Il Ricciardetto, vol. I

Part 18

Chapter 183,935 wordsPublic domain

Despina, poichè fu molto inoltrata Nell'ampio mar, s'accosta a Ricciardetto; E fisso fisso sì dolce lo guata, Che par che l'esca l'anima dal petto. Egli intanto sospira, ed aspra e ingrata Chiama sua sorte e il destin maladetto, Che lo conduce a morte sì crudele, Lontano dalla sua donna fedele.

25

Despina non volea farsi vedere; Ma finalmente si levò di mano La pietra gialla c'ha tanto potere, E lui scoperse il suo bel volto umano. Se Ricciardo di ciò n'ebbe piacere, Sel pensi pure ogni fedel Cristiano. Io credo che ne avesse tanto e tale, Ch'è impossibile al certo averlo eguale.

26

Poi con la pietra spezza-chiavistelli Gli ruppe le catene tutte quante, Come fossero state vermicelli. Vistosi sciolto il fortunato amante, Di Despina negli occhi accesi e belli Volse la faccia sua tutta tremante, E disse: Non se' già, vaga Despina, Morta, e fatta su in ciel cosa divina?

27

Chè nel viso e nell'opre e in ogni cosa Non serbi più della natura umana. Ed ella a lui, ridente e grazïosa, Dice: Ancora non sono un'ombra vana; Ancora in questo velo sta nascosa L'alma, ed ancora è per amore insana, Nè la posso guarire a te d'appresso; Tanto l'amor di te m'ha il core oppresso.

28

Nè l'ombra nera del german tradito (Da te tradito, o dolce mio Ricciardo) Nulla m'ha l'aspro incendio intepidito, Nel quale ognora io mi consumo ed ardo. Cercai fuggirti, e roppe il legno al lito; E quando men ci penso, ecco al mio sguardo Amor di nuovo, e Fortuna ti mena, Perchè non abbia fine unqua mia pena.

29

Ricciardo umìle le si getta al piede, E dice: Traditore io non fui mai. Despina lo conforta, e che gli crede Soggiunge, e dice: Poniam fine a' guai, Parliam di noi; giacchè, la Dio mercede, Siamo qui soli, e siam lontani assai Da' nostri alberghi; e giuriam, se ti piace, Sempiterni fra noi amore e pace.

30

Ma perchè senza remi e senza guida La navicella va dove la mena Il mare, al quale è pazzo chi si fida, L'erba che fa svegliar, sul viso mena Del marinajo, ed alto il chiama, e grida. Quegli si sveglia, e risvegliato appena Non sa dove si sia; tal maraviglia Gli occupa il cuore, e confonde le ciglia.

31

Despina il guarda, e gli chiede chi sia. Ed egli disse: Io sono un Fiorentino, Che andava in mare a far mercatanzìa, Perchè, annojato d'esser poverino, Volli tentare la fortuna mia. Io feci da ragazzo il vetturino; E per nulla tacervi, alta signora, Io feci l'oste, e feci il birro ancora.

32

Ma que' nostri paesi son sì tristi, Che non si può rubare anco a volere: Onde bramoso un dì di fare acquisti, Incominciai del mar l'aspro mestiere; Ma mi fecero presto il repulisti D'ogni guadagno mio, d'ogni mio avere I padroni di questo navicello, Che in non vederli mi gira il cervello;

33

Chè tu stavi legato, e tu non v'eri; E te veggio, e non loro, e tu disciolto: Onde fan l'arcolajo i miei pensieri, Nè capisco l'ingergo o poco o molto. Disse Ricciardo: Di questi misteri Nulla capisco anch'io. In lieto volto Riprese allor Despina: Il ciel cortese Ad oprar sì gran cose egli m'apprese.

34

E qui raccontò lui una per una La virtù delle pietre sì stupende, E dell'erbe qual ha forza ciascuna. Il Fiorentin, che tali cose intende, Prestare non le vuol fede veruna, Se non le vede; e schiamazza e contende. E dice che son ciance e be' trovati Di romanzieri pazzi e spiritati.

35

Ma non sì tosto Despina si pone Nella man destra la pietruzza gialla, Che via dispare; e per quanto tentone La ricerchi Ricciardo, ognor gli falla Il pensier d'incontrarla. Si ripone Il sasso in seno, ed ecco torna a galla: Ritorna, dico, a farsi rivedere La giovinetta con suo gran piacere.

