Il Ricciardetto, vol. I

Part 16

Chapter 163,946 wordsPublic domain

2

A costoro, che han l'anima per sale, Acciocchè lor carnaccia non si guasti, Che non sanno che cosa è bene o male, Rispondere io non voglio; ma sì guasti Gli uomini sono nell'universale Di giudizio, che ognor fanno contrasti Contro chi delle Muse è innamorato, Che a dir pur qualche cosa io son forzato.

3

Nè parlo in mia difesa; che non sono, Mia sventura, ad Apollo accetto e grato: Parlo per qualcheduno ingegno buono, Dalla natura a gran cose formato, Che non potendo chiuder sì gran dono Entro i soli confin dell'Inforziato, Or con le Muse in Pindo si consiglia, Or va tra filosofica famiglia:

4

Ed or le greche, or le latine carte Volgendo a lume d'olio o pur di sole, In sè raduna le sentenza sparte Per le romane e l'ateniesi scuole; E appresa del ben dir ciascuna parte, Guida gli uomini poscia ovunque vuole. Questi, che spende i giorni in tal fatica, Per detto di costor s'ha stimar cica?

5

E stimerassi uom saggio, e a' sommi onori Quei s'alzerà, ch'averà meglio in mente Il Ridolfino e simili dottori? E chi cantando dolcissimamente Di sua man Febo adornerà d'allori, Sarà mostrato a dito dalla gente, Come uno sciocco, come un spensierato, E come uom a far nulla in terra nato?

6

Tal ha le carte in mano e giorno e notte, Perch'è un somaro, ed il latin non cape, E non è posto fra le genti dotte, E sol di curia un qualche poco sape. Non gli son dalle lingue aperte e rotte Le vesti, e posto infra le menti sciape, Se ne fa conto; e sol guai a colui Che non giuochi, ma canti un verso o dui.

7

Altri servo è d'Amore, altri dell'oro: Quegli piange perchè madonna è cruda, E questi perchè fa poco tesoro: Quei, per piacere alla sua bella druda, Ogn'impiego acciabatta, ogni lavoro; Questi per guadagnar s'affanna e suda; E compatito è quei, questi invidiato, Ed il poeta solo è biasimato.

8

Ma perchè non m'offusca sì la vista La difesa ch'io prendo de' poeti, Ch'io voglia porre in così chiara lista Subito quei che la marina Teti Sanno nomare, e la palude trista D'Averno, e di Vulcan le industri reti; E sanno dir begli occhi ed aureo crine, Fronte d'avorio e labbra coralline;

9

Io dico chiaro, che nessuna stima Ho di chi solo accozza tanto quanto Quattordici versacci con la rima. Il gran poeta non l'annaso al canto Unicamente, ma vo' che m'imprima Un non so che di nuovo, che d'incanto Abbia sembianza; e voglio che in lui sia Una bella e divina fantasìa.

10

Vo' che le umane e le divine cose Sappia, quanto saper puote un mortale; E con le vaghe idee e luminose Per l'aëre più puro ei batta l'ale; E della terra nelle parti ascose Entri, e discorra come l'acqua sale In cima a' monti, e come perdut'abbia Il sal che avea nella marina sabbia.

11

In somma, quando io dico un buon poeta, Dico una cosa rara e pellegrina, Che grazia di natura e di pianeta A nascere fra noi raro destina: Ma non vo' già che dall'alba a compieta Diguazzi ognor nell'onda caballina; Nè che ad ogn'or sul Menalo e 'l Permesso Riposi, sol contento di sè stesso.

12

Chè quasi in ogni età fûro ben molti E sommi duci e sommi imperadori, Che in braccio ancora delle Muse accolti Bella vittoria coronò d'allori: Anzi d'april non son sì spessi e folti Per le campagne i leggiadretti fiori, Come gli uomini illustri che del paro Trattâr la penna ed il fulmineo acciaro.

13

E quanti fur, che con la toga in dosso In mezzo ai Padri nell'ampio senato Il poetico foco da sè scosso, In grazïoso sermone e posato Dier salute alla patria, ed il già mosso Periglio a' danni suoi fu dissipato? Ma non ho tempo, e Despina non vuole Ch'io spenda qui tutte le mie parole.

