Il Ricciardetto, vol. I

Part 23

Chapter 233,949 wordsPublic domain

Disse Rinaldo: Dolce cugin mio, In qual paese mai siam capitati? Rispose il conte: Non tel so dir io; Ma certo siamo in qualcun di quei lati Che si è serbato lo sdegno di Dio A castigare i tristi e scellerati; Ed è l'inferno, o cosa che somiglia; Tanto è il dolor che l'anima m'impiglia.

20

Se questo fosse, cugin mio, l'inferno (Disse Rinaldo), ci sarìa più folla: E qui, fuor di noi due, niun altro scerno. Allor, qual tin che per vinaccia bolla, E di fuor gorgogliando e per l'interno, Alza all'intorno or una or altra bolla; Si senton sotto i piè la terra alzare, E susurrar d'intorno e cigolare.

21

Indi uscîr fuor con accesi tizzoni Lamie, centauri e simile bestiame; E vanno sopra a' nobili baroni, E fan le lor persone afflitte e grame. Si mette il buon Orlando in ginocchioni; Chè non ci ên spade di sì buone lame Da far difesa in simile tempesta; E qualche volta si gratta la testa.

22

Rinaldo si dibatte e si dimena, Ed or fère una lamia, ora un centauro: Ma ridon essi, e a lui sopra la schiena Battono, e il fanno come Etíope o Mauro. Ma il buon Orlando con la faccia piena Di pianto chiede a Dio qualche ristauro; E mentre ei prega, ogni mostro dispare, E si tranquilla il ciel, la terra e il mare:

23

E di fiori e d'erbette si riveste La terra da per tutto; e frutti e foglie Mostran le piante in quelle parti e in queste: Ed ogni augel la lingua al canto scioglie, Da volgere in piacere le più meste, E le più crude e tormentose doglie: Ma quel che rallegrar li fece affatto, Fu la comparsa di più ninfe a un tratto.

24

Venner di non so dove, a sette a sette Prese per man, le più belle ragazze Che si vedesser mai, sincere e schiette. Nude eran tutte; e in una man le tazze Avevano, e nell'altra le fiaschette: Parte erano imbrïache e parte pazze. Una di loro ad Orlando s'accosta, E gli fa sorridendo tal proposta:

25

Signor, la vita come lampo fugge, E come pellegrin giunge e va via. Pazzo è colui che in armi si distrugge, E su le carte solo si ricría. Quel vive lieto, che di Bacco sugge Il buon licore, e la soave e pia Madre d'Amore inchina, e del suo figlio Segue i diletti con saggio consiglio.

26

Deh, prima che ti colga il dì fatale, E poca polve il cener tuo ricopra, Lascia quest'arme, che a sì poco vale, Ch'ogni nome perisce, ogni bell'opra, E godi nosco. Anche il piacere ha l'ale; Ma per goder, fatica non si adopra. Però, se saggio sei, come tu mostri, Spògliati, e vieni negli alberghi nostri.

27

E un'altra al pro' Rinaldo avea già presa La destra mano, e gli facea carezze; Talchè, senza la menoma contesa, Vinti fûro ambiduo dalle dolcezze Di queste ninfe; ed han la faccia accesa Di caldo amor, che pare il cor lor spezze; E vanno sbevazzando, e fanno quello Che avrei rossor di dirlo anche in bordello.

28

Ma durò poco questo loro spasso; Chè le ninfe divenner tante botte, E tanta roba loro uscìa da basso Di piscio e sterco, che pignatte rotte Sembravano, o qualcun forato masso, D'onde l'acqua zampilla giorno e notte: E gettò tanto questa sporca polla, Che Orlando qualche poco ancor ne ingolla;

29

E vuol gridare; ma cresce la piena, Ed a Rinaldo pur passato ha il mento. Onde pensate voi, donne, la pena De' paladini, e l'atroce tormento D'aver sì brutto pranzo e brutta cena. Orlando pieno di crudel talento Vuole ammazzarsi, ma non può morire; Nè sa l'altro che farsi, o che si dire.

