Il Ricciardetto, vol. I

Part 24

Chapter 243,942 wordsPublic domain

Colla sua fante dunque ella s'invìa Al loco ove il marito era sepolto: Nel sepolcro discende, e vuol che stia Seco ancor ella, e di lagrime il volto Bagna, e sospira, e nulla si ricrìa; Chè mangiare non vuol poco nè molto. E già il secondo giorno egli è passato, Che ha sempre pianto, e non ha mai mangiato.

92

La supplica la fante e la scongiura A non voler morir sì crudelmente; Ma l'amorosa donna nulla cura Il suo pregare. E più già d'un parente Ivi è giunto, e di vincere procura Tanta durezza; ma non fa nïente; Chè ferma ell'è voler così morire: Serra l'avello, e niun più vuole udire.

93

Era il sepolcro del suo buon consorte Fuora della cittade un trar di sasso; E in quei contorni soleva la corte Alzar le forche sopra un certo masso. Avvenne dunque che dannato a morte Fu un uomo tristo, detto il Satanasso; Tanto era iniquo, e tanti latrocinj Fatto egli aveva, e stupri e lenocinj.

94

Ed il giudice savio, per esempio Degli altri, volle che niun lo spiccasse; E giurò fare un memorando scempio Di chïunque dal legno lo staccasse: Nè palazzo real nè sacro tempio Lo farà immune, se in lui si salvasse: E vuole a questa pena sottoposto Anche il soldato che a guardia ci ha posto:

95

Chè se per oro, o pur per negligenza Lascerassi rubare il corpo morto, Lo condanna alla stessa penitenza, E allungheragli il collo, se l'ha corto: E per le piazze affissa la sentenza. Un giovine soldato bene accorto In guardia delle forche fu lasciato; Lo che del morto afflisse il parentato.

96

Passa quel giorno, e vien la notte oscura Più del costume, ch'era nuvolosa. La donna intanto nella sepoltura Vie più si lagna ed è vie più dogliosa. Usciva fuor di quella pietra dura Qualche splendor della lucerna ascosa: Verso il sepolcro il soldato s'accosta, Ed ode il pianto e gente ivi nascosta.

97

Alza la pietra, chè robusto egli era, E vede quella donna addolorata: E se bene ella avea pallida cera, Da dolore e da fame consumata, Vede che bella è molto, e che mogliera Sia di quel morto crede. Ella nol guata, E séguita il suo pianto e sue querele, E chiama sè meschina, e il ciel crudele.

98

Torna il soldato al posto, e prende seco La fiasca e la sua cena, e là sen riede, Dove sepolta dentro al freddo speco La donna tutta amore e tutta fede Stassi, e la fante, che con occhio bieco La sgrida, e prega che almen per mercede Del suo lungo servizio prender voglia Qualche ristoro, ed allentar sua doglia.

99

Ma la stolta d'amor vie più s'ostina: Quando il soldato in mezzo a lor si pone, E dice: Qual pazzìa sì vi rovina, Bella signora, e leva di ragione, Ch'esser deve d'ognun donna e reina? Il vostro sposo è in tale regïone, Che de' vostri dolori non sa nulla, E stassi allegramente e si trastulla.

100

Finchè egli visse, voi faceste bene Ad amarlo con tutto il vostro core; Ma or ch'è morto, e qual fede vi tiene Di ritener vêr lui lo stesso amore? Voi siete pazza da mille catene, Se vi ostinate in così tristo umore. Deh lasciate, signora, tanti affanni: Non mancherà chi rifaravvi i danni.

101

E la prende per mano, e la conforta. Lo stesso fa la fante; e spiega intanto La tovagliola, e il morto in là trasporta, E la sua cena le apparecchia accanto; E la prega sì bene e sì l'esorta, Ch'ella pon fine alcun momento al pianto, E mangia un poco, e beve del vin nero A un rozzo sì, ma polito bicchiero.

