Il Ricciardetto, vol. I

Part 20

Chapter 204,002 wordsPublic domain

Ma ritorniamo all'isola del mago; Chè mia mogliera non darammi spesa; E s'io sarò di spender punto vago, Non ho timor di ritirarmi in chiesa, Ed isfogar con qualche sacra immago Quell'apra doglia che m'aggrava e pesa. Con una chierca mi sono aggiustato, Tanto c'ho in tasca la Fortuna e il Fato.

47

Fatto il convento, e cinto intorno intorno Di forti rocche e d'afforzate mura, Stiè con loro alle grate più d'un giorno Il conte Orlando contro sua natura; Chè monache non mai volle d'attorno: E rammentando loro la clausura, La castitade e l'uffizio divino, Su la sua nave riprese il cammino.

48

Ma tempo è omai che torniamo a Climene, Che non veduta col padre favella; Ed a Guidone che pur mille scene Or fa con questa dama, ora con quella. Ad una batte bel bello le schiene, Ad una il mento, ad una una pianella; Ma questo giuoco a lungo andar non piace A Climene, e perturbale la pace;

49

Perchè tra l'altre dame della corte Una ve n'era bella a maraviglia: Onde Climene, ingelosita forte, Se la tocca lo sposo, si scapiglia, E le viene il sudore della morte. E appunto appunto con questa si piglia Il suo busto Guidone; ma non crede D'offender punto la giurata fede.

50

Lidia si nominava la donzella: Vaga era tutta, ma sopra ogni cosa Avea la bocca sorridente e bella. La man Guidone sopra quella posa, E lieve con un dito la flagella; Per che Climene venne sì sdegnosa, Che, senza altro pensar, dal balcon fuore Trasse la pietra di tanto valore;

51

La qual diè in capo a un povero studente, Che dal terreno la raccolse appena, Che agli occhi di ciascun sparve repente. Di cercatori la piazza è ripiena, Per ritrovar la pietra sì valente: Ma se non voglion ire a pranzo e a cena, Prima che non la trovino, staranno Tanto senza mangiar, che si morranno.

52

Senza la pietra di sì raro effetto Climene a ciaschedun visibil fue, E con essa Despina e Ricciardetto: E sorte fu ch'era già rotta in due; Onde a Despina restonne un pezzetto Per gran conforto alle bisogne sue. La loro apparizion tanto improvvisa Empì la corte di piaceri e risa.

53

E Lidia nel vedere il giovin bello, Che invisibil le fe' burle cotante, Arder di dentro si sentì bel bello Di quel leggiadro angelico sembiante. E Guidone, che pure era un monello, La riguardava con occhio d'amante; Di che Climene accorta si tapina, E verso le sue stanze s'incammina,

54

E da guerrier 'n un attimo si veste; E scritto di sua mano un lungo foglio, A Guidone lo manda: e v'eran queste Note di sdegno e note di cordoglio: Crudel, ti lascio, e per erme foreste Misera errare infino a morte io voglio; Giacchè per altra omai ti veggo acceso, Ed io ti son forse d'affanno e peso.

55

E datolo a una sua fedele ancella, Partissi, e ancor non so per qual sentiero. Guidone, udita sì strana novella, Perchè l'amava molto e daddovero, Piange, sospira, e sè infelice appella; E la corte par fatta un cimitero; Tanto silenzio e cotanta tristizia Si scorge in essa, ed orrida mestizia.

56

Despina e Ricciardetto fanno core Allo smarrito giovine dolente; E tutti e tre si trovan d'un umore Di ricercar la donzella piangente, E così terminare il suo dolore, Ch'ebbe alla fine origin da nïente; Ma l'aspra gelosìa leva il cervello, E un bruscol fa parere un travicello.

57

Il Soldano l'approva; e detto fatto, Partono d'Alessandria quella notte. Ma intanto d'allegrezza quasi matto Lo scolare che avea le scarpe rotte, Trovato avendo a così buon baratto La sua fortuna, l'adunanze dotte Tralascia, e sempre con quel sasso in mano Il tutto tenta, e nulla tenta in vano.

