Il Ricciardetto, vol. I

Part 2

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Tale era il voto sdegnoso del Prelato pistoiese, mezzo secolo innanzi le riforme leopoldine, e settant'anni avanti la rivoluzione di Francia! Io non so veramente come non avesse le brighe che egli temeva, da cui pure non si salvarono affatto altri suoi illustri contemporanei, e più di lui temperati, come Antonio Vallisnieri, Lodovico Antonio Muratori e Scipione Maffei.

III

Ma il Forteguerri fu anche un Arcade. Certamente. Com'era fatale che Niccolò nobile e terzogenito fosse prete, era anche fatale che Niccolò prete e impiegato della Curia romana fosse pastore arcade. D'altra parte, chi, anche dei più severi scienziati, non fu ascritto al famoso sodalizio?

_..... In Arcadia nostra oggi son scesi_ _Così sublimi e nobili pastori_ _Che son di tutte le scienze intesi;_ _Ci son poeti, ci sono oratori_ _Che passan quelli degli altri paesi,_

canta nel _Ricciardetto_[33] il nostro poeta; e noi dobbiamo ritenere che egli accogliesse con molto piacere la sua elezione accademica, che fu nel 1710 col nome di Nidalmo Tiseo.[34]

Se il Forteguerri non stava di mala voglia in Arcadia come nel sacerdozio, non è da creder però che egli fosse un pastore modello. L'obbligo perpetuo dell'argomento amoroso e della divisa pastorale non era per lui, animo libero e ingegno originale. Certo anche Nidalmo ha il diritto di avere un obiettivo femminile ai suoi sonetti amorosi, che nei più freddini si chiama Niside o Fille, nei più riscalducciati si chiama Dorinda (a cui è pur dedicato un grazioso Capitolo), ma in quelli di sentimento più vero ed umano si chiama Argìa e ispira sonetti come questo, che nel concetto fondamentale e nel colorito, ha piuttosto del foscoliano che dell'arcadico.

_La rocca del mio cor non è più forte_ _Come soleva e gran nemici ha drento,_ _E già veggo per l'aspro tradimento_ _La deploranda sua ultima sorte._

_Chè di Ragion le cure saggie e accorte,_ _Come nocchier ch'ha il mar contrario e il vento,_ _Non pon far sì ch'Amore a suo talento_ _Non apra com'ei vuol ripari e porte._

_Anzi lo veggio in queste parti e in quelle_ _Spiegar la vittoriosa sua bandiera_ _E gridar _Viva Argìa_ fino alle stelle;_

_E _Viva Argìa_ gridar lieta ogni schiera,_ _E Ragion, posta tra le vili ancelle,_ _Pianger la persa signorìa primiera.[35]_

Così degna e forte battaglia fa l'amore nell'onesto animo del Forteguerri, in un secolo, che o lo velava delle ipocrisie platoniche, o lo scopriva nelle indecenti arguzie del Conte Algarotti. Non voglio dire per questo che Niccolò andasse esente dal tributo di moda al platonismo; chè anzi la sua Canzone

_Qualora io penso e qualor gli occhi volgo_[36]

non bastò ad Angelo Fabbroni dichiararla _fra le poesie di Niccolò la più pregiabile_, ma volle anche soggiungere che è _splendida, ingegnosa, elegante, nella quale più cose inserì tratte dalla più recondita filosofia di Platone.[37]_ Ma è notabile che il platonismo del Forteguerri non si rivela che nelle forme allora più afflitte dalla malattia accademica, come le Canzoni e i Sonetti, e mai nei Capitoli e nel Poema, dove l'espressione dei suoi sentimenti è sempre libera ed originale. Ecco, in prova di ciò, un'ottava del _Ricciardetto_ (XXII, 33)

_Però ridete pur quando ascoltate_ _Che son le belle donne come scale_ _Per girsene al Fattor che l'ha formate,_ _Perchè per esse a contemplar si sale_ _Le divine bellezze a noi negate._ _Avanti del peccato originale_

_Forse questo accader potea nel mondo,_ _Ora son buone per mandarci al fondo._

Come poi la scortese dichiarazione di questa ottava possa mettersi d'accordo con la _filosofia platonica_ della Canzone, sarebbe indiscreta domanda a un Poeta del settecento.

Del resto, pochi, mirabilmente pochi, sono i versi amorosi del Forteguerri, massime se si pensa alla fecondità della sua vena e al mal'esempio dominante.