102

E s'inoltra la cosa tanto avanti, Che del soldato in breve s'innamora; E fan tra lor, siccome fan gli amanti, Quando il permette la fortuna e l'ora. Ma mentre che costoro han vôlto i pianti In gran dolcezza, e il guardia non è fuora, I parenti del morto presto presto Van su le forche, e tagliano il capresto;

103

E se lo portan via subitamente. Il soldato frattanto si ricorda Dell'impiccato, e manda immantenente La fante, perchè vegga se alla corda Legato egli si stia, e ancor pendente; Chè dell'aspra sentenza non si scorda. Torna la fante, e piange e si dispera, Perchè quell'impiccato più non v'era.

104

A tal nuova il soldato e la matrona Fecer gran pianti: perchè è cosa certa Che il pretor la mattina a lui la suona, S'egli non fugge alla campagna aperta, E sua donna gentil non abbandona: Sicchè di nuovo misera e diserta Si rivede la donna, e ancor non sanno Come sfuggire l'uno e l'altro danno.

105

In queste angustie e dubbiezza di mente, Alla donna sovviene in su due piedi Un ripiego assai bello ed eccellente, E disse: Sposo mio, come tu vedi, La Fortuna m'ha in odio veramente; E se con l'amor tuo tu mi concedi Sommo piacer, costei colma di sdegno Si pon tra noi, e guasta ogni disegno.

106

Ma questa volta romperassi i denti Quella crudele, e non farammi male. Prendiamo questo morto, e mi consenti Che salghiam delle forche ambo le scale, E impicchiam lui, e inganniamo le genti; Giacchè uomo morto a nulla affatto vale. Piacque assai la proposta, e in un momento Traggono il morto fuor del monumento;

107

Ed alle forche l'attaccan di botto; Nè se n'accorse alcuno la mattina. Ma non gran tempo stiè tal fatto sotto, Chè venne a galla, e il seppe la regina, E al marito suo ne fece motto, Che assai lodò l'astuzia femminina; Poi sorridendo disse alla consorte: Donna che sia pregata, non sta forte.

108

Qui finì sua novella il pescatore, E ognuno alzossi per ire a dormire. Al Cavalier del Pianto fanno onore, Ed alla stanza lo voglion servire. Li ringrazia egli del cortese amore, Ed all'albergo suo solo vuol ire. Vassene adunque, e tosto s'addormenta: Or noi dunque aspettiam che si risenta.

CANTO DECIMOQUARTO

ARGOMENTO

_Despina a Serpedonte è destinata._ _Libera Ricciardetto i suoi cugini._ _Don Fracassa nell'isola infocata_ _Fa molto frutto co' suoi sermoncini._ _Ferrautte, partendo la brigata,_ _Missionario riman de' Babbuïni._ _Vuol l'afflitta Despina anzi la morte,_ _Che pigliar Serpedonte per consorte._

1

Chi sta nel mondo un par d'ore contento, Nè gli vien tolta ovver contaminata Quella sua pace in veruno momento, Può dir che Giove drittamente il guata, C'ha il mar benigno, e gli dà in poppa il vento: Perchè nostra natura ella è formata Dal Fabro eterno in modo tal, che accanto Alle allegrezze stassi sempre il pianto.

2

E questa cosa ell'è cotanto vera, Che a dirla giusta, non fallisce mai. Però ne' casi avversi il saggio spera, E in grembo alle fortune ha mira a' guai: Chè il chiaro Sole ci apporta la sera, E la sera del Sol ci apporta i rai; E il bell'autunno al verno reo ci mena, E il verno a primavera alma e serena.

3

Onde chi ben conosce sua natura, E come son le cose de' mortali, Quando ha del bene, goderlo procura, Pria che s'impiumi, e poi disciolga l'ali: E quando giace in alcuna sventura, Sperando il bene disacerba i mali; E non fa come il nostro Ricciardetto, Che vuol per doglia trarsi il cuor dal petto.

4

Il re di Nubia ebbe miglior cervello, Che tanto tempo perduta Despina, Non cercò di capestro o di coltello Per fare al suo dolore medicina; Ma dormì queto; e del buono e del bello Mangiò sempre la sera e la mattina; E bevve, ancor che il vieti l'Alcorano, Per istar lieto, del Montepulciano.

5

Chè per amore volersi ammazzare, Oltre che è cosa sciocca e pazza bene, E ad ogni conto si deve biasmare; Talchè neppur vorrei che su le scene Sciocchezza tale si vedesse fare; Son gli affanni d'Amore e le sue pene Cose da nulla e mere bagattelle, Rispetto a gotta, calcoli e renelle.

