Che a lui voglia mandar cavalli e fanti:
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Ma che non ponga punto tempo in mezzo; Chè qual torrente che rotte ha le sponde, Va l'Africano a fiere stragi avvezzo Per le ispane contrade, ove confonde L'umane e sacre cose, e con disprezzo Insulta tutti, e niuno a lui risponde: Cotanto de' Spagnuoli è lo spavento, Che dieci Mori ne disfanno cento.
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Nè tacque i santi letti maritali, Nè le sacrate a Dio vergini pure, Fatte trastullo di quegli animali. Onde mosso a pietà di lor sventure, Rispose Carlo, che d'aquila l'ali Avrìa voluto in quelle congiunture, Per ritrovarsi vie più presto in Spagna, E dar principio a una crudel campagna.
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Ma che non averìa troppo indugiato A mandarvi soccorso e venirvi esso. E corrieri spedì per ogni lato, E diede lor comandamento espresso Di ricercare Orlando suo pregiato, E il buon Rinaldo che gli andava appresso, E quale altro trovasser nel cammino Famoso in armi e chiaro paladino.
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E volle la fortuna dei Spagnuoli, Ch'Ulivieri e Dudone, ed altri molti Bravi soldati, in guerra rari e soli, Giungessero in quel punto, e insiem raccolti In Parigi: onde avvien che si consoli Carlo in vederli; e stampò su i lor volti Baci di gioja e di allegrezza estrema, E fa dire ad Alfonso che non tema.
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Ed unisce un'armata presto presto Di trentamila e forse più cavalli, E pedoni altrettanti; ed esso lesto Va loro avanti fra trombe e timballi, E fa il suo ardire a tutti manifesto: Che non sì corre villanella ai balli, Com'egli a quella guerra correr sembra, Col bianco crine e l'invecchiate membra.
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Ma mentre egli cammina in questa guisa, Torniamo a Ferraù che pur dimora Nell'isoletta dal mondo divisa, Ed ha fatto degli occhi doppia gora Per lavar l'alma sua di colpe intrisa. Ma il demoniaccio, che sempre lavora, Gli guastò tanto il debole cervello, Che ancor di nuovo a Dio si fe' rubello.
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Non aspettò che all'isola giungesse Tornata al mondo qualche nuova Eléna, Che co' begli occhi e le dorate e spesse Ricciute chiome, in amorosa pena Ed in voglie caldissime il ponesse, Talchè obblïasse desinare e cena; Ma fece seco in modo che in un mese D'una donna dell'isola s'accese.
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Cosa più brutta certo di costei Non fe' natura, e farla non la puote. Di statura simìle era a pigmei, Con un gran capo, tutta bocca e gote, Gran ventre, gambe grosse e lunghi pièi, Le schiene grosse; e l'altre cose ignote Eran nefande tanto, che mi viene Stomaco, ognora che me ne sovviene.
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Gli occhi poi tutti bianchi e infora infora, Siccome le locuste, e sopra il petto La lana avea, qual di pecora mora, Che giù scendeva e s'univa al boschetto, Che a darle fuoco, certo la baldora Sarìa durata qualche buon pezzetto: Stiacciato il naso, e i denti lunghi e storti, Come si dice che il cinghial li porti:
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Corte le braccia e grosse, e corta e grossa La mano: in somma pareva una Furia. Ma vedi del tristo abito la possa Ed i prodigj della rea lussuria! Che siccome fa bere acqua di fossa, De' fonti e de' ruscelli la penuria A chi si muor di sete, e di letame Cibarsi quei che muorsi dalla fame:
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Così quando dal senso l'uomo è preso, Ogni cosa gli piace e gli par bella; E per tal via il buon romito acceso Restò di quella cosa trista e fella. E perchè questo fatto è male inteso Nell'isola, e mal pur se ne favella, Un dì con questa strega maladetta Fuggissi il frate sopra una barchetta.
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E perchè la sguajata lagrimava Abbandonando il patrio suo terreno, Il fraticello stretta l'abbracciava, E le diceva: Anima mia, pon freno A questo duol che l'anima ti cava; Chè se tu miri bene in questo seno, Vedrai che c'è chi ti porta più amore Della tua madre e del tuo genitore.
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A queste voci quella cosa brutta Rise, qual ciuca in sul fiutar l'orina; Ed al suo collo gettatasi tutta, Pian pian gli dice all'orecchia mancina: Ovunque io sarò mai da te condutta, Per terra estrania o lontana marina, Mio cor, mia vita e mia dolce speranza, Sarà l'usata mia paterna stanza.
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Il capitano e la gente di barca, Ch'erano, se non sbaglio, d'Inghilterra, Stimaro il frate de' pazzi il monarca, Mentre sì brutta cosa al sen si serra: E quinci il ciglio ciascheduno inarca Per vedere or quel mostro della terra, Ora quel frate impazzito per lui; Nè sanno qual più ammirin di que' dui.
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Ma consolata la sozza piangente, S'accorse Ferraù come il padrone Si rideva di lui apertamente; Onde gli diede un cotal sorgozzone, Che gli fece inghiottire più d'un dente. Danno i soldati di mano al bastone Per castigare il pazzo temerario; Ma la cosa per loro andò al contrario.