36

Aveva ancor di marmo bianco e schietto Una figura ignuda; e questa pure Era d'un pregio sì raro e perfetto, Che non si trova nell'altre figure. S'uno covava dentro l'intelletto, Contro di chi l'avea, torti e sciagure, La bella figurina in un momento Cangiava in nero il suo color d'argento.

37

Il Fiorentino a tal vista sorpreso Della pietra che fa sparir la gente, Di desìo di rapirla fu sì acceso, Che cominciò a rivolger nella mente Pensier crudele, e in Scizia appena inteso, Di dare in capo la notte veniente Prima a Ricciardo, e dopo lui a Despina, E far la bramatissima rapina.

38

Ma sua sventura, e la bontà di Dio, Che l'innocenza protegge da vero, Fece andar male un così reo desìo; Chè il marmo dato a lui diventò nero: Onde Despina: Uom malvagio e rio, Ho ben compreso ciascun tuo pensiero; E rivolta a Ricciardo, disse: A questo Bisogna dare in capo, e dargli presto;

39

Chè nera questa pietra non diventa, Se non in man di chi ci vuol far male. In questo dir Ricciardo se gli avventa, E dice: Infame, ti vo' porre in sale; E dalla barca fuor lo scaraventa, Come fatto averebbe d'un boccale. Cade il meschino, e van subito a quello Pistrici ed orche, e ne fanno macello.

40

Ricciardo liberossi volentieri Dal Fiorentino con fargli da boja, Perchè molto impediva i suoi piaceri: Chè non è cosa che guasti la gioja Di due bei cuori innamorati veri, Che un terzo sciocco apportator di noja; Anzi non credo che al mondo si dia Tormento più crudel, pena più ria.

41

Rimasti soli i due fedeli amanti, Donne gentili, che vi dice il core? Quai credete che fosser lor sembianti? Voi mi direte, che mel dica Amore. Ma io saper non voglio ora più avanti; Chè vo' tornare a Carlo imperadore, Che in un momento libero si vede D'assedio sì crudele, e appena il crede.

42

Qual fosse l'allegrezza ed il piacere Del nobil vecchio e di tutto Parigi, Il non più rimirare aste e bandiere, Nè afflitti udir ognora i bianchi, e bigi, E neri frati struggersi in preghiere; Sel pensi chi di questi aspri litigi Ha qualche prova, e da vicino ha visto Il ceffo della guerra orrendo e tristo.

43

Si fecer feste per ogni contrada, E in ogni piazza v'eran giochi e balli. Di frondi e fior coperta era ogni strada; E in vece del nitrito de' cavalli, E suon di trombe che sì poco aggrada, V'eran di bianco avorio e bossi gialli Flautini così dolci e delicati, Che appo lor gli usignuoli son men grati.

44

D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni stato Si rallegra la gente parigina: E non vedendo più veruno armato, Esce del bosco fuor la contadina Con monsù Menco e monsù Gianni a lato, Che van ballando una minuettina; E in poco tempo per il regno tutto Si volge in riso il trapassato lutto.

45

Degli amanti storpiati e affatto morti Si scordano le vaghe damigelle, E van girando i lor begli occhi accorti Per fare in luogo lor prede novelle. V'è chi vaghi li vuol, chi li vuol forti, E chi di bianca e chi di fosca pelle; Chi li vuol rozzi, e chi complimentosi, Chi senza un pelo, e chi tutti pelosi.

46

Alla corte ogni dì si fa banchetto, E vi si mangia e vi si beve bene. In somma da per tutto erra il diletto; E i passati travagli e l'aspre pene S'affogano in un mare di claretto: Chè dell'oblìo le favolose arene Hanno men forza assai di quel liquore, Onde sale Avignone in tanto onore.

47

Ma perchè il vino è padre delle risse, E di tragiche cose e dolorose, Come in più luoghi quel gran Savio scrisse; Di Carlo a mensa più donne vezzose Erano un giorno; e in lor tenendo fisse Orlandino le luci dispettose, Orlandino d'Orlando il primo figlio, Disse: D'Amor non sarò mai famiglio.

