Part 17
Ed ecco in questo dire il baron degno: Ed egli tosto condannollo a morte. Vedi, signor, se un cotal fatto è indegno, E se merito avea di miglior sorte. Orlando ch'ebbe sempre un buon ingegno, Disse a Fioretta: Le tue guance smorte Rallegra pure, e non temer di nulla; Chè oprasti da onestissima fanciulla.
75
Duolmi sol di aver dato acerba e trista Morte a tuo padre, a cui non si dovea. Poi disse a Astolfo: Or vedi che si acquista Per gir dietro a una voglia iniqua e rea? Che bella cosa, degna d'archivista, Sarebbe stata, se in quella platea Eri ammazzato in foggia così brutta, Con tua vergogna e della Francia tutta?
76
Astolfo disse sospirando: Io veggio Che feci mal; ma fu l'occasïone Che il mio giudizio fe' balzar di seggio, E lo mandò in un'altra regïone; Che spesso un vede il bene, e segue il peggio, Nè sempre al senso domina ragione: E s'io potessi disfare il già fatto, Vorrei col sangue disfarlo ad un tratto.
77
Riprese Orlando: Or parli da Cristiano: E perdona anche a lui, Fioretta bella. Rinaldo intanto se ne vien pian piano Là dove il conte ed Astolfo favella; E narrano anche a lui di mano in mano L'opra d'Astolfo temeraria e fella: Onde gridò: Se lo sapeva io prima, Lasciava il corso libero alla lima;
78
Chè daresti di naso a quante sono Donne del mondo, o sieno belle o brutte; E sempre abbiam per te qualche frastuono. Rispose Astolfo con le labbra asciutte: Odi il nuovo Giuseppe: odi in che tuono Parla, contrario all'amorose lutte, Come se al mondo egli non fosse chiaro Che se' peggior d'un gatto di gennaro.
79
Disse Rinaldo: Io non ti dico mica D'aver fatte ad ogn'ora opere pie; Ma usato non ho mai forza o fatica Per far le belle donne tutte mie. Voglion sferze di rose, e non d'ortica Femmine e mule, quando son restìe: Uomo che ha senno, forza non adopra Contro esse, e sol mette il pregare in opra.
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Finiamola, disse Orlando: non sta bene Parlar così davanti a una fanciulla; E vediam che per noi far si conviene, Ond'ella senta almeno poco o nulla Di tante che le demmo acerbe pene. Fortuna co' mortali si trastulla, E fa nascere il ben dopo alcun male; Chè quando scende l'un quell'altro sale.
81
Onde disse a Fioretta: Il danno fatto Non può disfarsi; ma se utile alcuno Vi possiam far, ve lo faremo a un tratto. Disse Fioretta: Amor m'ha preso d'uno De' miei baroni; ed egli è sì disfatto Per l'amor mio, che uguale a lui fu niuno Nel vero amor: ma per amarmi troppo, Diede il meschino in un crudele intoppo;
82
Chè il padre mio, il qual di ciò s'accorse, Lo mise in ceppi dentro un'aspra torre, Donde non può, nè potrà mai ritorse; Chè un fier gigante, detto Bicciborre, Evvi a sua guardia, e seco son due orse; Ed evvi un fiume a cui simìl non corre Torrente alcuno, e non si può guadare, E non v'è ponte sopra cui passare.
83
Andiamo a questa torre, disse il conte. Andiamci, ch'ella vi è poco lontana (Disse Fioretta con allegra fronte). Questa è la torre detta della Rana; Perchè una Fata di bellezze conte Usciva spesso fuor d'una fontana Con quelle spoglie, e giunta sul terreno Si fea bella fanciulla in un baleno.
84
Questa s'accese un dì d'un cavaliero (Come dice l'istoria del paese), E parmi il nome suo fosse Ruggiero; E tanto affetto e tanto amor gli prese, Che temendo cangiasse un dì pensiero, Fe' quella torre in meno assai d'un mese; E vi pose quelle orse e quel gigante A guardia, e il fiume rapido e sonante.
