Il Ricciardetto, vol. I

Part 22

Chapter 223,872 wordsPublic domain

A questa vista ciaschedun dispare; Noi restiam sole nel nostro dolore: Quando un drappel d'armate donne appare, Che del palazzo ci conducon fuore; Indi nel pozzo ci sforzano entrare, E mostran gagliardìa, mostran valore, Perchè il salghiamo: e quello poi salito, Ci menano rabbiose a questo lito;

61

D'onde siam ferme non voler partire, Se il nostro Alfonso non ritorna a noi; Nè più gran cosa ci sembra il morire. Credei con tigri, ma dovrò con buoi, Donne, pugnar, secondo il vostro dire (Disse Rinaldo): serenate or voi La vostra faccia, e state allegramente, Ch'io vi rimeno Alfonso immantinente:

62

E se la cosa ell'è come voi dite, Non vo' portare nè spada nè lancia; Ma vo' tagliar due vermene pulite Da frustar ora il cesso ed or la pancia Di quella porca la qual v'ha tradite. Ma il tempo passa, e assai mal fa chi ciancia Quando ci voglion l'opre. E detto questo, S'avvïò verso il bosco ardito e presto:

63

Nè fatto aveva ancora un mezzo miglio, Ch'eccoti il nano sopra il cavallino, Che l'invita a imbucar, come un coniglio, Entro del pozzo, e gl'insegna il cammino. Rinaldo accetta con allegro ciglio L'invito, e giù nel pozzo a capo chino Discende prestamente; e giunto al piano, In verso la città vassen pian piano.

64

Giunto alla porta, dugento guerriere, Che il lor corpo di guardia quivi fanno, Voglion fermarlo, come è lor mestiere. Ride Rinaldo; e quelle, che non sanno Qual sia forte e terribil cavaliere, Addosso a lui, siccome cagne, vanno Per farlo schiavo e per dargli tormento; Ed ei le bacia e le piglia pel mento.

65

Al romor corron l'altre; ed in breve ora Seimila donne, e tutte quante armate L'han posto in mezzo; e acciò non esca fuora, Hanno canapi e corde lì portate, E lo voglion legar senza dimora. Rinaldo dice loro: Eh via, non fate; Che se mi salta punto il moscherino, Per Dio, che vi diserto e vi rovino.

66

Musana, la regina, anch'ella accorre Al gran tumulto con la spada in alto, E grida: Io vo' costui nella mia torre; E segno fa che gli si dia l'assalto. Rinaldo omai, che gioco tale aborre, Sopra un vuoto destrier monta d'un salto, E va battendo sol con la vermena A questa il capo ed a quella la schiena:

67

E con gli schiaffi e con gli scappellotti S'è fatto largo sì, che ognuna scappa. Così smeriglio tra molti merlotti Ho visto far, che or questo or quello acchiappa, E fuggon via quelli che son più dotti: Quando Musana nel guerriero incappa, Il quale, vista cosa sì deforme, Ammazzarla volea 'n tutte le forme:

68

Ma udendo dir che la regina ell'era, La man le pose ne' bianchi cappelli, E disse a lei: O donna, o furia, o fera, Che tu ti sia, e conforme ti appelli, Rendimi il cavaliere che jersera Rubasti con maniere e modi felli Alla sua sposa, o ch'io ti fo volare Sopra que' monti, e ancor di là dal mare.

69

La brutta vecchia per la gran paura Inaffiò d'acqua lanfa assai terreno, E più di pria si fe' brutta figura; Talchè un demonio egli era brutto meno. Pur prende lena; e fatta più sicura, Dice: Signore, all'amoroso freno Siamo tutti soggetti, e non accade Aver per fuggir lui canuta etade.

70

La bellezza d'Alfonso m'ha levato E senno e libertade; onde piuttosto Ho meco di morir determinato, Che di viver, s'ei fia da me discosto. Dice Rinaldo: Viso d'impiccato, Anzi d'un porco abbronzito ed arrosto, Ti pare egli ora, spennata civetta, Di tor l'amante a vaga giovinetta?

