Part 25
Il palazzo reale era il più basso E il più profondo d'ogni altro tuguro. Così forse tra noi la volpe e il tasso Hanno lor tane e lor luogo sicuro. L'atrio era grande, e tutto era di sasso; E quinci e quindi alzato v'era un muro Non già di quadri adorno o fregi illustri, Ma di canne lievissime palustri.
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Nella gran sala, ovvero nel gran piano Della regia spelonca, il più bel fiore Accolto s'era del popolo strano, Che, come dissi, di verde colore Avea la pelle, e lunga assai la mano. Ora questi, per fare un qualche onore Agli ospiti sì forti e valorosi, Fecer lor feste e giuochi curïosi.
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Dodici donne co' piedi legati Di dietro, e con le mani alla cintura, Ballavan come gatti innamorati, A cert'aria di suono acerba e dura, Che il ballo esser parca de' spiritati. Venivano poi loro in dirittura Dodici giovinetti, anch'essi presi Per ambo i piedi, ed ambo i contrappesi.
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Le funi delle donne in man tenea La regina che stava sopra il trono; Ed il re quelle degli uomini avea. Or quando il loro ballo era sul buono, La regina una fune a sè traea; Onde se stata forte più d'un tuono Fosse la donna, ella è ben cosa chiara Che far doveva una caduta amara.
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Così la fune tirando ambidue, Andaro in terra tutti i ballerini, Con la pancia sul suolo, e il dorso in sue: E mentre questi miseri e tapini Stavan col volto in guisa tale in giùe, A suono di chitarre e vïolini Il re e la regina e i cavalieri Pizzicando gli andavano i messeri.
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Poi terminato il ballo, d'odorosi Fiori e d'erbette altrettante corone Portava un paggio, e su' capi dogliosi Le riponeva di quelle persone Che fur gettate a terra; e con giocosi Canti, da farsi in casa di Plutone, Li menavano in giro per la stanza, Finchè non serenasser lor sembianza.
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Quindi sopra un gran palco erano posti, Ch'era maggior del regio trono ancora; E qui, siccome a Dei, gli eran proposti Indovinelli e dubbj a ciascun'ora: Ed essi or a' vicini, or a' discosti Davan risposta senza far dimora; Talchè del giuoco Naldino s'invoglia, E porta un dubbio, e vuol che se gli scioglia.
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Ed il dubbio fu questo: Se si possa Una donzella conservar fedele Al primo amante, se d'un altro in possa Si trovi, che lei chiami aspra e crudele, Ed or tremante, or con la faccia rossa, Or dolente, or pietoso si querele; Massime quando quell'altro è lontano, E di più averlo lo sperar sia vano.
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Risposer tutti ad una voce sola, Che fedeltade in donna non alligna. Canaglia! voi mentite per la gola, Disse Corese con la faccia arcigna. Argéa di poi non sale già, ma vola Sopra del palco, ed i denti digrigna, E strappa le corone a questo e a quello, E vacca par fuggita dal macello:
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Ed ecco a un tratto tutti le son sopra. A questa vista i forti paladini Fan lama fuora, e si comincia un'opra Che passa del credibile i confini. Va il palco a terra, e la gente sossopra: Chi più fugge, ha più senno: i re meschini Non scendono dal trono per paura, E stan guardando de' suoi la sventura.
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La bella Argéa fu presto liberata; Tanto spavento ciascheduno impiglia. Ma mentre quella coppia infurïata Uccide, storpia, rovina e scompiglia, Eccoti cosa barbara e spietata, Che in un mi fa spavento e maraviglia: Una furia, un fantasma, un mostro tale, Che ha di demonio più che d'animale.
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È nero assai e grosso come un porco, Ed ha la testa e il dorso e piedi e coda Tutta piena di zampe, e sembran d'Orco: Ha lunghi i denti, e la pelle sì soda, Che vince il bronzo; ed un grugno sì sporco, Che cola sempre di sanguigna broda. Or questi apparve in meno d'un baleno, Non si sa come, rompendo il terreno;
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E con le branche e con l'ugne d'arpìa Ghermì le belle donne, e presto presto Ritornò sotto terra, e fuggì via. Nalduccio, ch'era un garzoncello lesto, Non istà punto a misurar la via, Ma salta dietro il mostro: afflitto e mesto Resta Orlandino, ed al trono reale S'invìa alla peggio, come un animale.