14

Se vi sovvien, la povera ragazza, Lasciato il suo amoroso Ricciardetto, Se ne andava, di duolo e d'amor pazza, A tutta briglia per entro il boschetto: E non le importa se casca la guazza, E se un ramo le graffia il viso e il petto; Chè nol sente, e se il sente non le importa: Ch'esser vorrìa sepolta, non che morta.

15

Perchè quando han bevuto daddovero Il veleno d'Amor le poverelle, Non sol non han più voglia nè pensiero Di feste e giuochi e d'altre cose belle, Ma si starìano dentro un cimitero Senza vaghezza di veder più stelle, E saprebber morire: e ne son morte Per troppo amor, ma non già del consorte.

16

Ma la malizia loro è tanta, e tale È la vergogna, che sono capaci Di mostrar odio ferino e mortale A chi consumerebbero co' baci, E di far vezzi a quei che voglion male. Nell'opre in somma e ne' detti mendaci Nascondon così bene il lor desìo, Che appena appena lo conosce Iddio.

17

Così fuggendo il suo piacer, Despina Camminò il resto della notte oscura, E ritrovossi poscia la mattina In un'aperta e fiorita pianura; E visto il tremolar della marina, D'andar al lido, quanto sa, procura. Vi giunge alfine, e vi trova una barca, E tosto con i suoi sopra v'imbarca.

18

Ricciardetto, che andolle sempre appresso (Ma con svantaggio; chè partì primiera), Giunse nel piano in quel momento stesso Che la donzella in barca montata era. Se restasse quel misero di gesso, Il pensi chi d'Amore è nella schiera. Volle gridare: Aspetta, non partire; Ma non potè nè men la bocca aprire.

19

Pur corre a quella volta come puote Speditamente, e vede ancora il legno. Col bianco fazzoletto mille ruote Fa, perchè intenda la crudele il segno. Despina il vede, e si bagna le gote Di pianto, per lasciar giovin sì degno; Ma l'onestade in lei ha tal vigore, Che vincer può la signorìa d'Amore.

20

Onde non solo non ritorna al lido Con la sua barca, ma fa tutte sciorre Le vele, e dassi affatto al mare infido; Sopra il cui dorso non cammina o corre, Ma vola il legno, e dell'amante fido Si cela agli occhi, che non si san tôrre Da quella vista; e piange e si dispera, E chiama ingrata la sua donna e fera:

21

E dice tali e sì triste parole, Che fino i sassi hanno pietà di lui; E le fiere e gli augelli, e l'aura e il Sole Par che mostrin dolor de' casi sui; E il mar, che sordo e barbaro esser suole Alle querele ed a' sospiri altrui, Pur si commosse; ed al lido ogni pesce Corre ad udirlo, e del suo mal gl'incresce.

22

Ma lasciam che si dolga in su la riva, Ed aspetti l'imbarco; chè non voglio Seco star, finchè un legno non arriva; E seguitiam Despina, che l'orgoglio Prova de' venti, e misera e cattiva Si vede aprir la barca in uno scoglio, E il vecchio Adrasto con i due giganti Perire, e tutti gli altri naviganti.

23

Ella sola si salva; chè s'aggrappa A certi sassi, e generosa e franca Meglio che puote dalla morte scappa; Indi cade sul lido, e da man manca Vede un vecchio villano con la zappa. Avea costui una gran barba bianca, Placido in vista e di buone maniere, Quanto permette il rustico mestiere.

24

Ma la bella Climene e il fraticello Mi fanno cenno ch'io ritorni a loro; Però lascio Despina e il villanello, E in man riprendo quest'altro lavoro. Climene, udita di Guidon suo bello La voce, che la trasse di martoro, Fuggì verso di lui, e lasciò in asso Il frate che si dava a Satanasso.