85
Or chïunque alla torre s'avvicina, Scappa un'orsa, l'acciuffa e dentro il porta: Ma pure egli fuggissi una mattina Su l'ali d'un augel, senza aprir porta. Onde cadde d'affanno la meschina; Poi mangiò d'erbe una certa sua torta, Che fa dormire; e quindici anni sono, Che tien tra il sonno i sensi in abbandono;
86
Chè negato il morire egli è alle Fate: Onde dormendo, il male suo non sente. V'ha dentro damigelle assai garbate, Che trattano i prigioni gentilmente. Astolfo allor le disse: Che mi date, Se dello sposo vi faccio un presente? Chè questa impresa a me solo appartiene, Nè ad altri mai potrebbe avvenir bene.
87
Rinaldo guarda Orlando, indi sogghigna, E dice: Astolfo s'è scordato presto Del mo' che qui si tiene in palar vigna. Poco fa tu non eri sì rubesto, Gli dice il conte. Ed Astolfo digrigna I denti, e dice: In questa lancia e in questo Braccio vedrete voi quel ch'io so fare. Ed ecco omai che la gran torre appare.
88
Rinaldo vanne il primo; e giunto a riva, Ecco un'orsa che vienlo per ghermire. Ei si ritira a tempo, e quella schiva; Poi con Fusberta la cerca ferire: Ma par di senso quella bestia priva; Chè niun de' colpi suoi mostra sentire: Or mentre con quest'orsa egli combatte, Eccoti l'altra dietro che l'abbatte;
89
E come lupo che s'arreca in spalla La pecorella, e nel bosco sen fugge; O come il ragnol porta la farfalla Nelle sue reti, e po' il sangue le sugge; Così pel fiume, come fosse galla, Va l'orsa col prigion che d'ira mugge. Ma null'altro può fare; chè perdute Son tutte le sue forze e sua virtute.
90
Orlando a questo fatto estranio tanto Si ferma un poco, e dice: Ho fatto male, Quando si tratta di cose d'incanto, A lasciarvi ir Rinaldo. Astolfo vale Contra il demonio; non perchè sia santo, Ma per quell'asta che a tutte prevale Incantagioni di qualunque sorta; Tanta seco virtù quest'asta porta.
91
Ordina dunque ad Astolfo che vada A quella impresa; ed ei vi va di botto. S'affaccia al fiume; e mentre l'orsa il guada, La prende in mira a guisa d'un merlotto, Senza dubbiar che al primo colpo cada. Uscita l'orsa di serrato trotto, Vien per la ripa incontro Astolfo, il quale La tocca; ed ella muor senz'altro male.
92
Al cader della prima, immantinente Viene l'altra orsa orribile e feroce; Ma cade quella ancora similmente, E nel cader diè un urlo tanto atroce, Che fe' tremar la più lontana gente. Quand'eccoti il gigante che a gran voce Grida; ed era tanto alto e smisurato, Che con un salto il fiume ha trapassato.
93
Nelle mani ha una trave grande e grossa, Che alber di nave è scarso paragone. Astolfo dice: Una mezza percossa M'avanzerebbe di questo bastone. Però lo schiva con tutta sua possa, E con l'asta lui fere nel tallone Leggier leggieri; e subito trabocca Quel gran gigante, e si rompe la bocca,
94
E muore anch'egli. Ma che serve questo, Ripiglia il conte, se il guadar ci è tolto? Astolfo dice: Or noi faremo il resto; Chè s'il fiume è per incanto raccolto, Io lo rasciugo, conte, presto presto: E nel fiume che rapido era molto, Immerge l'asta d'oro; ed oh portento! Fugge la ripa e il fiume in quel momento.
95
Lo stesso accade alla torre incantata, Che vanne in fumo per virtù di quella Asta, abbastanza non giammai lodata Nè si vede alcun paggio o damigella, Ma v'è di cavalier molta brigata; E veggon sul terreno una donzella Con una face accesa, e morta sembra, Sì forte sonno lega le sue membra.
96
Ma non sì tosto l'Inglese la tocca, Ch'ella si sveglia, e tiensi per tradita, Non più vedendo gigante nè rocca: Onde ponsi a fuggir pronta e spedita. La segue Astolfo; ma quella trabocca Nel fonte, ed èssi in rana convertita. Torna Astolfo a' compagni, e narra il fatto Strano sì, che qualcun lo tien per matto.