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Ma quelli non lo stettero a aspettare, E si precipitâr di dietro al trono; Poi si misero entrambi a sgambettare Per certe buche, e già salvati sono. Orlandino non sa più che si fare; Ma non per questo dassi in abbandono; Anzi in man prende un di quelli animali Che fanno lume a guisa di fanali;
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E per le buche, dove entrò la bestia Con le donne leggiadre e Rinalduccio, Passa sicuro; e non gli dà molestia Entrar, come dir suolsi, in bocca al luccio; Anzi grida feroce, e più s'imbestia Quanto più scende: sì lo tocca il cruccio Pel suo cugino e per la sua consorte, Ch'odia la vita, ed ha in desìo la morte.
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Or mentre egli va innanzi, ode un rumore Di gente che combatte, e insieme ascolta Sospiri e pianti e voci di dolore. Ma diremo di questi un'altra volta; Perchè ora, tra l'affanno e tra l'orrore, Non so che dirmi; e se non si rivolta Fortuna a lor favore, ho gran spavento Che non muojano tutti colà drento.
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La gioventù va via, e non riflette, Che dopo il danno, a quel che vien da poi; Però quando uno imbianca le basette, Guida in altra maniera i fatti suoi. Ma così fanno tutti, e non si mette Giudizio che col tempo: ancora noi Femmo lo stesso; e gli altri che verranno Dopo di noi, lo stesso pur faranno.
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Però diceva ben quell'uomo saggio, Che giovin non si loda per saviezza, Come per frutti non si loda il maggio, Nè l'inverno per fiori. Ha giovinezza I proprj doni; e ben le arreca oltraggio Chi prudenza in lei vuole, e vuol fermezza: Il meno pazzo al mio parere è quello Che tra' giovani ha un'oncia di cervello.
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Ma io vi veggio in sì strano dolore, Se lascio in tal periglio, in tale affanno I bei garzon, che ve ne scoppia il core; Ed ho timor che non n'abbiate danno, Donne gentili: onde per vostro amore Salto l'istoria; e quelli che la sanno Non mi sgridin per questo; chè alla fine De' poeti le donne son regine.
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Or dunque per seguir la tela ordita, Venghiamo a don Tempesta e a don Fracassa, E insieme al pentitissimo eremita, Che col suo pianto ogni gran fallo cassa, Di cui abbonda la sua trista vita; E tale esempio, dovunque egli passa, Dà d'umiltade e di devozïone. Che vien preso per santo Ilarïone.
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Tiene una fune a' fianchi ed una al collo; Nude ha le spalle, e tanto se le batte, Che par ch'egli percuota un qualche stollo, O sia sua pelle cuojo da ciabatte. Guarda la terra, e par gallina o pollo Quando per pioggia grondante s'abbatte; E dice misereri e de profundis. _Ut salvetur a diabolis immundis_.
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E perchè don Tempesta tien per certo Che sia opera santa il dar soccorso A lei, che già nel libico deserto Portata s'è, qual caprïola l'orso, Il sir di Nubia, che un torto sì aperto Fece a Ricciardo senza alcun rimorso; Però vuole imbarcare, e seco chiama Anche Ricciardo, che cotanto egli ama.
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Ed in quel giorno appunto (ve' che sorte!) Giunse all'isola un legno di Levante, Sbalzato da burrasca orrenda e forte; Di che se s'allegrasse il saggio amante, Il pensi chi fu mai di quella corte. Dalla testa tremò fino alle piante Pel soverchio piacere, ed improvviso Ei fe' di latte e poi di rosa il viso.
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La travagliata nave in tempo breve Le rotte vele e le troncate sarte Ricompone, e al soffiar d'un'aura lieve Scioglie dal lido; e seco si diparte La compagnìa, che in sè mai non riceve Timor, sebben nemico avesse Marte; E giunser presto presto all'isoletta Da me poco anzi nominata e detta.