71

Insegnami la torre ed il castello Dove sta chiuso, o ch'io viva ti squarto: E la prese pe' piedi: ed il guarnello Le andò sul capo, e l'uno e l'altro quarto Mostrò di quel paese orrido e fello, Che avea bisogno di pialla e di sarto: Tanto era da una parte rilevato, E dall'altra sdrucito e sconquassato.

72

La disgraziata tutta si dimena, E chiede ajuto; ma niuno la sente: Pur vinta in fine da vergogna e pena, Di dargli Alfonso piangendo consente. La capivolge allora, e su l'arena La posa; ed ella lo guida piangente Al castello; ed apertol, fa venire Alfonso, e nel vederlo ebbe a morire.

73

Ma restò fuor de' sensi affatto affatto, Quando lo vide accinto alla partenza. Egli la guarda stomacato in atto, Ed ha di vomitar grande appetenza. Indi le dice: Vorre' il tuo ritratto Per consolarmi nella fiera assenza. Ma quel che Alfonso dice, ella non ode: Tanto dolor l'alma le opprime e rode.

74

E senza metter punto tempo in mezzo, Salgono il monte; e giunti all'aer chiaro, Rinaldo prende d'un gran sasso un pezzo, E il butta dentro il pozzo, e lo turaro; E così seppellîr l'obbrobrio e il lezzo Di natura e del mondo; e a paro a paro Andaron verso il lido; e mira mira, Non veggon più la desïata Elmira.

75

Vanno sul luogo dove la lasciaro, E veggon de' capelli, e veggon anco Cosa di che poi tanto lagrimaro: Veggon d'Elmira in terra un velo bianco, E più d'un altro segno infausto e amaro: Onde Rinaldo, ancor che baron Franco, Si fe' di gelo, e dolsesi in segreto, Benchè mostrasse speme e volto lieto.

76

Lo sventurato Alfonso poi rimane Quasi di sasso, e guarda sbigottito Con gli occhi fatti di pianto fontane Ora il piano, ora il monte ed ora il lito; Quando Rinaldo, che a foggia di cane Non lascia intatto della spiaggia un dito, La trova, e grida: Cavalier, qua vola; Che vedrai lei che l'amor tuo consola.

77

Come se uscir l'avaro veduto abbia Alcun, di dove il suo tesoro stanza, E rotti gli usci, e smossa ancor la sabbia, Sotto cui d'occultarlo avea speranza, Si muor di tema, d'affanno e di rabbia; Ma mentre l'occhio con la mano avanza Nel ripostiglio, e vede l'oro e il tocca, Per lo piacer si sviene e al suol trabocca:

78

Così l'afflitto prence di Leone Dall'improvviso gaudio a terra cade; E cade ancor per la stessa ragione Elmira. Il buon Rinaldo per pietade Sospira, e invidia delle due persone La bella fede e la gran caritade; Poi dice alle donzelle: Io vo' partire: Salutate madonna e il vostro sire.

79

Ma lasciamo ir Rinaldo al suo cammino, E lasciamo gli amanti tramortiti, E torniamo a Nalduccio e ad Orlandino, Che mi sono sì cari e sì graditi, Che a Bacco non è sì gradito il vino, Nè i pampinosi tralci delle viti. Quando io li veggo, oppur n'odo parlare, Mi sento proprio tutto ricreare.

80

Se vi sovviene, co' lor dolci amori Nalduccio ed Orlandino s'imbarcaro Per Francia, a ritrovare i lor maggiori, E per più giorni lieti navigaro. Ma, come in terra nascon funghi e fiori, Sì le tempeste in mar nascon del paro. Ebbero una tempesta indiavolata, E rimase la nave sconquassata.

81

Nè qui ci son delfini nè tritoni, Che li portino al lido; nè ci ên Fate, Che vengan suso per la via de' tuoni Apportatrici lor di sanitate: Ma ci son, grazie a Dio, de' tavoloni, Sopra li quali le donne affannate Si condurranno co' mariti loro In qualche luogo, ed avranno ristoro.

82

Dopo lunga fatica e lungo stento Giunsero tutti quattro a un'isoletta, Ch'è detta l'Isoletta del Portento. Orna le spiagge sue fiorita erbetta; Ed un ruscello, che di puro argento Ha l'acque sue, ed al mar corre in fretta, Or quinci or quindi in tortuosa foggia La bagna sì, che non cura di pioggia.