58

Amò un tempo costui, per sua disgrazia, Una moglie d'un certo sacerdote, Di quei che il tempio d'Iside ognor sazia. Era di fresche e ripienette gote, E colma di beltà, colma di grazia; Ma fredda più dell'Orsa di Boote Sempre mai dimostrossi allo scolare; Onde convenne a lui lasciarla stare;

59

E la credeva un'onesta Sibilla, Sì spesso la vedeva entrar nel tempio. Un ago solo, un capo sol di spilla Che prendesse ella mai non v'era esempio: E dir solea che nè per terra o villa, Nè per regno averìa mai fatto scempio Dell'onor suo, che solo ella pregiava In questa vita, e null'altro curava.

60

Ora in casa costei di primo salto Va lo studente all'aria bruna e denza, E trova com'ell'abitava in alto: Chiusa è la stanza; ed ei senza licenza V'entra, e la vede in amoroso assalto Con un uom che al Soldan fa la dispenza. Partito quei, si ferma lo scolare, Ed ecco in breve un altro che compare.

61

Era questi lo sguattero del cuoco, Ma del cuoco di corte; e mezzo bue Portolle in don dell'amoroso giuoco. Ma che più ciarlo? Infino a ventidue Un dopo l'altro vennero a quel loco, E portava ciascun chi men, chi piùe. Ma quel che fece rider lo studente (E n'aveva ragione certamente)

62

Fu, che stavan famigli e damigelle Alle finestre, alle porte, alle scale A far da vigilanti sentinelle, Ed avvisare in tempo, quando sale Il prete, che le avrìa tratta la pelle (Ve' s'eran tristi e sguazzavan a sale!) Se avesse avuto il menomo sospetto Che macchiar gli potesse il santo letto.

63

Onde gli amanti sciocchi e sempliciotti Si credevan ber latte di gallina, E mangiare fagiani e perniciotti; Ma, come dir si suol, beveano orina, E trangugiavan bocconi mal cotti D'una carnaccia d'antica vaccina: Perchè una donna, quando ella comincia A vender carne, per tutti ne trincia.

64

Pure egli venne, e postosi a dormire, Udì che 'l prete sghignazzando forte, Alla mogliera sua sì prese a dire: A quante bestie della nostra corte Hai tu levato l'altura e l'ardire? Ed ella: Dato ho lor la mala sorte, E fatigati io gli ho di tal maniera, Che non tutti verran domani a sera.

65

Gnaffe! (le disse il prete) tu se' lesta; Ma fammi un poco il novero dei doni. Il paggio del Soldan diemmi una cresta, Lo spenditore pollastri e piccioni, Il fornajo di pane una gran cesta, E il cantinier di vini scelti e buoni Due barilozzi, e di casa il maestro Un bel vestito dentro d'un canestro.

66

Gli altri poi tutti mi dieder danaro: Ma mi vien sonno, e sono molto stracca. Dormi (rispose il buon prete cornaro), Che per Giove tu se' una buona vacca; E me felice, se n'avessi un paro. E sì dicendo, al sonno anch'ei s'attacca. Lo scolar si strabilia, e appena crede A quello ch'egli ascolta, a quel che vede.

67

Indi si parte, ed entra in un gran chiuso Che i penitenti d'Iside racchiude. Questi han per disciplina, hanno per uso D'andare a piedi, e con le piante ignude: Tengon la fronte, e tengon gli occhi in giuso; Mangian pan secco ed erbe amare e crude, E veston setoluto orrido sacco, Inimici di Venere e di Bacco.

68

Fuggon le donne, qual dai falchi fugge La starna intimorita e la colomba, E come vacca da leon che rugge. Ove son feste, ove allegrezza romba, Niuno appare di loro. Il popol sugge Da' labbri lor, che degli Dei son tromba, Mel di precetti, ed impara da loro A seguir povertade e sprezzar l'oro.

69

A questi corre il credulo Soldano, Qualora il Nilo si racchiude e serra Nelle sue ripe, e non inonda il piano: A questi il villanello, a cui fa guerra Verme crudel che gli divora il grano: E balza appena dalla nave in terra Il nocchier che sofferse aspra tempesta, Che a questa gente egli ricorre, a questa;

70

E parte appende delle rotte vele Intorno intorno alle sacrate mura; E dipinge in un quadro il mar crudele, E sè co' suoi ricolmo di paura; E pinge in aria il soccorso fedele E questa gente penitente e pura, Che mentre s'apre il legno, a tempo giunge, E placa il mare, e il fesso ricongiunge.