Dopo l'amore, la religione. Parole e cose sante, ma che tradotte nel linguaggio dei settecentisti significano _Arcadia_ e _Gesuitismo_, dalla cui unione nacque la numerosa e noiosa prole degli _Applausi poetici_ per vestizioni, nozze e messe novelle.

Chi ha dovuto, come me, pescare per qualche pagliuzza d'oro nel loto delle Raccolte del 700[38], pur sorridendo talora, si sarà vergognato del punto estremo a cui è scesa la cultura italiana. Bassi e scempi gli argomenti, povera e spesso ridicola l'invenzione, sciatta, non senza pretensione d'arguzia, la forma. Vi si trovano dialoghi tra la Sposa monaca e il Demonio, dove i due interlocutori si vantano e si minacciano in senari sdruccioli che è un gusto a sentirli. Ci sono Canzoni distinte in capitoli e strofe; e in una di queste, che è un dialogo tra il Crocifisso e la Sposa monaca, la cosa va tanto per le lunghe che non avrebbe più fine se non intervenisse come terzo, e non davvero importuno per questa volta, l'Autore, che intìma alla Canzone di chetarsi per l'ottima ragione che «lingua mortale non può ridire lo sposalizio di lassù».

Eppure tutto ciò sarebbe ancora sopportabile senza le continue proteste, ora di cattolicità a proposito del linguaggio mitologico; ora d'ignoranza a proposito dei titoli e _degnità_ de' poeti; ora di rispetto alla uguale eccellenza di tutti gli autori nonostante l'ordine tenuto nella _Raccolta_, poichè uno bisognava pure tenerlo. Or bene, tra codeste bassezze morali, tra codeste forme false e puerili, il nostro Forteguerri è un gigante. Di rado egli scrive per le Raccolte, di radissimo per _monacazioni_, anzi soltanto quando non può farne a meno, perchè le monacande son sue nipoti; sebbene di queste gliene procurò tre in tre anni il fratello Atto. Della prima nipote egli canta umanamente così:

_. . . . . Ella s'affanna e appella_ _Il Padre che non più sente vicino,_ _E s'industria a far lungo il suo cammino._

Ma il padre obbedisce all'avaro e crudele uso dei suoi tempi, e seguita a far monache le figliole, e invano lo zio mette fuori con garbo le comparazioni di Ecuba e d'Ifigenìa.[39]

A chi desiderasse la ragione prima di codesto uso, allora comune, delle forzate monacazioni, la svela il Forteguerri stesso in un Capitolo inedito, dove deridendo il miserabile fasto de' suoi contemporanei, conchiude:

_Che se non fosse lui, Piero ed Antonio_ _Avrebber figli, e, chiuse in monastero,_ _Non si darien più monache al demonio._

Del resto gravi e solenni sono le tre canzoni accennate, e una di esse ha questa eroica introduzione:

_Allor che Serse di cavalli e fanti_ _Vide ingombrato interminabil suolo_ _E disparire il mar di Salamina_ _Per le gran navi e i bianchi lin tremanti,_ _Fama antica ragiona come solo_ _Salisse sovra bella alta collina,_ _Ed ora alla marina_ _Gli occhi volgendo, ora alle tende sparte,_ _Desse un sospiro e lacrimasse un poco_ _Nel pensar che tra poco_ _Tutto doveva in cenere cangiarsi_ _Il fior di tante genti,_ _E quindi divenir gioco dei venti._

A chi di noi la movenza di codesto Serse non rammenta il Simonide del canto leopardiano? E ugualmente gravi e solenni sono le altre due Canzoni sullo stesso argomento.

Ma nè il Forteguerri nè alcun altro poteva con siffatti mezzi promuovere la riforma morale e letteraria del nostro paese.

IV

_Esterminare il cattivo gusto e procurare che più non avesse a risorgere_ non era cosa tanto facile e piana come parve a quel buon'uomo di G. M. Crescimbeni quando dichiarava il fine propostosi dalla nuova Accademia. Anche _l'Arcadia_ rappresenta un periodo importante nella storia della nostra cultura, e lo rappresenta non tanto nella buona intenzione di curare la malattia quanto nell'errore della cura. Ella prese come segno di eccessivo vigore la turgidezza delle forme, e curò il male col dissanguamento, costringendo parecchie generazioni a morir di languore, da cui si salvarono, per singolare complessione, pochissimi fortunati. Ciò che veramente salvò dalla malattia secentistica e dalla cura arcadica le lettere nostre fu l'introdurvisi di due giovani e vigorosi elementi, lo scientifico e il popolare, i quali presero presto il di sopra, e divennero, come oggi sono, nerbo e sostanza della letteratura moderna. Centro dell'elemento scientifico fu la scuola galileiana con le sue accademie, le sue cattedre, i suoi libri; centro dell'elemento popolare, la satira, con la sua larga e libera accettazione degli schietti ed arguti parlari toscani.

