Il Ricciardetto, vol. I

Part 19

Chapter 193,903 wordsPublic domain

Ora le braccia ognuna al suo consorte Gettava al collo: e per molto sermone Che lor faccia Orlandino, e le conforte, Regolar non si lascian da ragione: E tutte addolorate e mezze morte Passan la notte in somma afflizïone; Ma quando il sole appare nella stanza, Allor sì che non hanno più speranza.

98

Intanto s'ode il corno spaventoso Che suonano i giganti in su la piazza. Orlandino si veste furïoso, E Rinalduccio grida: Ammazza, ammazza. Le due donzelle col viso doglioso Li seguono, e ciascuna è di duol pazza. Stanno i giganti con due travi in mano Lunghe e nodose, e d'un invito strano.

99

Onde Nalduccio, ch'era testa amena, Vi salta sopra con la spada ignuda. Il gigante lo scuote e lo dimena, Ma staccar non lo puote, e invano suda. Egli intanto s'accosta, ed a man piena Con la sua spada, sì tagliente e cruda, Gli percuote la trave e glie la incide. Cade la trave in terra, e Naldin ride.

100

Poi lo colpisce in su la gamba manca, E glie la mozza subito di netto. Quella bestia, che prima era sì franca, Rovescia a terra; ed ei gli passa il petto; Onde al gigante la faccia s'imbianca: E Corese ripiena di diletto Si stringe al seno il vincitor che adora; E poco va che di piacer non mora.

101

Ma non istà così l'alma d'Argea, Che vede il fier gigante inferocito, Perchè morto il compagno si vedea. Orlandino però saggio ed ardito, Mentre alza egli la trave acerba e rea, Gli corre sotto subito e spedito, E fatto un salto gli taglia la gola. Ei perde il capo e perde la parola.

102

Or qui pensate voi se va in dolcezza Il cuor d'Argea, che sè chiama felice, Mentre ha un marito di tanta prodezza: E lo stesso Corese di sè dice; E fansi un baciucchiar ch'è una bellezza; Ma tra marito e moglie il tutto lice; Sebben non era matrimonio fermo; Chè molte cose lo faceano infermo.

103

Nulladimeno un matrimonio egli era All'uso di quell'isola pagana. Ma questa vita dolce e lusinghiera Ad Orlandino sembra molto vana. Gloria lo punge a più nobil carriera: Ed a Nalduccio pur, che ha mente sana, Non piace nel più bello della vita Far da stallon 'n un'isola romita.

104

E fra di loro, un dì ch'erano andati A caccia, tennero un savio discorso D'abbandonare i letti dilicati, E gir pel mondo, e principiare un corso Tutto di fatti nobili e pregiati. Avevan solamente ambo rimorso D'abbandonar quelle due giovinette Tanto fide in amore e tanto schiette.

105

Onde risolvon di far lor palese Quel c'hanno risoluto voler fare; E o condurle di Francia nel paese, Se insiem con loro vi vorranno andare; Od in sembiante placido e cortese, Se non vorran venir, lasciarle stare: In somma fare quel ch'esse vorranno, Purchè alla gloria lor non sia di danno.

106

Ed aperto il segreto alle donzelle, D'andar con essi si mostraro pronte; E preso molto argento e gioje belle, Di fino acciajo si coprîr la fronte; E quando il cielo sparso era di stelle, Fatto abbassar del porto il nobil ponte, Entraro in una nave ben guarnita, Ch'era nomata la Guerriera ardita.

107

Questa creanza, quest'atto amoroso Che han fatto alle lor donne i due garzoni, A me che alquanto ho l'animo pietoso, È piaciuto in estremo. Eroi scorzoni Son quelli che dolente e lagrimoso Rendon quel viso che li fe' prigioni; E per mostrar che prezzano virtude, Lascian su i lidi le donzelle ignude.

108

Intanto giunti eran di Carlo in corte Astolfo ed Ulivieri; e a Carlo in mano Dato il biglietto Astolfo, fece smorte Carlo le guance a quel linguaggio strano: Poscia infierito il nobil vecchio e forte Disse: Me chiama ingrato ed inumano E assai s'inganna; ch'io son giusto e pio, Com'esser dee chi sta 'n luogo di Dio.