71

In somma quel che i santi fraticelli In grembo fanno della vera Fede, Vuole il demonio ancor che faccian quelli, E mostrino di fare a chi lor crede. Ora tra questi santi romitelli Lo studente non visto pone il piede; E vede cose tanto infami e sporche, Che pare un chiuso di verri e di porche.

72

Delle lussurie non vo' dirvi nulla: Tanto son scellerate e infami tanto. Che fin l'abate vuol far da fanciulla, E sempre dorme col novizio accanto. Un altro con la ciuca si trastulla, L'altro col mulo che porta il pan santo, Cui fan limosinando i cercatori, Tozzolando alle porte de' signori.

73

E chi imbrïaco in suo vomito involto Giace nel tempio, e russa come un porco; E chi nel giuoco s'affatica molto, E nello stesso è barattiero sporco; E chi men empio con donnesco volto Stassi in suo letto rannicchiato e corco: E questi forse egli è il miglior campione Ch'abbia tra' suoi beati il rio Macone.

74

Altri crepa d'invidia, altri di sdegno; Tutti uccide la pazza ambizïone. In somma egli era un conventaccio indegno, Di vizj pien, non di religïone; E in Alessandria non v'era un ingegno Che avesse pur tanta distinzïone Da conoscer un po' quella canaglia, Che sembrava oro, ed era strame e paglia;

75

Pagliaccia e strame che arderà in eterno Nel foco acceso per l'ipocrisìa, Ch'ella è un inferno dello stesso inferno; Perchè al mondo non c'è peste più ria Di quei che sembran angeli all'esterno, Ed hanno dentro una tigre, un'arpìa, Un demonio per anima; e non visti Son fuor di modo scellerati e tristi.

76

E di costoro abbonda il secol nostro, E Italia nostra più che Egitto assai; C'hanno il core più nero dell'inchiostro, E non credono in Dio, nè credêr mai; E vaghi solo d'ammantarsi d'ostro, O d'altri ricchi e venerandi sai, Si fingono Macarj e Ilarïoni, E son Decj, Caligoli e Neroni.

77

Lascia costoro, e in corte se ne passa, E lì ci trova cotanta nequizia, Che di là dal credibile trapassa. Ne' ministri è ignoranza ed avarizia; Misera geme, e chiusa in una cassa La Fede, l'Innocenza e la Giustizia: Il Merto rode gli ossi come i cani, E sguazzano gli adulteri e i ruffiani.

78

Esce di corte, e dovunque s'aggira, Vede ogni cosa piena di lordure; Onde uscir di cittade egli sospira, E trovar terre più innocenti e pure. Così pel nuovo Sol mentre respira E l'aura e il cielo e i colli e le pianure, Esce non osservato fuor di porta Della città che in ogni vizio è assorta.

79

Climene intanto sospirando è giunta A una spelonca, dove una donzella Vede di fame e di dolor consunta, Che aveva un figliuolino alla mammella, Che la succhiava; ma di latte smunta Era pur troppo ed avvizzita quella; Ond'ella mira con pietoso ciglio Presso al morir la madre in un col figlio.

80

E dolce la saluta e la consola Meglio che puote; ed a sperar la invita Sorte miglior, bench'ella così sola Dar non le possa salute compita. Quella infelice senza far parola Lei guarda, come attonita e smarrita; Indi le dice: O tu, che a me ne vieni, Angel forse di Dio dai ciel sereni;

81

Se vuoi veder la mia bramata morte (Che se di cuor la bramo, i Dei lo sanno), Giungesti a tempo; chè omai su le porte Stassi l'anima mia, e senza affanno Già rotte ha quasi tutte sue ritorte Che la tennero in me per ventun anno; E aspetta sol che il dolce mio figliuolo Sciolga prima del mio il suo bel volo.

82

Climene, Ah non voler, bella fanciulla, Morir sì presto, piangendo le dice. Ed ella: Il viver non m'importa or nulla; M'importò quando fui lieta e felice. Or che di me Fortuna si trastulla, E si rallegra in vedermi infelice, Odio la vita, e non posso gioire Se non pensando al mio vicin morire.