Da qui innanzi l'ingegnosa ma spesso incivile poesia bernesca cede il campo alla nuova satira contro le ipocrisie, letterarie, politiche e religiose; satira che ripigliando le traccie delle invettive dantesche e petrarchesche, delle ironìe dell'Ariosto e del Machiavelli, si determina in una forma semplice e precisa qual'è rimasta su per giù fino ai nostri giorni.

Stanno sulla soglia del secolo XVII e aprono la doppia battaglia, due poderosi ingegni, il Galilei e il Tassoni, e la seguitano valorosamente i galileiani e i satirici del secento e del secolo susseguente. Talora uno solo adopra le doppie armi, e Galileo stesso, tra le sue speculazioni scientifiche, crea nei Dialoghi il tipo del Simplicio (di cui non è che una graziosa caricatura il Don Ferrante dei _Promessi sposi_); nel Capitolo _In Biasimo della Toga_, dopo mille bizzarrìe sugli inconvenienti di quella veste, così morde le vanità professorali:

_Se per disgrazia un povero Dottore_ _Andasse in toga e fosse scompagnato,_ _Ci metterebbe quasi dell'onore._

_E se non è da trenta accompagnato_ _Mi par sempre sentir dalle brigate:_ _Colui è un ignorante smemorato._

_Talchè sarebbe meglio farsi frate_ _Che almanco vanno a coppie e non a serque_ _Come van gli spinaci e le granate._

concludendo:

_Sappi che questi tratti tutti quanti_ _Furon trovati da qualche astuto_ _Per dar canzone e pasto agl'ignoranti.[40]_

Certamente non tutti i Satirici poterono, come i Galileiani, mettersi sotto la protezione dei Principi; che anzi dovettero non di rado nascondere i loro attacchi sotto la coperta, che non sempre bastò, della _Poesia giocosa _e dell'_Apologo_. Eran tempi codesti nei quali, come direbbe Tacito, perdemmo anche i nomi delle cose[41], e non sarebbe opera perduta ricercare i primi moti della satira civile moderna nei molti volumi delle _Rime piacevoli_ del secento. A noi, lasciati da parte i poemi dei due grandi odiatori de' Gesuiti, il Nomi e il Moneti, e il _San Miniato_ del Neri[42], basti accennar di codeste Rime qualche tratto dei più caratteristici. Al suo signore, che teneva stretta la borsa, così parla sfacciatamente Romolo Bertini:

_. . . . . apra adunque le porte_ _Della pietate e non se la minchioni_ _Ch'hanno le Muse ancor bombarde e suoni._

Parole che ne richiamano altre, più degnamente ardite, di un prosatore moderno, Pietro Giordani, nella conclusione della sua Querela al governo parmense contro i Gesuiti.[43]

Anche Piero Salvetti ha luoghi satirici squisitissimi come quello sui re spodestati nel _Lamento per la perdita d'un grillo_:

_. . . . . scappato d'Inghilterra_ _Più che di passo il re non mi contrista;_ _Di già gli è sulla lista_ _De' grandi ch'hanno a diventar piccini,_ _Che privati del Regno,_ _Se e' s'hanno a far le spese con l'ingegno,_ _Saranno spelacchiati cittadini,_ _E con tutta la loro autorità_ _Avran di grazia andar per Podestà;[44]_

e quest'altro nel _Soldato Poltrone_ che ricorda il famoso sonetto in dialetto romanesco del Belli, _Er Civico de corata_:

_Di più per rincorarmi_ _Voglion ch'io porti addosso_ _Una carrata d'armi;_ _Ch'i' arrabbi se le posso._ _E poi ve lo vo' dir: sarei codardo_ _S'io potessi vestirmi un baluardo.[45]_