109

Chè se la sua virtù ci ha liberato Dall'assedio crudele, abbiasi pure, Quando che il voglia, mezzo questo Stato. Ma se il suo figlio ed ei medesmo pure Offende nostre leggi, il braccio armato Della giustizia e la tagliente scure Sfuggir non deve: e chi il contrario afferma, Ben dimostra d'aver la mente inferma.

110

Ma perchè la giustizia esser dovrìa Spesso temprata da misericordia, E l'opra buona snerva assai la ria, Per rïunirmi con questi in concordia, Voglio che il bando rivocato sia; E ripostasi in pace ogni discordia, Tornino i figli coi lor padri in corte; Ch'io vo' l'emenda lor, non la lor morte.

111

E ciò detto, spedir fece corrieri Per ogni banda; ma il signor d'Anglante Scorrendo per i liquidi sentieri Del mar, trovossi ad un'isola avante Ripiena tutta d'alber grandi e neri. Questa isola detta è del Negromante: E tristo chi discende a quella proda; Chè tosto il mago con reti l'annoda;

112

Ciò che sapeva bene il marinaro: Onde in alto condur volle il naviglio; Il che parve ad Orlando troppo amaro, E disse: Andare a terra io vi consiglio. Assai, signor, ci costerebbe caro (Gli rispose il nocchier con mesto ciglio); Chè non giunge persona a quella riva, Che per un giorno vi rimanga viva.

113

In quell'isola alberga un fiero mostro, Stregone esimio e di forza tremenda, Che a tutto impera il sotterraneo chiostro. Greggia di tigri, spaventosa e orrenda, Siccome noi d'agnelli all'aer nostro, Guida ed alberga sotto nera tenda; E serpi e draghi che vomitan tosco Errano a sua difesa per il bosco.

114

Ha poi di vaghe e nobili donzelle Ripiena un'alta ed afforzata torre. A chi lo sprezza trae viva la pelle, E delle tigri alla fame soccorre Con quelle carni fresche e tenerelle: Ond'è che spesso per lo mare scorre, E di donne di Scozia e d'Inghilterra Già più di mille in quella torre ei serra.

115

E quanti hanno voluto, o per amore Che avevano a qualcuna prigioniera, O pur per voglia di mostrar valore Scendere armati su quella riviera, Ci han lasciato con danno e con rossore E vita e nome in una sola sera. Però non ti stupir, s'io m'allontano Da questo lido infame ed inumano.

116

Orlando disse: L'eterna giustizia Non sempre dorme; e quando un men sel crede, Allor punisce la nostra malizia. In quell'isola io voglio or porre il piede. Il nocchiero ripieno di tristizia, Non far, grida, signor, prestami fede. Ma giacchè lo conosce così fermo, Monta, gli dice, sopra il palischermo.

117

Almeno fuggi la parte del bosco; Chè all'aperto farai maggior difesa; E poichè tanta in te virtù conosco, Se vuoi por fine a così grande impresa, Scendi sul lido all'aer bruno e fosco; E quando tutta di porpora accesa Appare in ciel l'Aurora, e tu t'accosta Colà, dove vedrai la tenda posta.

118

Egli verratti incontro disarmato; Ma avrà tra mano qualche abete o pino, E cento tigri condurrassi allato, Che nel vederle resterai meschino. Se tutte tu le uccidi, o te beato! Ma pur non fuggirai lo tuo destino; Perchè verranno i draghi e l'altre bestie, Che ti daranno l'ultime molestie.

119

Ma se queste tu vinci, oimè! ti resta L'impresa più difficile e tremenda. Quel negromante si pone una vesta Cui spada esser non può che rompa o fenda; Di maglia così dura ella è contesta. Orlando ride, e dice: Vo' s'intenda Urlar questa bestiaccia sì lontano, Che l'oda il Franco e l'oda il lido Ispano.

120

E così detto, salta d'ardir pieno Sul palischermo, ed al lido s'accosta; E vôlto il viso inverso il ciel sereno, Rammenta a Dio il sangue che a lui costa L'uomo sanato dal mortal veleno; E dice che sa ben come disposta È sua pietade a chi glie la domanda; E a quella, quanto sa, si raccomanda.