83

E perchè rimembrare il ben perduto Fa più meschino lo stato presente, E l'animo al morir più risoluto, Io ti dirò la storia mia dolente, E il caso acerbo e forse non creduto, Che mi avvenne per una fraudolente Che mi tolse il marito, e fu cagione Che or muojo sola in questa regïone.

84

In Spagna io nacqui, ed i parenti miei Fur di sangue real, se non fur regi. Piccola ancora i genitor perdei; Ma due saggi tutori, onesti, egregi Ebbi in lor luogo; e già sei anni e sei Avea compiuto; e di beltà nei pregi (Ancorchè a dirlo a me bene non stia) Cedeva ognuna alla bellezza mia.

85

Il sire d'Aragona aveva un figlio Detto Leon, che per fama s'accese Di mia persona, e con savio consiglio Cacciando un giorno a casa mia discese. Avanti a lui vo con modesto ciglio; E il mio tutore non riguarda a spese Per alloggiare un ospite sì grande, E fa un banchetto di scelte vivande.

86

Il giovine mi guarda e mi riguarda, E si scordò di bere e di mangiare; Poi perchè l'ora si faceva tarda, Volle al proprio palazzo ritornare. Ma piagato l'avea con sì gagliarda Saetta Amor, che lo fece infermare, E giunse in pochi giorni in tale stato, Che i medici lo fecer disperato.

87

Il re dolente e mesta la regina Non lasciano di far ampie promesse A chi lo sanerà per medicina, O per altra maniera che sapesse: Quando egli, sospirando una mattina, Da sè medesmo il suo bisogno espresse; E disse al caro padre a solo a solo, Che l'uccideva l'amoroso duolo:

88

E che sarebbe morto senza fallo, S'ei non aveva me Dorina in moglie. Onde il re stesso montato a cavallo Corse ben presto alle mie patrie soglie, Che appena appena avea cantato il gallo; E a' miei tutori racconta le voglie Del principe che m'ama, anzi m'adora; E come egli di già m'accetta in nuora.

89

Entro il giorno seguente in Saragozza, E il popol tutto si rallegra e gode; E v'è chi pel piacere ancor singhiozza. Là suon di cetre, e qua di flauti s'ode; E per le strade s'aduna e s'accozza Gente infinita, e mi dà molta lode, Mentre ch'io passo; e con pallida faccia Lo sposo mio al suo balcon s'affaccia.

90

In pochi giorni si rimise affatto Il principe in salute, e pien di gioja Senz'altro indugio vuol sposarmi a un tratto. Giorno felice, onde convien ch'io muoja, Come diverso mai or ti se' fatto Da quel d'allora! Una superba gioja Legata in un anello egli mi diede, In testimonio d'amore e di fede.

91

Otto anni stemmo dolcemente insieme, Nè fu mai fra di noi mezza parola. Me suo piacer chiamava, io lui mia speme: Nè Sol, nè Luna mai mi vide sola, Ma sempre seco. Ah perchè l'ore estreme Non mi colsero allor? perchè sua spola, Ove avvolto era il filo di mia vita, Morte allor non troncò presta e spedita?

92

Ch'io sarei certo un fortunato spirto Nel bel regno d'Amore; e fra gli Elisi Coronata anderei di rose e mirto; Ch'or di neri cipressi e fioralisi Ghirlanda avrò su l'arruffato ed irto Capel, perchè di man propria m'uccisi; E anderò con Didone e l'altre a paro, Che per tradita fede s'ammazzaro.

93

Or mentre in così lieto e dolce stato È l'amor nostro, di Granata arriva Un cavaliere nobile e pregiato, Di bello aspetto e di faccia giuliva. Si conduceva una sorella a lato Bella così, che pareva una Diva. Accolgo l'uno e l'altra volentieri, E fo lor, quanto so, grazie e piaceri.

94

Fernando quegli, Emilia essa si appella, Di sangue illustre, e noto a tutta Spagna: Leggiadro l'un, l'altra modesta e bella. Ma come il tarlo che il legno magagna, Che regge il palco e la casa puntella, Onde conviene che alla fin s'infragna, E rotto poi, rovina in un momento Tutta la casa, e quanti vi son drento;

95

Così la gelosìa, verme d'Amore, Entrò nel mio e nel cuor di Leone. A me mordeva per Emilia il core, Ed a Leone per lo bel garzone. Se Emilia egli guardava, aspro dolore I sensi m'occupava e la ragione; Ed ei s'impallidiva e si struggea, Se a Fernando talor gli occhi io volgea.