Ma chi più mi preme menzionare, tra i secentisti, perchè più dimenticato, è Niccolò Villani, pistoiese, detto l'_Accademico Aldeano_, antecessore del Redi col suo _Ditirambo giocoso_[46] (che a me sembra stupendo), e autore del _Ragionamento sulla poesia giocosa de' Greci, de' Latini e de' Toscani_, opera eruditissima e quasi sconosciuta ai moderni, che pur si mostran così propensi a questo genere di poesia. Sebbene religioso fino a scandalizzarsi dei troppi e troppo profani amori della Gerusalemme del Tasso, anche l'Aldeano ha poca stima dei preti del suo tempo, che, secondo lui, sono _menzogneri_, _amano le sottigliezze e i buoni bocconi e cantano come il nibbio, mio, mio_[47]. Egli ha in mezzo alle sue _Rime piacevoli_ due sonetti senza titolo, che mi sembrano una finissima e potente satira contro le due ipocrisie, tanto comuni in quel tempo, del disprezzo delle ricchezze e dell'ascetismo contemplativo. Come cose belle e non facili a trovarsi, li riferisco ambedue:

_L'argento e l'or che ognun desira e chiede_ _E cui gran tempo accoglie, un ora sgombra,_ _Già non bram'io, che la lor luce adombra_ _L'anima sì che la virtù non vede._

_E quanto se ne fan più ricche prede_ _Di pensier più molesti il cor s'ingombra:_ _Cresce l'oro il desìo com'arbor ombra,_ _E posseduto il suo signor possiede._

_Pago e lieto io men vivo in rozzo speco,_ _Dell'oro prigionier non già prigione,_ _E libertate a me medesmo ho meco. — _

_Così cantando il pastorello Egone_ _Già per le selve, e d'ogn'intorno l'Eco_ _Gli rispondea dagli antri: Oh gran c..._

* * *

_Ad un vecchio di salcio arido stelo_ _Appoggiatosi Egon, fissi tenea_ _Gli occhi alle stelle, e nel suo cor dicea:_ _Oh com'è bello il tremul'or del cielo!_

_Oh come dolce il tenebroso velo_ _Pinge alla notte! Oh come avviva e bea_ _Questo mondo quaggiù, mentre in lui crea,_ _Tante forme animando, il terren gelo!_

_Oh che luce egli vibra ardente e viva!_ _Oh come certo, e senza errare, egli erra!_ _Ma quale è il Creator d'opra sì diva?_

_Deh perchè lui non veggio? E chi mel serra?_ _Or mentre contemplando ei così giva,_ _Si ruppe il salcio e diè del c... in terra._

Codesti sonetti nell'andamento e nell'improvviso della chiusa ne richiamano alcuni recentissimi del nostro bravo Fucini, come _La Tavola girante_ e _La meccanica universale_. Ma quel che preme concludere è che tutta la satira sopra accennata va sotto il nome di _Poesia giocosa_, come sotto il nome di _Rime piacevoli_, vanno anche i Capitoli di Niccolò Forteguerri.

V

Nel secolo successivo, rimanendo fermo lo scopo antiautoritario, la satira piglia forme sempre più varie e moltiplici; ora grave e allegorica negli episodi dei poemi, ora svelta e leggiadra nelle canzonette e negli epigrammi, ora sdegnosa ed ironica nei sonetti e nei Capitoli. Essa comincia a sentire la virtù dell'influenza popolare, la quale, al contrario dell'influenza accademica, è appunto varia e multiforme. Ma codesta virtù non dà subito frutti generali e adeguati. «Nella prima metà di questo secolo (osserva uno scrittore moderno)[48] agitata da tante guerre e mutazioni politiche alle quali i popoli soggiacquero senza prendervi parte, mal potevano trovar luogo le lettere; giacchè mancavano per dar loro vita e vigore, gli agi della pace e le passioni dei tempi burrascosi.» Ma se dopo la pace di Aquisgrana i nuovi dominatori, vista la necessità di sottrarre il nostro paese ai pregiudizi, agli errori, alle ingiuste disuguaglianze introdotte dal Governo spagnolo, poterono efficacemente favorire gli studi della giurisprudenza e della pubblica economia, e riformare gli stati, non fu certamente senza influenza della scuola satirica, specialmente in Toscana. «Può la satira (dice il Giusti) quando ha cessato di essere uno specchio delle cose che sono, rimanere a documento di quelle che furono, e in certo modo supplire alla storia.»[49]

Abbiamo veduto nei Capitoli la satira del Forteguerri; vediamo ora brevemente quella del Gigli, del Carli e del Crudeli, che furono, insieme al nostro, gl'immediati precursori del Gozzi, del Baretti e del Parini.