25

Il qual, mentre a seguirla si dispone Acciecato dall'ira e dall'amore, Cade alla peggio in mezzo d'un burrone, Ed ebbe di morir giusto timore. Si ruppe un braccio, e si sciupò un gallone; E fu tal l'acerbissimo dolore, Che perse la favella, il senso e il moto, E restò tra que' sterpi come un voto.

26

Certi pastori poi, che lo trovaro, Mossi a pietade del suo tristo caso, Alla capanna loro lo portaro, Ch'essere il dì potea verso l'occaso. Qui pure in breve tempo capitaro (Ve' se Fortuna gli vuol dar di naso!) Climene con Selvaggio, ed è lor dato Piccol tugurio al buon romito a lato,

27

Che nel vederli si muore di rabbia: E perchè non si puote ruticare, Sta zitto zitto, e si morde le labbia, E di core si mette a bestemmiare. Quei, che tartassa l'amorosa scabbia, Comincian dolcemente a ragionare; E si dicon parole inzuccherate, Che sono al frate tante stilettate.

28

Se ode a ventura rompersi una frasca, O nulla nulla tremolare il palco, Subitamente pare che s'irasca, Come destriero al suon dell'oricalco. Climene intanto si leva di tasca Uno specchio, che fatto era di talco, Per ricomporsi il crine, e farsi ognora Più bella per colui che tanto adora.

29

Il qual dice: Climene, il nostro amore E' non è nato, come gli altri, in terra: Ha principiato in ciel: che assai poche ore I tuoi begli occhi al cor mio fecer guerra. Appena appena il mattutino albore Apparve in cielo, allor che Cloride erra Presso Zeffiro suo, che ci guardammo; E poco dopo, come sai, ci amammo.

30

Dolce mia vita, ho sempre avanti agli occhi Quel giorno lieto, quel dolce momento, Che da sì grato amor noi fummo tocchi. Ma quando mi farai, bella, contento? Il frate allor (come fulmin che scocchi Da nera nube spezzata dal vento), Non mai, rispose, infin ch'averò vita; E a questo dire si morde le dita.

31

Si riscosse Climene a quella voce. Guidon, che il vede in sì misero stato, Chi t'ha posto, gli dice, a cotal croce, Che mi rassembri un spirito dannato? Il romito, che amore ed ira cuoce, Lo guarda con un occhio stralunato, E non risponde; e pare un pipistrello, Quando un lo affligge con lo zolfanello:

32

Che il naso e i labbri move in forme strane: E se non fosse fracassato tanto, Adoprerìa più volentier le mane. A cui Guidone, Un uom, come te, santo, E superiore alle miserie umane, Disse, dovresti con letizia e canto Sopportare cotesta tua disgrazia, Che a' buoni è cara più, quanto più strazia.

33

Disse un pastore: Il pover uomo ha rotto Il destro braccio e fiaccata una coscia. Seguir tu mi dovêi con minor trotto, Disse Climene, e più pensare al poscia; Chè adesso tu non sei sì giovinotto Da poter faticare senza angoscia. Allora Ferrautte disperato Urla, che sembra proprio un spiritato,

34

E le dice: Crudel, perchè m'insulti? Vanne col vago tuo, dove ti piace, E lascia me per questi orridi e inculti Luoghi a cercar la mia perduta pace. E perchè pare a lui che lieto esulti Guidon di quel tormento che lo sface, Gli dice: Se avverrà ch'io mai risani, Vedrai quanto è il valor di queste mani.

35

Guidon, che stima questo tempo perso, A piè del letticciuolo del romito Sopra del fieno stesosi a traverso, Alla sua donna fa cortese invito, Ch'ivi pur venga; e nel piacere immerso Canta, che pare un musico perito; Ma termina in sospiri il dolce canto, In acerbe querele e largo pianto;

36

Perchè Climene in conto alcun non vuole Far cosa che a donzella si disdica; E sopra ciò gli dice più parole, Che sono al buon Guidon spina ed ortica. Gli dice ben, che pria fia nero il sole, E salirà su in cielo una formica, Ch'ell'ami altri che lui; e che in consorte Lo accetta, e lo terrà fino alla morte.