121

E mentre così prega, eccolo giunto Alla crudele e spaventosa sabbia. Io non ti sono amico, nè congiunto, Orlando mio; e mi treman le labbia, E il sangue mi si gela in questo punto, Pensando a tanto strazio e a tanta rabbia Cui tu ti esponi di quel traditore. Ah! torna indietro, e frena il tuo valore.

122

Ma i' canto a' sordi, e mostro a' ciechi il Sole: Eccolo sceso in su la trista arena. Per verità ch'io perdo le parole; Tanto di lui mi prendo affanno e pena; E so che ancora a voi, donne, ciò duole, E ritenete il largo pianto appena. Ma non ci disperiamo così presto, Ancorchè sia il periglio manifesto.

CANTO UNDECIMO

ARGOMENTO

_Sen fugge via con la testa tagliata_ _Per man d'Orlando il re degli stregoni:_ _E lo scolar con la pietra affatata_ _Scopre gli occulti ipocriti bricconi._ _La gelosa Climene addolorata_ _Altrui dicendo va le sue ragioni._ _Ancor Dorina a lei narra le trame_ _E l'opre inique della vecchia infame._

1

Ciascun si duol perchè deve morire; E n'ha ragion; che il vivere diletta: E quel dovere ad un tratto basire, E star sepolto in una fossa stretta, E presto presto tutto inverminire, E in poca ritornar polvere schietta, Ell'è mutazion sì dolorosa, Che fa perdere il gusto ad ogni cosa.

2

Ma vi è di peggio, che dopo la morte Bisogna render conto alla minuta Al tribunal di Dio, che giusto e forte Al fuoco eterno i malvagi deputa, E chiama i buoni a sua celeste corte. Ond'alma che quaggiù male è vissuta, Esce di trista voglia; chè ha timore Di giù piombar nel sempiterno ardore.

3

Io però volentier mi sottoscrivo A questa legge: e quando non ci fosse, Me ne dorrebbe; chè mi vedrei privo D'un gran piacer: che le tombe e le fosse (Quando accolgono in loro un uom cattivo, Che per amici, o per oro, o per posse Facea tremar qualunque era men forte) Mi danno gusto che ci sia la Morte.

4

E così facess'ella il proprio offizio Com'ella deve; e dèsse in capo a quelli Che sono la sentina d'ogni vizio; E non aprisse, che tardi, gli avelli Agli uomini dabbene e di giudizio; Ch'io le vorrei con marmi e con pennelli E con inchiostro farle elogi tali, Che uscirebbe dal numero de' mali.

5

Ma ell'è una secca stravagante e pazza, Che va menando la sua falce in giro: Onde senza saperlo i buoni ammazza; E color che di sangue e pianto empiro, E di lussuria ogni albergo, ogni piazza, Lascia invecchiare: ond'io ne vo deliro, E attaccherei per rabbia e impazïenza Un pocolin la santa Provvidenza,

6

Se non vedessi in quale uso gli adopre, Mostrandoci ad ogn'or ch'ella li serba In vita, e spesso da morte li copre, Perchè a pena più cruda li riserba: E con le infami loro ed indegne opre, E con la naturaccia lor superba Raffinan degli eletti il santo coro, Come per fuoco si raffina l'oro.

7

Nè sempre è vero ancor, che lor capelli Veggan canuti gli uomini tiranni; Ch'io n'ho veduti molti ne' più belli Morire, e ne' più freschi e più verd'anni: Perchè costoro son come i flagelli Che il padre adopra de' figliuoli a' danni; Che corretti che sono, egli li frange Avanti agli occhi del fìgliuol che piange.

8

A questo fine ei diede il memorando Valore e il cuor magnanimo e feroce Sopra ciascuno al valoroso Orlando, Di cui non morirà giammai la voce, Nè del fatale suo terribil brando, Dall'onda Caspia alla Tirintia foce; Perchè gl'iniqui togliesse di vita In loro età più ferma e più fiorita.

9

E se al mondo fu mai sopra ogni esempio Un uomo scellerato, un uomo infame, Fu senza dubbio quel negromante empio, Che chiuso aveva il fiore delle dame In una torre, e di lor feane scempio, Gettando delle oneste il bel carname Alle tigri, e sfogando brutalmente Con le men caste la sua brama ardente.