6

E così si potesse egli guarire, Siccome dall'amor, da questi affanni, Che alla fin fine ti fanno morire; Che in pochi giorni, non in mesi o in anni, Amor dal nostro sen si fa partire: Basta stringergli addosso bene i panni, Nè dar fede a' sospiri e lagrimette Di queste ragazzacce maladette.

7

Ma il mele, che anche agli orsi piace molto, Fa che il dolce d'amor ci alletti troppo: Onde ognun corre alla beltà d'un volto, E nel ritorno egli è inchiodato e zoppo. Pur quanto in sua virtù s'è un uom raccolto, Discioglie e rompe ogni amoroso intoppo: Ma queste cose non si voglion fare, E però ci conviene lagrimare.

8

Se amicizia avess'io con Ricciardetto, Vorrei far sì ch'egli si desse pace. Ma seguitiam l'istoria. Io già v'ho detto Che il re di Nubia, qual lupo rapace, Si portò via Despina suo diletto, Che in lagrime e sospiri si disface, E lo chiama tiranno ed assassino, Nè vuole averlo in modo alcun vicino.

9

Il principe feroce usa sovente, Per addolcirla, pietose parole; Ma l'affannata giovine non sente, E del suo caso misero si duole. Ma quello che l'accora veramente, E per cui senza fallo morir vuole, È che la pietra gialla al suo Ricciardo In man restò, non so per qual riguardo.

10

Onde non sa come fuggir di mano Al fiero amante, a cui già già rincresce D'esser trattato in modo così strano. Esser vorrebbe la meschina un pesce, O qualche augel, per gir da lui lontano; Ma in questo mentre il desiderio cresce Nel sir di Nubia in sì fatta maniera, Che o la vuol morta, o vuolla per mogliera;

11

E le dice: Despina, assai cortese È chi domanda quel che ha in suo potere: Io vorrei l'amor tuo senza contese; Ma quando questo non possa ottenere, Avrollo a forza. E furibondo stese Vêr lei le braccia vinto dal piacere; Ond'ella il prega che in Nubia la guidi, Oppur di Cafria ne' paterni lidi:

12

Ed ivi gli sarà, conforme ei brama, Sposa e regina; e finse serenarsi. Il principe, che sì l'adora ed ama, Le crede, e giura che potrà sforzarsi, E porrà fine alla cocente brama; E i marinari suoi prega a sbracciarsi Quel più che ponno, e prega i Dei del mare E i venti che lo vogliano ajutare.

13

E gli fur sì benigni e tanto amici, Che una nuvola in ciel non fu mai vista; Ed aure dolci, placide e felici Spiravan sì, che un dì vennero a vista Delle africane ed aride pendici: Di che fu nel suo cor dolente e trista L'infelice Despina, e in suo segreto S'affligge, e di fuor mostra il volto lieto.

14

Spedisce con la picciola barchetta Un marinaio al porto, a dare avviso Com'egli è giunto; e dal porto a gran fretta In Nubia passa con allegro viso Al padre suo spedito per staffetta Un giovinetto, che di polve intriso E di sudore non corre, ma vola; E con tal nuova la corte consola.

15

Serpedonte nel porto a mezzo giorno Entra; e di voci barbare risuona Il porto e tutto quanto il lido intorno. Egli era grande assai della persona, E bello ancor, ma nulla affatto adorno Di quelle grazie che natura dona; Chè aveva aspetto e maniera superba, Un parlar aspro e guardatura acerba.