Girolamo Gigli (1660-1722) ha con la schietta favella tutta l'ingenua franchezza, gl'impeti passionati, le bizzarre fantasìe del suo popolo, più quello che non poteva mancare a un buon senese di quel tempo, un po' d'odio contro Firenze. I suoi scritti satirici sono molti e vari, in prosa e in versi, commedie e racconti, storie e aneddoti, ritratti e caricature. Notabile per bizzarria fra tutti questi scritti è il _Gazzettino_[50], e nel _Gazzettino_ la diciottesima _Spedizione_, contenente _La finta conversione di Madama Adelaide_, scrittura che compendia tutto il veleno della satira del Gigli. Laico e ricco, egli non ha i ritegni del Forteguerri a pubblicare i suoi scritti, e l'ingegno seconda mirabilmente la libertà dell'animo. Egli si ricongiunge per molte parti al Tassoni, da cui ha pure imprestato un nome, quello del Conte di Culagna per appiccicarlo al Conte Fede[51], gran bacchettone e amministratore di Cosimo III in Roma. Anche il Gigli ha il suo aristotelismo da combattere ed è la Crusca; il suo spagnolismo ed è la Compagnìa. E tutto ei fa servire da arnese di guerra, anche le opere filologiche, come il _Vocabolario Cateriniano_, contro di cui tanto si accesero le ire cruschevoli del Granduca da ordinarne un bel falò.[52]

L'ipocrisìa era per il Gigli la _pestilenzia toscana_,[53] e in Toscana era quello il secol d'oro della ipocrisìa; contro di essa dunque bisognava volgere tutte le ire. Nè con questo egli circoscrive troppo il campo delle sue pugne, perchè tutti gli altri vizi non sono per lui che una brutta famiglia di codesto mostro.

_Mentre dice costui l'avemmaria_

(è il poeta che parla a una Signora)

_Ruba, uccide e distrugge, ed in quest'ora_ _Qualche bellezza a te vuol portar via._[54]

Tutti sanno l'orgoglio professorale de' Gesuiti; egli lo morde in un sonetto dove finge che un fanciullo, andatosi a confessare nella loro chiesa di San Vigilio, domandi al padre confessore il segreto d'imparare presto e bene il latino. Il Padre, allungando il dito verso un quadro rappresentante S. Anna che insegna leggere alla sua bambina, risponde:

_Figlio, quella è la Vergine Maria_ _E non farà miracoli finch'Ella_ _Non venga a scuola nella Compagnìa.[55]_

E dei danni della educazione gesuitica parla nelle liberissime ottave intitolate _Il Seminario degli affetti_, recitate nell'Accademia senese, presente Mons. Forteguerri, a cui toccan gli ultimi e iperbolici complimenti del Poeta[56]. Il Gigli amava e stimava molto il nostro illustre concittadino, e se lo finge anche cooperatore nella sua spropositata corrispondenza da Roma col Cav. Luigi Medici fiorentino, che era un balordo e si teneva gran letterato.

Accanto ai Gesuiti mette il terribil senese i loro seguaci, o, com'ei li chiama, i _Don Piloni_, brutta e numerosa compagnìa di beghine, di _barboni_ e di adoratori di San Cresci, il nuovo santo di Cosimo, che la Chiesa, con suo gran dispiacere, non gli riconobbe.[57]

Gli scritti del Gigli sono una delle più belle e forti proteste della libertà e dignità umana in un tempo nel quale di codeste virtù era perduto anche il nome, e tutto anzi il linguaggio dalle falsità accademiche era facilmente degenerato nelle falsità morali. Nè ci voleva meno di questa satira con fine certo ed accettabile anche dagli onesti; spesso trascendente a accenni scandalosi e a sfacciataggini personali; armata di stile appuntato non nelle officine dei grammatici ma sul lastrico delle vie, all'aere aperto e spazioso delle vecchie piazze plebee, per far risentire la putrida società toscana di codesto tempio.