37

E lo prega d'andar seco in Egitto, Ove già al padre ella ha spedito un messo, E di questo amor suo a lungo ha scritto: E certo tien che le sarà concesso, Sendo egli figlio di Ruggieri invitto. Di cui il Soldano have il ritratto appresso; E dì non passa ch'ei non ne favelle Or con queste persone, ora con quelle.

38

E tanto sa ben dire e consigliare, Che Guidone s'acqueta e s'addormenta. Lo stesso pur Climene viene a fare; E de' begli occhi l'alma luce spenta, Vicino al frate si lascia cascare: Lo quale tanto il diavoletto tenta, Che le voleva fin col braccio rotto Darle, non so in qual parte, un pizzicotto.

39

O vizio maledetto della carne, Che di senno ci spoglia e d'ogni cosa! Felice chi ti fugge, e chi può starne Lungi, come da peste mostruosa! Nè sì dal falco fuggono le starne, Come da donna bella e grazïosa Fuggir dovrebbe chi brama conforto In questa vita, e dopo ch'egli è morto.

40

Ora in quel moto al misero romito Uscîr di sesto l'ossa un'altra volta, E mugghiava come un toro ferito. Ma per quanto egli gridi, niun l'ascolta; Tanto era dolce il sonno e saporito Della gente che quivi era raccolta. Pur si sveglia Climene, e lo richiede Di che si dolga; ed ei grida: Mercede!

41

E le mostra pendente il braccio destro: Ed ella che sapea di chirurgìa, Glie lo raggiusta proprio da maestro, E lo lega con tanta leggiadrìa, Che preso il frate di dolcissimo estro, Su la man, che d'avorio par che sia, Dà un bacio, e dice: Suora, Iddio vel merti, E suoi don sopra voi sien sempre aperti.

42

Ma già per più spiragli entra la luce Nella capanna, e cantan gli augelletti. Guidone, il forte e generoso duce, S'alza, e prega con dolci e grati detti Il frate (giacchè a tale lo conduce La sua fortuna) che a guarire aspetti; E gli promette mandargli tra poco E medici e chirurgi, e servi e cuoco.

43

E per man presa la bella Climene, Parton dalla capanna allegramente; E appena usciti, veggono che viene In verso loro un nano egro e dolente. Ma della guerra più non ti sovviene? (V'è chi mi dice disdegnosamente). Me ne sovviene; e se aspettavi un poco, Vedevi ch'era giunto ora il suo loco.

44

Dietro allo Scricca, che il diavol sel porta, Va Orlando e seco gli altri paladini; Giacchè tutta è disfatta e quasi morta L'Egizia gente. Il Cafro, che vicini Ode i nimici, al mare si trasporta, Ove ha sue navi; ed ancore ed uncini Fa tagliare in un attimo, e si parte Con tutte l'ampie vele all'aura sparte.

45

Sopra Franco naviglio entrano anch'essi, E dan la caccia alle fuggenti vele: Ma già per l'aria spaventosi e spessi I nuvoli appariscono, e crudele Minaccian pioggia; onde umili e dimessi Pregano i naviganti che si cele La nave lor nel sen d'un'isoletta, Ch'è nominata l'Isola Perfetta.

46

Questa era l'isoletta della Giara, Conforme scrive il nostro Garbolino, A' signori di Scozia un dì sì cara, Finchè non cadde nel crudel domìno Di Manganoro e di sua gente amara, Tutta quanta del rito Saracino; Il qual la fece con ripari assai Sicura sì, da non pigliarsi mai.

47

E voltata la prora a quella via, Tanto fêro, ch'in tempo v'arrivaro, E scampâr da procella iniqua e ria. La notte entro del porto si fermaro In una bella e comoda osterìa. Venuto il giorno, lieti si levaro; E quale andò per l'isola a diporto, E qual volle fermarsi dentro il porto.

48

Astolfo pose il piede in un boschetto, E andò tant'oltre, che smarrì la strada. Ritornò verso il mare, e un ruscelletto Vede sì chiaro, che molto gli aggrada La sua vista, e di gioja gli empie il petto: E mentre all'erba, ed ora all'onda ei bada, Vede un angiol del cielo addormentato Su quell'erbetta; ed ei gli siede a lato.