10

Ma l'ora è giunta che fia posto fine Alla tua crudeltà, mostro nefando. Come io vi dissi, nell'onde marine Già il biondo Sol s'era tuffato, quando Pose il piè su le spiagge empie e ferine Dell'isola ch'io dissi, il conte Orlando; E si moveva a passo grave e lento, Sempre con l'occhio e con l'orecchio attento.

11

Ma la notte si fece oscura tanto, Che pensò di fermarsi in su la spiaggia; Quand'ei s'accorse che lontano alquanto Per angusto forame un lume raggia: Onde in quel verso egli si muove; e intanto Ch'egli guardingo e tacito viaggia, Vede una face, e vede la gran torre, E lo stregon che in lei vassi a riporre.

12

Egli spedito allor corre, e si porta Alla torre medesima, e si pone Dal destro canto della stretta porta, E qui sta fermo con intenzione Di far la lunga bestia a un tratto corta, Quando esca fuor del chiuso suo grottone: E mentre ei sta così, sente di drento Un doloroso femminil lamento.

13

Crudele (udiva dir da una donzella). Strazia pur queste membra, e fammi in brani; Ch'opra non farò mai sì brutta e fella: E tutta pria mi mangeranno i cani, E mi trarranno i corvi le cervella, Ch'io mai secondi i desir tuoi villani. E il negromante le dicea: Tra poco Su la tua pelle io drò principio al gioco.

14

E quindi un grido, un misero lamento S'udìan dell'altre sventurate donne. Orlando pieno allora d'ardimento. Quale Sanson le filistee colonne, Scosse l'uscio, l'aperse, e v'entrò drento; E vide in mezzo a femminili gonne Lui, che nudata aveva una donzella, Di cui certo non fu mai la più bella;

15

E distesala sopra un rozzo banco, Le voleva la pelle trar di dosso; Quando sopra lui viene il baron Franco, E gli si serra in un attimo addosso. S'intimorì quell'empio, e fessi bianco; Ma dal timor non s'era alcun riscosso, Quando il buon conte con molta tempesta Gli tira un colpo, e gli taglia la testa.

16

E o nova, o fiera, o strana maraviglia! Non cade il tronco busto, anzi si china, E la recisa testa in mano piglia, E le scale discende, e s'incammina Verso la porta. Stupide le ciglia Orlando tiene, e dietro lui cammina. Così fuor della torre al verde piano Esce quel mostro con sua testa in mano:

17

Indi si ferma, e dalle labbia fuora Il mozzo capo un sibilo tramanda; E si veggon venire in men d'un'ora E serpi e tigri e mostri d'ogni banda. Il tronco busto scaglia in alto allora La testa, e forse un miglio in su la manda: Quindi egli cade; e le tigri e i serpenti Gli van sopra, e lo laceran co' denti.

18

Intanto torna giù l'orribil testa; E quasi fosse un giuoco di pallone, Come in Siena talor fassi per festa, Per l'aere vano la fanno ir girone: Poi nojati del giuoco ognun s'arresta De' fieri mostri. Orlando non s'oppone A quelle bestie, e riguarda con ozio Come abbia a terminare quel negozio.

19

Quand'ecco d'improvviso che si rompe La terra, ed esce fuora un fumo nero Misto a gran fiamma che l'aer corrompe. Indi Pluton, che men dell'uso è altero, Senza l'usate sue deformi pompe Quasi lieto s'accosta al cavaliero, E gli dice: Signor, grazie infinite Ti dà dell'opra il Regnator di Dite.

20

Tu col dar morte al brutto negromante, Tornato m'hai al mio supremo soglio; Perchè costui avea virtù bastante, Che non valeva il mio dirgli: Non voglio. Me stesso ei si facea venir davante; E pien di tirannìa, pieno d'orgoglio, Or mi cangiava in pianta ed ora in sasso, Ora in cane, ora in volpe ed ora in tasso.

21

E senza spirti quasi era rimasto: Perchè questa isoletta, come vedi, Tutta colmò quell'animal da basto Di spiritelli; onde da capo a piedi Tutta quanta è di diavoli un impasto: E queste stesse ch'esser tu ti credi Tigri, son diavoletti; e i pini e gli orni Sono pur tutti demonj coi corni.