Due cose sono veramente riprovevoli nella satira gigliana, una invincibile tendenza alla personalità, e la _ipocrisìa_ delle lodi a Cosimo III, che era pure il gran protettore degli odiati _Don Piloni_. Del primo peccato lo assolve in parte la infelicità del secolo, che, fatto silenzio sui principii, anelava la satira personale che li adombrasse; al contrario del secol nostro che vuole, o almeno dice di volere, una pura discussione di principii. Oltre che il mal'esempio, ai tempi del Gigli, veniva dall'alto, e le sue Lettere al Medici non sono che una obbedienza al gran Principe di Toscana che pure ordinando la canzonatura dichiarava il canzonabile _cavaliere di ottimi e cristiani costumi, e di nascita nella sua insigne patria delle più ragguardevoli, e per ambedue i capi meritevole d'ogni stima_[58]. Quanto alle lodi al Granduca vorrei poter dire che sono un'ironia e la forma iperbolica vi si presterebbe, se non fosse comune in quel tempo. Pur troppo su questo punto è men difendibile che sull'altro della ritrattazione, fatta quand'era già povero e vecchio e dopo molte persecuzioni.

VI

Con meno larghe e audaci intenzioni, ma con personalità anche più insistente, e però con arte che più sente la efficacia delle forme dialettali, procede la satira di Paol Francesco Carli (1680-1752). Egli da Monsummano, dove era Vice-Parroco, si recava spesso alla prossima villa Ferroni con tre o quattro amici per canzonare con impareggiabili sonetti Giovan Paolo Lucardesi, maestro del Borgo a Buggiano, prosuntuoso grammatico e poeta officiale di tutte le feste dei dintorni. A lui, col nome di Bietolone, è dedicata l'Accademia dello Scherno; per lui scrive Pier Francesco Bertini la _Gianpagolaggine_, prosa polemica miracolosa a que' tempi; per lui compone il Carli la _Svinatura_, e più arguti della _Svinatura_ i Sonetti, dove torna ricucinato con mille salse sempre nuove e piccanti il famoso sproposito del _Cristo crocifisso e trino_ messo dal Lucardesi in un sonetto per un Predicatore. Nessuno meglio del Carli seppe rapire le più tenui fragranze e i colori più vivi a codesto fiore della poesia popolare. Nativo e abitante di quella Val di Nievole, che un secolo dopo dovea produrre Giuseppe Giusti, non ha nè può avere di questo gl'intenti civili, ma ne ha il gusto infallibile e delicato. Le finezze della sua satira non si ritraggono per descrizioni; bisogna citar degli esempi. Eccone alcuni.

Ove il discorso sia un po' concitato e breve la proposizione, il nostro popolo ha non di rado l'uso della _battologìa_, uso ripreso da tutti i Vocabolaristi come vizioso, e che un mio caro e spiritoso maestro, Jacopo Jozzelli[59], chiamava, _un parlare col manico_. Il Carli, alludendo sempre all'accennato sproposito del _Cristo trino_, adopra mirabilmente codesto vizio popolare, e mette in bocca a una vecchina questo lamento:

_Uh! che gentacce, Vergine Maria!_ _Che cosa ha detto mai che cosa ha detto_ _Che voi gli abbiate a perdere il rispetto_ _E trattarlo con tanta scortesia?_

_Fare ad un prete simile angheria_ _Non cadde in petto mai non cadde in petto_ _Al più perfido ebreo che giri il ghetto,_ _Al turco più crudel della Turchia._

_E che ha a durare sempre e che ha a durare_ _Questo bordello? Eh via, povero Prete,_ _Finitela e lasciatelo campare._

_E che ha a 'mportare a voi e che ha a 'mportare_ _Se c'è tre Cristi o quindici? Gli avete_ _A far le spese voi gli avete a fare?[60]_

E perchè questa è poesia che ha bandito ogni regola accademica e ogni _frase del cassone_, nè ha più formule fisse per determinare i confini e le quantità delle cose, come il _Da Battro a Tile, gli espèri e i lidi eoi, le nottole di Atene e i vasi di Samo_, gli spropositi di Bietolone son dichiarati innumerabili col seguente sonetto:

_Non ha tant'agli Prato e Siena matti,_ _Sparagi Pescia e Scarperia coltelli,_ _Roma indulgenze e Montelupo piatti,_ _Fogli di carta Colle e Lucca ombrelli;_

_Non miagola in gennaio tanti gatti,_ _Non tanti il maggio ragliano asinelli,_ _Non son tanti pagliai di luglio fatti,_ _Nè si piglian d'ottobre tanti uccelli;_

_Non fa tante frittate la Certosa,_ _Non compon tanti impiastri un ciarlatano,_ _Nè tanti testi storpiò mai la glosa,_

_Quanti dice in latino ed in toscano_ _Spropositi solenni in versi e in prosa_ _Bietolon pedagogo da Buggiano._