97
Fioretta già si stava con Aliso, Il suo vago e pregiato giovinetto; E spesso spesso scoloriva il viso, Mentre per man se lo teneva stretto. Orlando disse lor con un sorriso: Del piacer vostro, amanti, io n'ho diletto; E già che sì v'amate, egli è ben giusto Che onestamente vi pigliate gusto.
98
Ma voglio prima una grazia da voi, Che abbandoniate la fè saracina, E in quel crediate, che crediamo noi. E qui si mise a fare la dottrina Orlando, capo de' famosi eroi; E convertito Aliso e la regina, L'isola diede loro; ma con patto Che mandassero ogni anno a Carlo un piatto.
99
Ma giacchè la mia Musa è in braccio a' venti, E quasi Galatea corre pel mare, Di Ricciardetto i miseri lamenti, O di Despina vogliam noi narrare? O del re Cafro le vele fuggenti Vogliamo a tutta forza seguitare? O fermati co' due diletti sposi, Nell'isola goder dolci riposi?
100
Ordine vuol di bella cortesìa, Ch'ogni altro io lasci, e ritorni a Despina, Che nella sua sventura acerba e ria Un vecchio vede che a lei s'avvicina, Il quale con maniera onesta e pia La chiama a nome, e l'appella regina; Talchè restò, per la cosa impensata, Tutta da capo a' piè fredda e gelata.
101
Ei fischia intanto, e discendono al basso Due leggiadre e modeste villanelle, Che balzando venìan di sasso in sasso Come cervette o caprïole snelle. Un dardo aveano in man, dietro un turcasso, Corte le trecce e corte le gonnelle, E d'un color sì candido e vermiglio, Che tal rosa non sembra unita a giglio.
102
Giunte a Despina queste forosette, La salutaro e la pregaro insieme, Che salir voglia per quell'aspre e strette Valli ad un colle che nebbia non teme, Dove son lor capanne poverette, Ma dove mai nessun sospira e geme; Tale è la pace, e tale è l'allegrezza, Che si ritrova in quella loro asprezza.
103
Si rallegra Despina a questi accenti E segue le sue liete condottiere; E dopo gran fatiche e lunghi stenti Entran, finito l'orrido sentiere, In un gran prato d'erbette ridenti, Rotte da chiare e limpide riviere, Che ornate avean le rive d'arboscelli Per fronde e frutte estremamente belli.
104
Là vacche e tori, e qui bianchi capretti, Qui pecorelle candide, là more Vede; ma non già vede in quai ricetti Guidate sieno da verun pastore, Nè forti cani a lor custodia eletti Per guardarle dal lupo traditore. Vanno esse a lor talento, e ciascheduna Dorme ove vuole, quando il ciel s'imbruna.
105
Del suo maravigliar Leucippe accorta (Una di quelle due Ninfe vezzose) Le disse: Arturo qui verno non porta, Ma a sempiterni autunni ed a odorose Primavere il buon Pan apre la porta: Nè lupi, nè altre bestie insidïose Sono per questi boschi e questi prati; Però non è chi il gregge osservi e guati.
106
Nè s'ascolta fra noi quel duro detto: Questo gregge egli è mio, mio questo armento; Ma ciascun bever puote a suo diletto Il latte, e pigliar puote a suo talento Vitella, agnello o tenero capretto. Nè per amor qui alcun piange scontento; Chè di venir qua su nè gelosìa, Nè l'empia infedeltà sanno la via.
107
E Niside seguìo (l'altra sorella): Leucippe mia la non t'ha detto ancora Quello che più soggiorno tale abbella, E i nostri giorni del continuo infiora: Ma giunta che sarai, Despina bella, Al nostro albergo, e giungeremvi or ora, Tu lo saprai; e n'avrai tal diletto, Che questo dì per te fia benedetto.
108
Or mentre van costoro alla capanna, Udiam un po' ciò che racconta il nano: Il nano, che nel dir piange e s'affanna Alla vaga Climene ed all'umano Guidon, che chiama sua stella tiranna, Perchè dar non gli vuol, se non la mano, La sua sposa leggiadra, e vuol che aspetti A fare il resto ne' paterni tetti.
109
Disse il nano: Regina, il nostro campo Egli è disfatto; e quei che non son morti, Sono fuggiti come razzo o lampo In verso il mare, pe' sentier più corti. I guerrieri migliori al vostro scampo Pensaro un pezzo, e contrastâr da forti; Ma Rinaldo ed Orlando e due giganti Li fecero morire tutti quanti.