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E giunser ivi appunto nel momento Che venne il mostro, e portò via le donne; Ed Orlandin nella buca entrò drento, Gridando forte Kirieleisonne, Per cristiana pietà non per spavento, Che mai non fia ch'egli di lui s'indonne; E l'isola faceane un gaudio strano Con corni e pive e battere di mano.
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Di piacer tanto chiede don Tempesta La cagione a color ch'eran nel porto; E gli fu detto che quella gran festa Si fea a cagion, che a favor loro insorto Era il Nume dell'isola, che mesta S'era ridotta per lo strano torto Che le fêr due garzoni e due donzelle, Spinte colà da lor nemiche stelle.
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E appena raccontò come in sembianza Di fiero mostro feo l'aspra rapina, E che un di loro con strana baldanza Gli corse dietro per tanta rovina, Che il credon morto, o almen n'hanno speranza; Che di pietade e d'ira si tapina Il buon Ricciardo, e sbalza sul terreno Presto così, che rassembrò baleno.
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Fan lo stesso i giganti e Ferrautte; E preso uno dell'isola, di morte Lo minacciano e d'altre cose brutte, Se non li guida per le vie più corte Là dove sono in periglio ridutte Le genti Franche: e per benigna sorte Diedero in un che li condusse presto Al luogo infelicissimo e funesto.
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Giunti alla buca, grida Ricciardetto: Siete ancor vivi, dolci miei cugini? Nè sentendo risposta, per dispetto E per doglia si strappa e vesti e crini: Indi ancor egli per quel foro stretto Salta in soccorso de' suoi paladini; E cade in tempo che la bella Argéa Per morta dal marito si piangea.
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Senz'altro dire, con la forte spada Percuote il mostro, ma il percuote in vano; Chè par che il colpo sopra un masso cada. Ond'egli prestamente dà di mano All'erba tanto prodigiosa e rada Che fa venire il sonno da lontano; E con essa percuote il grugno all'Orco, E fa che dorma e russi come un porco:
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E con l'erbe salubri il petto e il volto Tocca d'Argéa e di Corese ancora; Talchè ritorna in loro il quasi sciolto Spirto, e le guance loro ricolora: Ma di tornare in suso il modo è tolto, E il più star ivi è troppo rea dimora; Onde grida Ricciardo a voce piena: Qui d'uopo è di calar fune o catena.
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Ferrautte a quel dire si discinse La corda che tenea per penitenza, E in cento giri su i fianchi si strinse, E giù calolla con somma avvertenza; E don Tempesta alla man la si avvinse Per su tirarli con la sua potenza. Giunta la fune a basso, quella ria Bestia legaro per le zampe in pria;
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E dissero: Tirate allegramente; Chè viene uno storion di que' paffuti. A sè tira la fune prestamente Il buon gigante, e dice: Iddio ci ajuti, Quando sei vide a' piedi veramente: Restar on gli altri sbigottiti e muti; Tanto orrido e feroce egli era in vista, Da far paura a un San Giovambatista:
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Ed alla rete dan tosto di mano, E lo copron così nel sonno oppresso, Acciò svegliato egli si arrabbi in vano; Poi ricalan la fune per lo stesso Terribil tanto e periglioso vano. Legano a quella i giovani; in appresso La bella Argéa, e dopo lei Corese; Di che si dolser poi per più d'un mese.
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Alfin, per farla corta, ognun fu tratto Da quella tomba, e rimirò la luce; Di che n'ebbero tutti un gusto matto. Perchè là dove tace e non riluce La bella fiamma, ch'è di Dio ritratto, E che mantien le cose e le produce, Non è vita o piacer di sorte alcuna, Ma inferno, ove ogni affanno si raduna.
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Riprese Ferraù divotamente La benedetta fune, e intorno a' fianchi Se la ricinse tutta strettamente, Ed abbracciò que' giovinetti Franchi; Il che fêro i giganti similmente: Poi disser lor: Questo padre de' granchi, Questo demonio è bene che si desti, E che il nostro valor si manifesti.