16

Discende questi; e la bella Despina Presa per man da lui discende ancora. Egli impera a ciascun che in sua regina Lei prenda da quel punto e da quell'ora: E mentre ognuno l'adora e l'inchina, E gode avere sì gentil signora, Ecco di Serpedonte il vecchio padre Tutto attorniato da guerriere squadre,

17

Che il figlio abbraccia, e della lunga assenza Ristora i danni e le passate angosce, Vedendol sano. Alla real presenza Despina ei guida; e perchè in lei conosce Quanto puote modestia e riverenza, Non temer, dice, chè in te riconosce Mio padre a più d'un segno, che tu sei Figlia di regi, oppur di sommi Dei:

18

E non sol goderà d'averti in nuora, Ma farà fare anche l'usate feste. E in ciò dir la conduce al padre allora, E dice: Questa che in sembianze oneste Vi meno avanti, di Cafria è signora, Ed è mia sposa. Il rege manifeste Dimostrò sue allegrezze a tale avviso; Tanto piacer gli comparve sul viso:

19

Ed ordinò la giostra di tre giorni, E che frattanto se ne desse parte Non sol nel vicinato e ne' contorni, Ma alle genti remote; e messi e carte A dame invìa e a cavalieri adorni; E quindi forma con mirabil arte Su la spiaggia del mare uno steccato, Che mai più bel si vide in nessun lato.

20

Fece spiantare dai boschi vicini Abeti e faggi, e querce alte ed annose, E platani e cipressi ed alti pini; E tutti quanti in bell'ordin dispose, Perchè il cocente Sole non rovini Con le sue fiamme troppo luminose Il piacer della festa; e mise in giro Sedili d'oro ornati di zaffiro.

21

Il vano poi della nuova boscaglia Fece coprire d'un candido bisso Tutto a fior d'oro che la vista abbaglia. Quindi nel mezzo di cristallo fisso Un cilindro è, che par che un miglio saglia, Dove posa quel cielo e stavvi affisso; E intorno intorno pon d'oro e d'argento Tele, che in veritade era un portento:

22

E fe' venir lontano cento miglia Una fontana d'acque cristalline, Che in alto sale, e tutta si scompiglia, E par composta di minute brine; Poscia cadendo forma a maraviglia Un bel laghetto, che ha per suo confine Un orlo di smeraldi: e il cavo spazio Formato egli è d'orïental topazio:

23

E un'isoletta in mezzo al piccol lago Compon tutta di perle e di carbonchi; E quivi un trono fa metter sì vago, Che innamora a vederlo: interi e tronchi Vi son coralli, che formano immago D'un vago scoglio; e da purpurei bronchi Pendono ove diamanti e dove perle, Che una rara bellezza era a vederle.

24

Quivi tre sedie nobili fa porre Per sè, per la regina e per il figlio; E al vincitore un premio fa proporre, Che non puote idearsi uman consiglio; E s'io nol dico, pensarvi che occorre? Questo di perle egli era uno smaniglio; Ed ogni perla come un uovo ell'era O di gallina, o d'anitra cianciera.

25

Ma nel mentre che il re pensa alla giostra, E Serpedonte l'opera dispone, Despina nella più segreta chiostra Nascosta s'è della real magione; E piange e si dispera, e ben dimostra Quanto ella adori il bel Franco garzone, E quanto l'addolori e le dispiaccia Vedersi di quest'altro infra le braccia;

26

E dice: Dunque non avrà riparo Questa d'affanni sì terribil piena? E pur de' casi nostri non è ignaro Il sommo Giove, che l'aria serena E il tutto regge, e si diletta al paro Dar premio al giusto, e al peccator sua pena. Or come dunque egli potrà soffrire Vedermi ognora d'affanno morire?

27

Egli ben sa che del mio Ricciardetto Io porto il cuor, nè posso esser d'altrui; E che il mio cuore si sta nel suo petto, E che una cosa sola siamo in dui. Or perchè dunque si piglia diletto Che venga un terzo a mettersi fra nui, E quello al suo, e me tolga al mio bene, E ci empia entrambi di tormenti e pene?

28

Ah che ho timore, e sia pur pazzo e vano, Ch'egli, contento in sua beata sede, Non curi il nostro male acerbo e strano: Chè chi può rimediare al mal che vede, E non vuol farlo e stassene lontano, Ch'egli lo voglia, da ciascun si crede; E chi senza ragion vuole alcun danno, È micidiale e barbaro e tiranno.

29

O Ricciardetto mio, o mio tesoro, dolce sposo, ove adesso sarai? Io misuro dal mio il tuo martoro, E i sommi affanni tuoi dalli miei guai: Ma non temer, che nè beltà, nè oro, Nè regni a te m'involeranno mai. A te donommi Amore e mia Fortuna, Nè a te mi torrà mai cosa veruna.