110
L'esercito Lapponio anch'esso è spento; I Cafri son fuggiti a rompicollo. Però venuto a voi ratto qual vento Sono, e qual vedi, di sudor ben mollo, Nunzio infelice di sì tristo evento; Perchè, se il cielo ancor non è satollo Di tanto sangue, ancora il tuo non versi; Chè allora sì che noi saremmo persi.
111
Bagnò di belle lagrime le gote A questo annunzio la real donzella. La consola lo sposo in dolci note, E promette in Egitto andar con ella: E perchè del gran Carlo egli è nipote, Vuole che seco la sua donna bella Vada a Parigi; ed ella non disdice A ciò che il suo Guidon di voler dice.
112
Giunti a Parigi, Guidon non si scorda Di mandar al romito i due giganti, Ch'ei fe' cristiani, e tolse dalla lorda Setta de' Saracini empj e furfanti. V'andò un dottore, detto Tiracorda, Ed un chirurgo con unguenti tanti, Che basterìan per un ampio spedale; Tanto a Carlo di lui sapeva male.
113
Giunti costoro al mesto Ferrautte, Lo trovaro che presso era al morire; Nè serviva lancetta o gammautte, O impiastro alcuno per farlo guarire. Bestemmiava il meschino a labbra asciutte; Onde il dottore lo volle ammonire, E disse: Signor mio, questa è la pena Di chi nasce, che nato ei muore appena.
114
Bisogna sopportar con pazïenza Il mal che Dio ci manda. E questo stesso I giganti dicean con riverenza. Al dottore, che stavali più appresso, Diè Ferrautte con somma potenza Nel viso un pugno, che restògli impresso Il segno infin che visse; ond'ei comanda Che lo leghin ben ben per ogni banda.
115
Quindi per certo fraticello invìa, Che stava a far del bene in quel deserto. Giunto all'albergo, dice: _Ave Maria_: E gli è subitamente l'uscio aperto. Vieni pur col malan che Dio ti dia, E come certamente fia il tuo merto, Ferraù grida, e si morde le labbia, E getta spuma per l'insana rabbia.
116
S'accosta il buon padrino al letticciuolo, E gli dice: Fratel, morir bisogna. Io compatisco il vostro affanno e il duolo; Ma tanto è il bene al qual da noi s'agogna, Che a patir tutti i mali un uomo solo Sarebbe meno che un tagliuzzo d'ogna, In paragon del guiderdone immenso, Che Dio ci dona, ignoto al nostro senso.
117
I mali di quaggiù son lieve cosa. Ferraù, che si sente lacerare Dalla infiammazion sua tormentosa, Rinnova il suo tremendo bestemmiare, Che sembra al frate cosa mostruosa; Onde si pone ginocchioni a orare, E prega Dio che ravveder lo faccia, E gli renda salute, ove gli piaccia.
118
In questo mentre che il romito prega, Si disacerba molto il suo dolore; Onde in sè ritornato, il capo piega Pentito al crocifisso suo Signore: Ed il medico allor lieto lo slega. Circonda il padricello almo splendore, Il qual con quella luce alzato in piede, E colmo il petto d'una viva fede,
119
Comanda a Ferraù ch'esca di letto: Ed egli n'esce risanato in guisa, Che a' suoi giorni non fu mai sì perfetto. Poi con voce che l'alme imparadisa, Gli fece uno strettissimo precetto Di ritornare alla montagna Elisa, Dov'ei faceva prima penitenza Con una esemplarissima astinenza.
120
Ferraù gli si getta ginocchioni; E la sua confessione generale Fatta ch'egli ebbe con molti atti buoni, Vestitosi da Fra Conventuale, Gettata la camicia ed i calzoni, Partissi, come a' piedi avesse l'ale, Verso il monte d'Elisa; e vangli avanti Ambo i suoi dilettissimi giganti.
121
Or vanne, fraticello, al monte sacro, E là ti scorda della tua Climene Con digiun aspro, onde diventi macro; E con cilizi e nerbi in su le rene Fàtti di sangue proprio un bel lavacro; E fa talora anche per me del bene, Chè n'ho bisogno. Ma tempo ben parmi, Donne gentili, omai di riposarmi.