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Disse Orlandin: Lasciamolo dormire; Chè non è bestia al mondo a lui simile; Chè ha forza tal, che non si può ridire. Disse il Fracassa: Lo stimo un barile, Chè con un calcio lo faccio basire. Ma don Tempesta, che noi tiene a vile, Disse: Io 'l vo' prima dentro il mio retino; E poi si desti, e stiamogli vicino.
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Desta che fu la spaventosa fiera, Fe' cose ch'io ne tremo a dirne solo; E se la rete fatata non era, Squarciata l'averìa come un lenzuolo. Si storce e sbuffa, e d'una bava nera La rete imbratta, e ne rïempie il suolo; Ma don Fracassa ride, e la strascina Per la cittade insino alla marina.
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Quivi il popol dell'isola ridutto S'era, e piangeva lo suo Dio prigione; Quando il Fracassa vôlto al popol tutto Incominciò una bella orazïone, Che fece, grazie a Dio, di molto frutto: Perchè dimostrò loro in conclusione, Che il vero Iddio è in cielo ed è immortale, E che quel loro era un brutto animale.
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Quindi spiegògli della santa Fede I misteri più alti e più nascosti; E che niun giunge alla beata sede, Se al battesimo fia che non s'accosti. Onde ciascuno il battesimo chiede; E a tutti quanti in lunghe file posti Dan battesmo i giganti e Ferraù; E grida ciaschedun: Viva Gesù.
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Poi don Fracassa s'accosta alla bestia, E fa che monti maggiormente in ira; Onde non vi so dir come s'imbestia, E se adopra le granfie, e il grugno gira: Ma per trarla alla fine di molestia, Prende la rete, e intorno la raggira; Poi sopra d'una pietra egli la scaglia, E spezza il mostro come un fil di paglia.
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Così col sorcio noi vediamo il gatto, Che si mette talvolta a giocolare; Poscia nojato di spasso sì fatto, L'afferra sì che non può più scappare, E vivo vivo se lo ingolla a un tratto. Sì la volpe alla lepre usa è di fare; Che scherzando con lei s'imbroglia e mischia, Poi nel più bel del giuoco glie la fischia.
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Morta la fiera, e gettata nel mare, Disse il buon Ferraù: Son risoluto Di qui fermarmi, e Cristo predicare A queste genti, ed esser lor d'ajuto. E mi vo' questa fune anco levare; Chè il dïavol qui può sonare il liuto; Chè donne così brutte e sì sgraziate Al par di queste non ne son mai nate.
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E se con queste il diavol non m'adesca, Per altra via di certo non m'acchiappa: Con un bell'occhio ed una faccia fresca Di man della ragion tutto mi strappa. Or qui non sarà mai che gli rïesca, E su gli ugnelli si darà la zappa. Approvano i giganti il suo concetto, E vien da lor più volte benedetto.
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Il dì seguente ritornano in mare, Seguendo gli altri il lor preso cammino; E Ferraù si mise a predicare E a far del ben, se mal non l'indovino. Ma non so già come abbia a terminare Questo istituto suo tanto divino: Guardilo il ciel che a quel lido non giunga Qualche donzella, e l'anima gli punga.
99
Or mentre questi prega, e quelli vanno Per le gran vie del gran padre Oceáno, Venite meco a morire d'affanno, Se avete il cor pieghevole ed umano, Donne gentili, che all'estremo danno Giunta vedrete sul lido africano La bella e infelicissima Despina, Che a crudel morte ognora s'avvicina.
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Il giorno eletto alla giostra reale Ed all'odiato e barbaro imeneo, Giunse sopra d'un carro trïonfale (Là dove in suo dolore acerbo e reo Stava Despina pensando al suo male) Il fiero sposo; e con quanto poteo Terribil voce, lei chiama che scenda Sul nobil carro, e la mano gli stenda.
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Tremò la giovinetta a quella voce, Come al rombo di falco tortorella, Od al ruggito di lïon feroce Sola nel bosco timida vitella; E gela, e suda, e della morte atroce Già l'immagine scorge acerba e fella; Ma tanto è il ben che al suo Ricciardo vuole, Che il perder lui più del morir le duole.