30

E qui rinforza l'afflitta Despina I suoi lamenti e l'alte sue querele. Ma torniamo al garzon che si tapina Su l'isoletta, e chiama Dio crudele, Perchè ha permesso l'orrida rapina; Ed ha veduto già sparir le vele Della nave che porta furïosa La sua sì bella e sì diletta sposa.

31

E perchè dietro alla nave fugace Tutti son mossi, ed ei restato è solo, In un mare di pianto si disface. Ma quello per cui più cresce il suo duolo, È che nel porto niun legno capace V'è di portarlo; ed ei levarsi a volo Nè sa, nè puote: onde affatto dispera Di più trovar l'amata sua guerriera.

32

Quel che si dice della tortorella, Quando il falcone o il cacciatore avaro Le ha presa o morta la compagna, ch'ella All'aer bruno, all'aer puro e chiaro Sempre geme e sospira, e sempre appella Lei che non l'ode in quel suo pianto amaro; Lo stesso di Ricciardo dir si puote: Con tante strida l'isola percuote.

33

Ma quando alla ragione diede loco, E il core afflitto rallentò sua pena, E i generosi spirti preser foco, Talchè di sdegno ha l'anima ripiena; Alla sua donna non più pensa o poco, Ma pensa alla vendetta; e su l'arena E ne' porti di Nubia esser vorrìa Apportator d'aspra tempesta e ria.

34

Nè or più nell'amorosa anima pinge Il dolce Amore a lui gli occhi e i capelli Della sua donna, nè con rose cinge I bei denti d'avorio, e i grati e belli Modi con cui sì lo incatena e stringe; Ma in mano del furor sono i pennelli, Che a colore di sangue orrido e nero Pinge di Serpedonte il volto fiero:

35

E gliel dipinge nella guisa stessa Con cui lo vide quando portò via La sua Despina da dolore oppressa. S'arma egli adunque, e quasi si ricrìa, Pensando al giorno che gli sia permessa Quella battaglia ch'or tanto desìa: E già gli par la temeraria fronte Aver recisa all'empio Serpedonte;

36

E di ascoltare dalla sua Despina Gli sdegni e l'arti e i fortunati inganni (Di cui n'hanno le donne ampia fucina) Ch'ella usò in mezzo a quei fieri tiranni Per conservarsi sua sera e mattina; E gli pare anco de' passati danni Seco parlando averne tal gioire, Che può pensarlo, e non lo può ridire.

37

Con la dolcezza di questi pensieri Gli torna in mente come tutte ha seco Della sua bella donna in un forzieri Le pietre e l'erbe, che nell'alto speco A lei donò Silvano; e a lui fur jeri Date da lei, prima che l'atto bieco Commesso fosse: e principia a sperare Di poter quinci, lor mercè, scappare.

38

E la pietruzza gialla in man si prese, Che invisibile fàllo a chi che sia; Ed all'estremo lido indi discese Per vedere se alcun legno giungìa. Or qui lasciamlo, ed in altro paese Andiam seguendo della Musa mia Il presto volo; e parliam, se v'è grato, Di Rinalduccio e d'Orlandin pregiato.

39

Dopo aver navigato cinque giorni, Giunser costoro con la lor barchetta 'N un mar che non ha lido che il contorni; Sol giace in mezzo ad esso un'isoletta Bella ed aprica, e d'alti faggi ed orni Ornata sì, che a vederla diletta. Quivi pregano Argéa, quivi Corese Di scendervi, e di starvi almanco un mese.

40

Il suo nome non sanno i naviganti. Nè qual gente vi stanzi, o a chi s'aspetti; Ma Naldin disse: Non pensiam più avanti, E a pigliar terra ognun di noi s'affretti. Già il giorno scoloriva i suoi sembianti, E già mossa era da' suoi neri tetti La notte, che ricchissima di stelle Par che ci tolga, e dà cose più belle;

41

Quando son presso all'isoletta tanto, Ch'odon le voci e veggion le persone. Ma perchè l'aria ell'era oscura alquanto, Veggiono poco o nulla. In conclusione Starsi nel porto quella notte intanto Pensa il piloto, come è di ragione; Ch'entrare in casa d'altri all'impazzata, È cosa che non puote esser lodata.