48

E Rinalduccio, il figlio di Rinaldo, Rispose acerbamente motteggiando: Tu farai bene ancor; chè il troppo caldo Non fa gran bene alla schiatta d'Orlando, Che aver suole il cervello poco saldo. A questo dire diè di mano al brando Orlandino, e lo stesso l'altro fece, Fatti per ira neri come pece.

49

Carlo, in vedere si strana baldanza, Diè nelle furie, e li cacciò di corte, E lor diè bando da tutta la Franza Sotto pena d'infame e trista morte; Di che s'allegra Gano di Maganza. Il dì seguente all'aprir delle porte, Fatta pace tra loro, i due cugini Si misero pel mondo pellegrini.

50

Avevano venti anni i giovanetti, E quanto i padri loro avean valore: Eran poi belli come due angioletti; L'un bionde avea le chiome, e l'altro more: Leggiadri in tutti i moti e in tutti i detti, E pieni l'alma di desìo d'onore; Talchè, se avranno vita, io spero certo Che adegueranno dei lor padri il merto.

51

Ma prima d'uscir fuor della cittade, Spediron messi per mare e per terra Ai padri loro per tal novitade: Dico a' due lampi, a' due fulmin di guerra, Rinaldo e Orlando, onor di lance e spade. Or mentre vanne così sola, anzi erra Questa coppia gentile e valorosa, Si oscura il cielo in foggia spaventosa,

52

E comincia la grandine e la piova; Talchè s'intimoriro i lor destrieri: Quando Orlandino una gran buca trova Nel monte nominato de' Sparvieri: Discende da cavallo, indi si prova D'entrare in essa, e v'entra volentieri: Chè stavvi asciutto; e Rinalduccio chiama Che venga a lui, se di star bene ei brama.

53

V'accorse Rinalduccio; e con del fieno Accesero un bel foco e s'asciugaro. In questo mentre a guisa di baleno Una luce lontana rimiraro Dentro del monte: onde Orlandin ripieno D'ardire, e seco Rinalduccio a paro Vanno in quel verso, e giungon finalmente Là dove usciva la fiammella ardente;

54

Per cui la grotta sì chiara appariva, Come di mezzo giorno, o poco manco. Da una porta di ferro il fuoco usciva, E v'era scritto in un bel marmo bianco Sopra la stessa in lettera corsiva: Chi non è fuor di modo ardito e franco, Non s'accosti a quest'uscio, e fugga via; O pur s'aspetti morte acerba e ria.

55

Letti appena que' versi, ambo ad un tratto Snudâr le spade, e percosser la porta, La qual s'aperse prestamente affatto; Ed una mummia ed una cosa morta Venne su l'uscio col corpo rattratto, E disse loro: Qual diavol vi porta A questo albergo, a questa sepoltura, Dove or ora morrete di paura?

56

Se nol sapete, in questa buca, in questa Alberga Morte e la sua corte acerba. Rinalduccio la guarda, e in su la testa Le dà col ferro, e come un filo d'erba Glie la divide; e il colpo non s'arresta, Ma va più oltre; onde orrida e superba Esce fuor Morte con la falce in mano, E grida: Morto sei, guerrier villano!

57

Ma le mena Orlandino un tal roverso Su quelle dita secche, e bestïale, Che le cade la falce per traverso, Sopra di cui fa tanto capitale. Allor la brutta il ceffo reo converso Ai giovani, pigliar volle uno strale Dalla faretra, e stenderli ad un tratto; Ma, come volle, non le venne fatto;

58

Perchè mentre Orlandin la falce fura, Rinalduccio al turcasso dà di mano. Pensate se allegrosse la Natura In veder Morte che s'arrabbia in vano, E d'ammazzar perduta ha la bravura! Ond'ella in suono più cortese e umano Lor chiese in grazia la falce e gli strali, Che fanno ed hanno fatto tanti mali;

59

E giura loro di lasciarli stare; E che saranno fuor di suo domìno, Se quel che lor dirà vorranno fare. Favella dunque (le disse Orlandino), Acciò possiamo i detti tuoi provare. Ed ella: In questo avello a me vicino Ci sono due armature così fatte, Che il mio stral contra loro in van combatte.