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E nel suo cor magnanimo propone Quel giorno per l'estremo di sua vita; Ed affacciata al vicino balcone Senza speranza, e però fatta ardita, Dice: Signor, se in te puote ragione, Sarò con pace e ancor con laude udita; Ma se fuor sei di suo dominio o possa, Io là ritornerò, donde son mossa.
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Come ladron di via che a salva mano Crede spogliar l'incauto passeggiero, Che aveva discoperto da lontano, E vagli addosso impetuoso e fiero; S'ei gli resiste, onde fallito e vano Rïuscire si veggia il suo pensiero, Per l'impensato caso si tapina; Tal Serpedonte restò per Despina:
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Chè in testa mai non gli sarìa caduto Di vederla sì torbida e pensosa, E quasi in atto di fargli un rifiuto D'esser donna di Nubia, e in un sua sposa. Quindi le dice: Io qui non son venuto Per veder quanta è in te virtù nascosa, Ma per condurti alla gran giostra, e poi Queto dormir tra i dolci amplessi tuoi.
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E monta sopra gli argini del carro, E verso del balcon salta, anzi vola; Indi con viso torbido e bizzarro La guarda alquanto senza far parola. Ma perchè queste cose ora vi narro, Pietose donne, e in mezzo della gola Io non chiudo gli accenti? Chè son certo, Come tacendo acquisterei più merto.
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Ma giacch'egli v'è in grado ch'io favelli, Come voi mi mostrate a più d'un segno, Udite dunque. In aspri modi e felli Prende la verginella, e con disdegno Sul carro la strascina pe' capelli. Nubia turbossi all'atto acerbo e indegno, Ancorchè fosse barbara e villana, E poco avesse della mente umana.
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E con Despina più morta che viva Al campo giunge; e cavalieri e dame Si muovono a incontrarlo; e mentre arriva, Il vecchio padre anch'esso, del reame Con la più illustre e nobil comitiva, Vàllo a trovare, e del nuovo legame Del bramato imeneo scherza con esso, Ignaro ancor di quel ch'era successo.
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Quando egli s'ode dir: Padre, costei O in questo punto diverratti nuora, O io fo giuro a tutti i sommi Dei, Che in questo punto converrà che mora. La sciocca sdegna i dolci affetti miei, Perchè d'un altro ella è invaghita ancora: Perciò risponda e dica ciò che vuole; O viva o mora per le sue parole.
109
S'alza Despina in piedi, e attorno attorno Guarda le donne, i duci e i cavalieri; Indi col viso d'ogni grazia adorno, Che fuor mostrava i nobili pensieri, Vôlta colà dove si muore il giorno, Quasi guardasse i suoi perduti imperi, Un cenno fece con la bianca mano D'essere udita, e non lo fece in vano.
110
Ed ecco ognun s'affolla per udire Ciò che dirà l'illustre pellegrina. Ma io che so com'ella vuol morire, Spezzo la cetra, e di questa meschina Non vo' nulla ascoltare e nulla or dire. Oh di fede e d'amor bella eroina, Letta non avess'io tua trista istoria, O almen mi fosse uscita di memoria!
111
Chè tal pietà di te mi serra il core, Che mei soffoga, e perdo i sentimenti. O dove sei, Ricciardo? ove dimore, Ora che giunto agli ultimi momenti Per troppo amarti è il tuo sì dolce amore? Ahi donde ei stassi, l'arrechino i venti Su le libiche spiagge, acciò che porte A te soccorso, o veggia almen tua morte!
112
Ma dove volgo le mie triste rime A chi non m'ode, o non sente pietade? Omai dalle supreme alle parti ime Mi prende un gelo, onde a terra mi cade La mesta lira, nè più il labbro esprime L'usate voci; ma di tronche e rade Note tesso i miei versi, e di gran pianto Tutte le aspergo: onde lasciamo il canto.
CANTO DECIMOQUINTO
ARGOMENTO
_Despina condannata a star sepolta,_ _Dal padre prigioniero è visitata._ _Carlo risana, e porta gente molta_ _Nella Spagna da' Mori assassinata._ _Ferraù torna all'uso un'altra volta_ _Con una brutta vecchia sganganata._ _Ricciardo tragge fuor con largo scempio_ _Despina sua dall'africano tempio._
1
Penso sovente che l'umana vita Ricolma ell'è di tutti quanti i mali, E che niuna dolcezza è mai compita; Ma quali in guerra viva i dardi e strali Vibransi ognor su la città assalita, Così piovon su i miseri mortali Da ogni parte miserie e sciagure; Ond'è mirabil cosa, come dure.