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Perchè una spada datagli alle mani La maneggiò sì presto su coloro, Che li fe' tutti dell'anima vani. Onde soli rimasero fra loro, E poi per rabbia si davano a' cani; Ch'ei non sapeva il nautico lavoro, Nè quando dare, oppur raccor le vele, O come governarsi in mar crudele.
71
Ma tanto egli è il piacer ch'egli risente Nel rimirarsi l'amor suo sì presso, Che il mare e l'aura non gli cal nïente, E non gli cal se in lui rimane oppresso. O Ferraù briccone veramente, Deh apri gli occhi omai, torna in te stesso: L'offender Dio per cosa sì bestiale, Se tu nol sai, ti fa peggior nel male.
72
La barca intanto su l'onde galleggia; Chè il vento e la corrente non la move. Il Sol già cade, e nel cader s'ombreggia L'aria di nubi, e fra non molto piove, E con la pioggia tuona e lampaneggia, E fassi un tempo da spaventar Giove; Ed ecco cade un fulmin d'improvviso Della donna bruttissima sul viso;
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E non contento d'averla bruciata, Sfonda la barca, e d'acqua è già ripiena, E già s'affonda, anzi ella è già affondata, E già si posa su l'ultima arena. Il frate con la donna fulminata Sul collo, nuota come una balena. Cessa la pioggia, e Dori e Galatea Corron pel mar che placato ridea:
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E visto quel bruttissimo romito Nuotar con peso di tanta bruttezza, Un Tritone mandâr di lito in lito Próteo ad avvisar che con prestezza Dall'orrido suo gregge circuito Colà venisse; e pieno d'allegrezza Spediro da per tutto l'Oceàno: Sì lor sembrò lo spettacolo strano.
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Nè guari andò che al regnator del mare Giunse tal voce; onde fe' porre il freno A due balene; e là si fe' portare, Ove il romito veniva già meno Per lo timor di doversi annegare: E le belle Nerëidi non meno Quivi n'andaro pe' flutti marini, Portate da prestissimi delfini.
76
Non tanta festa, non tanta allegrìa Fanno d'attorno al gufo gli augelletti, Come di riso e di piacer moría Nettuno; e vuol che Próteo suo s'aspetti Con quella d'atri mostri aspra genía; Chè veder vuol se fra cotanti aspetti Orridi e spaventosi un se ne veda, Che la bruttezza della morta ecceda.
77
Ed ecco il gran pastor del marin gregge, Che dal Carpazio mar tutte traea Le foche e l'orche ch'ei governa e regge, Per ubbidire all'alma Galatea; Chè per lui ogni sua parola è legge: Alla cui vista ogni Nume, ogni Dea Gli andaro incontro, e gli accennâr con mano Quel nuotator col carico sì strano.
78
Ancorchè avvezzo a cose spaventose, Próteo s'inorridì per quella vista; E le sue bestie divennero ombrose, E fuggîr via: così lor parve trista Colei che tanto amabil foco pose Nel romito, che par che ancor persista In adorarla: e pur questi è quel frate Che d'Angelica amò sì la beltate.
79
Di che n'ebber trastullo singolare Que' Numi; e rider Ino fu veduta La prima volta da che cadde in mare; E Scilla che crudel tanto è tenuta, Che fa Triquetra e il mar vicin tremare, Dall'antro uscita e colà pur venuta, Non volendo, sorrise; e rise ancora Cariddi che le navi si divora.
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Ma Teti con lo stomaco rivolto, E perchè gravida era, intimorita Di non fare un figliuol con simil volto, In un pesce ordinò che convertita Fosse colei, e sì gli fosse tolto Sì strano aspetto e vista sì sgradita. Fu fatta seppia: indi partissi ognuno; E del frate pensier n'ebbe Nettuno,
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Che gli fe' far dugentomila miglia In una notte, e trasportollo in Francia. Di che cotanta il prende maraviglia, Che crede di sognare, e tien per ciancia Quel che pur vede con aperte ciglia: E il bello è, che scudo, spada e lancia Si mira appresso; onde quel più s'imbroglia: Ma più parlar di lui or non ho voglia.
82
Mi sta nel core il mesto Ricciardetto, Che chiama l'amor suo, e non l'ascolta. Oh se sapessi, meschin giovinetto, Come Despina tua si sta sepolta Viva dentro un avello oscuro e stretto, Solo perchè dall'amor tuo disciolta Esser non vuole; se di duol si muore, T'ucciderebbe certo il gran dolore.
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Come dicemmo, i forti cavalieri, Ucciso il fiero mostro, s'imbarcaro Inverso Nubia, dove i suoi pensieri Avea Ricciardo, chè del furto amaro Troppo gli duole, e assai mal volentieri Soffre ogn'indugio; e già col crudo acciaro Esser vorría con l'empio Serpedonte, Col suo rivale combattendo a fronte.
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E già sei volte e sei fuora dell'onde Il Sole era comparso, ed altrettante S'era in esse sommerso; e lido e sponde Non si vedeano ancora: e il fido amante Se si dispera, e le sue chiome bionde S'egli si strappa, e Scirocco e Levante Prega che soffi, ed empia ben le vele, Sel pensi chi d'Amor servo è fedele.
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Ma pur l'ottavo giorno in su la sera Veggon la terra tanto desïata, E la deserta ed orrida riviera Sol da lïoni e da tigri abitata, Dove sepolta viva Despina era: E quando di bei fiori inghirlandata, Vergognosetta in ciel splendea l'Aurora, Toccare il lido con l'acuta prora.
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