30

Quando ecco che lo stagno puzzolente Tutto s'indura, e fassi bianca pietra; Ed il buon conte e Rinaldo valente, Dal capo in fuora, misero s'impietra. Non han più moto nè senso nïente: Quando ecco piomba orribile dall'etra Un fulmine sul masso, e lo dissolve, Da' paladini in fuor, quanto era, in polve:

31

E ritornati quelli ad esser carne, Ecco imbandir le dilicate mense; E v'eran piatti di fagiani e starne, Ed altre cose di dolcezze immense. Dice Rinaldo: Io voglio un po' mangiarne. Rispose Orlando: A ciò non fia ch'io pense: Sì m'han turbato i pesci di quel lago, Ch'odio più il cibo, che toccare un drago.

32

Rinaldo dà di mano alla forchetta. Ed infila un fagiano, e quel sen vola; Chiappa una starna, e mentre con gran fretta La vuol tagliar per cacciarsela in gola, Fugge, e con essa ogni altra pur sgambetta; Talchè rimasta è la tovaglia sola. Dice Orlando: Tu hai fatto molto presto! Tace Rinaldo, e sta turbato e mesto.

33

Or mentre con Rinaldo Orlando stassi Stupido in mezzo a tanta maraviglia, Ferraù co' giganti a lenti passi Va per un bosco, e un serpe l'avvinciglia: E i due giganti sono presi a sassi, Che vengon sopra lor lontan le miglia; E gridan, quanto sanno, di concordia: Nazareno Signor, misericordia!

34

A questa voce il serpe si disciolse, E prese il frate un poco di respiro, E nessun sasso più i giganti colse. Perchè il buon Ferraù, dato un sospiro, Di scongiurar quel loco si risolse; E la cotta si mise, e si vestiro Anche i giganti da capo alle piante Di vesti sacre, e preser l'acque sante.

35

Ma prima che comincin lo scongiuro, Climene e Ricciardetto con Despina Ecco, e Guidone il giovine sicuro, Con l'altra gente che il bosco cammina: E visto il frate in abito sì puro Con que' due cherchi dalla cappellina, Dieder 'n un riso sì spropositato, Che Ferraù ne fu scandalizzato:

36

E con arcigno viso là rivolto, Donde venire udìo sì strano riso, Crede che di demonj un drappel folto Volato lì ne fosse all'improvviso; Ma quando di Climene ei vide il volto, Allora certamente fu d'avviso Che un diavol preso avesse quell'aspetto Per ingannarlo, e per fargli dispetto:

37

E pien di santa collera l'acchiappa Per li capelli, e il mostaccio le sbruffa Con l'acqua santa. Ella si copre e tappa Meglio che puote, e seco s'abbaruffa; Ma nelle mani de' giganti incappa; E si attacca di subito una zuffa Tra loro e i paladini; e si dan botte, Che fanno in brani i piviali e le cotte.

38

Ferraù grida: Da parte di Dio Io vi comando, spiriti dannati, Che danno non facciate al clero mio, E stiate sotto me subordinati. Ma quelli che di pugna hanno desìo, Van lor sopra, e dan lor colpi spietati. Ferrautte a quel dir dice ai giganti: Meniam le mani, e non facciam più i santi;

39

Chè questi son demonj, a quel ch'io veggio, Che non hanno paura d'esorcista. Risposero i giganti: Farem peggio. A queste voci Ferraù s'attrista; E vôlti gli occhi verso il divin seggio, Dice: Signor, perchè l'iniqua e trista Progenie ora da te sì si protegge Contro chi segue la tua santa legge?

40

E tutti tre si metton ginocchioni; E i paladini si metton da parte, Nè dan loro più calci nè sgrugnoni. Da' compagni Climene si diparte, E a Ferraù che stava in orazioni, Dimmi, gli dice, sacrosanto Marte, Che credi tu che siamo? Egli la guarda, E fa un sospir che pare una spingarda;

41

E si fa segni di croce a bizzeffe; Ma vedendo che punto non si muove, Dice tra sè: Queste non son già beffe Di spirti, che non reggono a tai prove: E volle fare come il buon Gioseffe, Fuggire; ma nel mentre che si move, Climene piglia in mano il suo cordone, Ed al romito vien la tentazione;

42

E lo leva sì tosto di cervello, Che l'asperges gli cade giù di mano; E fisso in riguardar quel volto bello, Ch'altre volte lo fece di Cristiano Diventar Turco, e mandar in bordello La pazïenza, il cappuccio e il gabbano, Disse: O tu sia Climene, od il demonio, Vorrei far teco il santo matrimonio.