CANTO DECIMO
ARGOMENTO
_Invisibil Despina in barca appare_ _Al suo Ricciardo, e scioglie le ritorte._ _Buttano l'empio Fiorentino a mare._ _Nalduccio ed Orlandin frustan la Morte._ _Despina giunge in tempo a liberare_ _E Climene e Guidon da dura sorte._ _Risponde Carlo all'amara imbasciata._ _Scende Orlando nell'isola incantata._
1
Quei gode lieta e avventurosa sorte, Che vive in parte solitaria ed erma, Nè sa che cosa sia cittade o corte; Nè ora si distrugge, ora s'inferma Per van desìo di viver dopo morte; Nè le sue voglie ognor stringe e rafferma A' cenni altrui; nè tra speme e timore Misero invecchia, e più miser si muore.
2
Quel piacer che si cerca, e che si crede Che stia ne' gran palazzi e in grembo all'oro, Tempo è che ignudo alla superna sede Rimenò delle Grazie il santo coro; E delle spoglie sue rimase erede Per nostro scherno il barbaro martoro, Il qual vestito de' suoi lieti panni, Chiunque lo ritrova, empie d'affanni.
3
Solo tra' boschi e le romite ville L'allegra del piacer dolce famiglia Alloggia, e gode l'ore sue tranquille: Ed ei spesso dal cielo il cammin piglia Verso le selve, ed or nel cor di Fille, Ora alberga di Nice in su le ciglia; Quindi ritorna a rallegrar le stelle, Ne fa distinzïon tra Giove e quelle.
4
Ond'è che in verno si lusinghi e spere Unire a signorìa vero diletto, Chi tien parte del mondo in suo potere; Chè acerbe cure egli ha a covare in petto, E d'ogni cosa sempre ha da temere: E con ragion, perchè il Fabro perfetto, Che con peso, con numero e misura Fa il tutto, in questo pose ancor gran cura.
5
Povero sì, ma dolce e saporito Il cibo diede al rozzo villanello; E gli diè sonno placido e gradito, Se letto non gli diede ornato e bello. Nè per quanto sia grinzo e incanutito, V'è chi lo brami chiuso in un avello, Per dar di mano all'oro ed all'argento, E poter dissiparlo a suo talento.
6
La vecchierella alla più fredda bruma Si siede al fuoco con la sua conocchia, E le dita filando si consuma, E tien la nuora in luogo di sirocchia; Talchè lite fra lor non si costuma: Nè v'ha chi scaltro ed amoroso adocchia La donna altrui; chè al villano par bella La propria, e amor per altra nol martella.
7
Non s'odono per quelle amene spiagge Furti, veleni e sporchi tradimenti; Nè chi, presente voi, vi palpi o piagge, E poi lontan vi laceri co' denti, E vostro onore e vostra fama oltragge. Puri costumi in somma ed innocenti, Contrarj affatto alla vita civile, Albergan sempre in quella gente umìle.
8
Ma questa conoscenza più m'accora; Chè son costretto in così chiara corte A stare infin che non avvien ch'io mora. Deh, perchè non trovai chiuse le porte, Roma superba, in quel punto e in quell'ora Che a te guidommi la mia trista sorte! Chè ritornato indietro allor sarìa, E vivrei lieto in qualche villa mia.
9
Chè sebbene m'hai dato onore e robba, M'hai messo ancora un grave peso addosso; Onde forza è che con la schiena gobba Vada, e mi dolga ciascun nerbo ed osso: Chè quel destrier che più s'orna e s'addobba Di briglia d'oro e di pennacchio rosso, Par, ma non è, di più felice stato Di quei che sciolti corron per lo prato.
10
Ma che ha da far con questa nostra istoria Il mio travaglio e la disgrazia mia, Che quasi m'ha levato di memoria Quel che cantar di Ricciardo volìa? Il qual sul lido s'affligge e martoria, Mentre Despina sua fugge e va via. Torniamo dunque a lui; e ognun frattanto Su' mali suoi versi in segreto il pianto.
11
Se vi sovvien, lasciammo Ricciardetto Che s'affannava intorno alla marina; Chè del suo caro ed amoroso oggetto Ne fêro i venti subita rapina. Or mentre ei piange e si percuote il petto, Piccola barca al lido s'avvicina, Ma spogliata è di vele e di nocchiero, Ed era anche un po' rotta, a dire il vero.