60

Aperse Rinalduccio il chiuso avello, E trovò l'armi, e due lance e due spade; E vestitele presto il giovin bello, Disse al compagno: E tu che fai? che bade, Che non vesti quest'altre? Ed ei: Bel bello, Ch'io non vo' che costei ci assalga e rade La testa, mentre stiamo attenti altrove. All'uom di senno sempre amico è Giove.

61

Vestito Rinalduccio, prestamente Armossi ancora il nobile Orlandino D'un'armatura sì bella e lucente, Che pareva d'un oro schietto e fino. Morte, di sdegno e di vergogna ardente, Gridò: Tornate al mio primo domìno La falce e i dardi. Ed Orlandino: Fuora Esciamo, e avrai li tuoi stromenti allora.

62

Ed ella: Io qui li voglio. E corse addosso A Rinalduccio; ed Orlandin le mena Un colpo in fronte, che le smuove ogni osso; E Rinalduccio le batte la schiena. Onde, se far poteva il viso rosso, Fatto l'avrebbe allor, sì per la pena, Sì per vedersi far da due ragazzi In casa propria così gran strapazzi.

63

Ma quando Morte non ci può ammazzare, Diviene una buffona, una sguajata. Or ella che si vede malmenare, E teme di restare disarmata, Lor dice: A vostro modo io voglio fare; E perchè siete una coppia garbata, Vi voglio dire che queste armi sono Fatte su in cielo, e date a Marte in dono.

64

Ed egli una ne diede a sua sorella. Ma venuti una volta quaggiù in terra Per l'orrenda di Troja acerba e fella E per tanti anni sanguinosa guerra, Io feci in modo che a Pallade bella Rapìi la sua; e mentre al sen si serra Marte la Dea che al terzo cielo impera, Ancor l'altra rubai presta e leggiera,

65

Per timore che in man d'alcun mortale Non giungessero mai, ed io restassi Schernita, e senza forza ogni mio strale. Ma contro il Fato prevenire i passi, Od altra cosa fare, a nulla vale. E in questo dire dagli oscuri sassi Escono fuora, e dan, conforme il patto, La falce e i dardi all'aspra Morte a un tratto.

66

Ed essa, per mostrar che disse il vero, Vibrò rabbiosa uno strale puntuto Del gentile Orlandino nel cimiero, Che si fe' in pezzi; e un pezzo io n'ho veduto A Brava in casa d'un buon cavaliero, In un museo che raro è assai tenuto, E v'è scritto: Frammento d'uno strale Di Morte, che a Orlandin non fece male;

67

Indi nel masso si tornò a riporre: E i giovinetti allegri oltre misura, Certi che Morte non li può più côrre, A ricercare ogni strana avventura Si miser, qual destrier che al palio corre; E verso Tramontana in dirittura Preser la via. E noi lasciamli andare; Chè d'altre cose or mi convien parlare.

68

Il buon Guidon da Carlo avea già preso Il suo comiato; e la bella Climene Avea dell'amor suo Parigi acceso; E giunti già su le marine arene, Egizia nave scarica di peso Aspettavano, ond'essa a vele piene Li trasportasse, a guisa di saetta, Dal mar di Francia a quel d'Alessandretta.

69

Venuto il legno, vi saliron sopra, Ed ebbero la solita tempesta, Ed al solito il mare andò sossopra: Ma giunsero alfin salvi; e con gran festa Fur ricevuti dal Soldan che adopra Ogni gran gentilezza manifesta; Ma nel suo cor maligno altri raggira Pensieri acerbi, e tutti colmi d'ira.

70

Il vedersi disfatto il campo intero, E che la figlia n'è stata cagione, Che, donate ad amor voglie e pensiero, E accesa morta d'un Franco barone, Per godersi l'amato cavaliero Avea lasciato il regio padiglione; Gli fêr venire un barbaro desire Di far la figlia e il cavalier morire.

71

E senza dirne ad alcuno parola, Mentre la notte dorme il giovinetto, In una stanza separata e sola Legar lo fa da quattro uomini in letto, E gli fa porre un canapo alla gola; E legato in tal guisa stretto stretto Lo fa condurre in un castello forte, Per dargli a tempo suo condegna morte.