43

Allora don Tempesta sacerdote, Che sua mercede ebbe il battesmo santo, Si fece come un peperon le gote, E disse: Padre, or sfacciam noi l'incanto Con sì calde orazioni e sì divote? Io mi vergogno di più starti accanto. Dov'è la tua virtude e il tuo giudizio? Ritorna indietro, e fuggi il precipizio.

44

E don Fracassa anch'ei sèguita a dire Parole sacre, tratte dal breviario; Cioè che pensi come ha da morire; E che non può pigliarsi un tale svario Chi voto feo di castità soffrire. Talchè principia sul suo calendario Ferrautte ad averli tutti due; E segni fa, che non ne può già piùe;

45

E dice loro: Quando io feci il voto Di vivere e morir come la zucca, Il core e il capo avea del tutto vuoto Di quel visin che l'alma mi pilucca; Ed era umìl, pazïente e divoto: Ma quella vita tanto santa stucca; E per quanto uom s'ingegni di star fermo, Il senso ci travia guasto ed infermo.

46

Se in voi facesse quell'effetto stesso Che in me fa sempre il volto di costei, In breve avreste il vostro voto smesso, E piangereste e gridereste oimei. Così il severo giudice il processo Fa con somma giustizia contro i rei; Che se dovesse a sè formarlo poi, Quanto men giusto lo vedreste voi?

47

Ci vuol pur poco a mettere a romore Il vicinato, e biasimare altrui, E un frate lacerar vinto d'amore. Figliuoli miei, che vi credete vui Che il tonachino ci pari l'ardore Che mandan fuori largamente dui Occhi leggiadri, nè possano i frati Diventare in niun tempo innamorati?

48

Forse ci manca nulla ch'altro uom abbia, O siamo fatti di quercia o di faggio? Benchè arbore non sia, in cui sua rabbia Non sfoghi Amore, e tenga in suo servaggio. Altro ci vuol che dir: Domine, labbia, E bever acqua, e cibarsi d'erbaggio, Per non sentire o vincerli sentiti Gli orgogliosi d'amor dolci appetiti.

49

Fuggir bisogna al primo primo sguardo Di donna che ti piaccia, e allor diviene Il nostro cuor magnanimo e gagliardo: Ma se non dài di subito le rene A quel bel viso, diverrai codardo; E Amor porratti pesanti catene Al collo, a' piedi, a' fianchi ed alle mani. E giorno e notte farà darti a' cani.

50

Così fatto avess'io quel dì fatale Ch'io vinsi gli altri, e me vinse costei. Ma chi potea pensar che tanto male Da sì bel volto ritratto ne avrei? Il pianger dopo il fatto a nulla vale; Nè il mio danno fuggir seppi o potei. Sola mercè del guasto mio consiglio; Chè veggo il bene, ed al peggior m'appiglio.

51

Però se avete un po' di caritade, O di prudenza, o di discrezione, Che tra noi altri sono cose rade, Dite un po' voi la santa orazione Da mandar via da queste contrade I demonj; sebbene ho tentazione, Che se 'l diavol può farsi un sì bel viso, Di seco star senz'altro paradiso.

52

A tal bestemmia il savio don Tempesta Lascia il breviario, e piglia la sua rete, E sovra Ferraù la scaglia, e resta Quegli prigion. Come creder potete, Climene e gli altri ne fanno gran festa; E la furbetta con sembianze liete Gli va d'intorno, e vistolo in tal guisa, Pianger vorrebbe, e le scappan le risa.

53

E quindi risonar l'isola tutta S'ode di pentolacce e di fischiate. Come di carneval, quando in bautta Ed in maschera vanno le brigate, Che in larga piazza la gente ridutta, In veggendole fàlle le risate; Così i demonj, a vederlo in quel modo, Ridevan fra di loro sodo sodo.