12
Il giovin che non vede altra per l'onde Nave aggirarsi, per quanto egli guardi Di qua di là fino all'estreme sponde Dell'orizzonte, senza altri riguardi Vi monta sopra, e s'addrizza là onde I suoi desiri fervidi e gagliardi Lo van spingendo, fermo d'affogare, O la sua donna per tal via trovare.
13
Ma che far puote senza remi e vele, E senza chi per quelle ondose vie Lo guidi? O germe nobile, e fedele Amatore! io vorrei in men d'un die Condurti a lei che ti fugge crudele: Ma poco ponno in mar le forze mie: Però, se non ci veggo altra maniera, Poco ti scosterai dalla riviera.
14
Or mentre Ricciardetto si tapina, E del flusso e riflusso il moto prende, Ch'or l'allontana ed ora l'avvicina Alle spiagge, di cui tanto s'offende, Che pria vorrebbe una tigre vicina; Preso dal sonno sul legno si stende; E quando dorme, ecco una fusta inglese Di pirati, che lui e il legno prese:
15
E perchè veggon ch'egli è ben disposto Della persona, con cento catene Lo legano, e gli stanno anche discosto. Appena egli dal sonno si rinviene, Che muover non si può punto dal posto In cui l'han messo; e ne sente tai pene, Che fa fuoco per gli occhi, e dalle labbia Gli cola giù la bava per la rabbia.
16
Despina intanto da Silvano ha inteso Cose stupende, e segreti sì belli Ella ha da lui e da sue figlie appreso, Che ne san meno certo i farfarelli. Ad essa egli donò di leggier peso Una pietra che spezza i chiavistelli; E di ferro non è catena o toppa, Ch'ella non rompa come un fil di stoppa:
17
Ed altra le ne diede ancor più rara, Che invisibile fa chi tienla in mano; E può passar (vedi che cosa cara!) Con questo sasso certamente strano Ovunque vuol, nè alcun glie lo ripara; Chè come spirto rende il corpo umano: E questa pietra non è l'Elitropia, Che nasce ne' deserti d'Etïopia;
18
Ma è una pietruzza gialla, liscia liscia, Ch'ora nasce nel cuore, or nella testa D'una feroce e velenosa biscia, Che come un gallo in capo ell'ha la cresta, E suona un campanello quando striscia, E va correndo dentro alla foresta. Ma queste cose tutti non le sanno; Nè tutti che le bramano, pur l'hanno.
19
Le diede ancora in una scatoletta Erbe diverse, che col tatto solo Fan medicina subita e perfetta; Di modo che trattengono nel volo L'alma, quando d'uscir da noi s'affretta. Ma de' morti quando un scritto è nel ruolo, Non han virtù di farlo tornar vivo: Nè dico cose false, e non le scrivo.
20
Di queste alcune fanno addormentare; Altre col solo odor tengono in vita. Ma a tempo suo l'udirete contare; Ch'or non importa. Or dunque sì arricchita Despina d'erbe e di pietre sì rare, Nella capanna sua lieta e romita Lascia Silvano con le sue figliuole, Dopo aver fatto insieme assai parole;
21
E torna al lido, e vede in su la riva De' naviganti; onde in mano si pone La gialla pietra, e in mezzo a loro arriva; Ma non intende l'anglico sermone: E monta in barca, che del tutto priva Era di gente, in fuora che al timone Vi stava un marinajo, e al destro lato Del legno vide un uomo incatenato.
22
S'accosta, e vede ch'egli è Ricciardetto; E per pietà si mette a lagrimare: Ma pur chiudendo il suo dolor nel petto, A consiglio miglior vuolsi appigliare. Prende quell'erba del sonno perfetto, E fa il nocchiero tosto addormentare; E poi taglia le gomene, e discioglie Le vele; ed il naviglio se la coglie.
23
All'impensato caso i marinari Si gettaro nel mar tutti di botto; Ma i venti freschi i due leggiadri e rari Amanti si portavano di trotto; Ond'essi ritornaro afflitti e amari Al lido, affatto privi di biscotto. Ma di costoro non m'importa un fico; Però li passo, e nulla più ne dico.
24