83

Questa isola, per voce antica molto, È fama che l'alberghino i Folletti, Che fan con tanti scherzi ogni uomo stolto: Or tiran le lenzuola di su i letti, Ora prendon di donna o d'uomo il volto, Or si fanno orsi, or gatti, ora micchetti. In somma chi si abbatte in questo loco, Diviene di color favola e gioco.

84

Ma non fan male alcuno; anzi sovente Fanno del bene, e insegnano tesori E modi da campare allegramente, E di birbanti divenir signori. Sopra la rotta nave finalmente Tutti bagnati e tra mille timori Quivi le donne e i giovani sbarcaro, E come bisce al sole s'adagiaro.

85

Quindi asciugati, presso alla marina Veggono un vago e nobile edifizio D'architettura tal, che par divina. Disse Orlandin: Deh fosse qualche ospizio; Chè andrei a pormi di botto in cucina: Chè il navigar è un buono esercizio; E mangerei, s'egli mi fosse dato, Un cane, un lupo, un asino attempato.

86

Ride Nalduccio, e dice: Fratel mio, Se tu senti la fame, ed io la veggio. Che cosa brutta fe' Domeneddio! Secondo me, non poteva far peggio. In vederla mi viene il tremolìo: Più volentieri con la morte armeggio, Che con costei, che rosicate e strutte M'ha le interiora e le budella tutte.

87

Ma siam pur pazzi, ripiglia Orlandino, A star qui fermi, e non andare al loco Che c'è, come veggiam, tanto vicino. Lì troverem buona cucina e cuoco; E se il padrone non è Fiorentino, Ci darà da mangiare o molto o poco. Ciò detto, a quella volta se ne vanno; E giunti, l'uscio ivi trovar non sanno.

88

Girano intorno intorno il gran palazzo, Nè da niun canto vi trovan l'entrata. Odon gente che mangia e sta in sollazzo, E sentono l'odor della frittata, E de' brindisi spessi lo schiamazzo. Con alta voce lor fan la chiamata; Ma niun risponde, e seguono a mangiare: Onde questi si danno a taroccare;

89

E tirano sassate dell'ottanta Nelle finestre, e rompon l'invetriate. In questo mentre ecco che un mostro agguanta Le donne; e gridan come spiritate; E se le porta via con fretta tanta, Che appena pôn seguir le sue pedate I giovanetti, e gridan: Posa, posa, Con terribile voce ed affannosa.

90

Ma quei, come la volpe quando è côlta Da' cani, che si dà tosto a fuggire, Nè pel timore indietro mai si volta; Ma quando li ode sì presso venire, Che ne comprende vicinanza molta, Allor fa cosa che ho rossor a dire; Sì tristo fiato fassi uscir di dreto, Che per la puzza i can restano addreto;

91

Così quel mostro porco un così strano Vento egli fece, e cotanto fetente, Che Nalduccio e Orlandin caddero al piano, E il mostro dileguossi di repente. Rïavutosi poscia, ognuno insano Rimane pel novissimo accidente, E si guardano in viso, ed hanno pena Che un peto gli abbia stesi su l'arena.

92

Ma quando poi non veggion le dilette Consorti loro, e credono sicuro Che quel mostro se n'unga le basette, E se le spolpi in qualche luogo oscuro, Fanno versacci che pajon civette; E tal sentono affanno acerbo e duro, Che lo star 'n una fervida caldaja, Appetto a quel, lor parrebbe una baja.

93

In questo stato ascoltano una voce Flebile sì, che non si può sentire. In quel verso Naldin corre veloce, E gli pare la sua consorte udire. Pensate voi se ciò lo punge e cuoce. D'amore acceso e ripieno d'ardire Là corre, e regge con l'orecchio i passi, Nè cura sterpi, nè bronchi, nè sassi.

94

Vede Orlandino poi dall'altra parte in man d'un satiraccio una donzella Mezza spogliata e con le chiome sparte, E in qua e in là strappata la gonnella. S'inferocisce subito, e qual Marte, Quel satiro col ferro egli martella; E tanto più lo fa di buona voglia, Che pargli Argéa colei cui vede in doglia.