54

Ma non durò gran tempo il piacer loro; Chè don Tempesta a esorcizzar si mise L'isola tutta con sommo decoro; Talchè il diavol, se prima allegro rise, Ora si trova in un crudel martoro. Risponder non vorrebbe in niune guise; Ma lo costringe il buon prete sì forte, Che bisogna che parli, e parli forte;

55

E dice come ha nome Foratasca, Ed ha seco di diavoli un milione; E che se il sole dal cielo non casca, D'abitar quivi è sua opinïone. Taci, gli disse, mozzorecchio e frasca, Il prete; ed incomincia l'orazione; E mentre egli la canta, il lido freme, E par che sia tutto l'inferno insieme.

56

Incalza il prete la bestia infernale, E le comanda che prima d'uscire, Gli narri, come dispiegasse l'ale In questo lido, e chi le diè l'ardire. Mostra ben ella avere ciò per male, E a patto alcun non lo vorrebbe dire; Ma Dio vuol per sua lode e per sua gloria, Ch'egli lo dica, e ne resti memoria.

57

Comparve dunque in figura di nano Il demonio, e montò sopra uno scoglio; E sopra il fianco tenendo una mano, Guardava il prete, tutto pien d'orgoglio: Poi d'ira e di dolore ebro ed insano, Disse: Giacchè a colui, al quale io voglio Perpetuo male, or piace ch'io ragioni, Udite tutti quanti i miei sermoni.

58

Questa una volta fu la più beata Isoletta che mai bagnasse il mare; Ma divenne in un dì sì sfortunata. Ch'altra simile a lei non so pensare, Pigliando dalla Caspia onda gelata Alla sì calda che potrìa scottare. Udite or come, di tanto felice, La meschina si fe' trista e infelice.

59

Il signore dell'isola e la moglie Moriro un dì da fulmine percossi; Talchè tutto s'empì d'affanni e doglie Il bel paese: e qual da turbin scossi, Gli alber che prima avean sì belle foglie, E sì bei pomi, verdi, bianchi e rossi, Fan paura e pietade ai riguardanti; Tali eran di quell'isola i sembianti.

60

Nulladimeno infra cotanto amaro Qualche poco di dolce e di ristoro Le genti di quell'isola trovaro; Chè due figliuole, come coppe d'oro, Gli estinti genitori a lor lasciaro, Nate ad un parto, e con assai martoro Della misera madre, e belle tanto, Che parevano fatte per incanto.

61

Nè rosa a rosa mai, nè stella a stella Simil tanto è, quanto simile ell'era Una sorella all'altra sua sorella. Io stesso, che a tentarle giorno e sera Mandato fui dalla prigion mia fella, Sbagliai più volte: di cerasa nera Ambe una voglia avean nel braccio manco, Ed un bel neo nel fin del destro fianco.

62

Le grazie, il brio e l'estrema dolcezza Che avevano parlando, chi dir puote? Or giunte queste a quella giovinezza Che alla vista dell'uomo si riscuote, E s'allegra d'aver grazia e bellezza Per lui piacere, un perfido nipote Del morto padre, di sfrenate voglie, Arse d'avere l'una e l'altra in moglie.

63

Pensate or voi se in così tristo foco Io soffiassi di cuore e giorno e notte; Talch'ei, non più pace trovando o loco. Ad una villa sua l'ebbe condotte; E quivi in suono tremolante e fioco, E con parole da pianto interrotte Aperse loro il suo folle desire, Che nell'udirlo elle ebbero a morire.

64

E tutti e tre racchiusi in una stanza, Giurò di non voler quindi uscir mai, S'ei non giungeva al fin di sua speranza: O di finir per fame ivi i suoi guai, Ed esse seco. In orrida sembianza Disser le giovinette: E tu morrai, E noi teco morremo volontieri; E inventa pur, se sai, modi più fieri.

65

Il primo giorno scorse ed il secondo; E già, qual fior che per troppo calore Illanguidisca, il bianco e rubicondo Color del volto lor d'atro pallore Si ricoperse, e non fu più giocondo. Allora quel maligno traditore Cercò con acque e balsami possenti Rinvigorir le forze lor cadenti.

66

Ma le oneste sorelle si abbracciaro; E vôlti i prieghi a lui che mai è crudele, Io dico a Dio, sì ben si confortaro, Che, in cambio di lamenti e di querele, Vicine al morir lor si rallegraro; E quasi due bianchissime candele Ch'ardano, e il vento le assalga improvviso, Restò d'entrambe il bellissimo viso.