42

E prender lingua frattanto procura, E che si stia su l'armi ognuno avverte; Benchè non v'è pericol di paura, Ma che più tosto l'isola diserte De' due cugini l'immensa bravura; Che avean le mogli lor sotto coperte, E stavano a vedere su la poppa Giocare i marinari a massa e toppa.

43

Passò presto la notte; chè in quel loco, Qual è vicino alla fascia bruciata, Il miserello Sol riposa poco; Ma da' suoi raggi è tanto travagliata L'isoletta, che par fatta di foco: Pur delle piante fa la dolce e grata Ombra, e le fonti che scorron per essa, Che l'abitazïon vi sia permessa.

44

Venuto il giorno, saltan sul terreno Le donne, i cavalieri e i marinai; E lo veggion di popolo ripieno, Ma brutto molto e scontraffatto assai. Quand'ecco sotto un baldacchin di fieno Balzar tra ginestreti e gineprai Il rege e la regina, e per l'incolto Luogo trar seco un popol lungo e folto.

45

All'apparir che fecero costoro, I giovani e le donne stupefatte Restaro, e si ammutiron tra di loro: Chè nella valle star di Giosafatte Stimâr; chè di tai genti il tristo coro, Siccome da natura furon fatte, Avea le membra; e quelle eran sì sporche, Che a vederle parean pistrici ed orche.

46

Uomini e donne con la testa calva, E senza pelo ancor le ciglia e il mento, Avean la pelle di color di malva, Schiacciato il naso, e le due labbra indrento, Lunghe le mani; e chi da lor si salva, Può dir ch'egli è simile ad un portento, Tanto son ladri; ed hanno brevi e corti I piedi, e gialli come gli hanno i morti.

47

Giunti costoro avanti a' paladini, Incominciaro a far risa da matti, Parendo lor che fossero orsacchini, O simili animali scontraffatti. Disse Nalduccio: A questi burattini, A queste scimie, a questi brutti gatti Mi vien pur voglia di levare il ruzzo; Chè già principia ad annojarmi il puzzo.

48

Ed Orlandino pur presa la muffa Avea per quello così pazzo riso: Onde, senz'altro dire, a fiera zuffa Venne con essi; e fu di sangue intriso Il suolo sì, che il ginocchio vi tuffa; E tanto fuvvi popolaccio ucciso, Che pochi la scamparo, e solo resta Il re con la regina afflitta e mesta;

49

E chieggono pietade ad alta voce A' due guerrieri, e giuran, se vorranno, L'isola dargli, e scampar cotal croce; Chè scegliere de' due il minor danno È gran saviezza: e se ben molto nuoce L'alta discesa dal reale scanno, Nulladimeno quel salvar la pelle Si ripon sempre tra le cose belle.

50

I due guerrieri, onor del nome Franco, Rinfodraro le spade a tali accenti, Ed abbracciare i regi, e lor fêr anco Mille gentili e grati complimenti; E messisi ambidue presso al lor fianco Con le lor belle donne, che lucenti Astri pareano per la gran beltade, Con essi entrâr nella real cittade.

51

Non torri, non palazzi o templi augusti, Non larghe piazze, non teatri o logge, Non statue, nè obelischi alti e vetusti In essa son; chè a differenti fogge Formata ell'è, e di diversi gusti; Perchè a fuggire il sole e le gran piogge Han buche e grotte ed altri ripostigli, A maniera di tassi e di conigli:

52

Ed un gran sasso è la porta di casa; Ma dentro, dalle provide formiche Han preso esempio. Qui pulita e spasa Evvi una stanza, ove non grani e spiche, Ma v'ên di mele, di pere e cerasa (Cibo lor proprio) monticelli e biche: Qua varie celle; e di tutte l'uscita È facile oltre modo ed è spedita.

53

Non vogliono che il Sol mai vi penétri, Tanto è cocente; ma certi animali, Che sembran fatti di cristalli e vetri, E tutti luce, lor fan da fanali. Di questi ornan lor tombe e lor ferétri; Alla lucciola nostra in parte eguali Sono; ma questa di dietro riluce, E quelle sono tutte quante luce.

54