2
La povertà ci affanna, e la ricchezza Ci fa odiosi, superbi ed ignoranti: L'amore ci rïempie di tristezza; L'ira e lo sdegno ci turba i sembianti: Un mar turbato sembra giovinezza, Pieno di rotte sarte e legni infranti: È la vecchiezza languida e da poco, E la virilità dura pur poco.
3
In somma in ogni tempo, in ogni stato Non ha mai requie e non ha mai conforto: E quegli al parer mio solo è beato, Che nato appena, o poco dopo è morto. Perchè, sebben c'è qualche fortunato Il cui naviglio già si trova in porto, Pure in guardando le miserie altrui, Moveransi a pietà gli affetti sui.
4
Perchè, siccome le diverse corde D'uno strumento, se son ben temprate, Fanno un suono dolcissimo e concorde, In cotal guisa le genti create Convien fra loro che natura accorde; Onde non ponno l'une esser toccate, Che non rispondan l'altre: e di qua viene Che abbiam tanto dolor dell'altrui pene.
5
Che se non fosse questa gran catena, E si vivesse come querce o abeti Fissi ad ogn' or su la paterna arena; Siccome a quei non duol che spezzi e inquieti La scure l'altre piante, e non han pena; Così staremmo noi contenti e lieti Su le miserie di questo e di quello: Ma natura ci diè senso e cervello;
6
E ci diede per quello gentilezza, E per quest'altro senno e intelligenza: Onde per l'una il male altrui s'apprezza, E fassi nostra ancor la sua doglienza; E per l'altro s'accresce l'amarezza: Chè (come dice il Savio in sua sentenza) Quei che aggiunge sapere, aggiunge affanno, E men si dolgon quelli che men sanno.
7
E oh quanto volentieri or mi porrei In cotal truppa! e viverei più lieto, E tra me stesso non maledirei Il dì ch'io presi in mano l'alfabeto, Onde a leggere appresi, e m'abbattei In quel racconto, in quel crudel decreto, Che, come dissi, per sua dura sorte Condannava Despina a fiera morte.
8
Fatto ella dunque con la man di neve Segno a ognun che tacesse, diede in pria Un ardente sospiro, e quei fu breve; Poi disse ad alta voce: Io non son mia, Nè di quel d'altri disponer si deve Senza permissïon da chi che sia. A Ricciardo donai me stessa e il core; Ond'egli è solo il dolce mio signore.
9
Ed ho sì gran piacer di questo dono, Che niun tempo verrà ch'io me ne penta; E se ben tanto presso a morte io sono, Che già mi vedo trucidata e spenta, Odio la vita, e pongo in abbandono Quanto oggi qui da te mi si presenta, Principe ingiusto, che discioglier brami Questi dell'amor mio sacri legami.
10
Serpedonte a quel dir, come mastino Che veduto abbia la nemica fera, Con l'aspra mano il collo alabastrino Le serra, e vuol che onninamente pera. Ma tante strida il popol Saracino Diè, che interruppe quell'opera nera; E colmo d'ira in verso lui si volse, E in guisa tale la sua lingua sciolse:
11
Se voi sapeste quale alberga in questa Donna, anzi furia del tartareo chiostro, Alma crudele ed agl'inganni presta, Risparmiato avereste il pianto vostro, Nè la sua morte vi saría molesta: Ma voi le bianche perle ed il vivo ostro Di lei mirando, e i suoi begli occhi neri, Più là non penetrate coi pensieri.
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Questa adescommi, un lustro è già compiuto, Nell'amor suo in maniera sì strana, Ch'io n'ero morto, e ancor ne son perduto; Ed al principio mi comparve umana; Poi di me fece un barbaro rifiuto, E si fuggì, resa d'amore insana, Con uno, alla cui morte ella col padre In Francia andò con tante armate squadre.
13