72

Ed a Climene pur fa far lo stesso; E in un castello a quello dirimpetto Chiuder la fece senza altro processo. Ella si strappa i crini, e graffia il petto; Ed il suo padre, lagrimando, spesso Chiama tiranno e spogliato d'affetto. S'ode frattanto per l'egizia corte, Come gli sposi son dannati a morte;

73

E che fra dieci giorni moriranno Per man di boja, come traditori. Ma non vi date mica alcun affanno, Gentili donne e cortesi uditori; Chè questa acerba morte scamperanno: Chè a gioventù non mancan protettori. Io non lo so di certo, ma lo dico; Chè troppo son di crudeltà nimico.

74

Le donne d'Alessandria e i cavalieri Vestiti a bruno andaro dal Soldano, Perchè mutasse gli aspri suoi pensieri, E divenisse più dolce ed umano: Perchè Guidone co' begli occhi neri Era piaciuto ad ogni cor pagano; E Climene, oltre all'esser lor signora, Era gentile e molto bella ancora.

75

Ma l'aspro vecchio, fisso in suo decreto, Si chiude a tutti; e nella gran platea Già s'alza il palco, ed egli solo è lieto, Mentre tutta Alessandria egra piangea. E già il decimo giorno cheto cheto, Il giorno funestissimo giungea, Anzi era giunto; e fuor de' due castelli Uscivano gli amanti cattivelli.

76

Climene in rimirare il suo consorte Così legato, e sì presso al morire, Diede un sospiro tanto caldo e forte, Che fece ogni aspro core intenerire; Poi con le luci e con le labbra smorte In questa guisa ella gli prese a dire: Guidon, i Dei lo san, se ho parte alcuna In questo colpo di crudel Fortuna.

77

Ma quando i Fati il lor decreto han fisso, Fuggire non lo possono, e nol sanno Consigli umani: e lo guardava fisso. Ed egli a lei: Mi pesa un tanto danno, Lo qual ti opprime: e se a me sol prefisso Avesse il laccio il perfido tiranno, Morrei contento; ma non so soffrire Come tu debba, anima mia, morire.

78

Mentre così ragionano gli amanti, E s'alzan da per tutto e pianto e strido, E al nero palco omai sono davanti, Ecco che giunge una barchetta al lido Senza piloto e senza naviganti; Alla cui vista d'allegrezza un grido Subitamente da ciascun si diede, Perchè un ottimo augurio esser si crede.

79

Questa è la nave dove vanno a spasso Il buon Ricciardo con la sua Despina, Che a tempo giunse a render vano e casso L'aspro disegno, e salvar sua cugina; E si presero ancora tanto spasso, Come udirete, in quella gran mattina, Ch'ebbe Alessandria per le maraviglie Ad impazzire e dar nelle stoviglie.

80

Primieramente senza esser veduti S'accostaro all'orecchie de' prigioni, E disser loro: Il nostro Dio v'ajuti: Noi siam vostri parenti e amici buoni. E dissero i lor nomi e le virtuti Ch'avean con seco; onde a' due bei garzoni Tornò tanta allegrezza nel bel viso, Che Angioletti parean del Paradiso.

81

Il giustiziere al boja aspro si volge, E dice: Mena sul palco costoro. Despina intanto l'erba a' ferri avvolge, E tutto si conquassa quel lavoro, E la macchina affatto si sconvolge. Vanno a terra le forche; e per lo foro Grida ciascuno: Evviva l'innocenza, Che Iddio protegge con la sua potenza!

82

Ma il Soldan, che ciò vede dal balcone, Ordina che lor sia tolta la vita Con la sciabla; ma nel fodero pone L'erba Despina, e tutto il ferro trita: Onde fuora di senso e di ragione Riman la gente attonita e stordita. Ma quello che li fe' trasecolare, In modo certamente singolare,

83

Fu quando in mano a Guido ed a Climene Miser le pietre gialle, e insieme stretti Minuti più delle minute arene Divennero, nè fur più d'occhio oggetti. Perchè quando con man la man si tiene Di chi ha la pietra di sì rari effetti, Invisibile anch'egli fassi allora: E chi nol crede, vada alla malora.