22

La torre ancora di demonj è fatta: E quanti sassi son, quanti mattoni, Tutti son spirti della stessa schiatta; I gangheri e le porte son demoni, Demonj i topi e demonia la gatta, Demonj i palchi, i tetti e i cornicioni, Demonj i chiodi, demonj il solajo; Or vedi se n'aveva più d'un paio.

23

E intanto possedea questa divina Virtude, a cui per forza era io soggetto, In quanto la mia dolce Proserpina, Venuta un giorno al mondo per diletto, In quest'isola scese alla marina; E slacciatasi un poco il bianco petto Per prender aria, le cadde dal seno Un mio biglietto scritto in pergameno;

24

In cui io m'obbligava strettamente, E più che in forma cameræ i Romani, D'ubbidire alla cieca, immantinente A' suoi comandi; e fossero pur strani: E sì il cervel m'avea tratto di mente Amor, ch'anco i demon fa sciocchi e insani, Che qualor nominasse ella il mio nome, Tosto farei per lei e rome e tome.

25

Or non s'accorse la mia bella moglie D'aver perduto quel mirando scritto: E mentre erra pel lido, e che raccoglie Chiocciole e nicchj, da un porto d'Egitto Questo stregon le vele sue discioglie, E con la prora appunto dà diritto In quel luogo ove il breve caduto era Alla mia troppo semplice mogliera:

26

E perchè sapeva egli molto bene Le nostre cose, ne fu sì contento, Che saltò per piacer su quelle arene. Poi mi comanda che il porti qual vento Colà, dov'era il mio unico bene (Ch'il breve avea il suo nome, e fuora e drento); E vistol, se n'accese, e in mia presenza Tentò l'infame farle vïolenza.

27

E perchè non voleva per niun patto La giovin compiacerlo, egli in vigore Di quel mio troppo misero contratto M'astrinse a fargli agevole il favore; Ond'ei rimase appieno soddisfatto, E in me doppiossi l'affanno e il rossore: Chè, benchè nell'inferno io peni assai, Come quel dì non fui misero mai.

28

Ed allor fu, signor, la volta prima Che m'apparver le corna in su la testa, Le quai subito rasi con la lima, Perchè l'opra non fosse manifesta. Ma il mondo egli n'empì da fondo in cima; Onde pensa se ognun ne fece festa; E quindi fui, di corna il capo cinto, Sculto ne' marmi ed in tele dipinto.

29

Quindi egli sempre più resosi certo Della virtù che il breve nascondea, Ad ogni infamia il varco s'ebbe aperto, E nessuno resistergli potea; Chè altrimenti da lui era diserto, Nè nuova più di lui se ne sapea, Onde grazie ti rendo, o baron forte, C'hai data or a costui condegna morte.

30

Nè ti maravigliar, se tu l'hai visto Andare in giro con la testa in mano; Perchè un folletto il più malvagio e tristo Gli misi addosso; ed in modo sì strano S'era con esso avviticchiato e misto, Che non l'avrìa scacciato alcun Piovano. Or morto lui, rimase quel folletto. Che dell'anima in lui facea l'effetto.

31

Ciò detto, trema il suolo, il ciel s'oscura, S'apre la terra, e le tigri e Plutone Vi cadon dentro, e ogni altra bestia impura. Fuggon le piante, e dispare il torrione, E l'isola riman senza verdura: Le donzelle che stavano in prigione, Si trovano disciolte e liberate; Di che altamente son maravigliate.

32

Quei della nave, al comparir del sole, Veggendo il lido d'alberi spogliato, Persero i sensi e perser le parole; Tanto restò ciascun di ciò ammirato. Ogni donzella intanto adora e cole Con laudi ed inni il cavalier pregiato; Ed ei fa cenno con un bianco lino Al legno che si faccia a lui vicino.

33

Viene il naviglio colmo di piacere, E d'udir vago il fin di tanta impresa: E sceso il duce con ciascun nocchiere, Ebbero appena la grand'opra intesa, Che commendato il forte cavaliere, Mostrò ciascuno la sua voglia accesa D'andare in Inghilterra, e là far chiaro Un fatto così bello, inclito e raro.