67

Viste morte le due vaghe sorelle, Il misero squarciolle a brani a brani, E poi li sparse in queste parti e in quelle, Pasto di volpi, d'avoltoi, di cani. Quella notte dal ciel fuggîr le stelle, In veder fatti sì crudeli e strani; E Dio sdegnato volle in carne e in ossa Ch'ei giù piombasse nell'eterna fossa;

68

E diede a noi quest'isola in domìno. Or tu, come entri a farci dipartire? Qui il folletto si tacque, e a capo chino Stiè del gigante la risposta a udire. Ed egli: Io voglio, brutto malandrino, Ajutato dal mio superno Sire, Che quinci tu ti parta, e parta adesso; Se no, ti frusto senz'altro processo.

69

E fattogli il comando nelle forme, Ecco che tutta quanta si riscuote L'isola, e sveglia, se alcun v'è che dorme: E dalla parte di verso Boote L'aria annerisce: e come vanno a torme I negri stormi e fanno larghe ruote, Così dall'isoletta a schiere a schiere Givan fuggendo quelle bestie nere.

70

Liberata la terra da sì dura Ed aspra servitude, ecco ad un tratto Corese e Argéa che han tuttavìa paura Di qualche strano incantamento e matto: E la coppia sì franca e sì sicura Dei due che tante belle imprese han fatto, Io dico d'Orlanduccio e di Naldino, Che han proprio braccio e spirito divino:

71

Ed ecco Orlando e il sir di Montalbano, Che quivi in ritrovare i figli loro Segni di croce si fecer con mano: Ma usciron presto d'affanno e martoro, Quando essi con parlare umile e piano, Ma colmo di grandezza e di decoro, Disser le cose come eran passate, E lor mostraro le lor donne amate.

72

Di che i lor padri n'ebbero piacere; Ma la festa s'accrebbe in infinito, Quando fra tante e sì diverse schiere Di genti capitate entro a quel lito Potêr Despina e Ricciardo vedere, E Guidone e Climene ed il romito, Che nella rete tutto si dimena, E mostra averne gran vergogna e pena

73

Onde Rinaldo prega don Tempesta Che lo disciolga; e udita la cagione Perch'ei gli pose quella rete in testa, Gli dà parola e fa promissïone Ch'ei farà vita in avvenir modesta: Tanto più che Climene ella ha padrone. Lo scioglie dunque, ed egli si ritira In un cantone, e lagrima e sospira.

74

Or mentre qui si fan gli abbracciamenti, Ecco che s'empie l'isola a romore; Chè non so come, portati da' venti, Qui si trovaro i piagati d'amore Per la bella Despina, i re valenti Che in Francia venner per mostrar valore, Ed uccider Ricciardo, e per mercede Aver Despina della Cafria erede.

75

V'era il persiano Oronte e il Signor trace, E il re di Nubia di tal gagliardìa, Che seco Marte vorrebbe aver pace. Questi prende Despina, e fugge via, Non altrimenti che lupo rapace Semplice agnella che pel bosco stia; E salta ardito sul primo naviglio Ch'ei trova, e lascia l'isola in scompiglio.

76

E a tutti quanti i marinari impera Che sciolgano le vele; e quelle sciolte, Gonfia al principio un'auretta leggera, Che sempre cresce: onde già miglia molte Ha fatte, ed oramai viene la sera. Su le altre navi vanno d'ira stolte Le genti Franche; e il mesto Ricciardetto Piange, e si batte per la doglia il petto.

77

Di questo fatto n'ho tanto dolore, Che non ne posso mica più parlare, Almen per qualche poco, onde il mio core Si possa rïavere e confortare; E vo' frattanto dell'isola fuore Gire ancor io, e lo Scricca cercare, Che giunto in Cafria si morde le mani, Per esser stato vinto da' Cristiani.