95

Ma quando crede aver piagato e morto Il satiro, e disciolta la fanciulla, L'un si rannicchia, e fassi corto corto, E corto sì, che si riduce a nulla; L'altra diviene una mummia, un aborto. A vista tal, come un bambin di culla Orlandino rimane; e tra sè stesso Non sa capir quel che gli sia successo.

96

E Nalduccio arrivato a piè del monte, Donde la voce gli parea che uscisse, Vede una fresca, oscura e bella fonte, E in un alber vicino crocifisse Due giovanette, ed una che la fronte Mostrava, e il tergo l'altra; ed a lui disse Una di loro: Rinalduccio ingrato, Così presto di me ti se' scordato?

97

Rinalduccio a tal voce si riscuote, E grida: O mia dolcissima Corese, Non dubitare. E col ferro percuote L'albero; e quando con le braccia stese Vuole abbracciarla, e nelle belle gote Porre di casto amor le labbra accese, L'alber principia subito a girare Come paléo, e non si può fermare.

98

Nalduccio alla sua donna dà di piglio, E con essa principia anch'egli il giro: Quando ad un tratto d'un color vermiglio L'alber diventa, e i rami di zaffiro, E le foglie più candide del giglio. Quindi le belle donne dispariro; Chè l'una e l'altra subito divenne Un vago cigno dalle bianche penne;

99

E volando tuffossi in un laghetto, E dolcemente si mise a cantare; Indi a non molto dall'alber suddetto Tutte le foglie si veggon volare, Fatta chi uno, e chi altro uccelletto; Ed il fusto si vede al suol cascare, E caduto diviene una gran biscia, Che giù pel monte sibilando striscia.

100

Or mentre l'uno e l'altro disperati Erran pel bosco, e colmi di stupore, Corese e Argéa de' cavalier pregiati Vanno cercando, e piangon di dolore: E giunte appena in mezzo a certi prati, Li veggon morti, e di sanguigno umore Veggon tinta l'erbetta: onde a tal vista Chi dir può quanto ognuna si rattrista?

101

E strappansi i capelli, e il petto bianco Si laceran con l'ugne; e fan lamenti, Che par ch'abbian le doglie o il mal di fianco; E dan di mano alle spade taglienti, Ch'eran de' lor mariti al lato manco, Per ammazzarsi: ed ecco, alti portenti! Le due spade si cangiano in lor mano Una in giunchiglia, e l'altra in tulipano.

102

I cadaveri poi (chi 'l crederebbe?) Si strusser come cera al foco appresso; E l'uno e l'altro in bella fonte crebbe. Rimaser come due statue di gesso Le donne, e lor tal cangiamento increbbe; Chè segno alcuno, alcun vestigio impresso Non vedevano in lei de' lor mariti, Come prima, se ben morti e finiti.

103

Dallo stupore alquanto rïavute Si risolsero entrar nella fontana, Indi bagnarsi, e far delle bevute Di quell'acqua che pria fu carne umana. Si spoglian dunque da nessun vedute, E lascian la camicia e la sottana, Il busto, le mutande e le calzette, Tutte distese su le verdi erbette.

104

Quando ecco, mentre stan così spogliate Diguazzando nell'onda maritale, Di donne e cavalier molte brigate, Che così nude nell'acqua le assale. Voller fuggir, ma furon raffermate Da vergogna, che in lor tanto prevale: Cercan l'acque turbar; ma sotto è breccia; Onde si copron con la lunga treccia.

105

Due cavalieri allor saltan nell'onda, E vanno per ghermirle: in quel momento Si asciuga l'acqua, e fugge via la sponda, E dame e cavalier si porta il vento: E nebbia così folta le circonda, Che ogni raggio di luce è affatto spento; Indi l'ombra dispare, ed in breve ora Ogni cosa di luce si colora.

106

Non tanti aspetti, non tante figure Soglion le rotte nuvole ben spesso Formare in cielo nelle notti oscure, S'Austro piovoso lor svolazza appresso; Che or si fan navi, e quelle stesse pure Or si fanno un gigante, ora un cipresso; Come esse veggion, ma senza diletto, La cosa stessa ognor mutar d'aspetto:

107

E a sospettar cominciano che quivi Alberghino le Fate e i diavoletti, E vi sian que' più perfidi e cattivi Che fanno dar di volta agl'intelletti: E vengono in speranza che sian vivi I lor mariti, e che abbian de' dispetti, Siccome esse hanno, da que' diavolini Che fanno i buffoncelli e i mattaccini.