49

Donzella sì gentil non fe' natura, Com'ella era costei; onde l'Inglese Ringraziando la sua buona ventura, Senz'altro dire in braccio se la prese. Ella svegliata, colma di paura, Grida: Villano! e fa le sue difese. A quelle grida vengono infiniti Uomini d'arme e cavalieri arditi.

50

Astolfo, ch'era lieve di cervello, S'era levato l'elmo, ed in disparte Posta la lancia per parer più bello; Onde assalito poi per ogni parte, Cesse al destino suo crudele e fello; Nè gli valse virtù, vigore ed arte; Chè colto all'improvviso e in quel contrasto Ercole ancora vi sarìa rimasto.

51

Egli dunque restò preso e legato, E condotto davanti al Saracino, Che Manganor per nome era chiamato. V'era Fioretta sua, che 'l paladino Avea di sottomettersi tentato, La quale se ne stava a capo chino. Giunto davanti al Turco il cavaliero, Quei più dell'uso dimostrossi altero;

52

E disse: Brutto traditor villano, Tu porre insidie al mio reale onore? Tu di mia figlia ardisti, iniquo e insano, Macchiare il puro e virginal candore? Or ti voglio impiccar di propria mano, E aprirti il petto, indi strapparti il core. Ma non è da capestro il tuo peccato; Vo' che di dietro un pal ti sia ficcato.

53

Quindi ordina che sia condotto in piazza, Ed impalato all'usanza turchesca. Astolfo guarda la gentil ragazza, E pietà chiede in favella moresca; Ma di parole anch'ella lo strapazza, E dice: Come vuoi che mi rincresca Di vederti far male, se testè Tu volesti far male ancora a me?

54

Singhiozza Astolfo, e le dice fra' denti: Poter di Giove! i nostri mali sono, Bella Fioretta, troppo differenti. Io mi pensai di farti un dolce dono, Dono che seco non avea tormenti; Ma tu mi lasci al boja in abbandono. Deh! almeno non voler, bella Fioretta, Che m'impalin costor con tanta fretta.

55

Muori pur, disse la cruda donzella, E dal balcone vo' starti a vedere. Or mentre seco Fioretta favella, Egli è tratto da' birri a più potere Nella gran piazza in maniera aspra e fella; E quivi il boja gl'ignuda il messere, Ed a' ginocchi poi le man gli lega. Sospira Astolfo, e tutti i Santi prega:

56

E chiede per pietade un quarto d'ora Per Dio pregare; e il sir glie lo concede: Ma quel palo in veder tanto lo scuora, Che d'apprensione pria morir si crede. Pensa all'entrata, e come ha da uscir fuora: Già per la gola passar se lo vede, E dice, vôlto al cielo, umile e queto: Domine, non vorrei quel palo dreto.

57

Ma se le colpe mie sì gravi e spesse Meritan questo sì crudel martoro, Le voglie mie ho nelle tue rimesse: Vissi Cristiano, e da Cristiano io moro. Non ho colpa di boria o d'interesse: Sopra la carne ho fatto un reo lavoro. Signor, riguarda a tua bontà infinita, Non alle colpe di mia trista vita.

58

Ma il quarto è già passato, e dalla loggia Fa cenno Manganor ch'egli s'impali. Tratto è per aria in aspra e crudel foggia Il mesto Inglese da due funi eguali; E il boja dietro il palo omai gli appoggia; Quale in sentirlo diede in smanie tali, Che legato com'era fece un moto, Che il messer per allor gli restò vôto:

59

E faceva sì bene all'altalena, Che il boja non potea far ben l'offizio. Or lo tocca col palo in su la schiena, Nelle cosce or, nè mai nell'orifizio. Tutta rideva la di popol piena Ritonda piazza a sì strano esercizio; Quand'ecco il buon Rinaldo ed ecco Orlando Che van slargando la folla col brando;

60

E giunti dove Astolfo era pendente, Lo sciolser presto presto, ed un macello Fecer di quella saracina gente. Poi van dove del rege era l'ostello; E Manganoro, già di sdegno ardente, Lor viene incontro armato d'un martello, Che dove batte, stritola e rovina, Se fosse una colonna adamantina.