78

E senza figlia e senza baronìa, E senza erede, e inoltrato negli anni Si muor di noja e di malinconìa. Pur vuole, per scemare i gravi affanni, Cosa provar che men dura gli sia; E dispogliato de' suoi regj panni, Al Fiacca e al Ficca lascia in guardia il regno, E prende seco un baron forte e degno;

79

E vuol con esso andar girando il mondo, E in tal guisa tentar la sua fortuna; Chè spïando la terra a tondo a tondo Di là dove il Sol muore e dove ha cuna, Spera avviso trovar lieto e giocondo (Se sempre il Fato la via non gl'impruna) Della sua figlia: e con questo pensiero Lascia il paterno suo famoso impero.

80

Si fa chiamare il Cavalier del Pianto; E giunto un giorno in riva alla marina, Ode di pescatori un lieto canto, A' quai cortesemente s'avvicina; E vede come ciascun tiene accanto Una leggiadra e lieta contadina; E cocendo sardelle in su la brace, Se le mangian cantando in santa pace.

81

In vederli restaro un qualche poco Gli allegri pescatori, e con buon viso Poi gli guardaro, e lor fecero loco, E seguitaron l'allegrezza e il riso. Il Cavalier del Pianto anch'esso al foco S'accosta; e presso a una fanciulla assiso, Una sardella anch'egli ponsi in bocca, Che nel mangiarla l'anima gli tocca.

82

Or questi seguitando il mestier loro, Una a solo cantava dolcemente; La qual tacendo, ripigliava il coro. Cantava dunque: O fortunata gente, Che aveste vita nell'età dell'oro, E che viveste sempre allegramente, Perchè non vi diè mai pena e cordoglio Desìo di roba, o ambizïon di soglio!

83

Ma come or noi viviam, viveste voi; Poveri sì, ma senza tema alcuna. L'acqua de' fonti è dolce vin per noi; E il verde prato, il mare e la laguna Cibo ci dà, che non ci aggrava poi; Nè sappiamo cosa è sorte o fortuna. E ripeteva la bella brigata: O gente felicissima e beata!

84

Ma perchè il sole già si tuffa in mare, E l'ombre van cadendo giù da' monti, Tempo lor par nella capanna entrare; E cenno fanno con allegre fronti Al cavalier, che voglia seco andare. Egli, che molto più de' duchi e conti Stima coloro, accetta il dolce invito, Entra nella capanna, e lascia il lito:

85

E quivi entrato, nel mentre che or questi I pesci lava, e quell'altro li cuoce, Intorno al fuoco co' visi modesti Stanno le donne, e con soave voce Propongon giuochi, onde si tengan desti I giovinetti; or quello della Noce. Or quel dell'Uovo: e fatti questi e quelli, Ne propongono sempre de' più belli.

86

Ma quel che piacque più, fu quel del Fiore; Perchè una d'esse a un pescator dicea: Tu se' un bel fiore. Ed egli pien d'amore: Che fior son io, fanciulla? rispondea. Ed ella co' begli occhi tutt'ardore Guardandolo, diceva, e insiem ridea: Tu sei, se non isbaglio, un fior di pero: Dici d'amarmi, ma non dici il vero.

87

E quegli rispondeva similmente: Voi siete un fior di rosa e di vïola, E siete in beltà sola veramente. E così intanto il tempo fugge e vola, E si fa l'ora da sbattere il dente, Ora che tanto gli uomini consola. Viene la cena; e il Cavalier del Pianto Anch'ei s'asside, e si rallegra intanto.

88

E dopo aver mangiato bene bene, E bevuto anche meglio, un pescatore Dice: Signor, dopo le nostre cene Abbiamo un uso, che non è il peggiore, Di cose dir piacevoli ed amene; E il novellar ci dà gusto maggiore: Però, s'egli v'aggrada, a lunghe e corte Paglie vedremo a chi tocca la sorte.

89

Chi tira la più lunga, a quel s'aspetta Dir la novella. Un uomo vecchio prese La paglia in mano, e la teneva stretta: Toccò la sorte a un pescator cortese, Che tace in prima, e a ragionar si assetta; Poi 'l viso di rossor tutto s'accese, E detto ch'era rozzo parlatore, Principiò sua novella in tal tenore:

90

In un paese assai di qua lontano Donna trovossi sì piena d'amore Del suo marito, che fu caso strano; Talchè venendo quello all'ultime ore, Vinta dal duol, prese un coltello in mano Per trapassarsi banda banda il core: Ma questo parve a lei poco tormento, E si risolse di morir di stento.

91