108

Ma per non vi tediar, donne garbate, Raccontando gli scherzi e le burlette Ch'ebber costoro per molte giornate, Che furon certamente più di sette, Vi dirò come furon liberate. E mastro Garbolino ci scommette Un par di guanti, se vi date drento A indovinar chi sfeo l'incantamento.

109

Vi ricordate voi di Ferraù, Quando dal bosco risanato uscì, E fece voto a' Santi ed a Gesù Di tornare alla cella e morir lì, Ed a Climene non pensar mai più, A Climene che tanto lo ferì; E i due giganti ancor menò con sè, A' quali fece abbracciar la santa Fè?

110

Or a questo romito serbò Iddio Il discacciar da quel luogo i demoni; E fu cagion che del cammino uscìo, E che in vece d'andarsene pedoni, Entrasse in mare, e che il provasse rio; Tante fur le saette, i lampi e i tuoni, E le tempeste e le piogge ed il vento, Che se non si sommerse, fu portento.

111

Onde sbalzato fuor dell'onde insane Tremila miglia e più lunge da Spagna, Ed in quel lido pien di cose strane, Piantò sul far del giorno le calcagna Co' due giganti, vogliosi di pane, Mercè della gran fame che li magna: E mentre questi sbarcan da Ponente, Vi sbarca da Levante anco altra gente.

112

Or qui conviemmi in tutte le maniere Troncare il canto, e cercar di riposo; Chè nel canto che vien mi fa mestiere Star vigilante, allegro e spiritoso: Perchè son certo di darvi piacere; E l'udirmi saravvi sì gustoso, Che se per sorte chetar mi volessi, Mi preghereste perchè più dicessi.

CANTO DECIMOTERZO

ARGOMENTO

_Rinaldo e Orlando son trasfigurati_ _In dura pietra all'Isola del foco._ _Ferraù gli scongiuri ha preparati,_ _Ma torna per amore al primo gioco._ _I Pretoni di lui scandalizzati_ _Dentro la rete lo tengono un poco._ _Il pescatore racconta allo Scricca_ _D'una che il morto suo marito appicca._

1

La maraviglia nasce da ignoranza: Perchè chi sa come vanno le cose, Se fra di lor non dassi discrepanza, O se affatto non son miracolose, Non istupisce; e in dire non s'avanza Contro quel tal, che alcun fatto propose, Che di cosa impossibile viso abbia; Nè inarca il ciglio, o si chiude le labbia.

2

Chi non avesse mai veduto mare, Nè fiume o fonte, nè acqua nïente, Noi lo faremmo affè trasecolare In dirgli come è fatto, e da qual gente Viene abitato, e le diverse e rare Nature d'esso, e come è trasparente, E come nave di piombo ripiena Vi galleggia, e v'affonda un gran di arena.

3

Chi crederà, come la sacra a Giove Annosa quercia, che cotanto prende D'aria e di terra, e che vento non move, In una ghianda tutta si comprende? E come nella vacca il bue si trove Quando ella il toro a compiacer s'arrende? E come un gran di miglio o di frumento Sia produttor di cento grani e cento?

4

In somma dico: L'uomo sapïente Non è siccome chi non ha studiato, Ch'è protervo, e fa sempre il miscredente; E ciò che non ha visto, oppur toccato, Creder non vuole il barbaro nïente. Onde io sarei del certo disperato, Se questa storia giungesse in lor mano, Che ha qualche fatto che pare un po' strano.

5

E trovar non potrei verso nè via Che mi dessero certa e piena fede; Massime in questo canto, ove la pia Mente del sommo Dio sì ben provvede Al mal di quella sfortunata e ria Isola, fatta di Folletti sede: Chè non può venir lor neppur in testa Il frate co' giganti e la tempesta.

6

Ma grazie a voi, divine ed immortali Donne gentili, io vo' render tuttora, Che siete dotte e savie, e tali quali Cose vi narro, voi credete allora; E s'io dicessi che un asino ha l'ali, E il foco va con l'acqua della gora, Siete tanto discrete e manierose, Che mostrereste credermi tai cose.