84

Il popol nel veder cosa sì strana, Corre rabbioso al palazzo reale Per ammazzar quell'aspra ed inumana Persona, veramente empia e brutale, Che uccider volle l'innocente e umana Sua figlia, e un cavalier di valor tale, Qual era il buon Guidone: ma non vuole Climene, e di suo padre assai le duole;

85

E grida non veduta: Io son placata; E niuno offenda il dolce padre mio. Nel viso l'uno con l'altro si guata; E v'è chi dice ancor: Poffareddio! Oggi Alessandria ell'è tutta incantata. A que' prodigi fassi umile e pio Il Soldan fiero, e perdono domanda Alla figliuola, e le si raccomanda.

86

Ma mentre che presa è da maraviglia Tutta Alessandria, Orlando e il pro' Rinaldo Gettan fuoco dal naso e dalle ciglia (Tanto hanno il cuor di sdegno e d'ira caldo), Perchè fatto abbia contro lor famiglia Carlo un decreto sì iniquo e ribaldo; E giuran non veder più Carlo in viso, Nè forse ancor guardarlo in Paradiso.

87

E perchè non si ponno immaginare Qual sentiere abbin preso i lor figliuoli; Orlando tener vuol la via del mare, E Rinaldo di terra; e vanno soli. Astolfo ed Ulivier ponno pregare; Chè niun de' due avviene che consoli Le lor preghiere; chè son risoluti D'andar pel mondo raminghi e perduti.

88

E scrive Orlando a Carlo due versetti, Ma saporiti, ne' quali gli dice, Che degl'ingrati veri e più perfetti Egli è capo, egli è corpo, egli è radice; Ma che s'altri fa mal, ben non aspetti, E ch'egli non sarà sempre felice: Ed altre cose sopra questo andare, Che lo potranno certo disturbare.

89

E datala ad Astolfo, dalla Giara Si parte sopra un pinco catalano, Che ad andar in Egitto si prepara. Rinaldo sopra un vascelletto ispano Sale, che torna alla sua patria cara: Che di là pensa sul lido africano Andare prestamente: che altre volte Ha fatte quelle vie dure ed incolte.

90

Or mentre i padri cercano i lor figli, I figli fanno cose da stordire. Nell'isola chiamata de' Conigli, Tra la Svezia e Norvegia a vero dire, Scesero i due garzoni; e rose e gigli Avean nel viso, che facean stupire: Onde all'aspetto lor l'isola tutta Arse d'amore, e ne restò distrutta.

91

Ma più d'ognuna fur prese e piagate Due figlie del signor di quel paese, Ch'erano anch'esse belle e dilicate: L'una era detta Argea, l'altra Corese. Ma quell'anime a Marte consacrate Difficilmente Amor vinse e si prese: Pur vinse alfine, ed Orlandino Argea, E Nalduccio Corese si godea.

92

Il che saputo da due rei giganti, Signori di certe isole vicine, Sfidan con fieri ed orridi sembianti I due garzoni; chè voglion por fine Ai loro affanni, che son tanti e tanti, Col toglier loro queste due regine: E vennero con armi così fatte, Che avrebber torri, anzi città disfatte.

93

Orlandino ridendo disse loro, Che l'offerta battaglia ricevea; E Nalduccio con grazia e con decoro Disse a Corese sua, che già piangea: Non disperarti, dolce mio tesoro; Chè fortuna per noi non sarà rea; E rivolto ai giganti similmente, Disse ch'era di pugna impazïente.

94

I giganti in veder que' due ragazzi Sottili di persone e senza barba, Disser: Per Giove, costoro son pazzi. Ma a queste donne che piace e che garba In que' lor mostaccini da pupazzi? Per Macon, che son pazze; e non si sbarba La pazzìa da' lor capi per ragione, Ma vuolvi sdegno, disprezzo e bastone.

95

Uccisi che avrem noi questi puttelli, Vo' che noi le trattiamo come cagne, O come son trattati i somarelli. E piangan pure, e ciascuna si lagne, E s'attristi e s'accori e s'arrovelli, Chè tenderanno a' bufali le ragne. Così l'un dice, e l'altro con la testa Conferma il detto, e ne dimostra festa.

96

La notte che del giorno era foriera Della battaglia, Corese ed Argea Piangevan le meschine di maniera, Ch'era cosa a vederle orrenda e rea: Ed or facevan ambedue preghiera Al Dio d'Amore ed alla santa Dea, Che salvasser dagli orridi giganti I lor sì belli e grazïosi amanti;

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