34

Ed Orlando restò con le donzelle, Le quai rivolte umilemente a Dio Giurâr di conservarsi verginelle In chiuso loco, onesto, santo e pio. Le loda il conte infino all'alte stelle, E dice lor: Sarebbe il parer mio Che vi chiudeste in questa isola stessa; Ed io vi troverò breviarj e messa:

35

E scelse il luogo presso alla marina, E disegnovvi un orto grande grande, Dove fossero erbette e insalatina, E varj fiori da intrecciar ghirlande: E perchè sien sicure da rapina, Vuol che il convento da tutte le bande Con torri, con fortezze e baluardi Da gente armata sempre si riguardi.

36

Ed ecco intanto che biancheggia il mare Per le gran vele che vi corron sopra; E d'Irlanda e di Scozia e d'Anglia appare La flotta, che il mar sembra che ricopra. Sul viso delle vergini compare Tanto piacer, che le manda sossopra; E batton palma a palma, ed alla riva Corron veloci, e gridan tutte: Evviva.

37

Chi il padre abbraccia, chi il dolce fratello; Chi discorre del mago e chi del conte: Chi narra il colpo fortunato e bello, Che privò il mostro dell'altera fronte: Chi dell'amica l'orrido macello; Chi descrive le tigri al mal sì pronte; Chi le serpi, chi i draghi e chi gli affanni Che soffersero in carcere molti anni.

38

Poi rïavute da tanta allegrezza, Scoprono ai lor parenti il buon desire Che han di sacrare a volontaria asprezza La vita loro, e di voler servire Al sommo Dio in verginal mondezza. Questo parlar li fece impietosire, E piansero un tal poco; ma alla fine Disser ch'eran di sè donne e regine,

39

E ciò facesser che a grado lor era: E chiamati ferraj e legnajuoli E muratori, e tutta quella schiera D'uomini che non possono oprar soli, Dieron principio ad una mole altera, Che uguale non fu vista fra i due poli; Chè lungo trenta miglia, e largo venti Fu quel convento, gloria de' conventi.

40

Fui da tremila e più le monacelle: Vestivan lana bianca e lana negra; Nè lino più toccava lor la pelle. Giovani tutte, e con la faccia allegra, Vaghe, gentili, grazïose e belle, Che in sol vederle il cuore si rallegra. La più vecchia fra lor fecer prïora, Che a diciotto anni non giungeva ancora.

41

Questo convento fammi uscir di via, E tralasciar la storia incominciata; E fammi ritornar a casa mia, Dove ho di nipotine una brigata, Che mettono al pan bianco carestìa: E mi ritrovo una certa cognata Che ogni anno ne fa una: onde, se dura, Vo' là mandarle a tentar lor ventura.

42

Perchè in Pistoja noi stiamo a quattrini, Siccome San Cristofano a calzoni. Ma il mal è, che sebben siam poverini, Vogliamo fare da ricchi Epuloni: Vogliam giuocare, vogliamo festini, Vogliamo vesti belle e buon bocconi; E spesso spesso facciamo in un mese Anticipate d'un anno le spese.

43

Il maladetto lusso da per tutto Entrato è sì, che un angolo non resta Del mondo, il più meschino ed il più brutto. Che messo non si sia in gala e in festa: Onde ciascuno ne riman distrutto; E chi ha da dare, si gratta la testa; Ma per contrario quegli che ha da avere, Si può a sua posta grattar il messere.

44

Ma nelle gran città quest'atra peste Fa maggior male e più rovina assai. Lo stato d'una casa una sol veste Costa talor, chè son banditi i sai: E tra nastri, tra maniche e tra creste Si van spendendo piastre e doppie a stai, E tra svimeri, sterzi, stufe e cocchi I poveri mariti spendon gli occhi.

45

Le stalle piene e gli argenti infiniti Non per la mensa sol, ma per lo cesso, E per gli sputi marci e inverminiti Chi può narrare? E raccontare appresso Le perle ed i diamanti, onde guarniti I membri sono del femmineo sesso? Ah sciocchi noi, ed esse pazzarelle, Che godono esser più ricche, che belle!

46