7

A voi dunque mi volgo, e omai ripiglio Il tralasciato canto; e se non sbaglio, Io dissi, come con turbato ciglio, Bagnato, ignudo, ma col suo bagaglio, Aveva Ferraù dato di piglio All'Isola dei scherzi e del travaglio Co' due giganti; e come da Ponente Pur discesa in quel lido era altra gente.

8

E qui bisognerebbe ch'io dicessi Ogni minuzia fino ad un puntino. Ma so che brevitade io vi promessi; E più tosto restar senza un quattrino Vo', che mancare a quello ch'io v'espressi. Dirovvi dunque in mio schietto latino, Che con le mogli lor Ricciardo e Guido Sceser senza saperlo in su quel lido:

9

E che Rinaldo ed il signor d'Anglante Vi sceser pure per diverse strade: Perchè a chi fa il mestier del navigante, Domandar suo cammino non accade. Tal vuol ire in Ponente, e va in Levante. Il vento è il Dio dell'onde; e ovunque aggrade A lui di fare andar questo e quel legno, Conviene andare e romper suo disegno.

10

Sol vi dirò due cose, che mi penso Che sieno necessarie a raccontarsi: Una, ch'io vi racconti quell'immenso Piacer di cui vedeste inebbrïarsi Le donne e i cavalieri, e senza senso Restar Dorina, e affatto abbandonarsi, Conoscendo all'aprir della visiera, Che il campion nero il suo marito egli era,

11

Acciocchè non istiate con pensiero, E a lungo andare non m'esca di mente. Riconosciuta adunque il campion nero La sua bella Dorina ed innocente, Più ratto assai che a lepre il can levriero, Le corse a' piedi, e le chiese piangente Perdon di quanto aveva e detto e fatto, Reso per gelosia crudele e matto.

12

Il Garbolin di questi più non dice: Ma saranno tornati a Saragozza, Ove avran fatto una vita felice: In somma qui la storia loro è mozza. L'altra cosa da dirsi, e che radice È del canto, e senza essa non si accozza La storia, è che bisogna che del frate Vi narri certe cose tralasciate.

13

Come vi dissi, se non prendo errore, Due canti addietro, Ferraù partissi Dalla capanna con divoto core, E co' pensieri risoluti e fissi Di darsi in avvenir tutto al Signore: E i due giganti al mondo crocifissi Partiron seco, e giunsero in Provenza, Ed in Antibo fecer permanenza.

14

Quivi studiaro come disperati, E si fecero bravi latinanti, Nè fûro dal maestro mai frustati; E andaron tanto con lo studio avanti, Che dal vicino vescovo chiamati Fûro, e promossi agli ordini più santi: E da Tolon venivano a Marsiglia Le genti per veder tal maraviglia.

15

Il dì di San Cristofor disser messa, Ed ebber facoltà di confessare: Ma don Fracassa però non confessa, Perchè il segreto non sa conservare; Ma l'altro ch'è la segretezza stessa, Io dico don Tempesta, uom singolare, Confessa; ed è sì buono e sì clemente, Che non disgusta verun penitente.

16

Or posto questo, ritorniamo al lido, E narriamo le cose bestïali Che avvenner quivi. Di già me la rido, Vedendo i due giganti co' piviali, E con l'asperge, e con orrendo grido Precettare i demonj capitali; E quinci uscire a farvi missïone, E intrecciarvi talor qualche sermone.

17

Ma lasciamo per ora i missionari, E parliamo del conte e di Rinaldo, Che mentre erran per l'isola, e di vari Casi van ragionando, da gran caldo Presi son sì, che fan sospiri amari: Nè il buon conte potendo star più saldo, Dice a Rinaldo: Mi par questo loco, S'io non m'inganno, l'Isola del foco.

18

E van cercando di fontane e grotte; Ma le fontane tutte son diacciate: Onde forza è che ognun fra sè borbotte In veder gelo, e sentir poi l'estate. In questo mentre li giunge la notte Con ombre tanto nere e sì serrate, Che non si veggon più l'un l'altro in viso, E li prende un gran freddo all'improvviso.

19