96

Or egli me, ed io dannando lui Di poco amore e di tradita fede, Nacque in breve tant'ira infra di nui, Che un dì Leon di Saragozza il piede Fuora ne trae con pochi de' sui; E ch'io seco non vada mi richiede, Anzi ancor mi comanda. Io resto, e intanto Fo sì che egli abbia mille spie d'accanto:

97

E riferto mi vien ch'ei stassi in villa, E che seco è Fernando con la suora. Allor la gelosìa in me non stilla Veleno a gocce, qual fe' sino allora; Ma come il tino là di ottobre spilla Il villano, e di vino apre una gora, Così m'inonda la tiranna il petto Del suo tossico acerbo e maledetto.

98

E giunse a tale il mio crudele affanno, Che vedutomi tolto il mio consorte, Quel volli far, che i disperati fanno: Cioè tutto tentar, poi darmi morte, Se a vuoto affatto i tentativi vanno. Così una donna vecchia assai di corte Da me si chiama; e venuta, si prega Che alcun mi trovi o fattucchiere o strega.

99

Questa al principio ed increspa le ciglia, E i labbri aguzza, e rannicchia le spalle, Ed alza ambe le man per maraviglia: E vuol mostrar quanto m'inganni e falle A prender lei di quella rea famiglia; Che imperar puote alla Tartarea valle: Nè vidi io mai (dice con bassa voce) Di Benevento la terribil noce.

100

Ma tanto io le so dir, la prego tanto, Che mi dice d'aver certa sua amica Che sa far mirabilia per incanto, E discendere fa senza fatica Per la sola potenza del suo canto Dal ciel la Luna, e il corso al Sole implica: Fa d'inverno fiorire i praticelli, E d'agosto gelar fonti e ruscelli:

101

E che questa verranne a mezza notte. Indi si parte, ed all'ora prefissa Viene, e mi guida a certe antiche e rotte Case, u' sepolta dice esser Melissa, Tanto stimata dalle maghe dotte: E, fatto un cerchio, in mezzo a quello fissa Un piede scalzo, e disciolta i capelli, Gira con l'altro, e chiama i farfarelli.

102

E perchè da timor presa io non sia, Vuol che mi scosti; indi in meno d'un'ora Ritorna e dice: Alta signora mia, Fatto è l'incanto; e voi di dolor fuora Presto sarete, e fuor di gelosìa, Come Plutone m'ha promesso or ora; Ma vuolci pur, che dalla parte vostra Facciate quello che l'arte mi mostra.

103

La guardo in viso, e veggo ch'ella è dessa La vecchia che negommi il suo mestiero. Sorrido, e dico che mi faccia espressa La sua sentenza; chè ubbidirla io chero. Ed ella dice: Di tua mano stessa Devi trar sangue, e porlo in un bicchiero, Dalla parte del cuor di tuo marito; Se non, l'incanto non fia mai finito.

104

E darotti una polvere sì fatta, Che quando il tuo Leon l'averà presa, Resterà con la mente stupefatta, E porrassi a dormire alla distesa. Questa picciola spada allor tu tratta Di sotto alla tua gonna, lieve offesa Gli farai nella parte che t'ho detto: Poi seguiranne il desïato effetto.

105

E la polve mi dona, e il ferro ancora. Io torno alle mie stanze, ella alle sue, Che appunto in cielo spuntava l'aurora. Ma colei (come poi detto mi fue) Di Fernando fu balia e della suora; E tanto amore aveva a questi due, Che si credette con la mia rovina Far d'Aragona Emilia sua regina;

106

E andonne al mio Leone a dirittura, E le disse all'orecchio (ahi malandrina!) Signor, la morte tua cerca e procura Per ogni via la tua moglie Dorina, Che in Fernando posto ha sua mente e cura. Da te verranne forse domattina; Faratti festa, e mostreratti affetto, E comune vorrà la mensa e il letto.

107

Ti darà certa polve, e tu la piglia; Chè non è cosa che offender ti possa. Presa che tu l'avrai, chiudi le ciglia, E vanne a letto, e mostra nella grossa Di dormir dolcemente a maraviglia. Allora ella di sen con somma possa Trarrà un coltello per farti morire. Tu t'alza a tempo, e mostra senno e ardire.

108

Ordito questo infame tradimento, Parte la vecchia; e il credulo mio sposo, Perduto il naturale avvedimento, Di quanto ha udito non istà dubbioso, Ma il crede certo, e ne aspetta l'evento. Io, che fra tanto il cor mi sento roso Da gelosìa, mi pare un'ora mille Che il sangue pel rimedio egli distille:

109

E vollo a ritrovar la stessa sera, E lo mando a pregar che mi perdoni, Se manco in parte a quello ch'ei m'impera: Che più dei regi e di tutti i padroni Amore è forte; e chi è di sua schiera, Non può non ubbidire a' suoi sermoni. Però, s'egli mi nega che a lui vada Per ricercarlo, Amor mi spinge e istrada.

110

Finge d'esser placato, e tutte obblìa L'ire, gli sdegni e le passate offese. Ceniamo entrambo in dolce compagnìa; E in un certo boccon la polve prese; E subito sbadiglia, e me ricrìa, Chè la virtù di lei veggo palese. Andiamo a letto; ed ei dorme profondo, Sicchè del tutto par fuori del mondo.

111

Io prendo il lume con la man sinistra, E con la destra tengo il ferro; e appena Vo' l'opra cominciar tanto sinistra, Ch'egli si sveglia, e la mia mano affrena, Che di sua morte egli credea ministra, E chiama aita: in un attimo piena È la stanza di donne e cavalieri, E di paggi con torce e con doppieri.

112

Come il ladro rimane sbigottito, S'egli è côlto su l'opra dalla corte, Che parte del tesoro che ha rapito (Certa cagion di sua vicina morte) Tiene anche in mano, e tien (tanto è stordito) I ferri ancor con cui spezzò le porte; E in mezzo alla sbirraglia che l'infuna, Non si difende, o dice cosa alcuna;

113

Tal io restai con la spada tagliente Nella man destra, e nell'altra col lume; Nè dissi allor, nè potei dir nïente. Persero gli occhi miei l'usato lume; Il color mi disparve immantinente. Il re, la corte e ognuno mi presume Per micidial del mio proprio marito; E son mostrata da ciascuno a dito.

114

Il re comanda che con nero ammanto Mi ricopran dal capo insino a' piedi; E a un fido suo ministro impera intanto Che una gran nave egli ponga in arredi: Indi mi guarda, e poi non senza pianto Dice: Crudel, l'ultima volta or vedi Il tuo marito che t'amò sì forte, E tu pensasti, ingrata, a dargli morte.

115

Volli dirgli: Signore, io fui tradita; Ma l'affanno mi tolse la parola. In questo mentre, ecco ch'io son rapita Da gente armata che non va, ma vola. Allor pensai di terminar mia vita O con laccio, o con ferro nella gola: Nè questo mi dolea; sol mi dolea D'esser creduta tanto iniqua e rea.

116

Ma son condotta alla spiaggia marina, E messa dentro d'un forte vascello. Il capitano piangendo m'inchina, E poi dice: Signora, di coltello A voi Leone la morte destina; Ma perchè siete gravida, ed il fello Peccato è vostro, e non di quella prole Che ancor visto non ha raggio di sole,

117

Vuol che per mar vi guidi infino a tanto Che voi non partorite. Io piango e dico E giuro per lo più divino e santo Ch'abbiano i cieli, e giuro pel pudico Amor che pel marito avere io vanto, Che non ebbi pensier crudo e nemico Contro il mio sempre caro e amato sposo; Ma fu d'amore, e fu d'amor geloso.

118

Il capitano allor soggiunge: Assai Chiaro è, signora, il tuo crudel talento: Chè se la vecchia, a cui confidato hai L'opera indegna, non faceva attento, Nè rilevava i suoi vicini guai Al buon Leon, tu l'averesti spento. E qui narrommi allor, cosa per cosa, Ciò che disse la vecchia maliziosa.