61

Fioretta anch'essa del padre in soccorso Manda la gente in arme la più chiara. Rinaldo verso il rege a tutto corso Si move, e con la sua nodosa e rara Lancia lo fere; ma, come ape all'orso, Fu quel suo colpo al sire della Giara, Il quale tira a lui tal martellata, Che n'ebbe quasi a fare una frittata.

62

Cade Rinaldo, e sembra come estinto: Orlando piange sotto dell'elmetto; Poi trae la spada, e verso il re si è spinto, E grida: Hai morto il mio cugino eletto; Ma tosto fia che del tuo sangue tinto Io vegga il suolo, e il corpo tuo negletto. Ed in ciò dir gli dà colpo sì strano, Che il martello gli fa cader di mano;

63

E con un altro gli taglia la testa; Quindi torna a Rinaldo, e si consola, Chè vede come ancora in vita ei resta. Sen fugge l'altra gente, anzi sen vola Al rudo aspetto di sì rea tempesta, E lasciano Fioretta sola sola; Alla qual corse Astolfo, e disse in fretta: Bella mozzina, chi la fa l'aspetta.

64

Io voglio impalar te con quello stesso Palo con cui tu me impalar volesti. Piange Fioretta, e con volto dimesso E con accenti dolorosi e mesti Lo prega che non dia 'n un tale eccesso; Chè non mancan mannaje nè capresti. Quando ei voglia usar seco sua sevizia. E fare un'apertissima ingiustizia.

65

Rispose Astolfo ripieno d'orgoglio: Non ragionar di forca o di mannaja; Hai da morir di palo: io così voglio, E godo che ciò asprissimo ti paja: E per non perder tempo, già ti spoglio. Fioretta allora, come una ghiandaja Grida, ed un morso appicca su le mani Ad Astolfo, che fallo dare a' cani.

66

Orlando, ch'ode sì fatta contesa, Disse ad Astolfo: Di che si quistiona? Ed egli al conte: La medesma offesa Vo' fare a questa ragazza poltrona, Ch'ella a me fare era pur dianzi intesa. Rispose Orlando: Il Cristiano perdona, E rende ben per male: e spezialmente Quando del fatto il nimico si pente.

67

Ma quando d'una femmina si tratta, Non vedrai libro di cavalleria, Che niuno, se non è persona matta, Esorti a farle affronto o villanìa. Ancor se del tuo sangue ella s'imbratta, La donna è gentil cosa, e non è ria. La bellezza è il suo dono di natura; Nostro è il senno, l'ardire e la bravura.

68

Però non ponno, e non san fare offese, E van del paro con li fanciulletti, Che capaci non sono di difese, Per non aver ben fermi gl'intelletti, E senno tal da maneggiare imprese. Però, se vuoi tra' cavalier perfetti Aver luogo, convienti perdonare. Rispose Astolfo: Io non lo posso fare.

69

Vedi quel palo là di sorbo o fico? Se tu tardavi, d'ordin di costei M'entrava ove si soffia al beccafico. Or questo palo entri un po' dietro a lei: E s'io non faccio questo che ti dico, Di dietro a me ne possano entrar sei. Rispose Orlando: Corpo di san Piero! Astolfo mio, tu se' pazzo da vero.

70

Alla Fioretta poi si volge il conte, E le domanda che gli voglia dire Per qual cagione tali offese ed onte Fêsse ad Astolfo. Ed ella: Eccelso sire, (Disse con bassa e vergognosa fronte) Il padre mio dannò questi a morire, E non già io; se ben l'opere sue Furon degne di morte e ancor di piue.

71

Io me ne stava un giorno per piacere In una selva alla città vicina, Con le compagne mie cacciando fere. In seguirne una, verso la marina Mi trovo, e stracca mi pongo a sedere Su l'erba presso l'onda cristallina D'un fiumicello; e la stanchezza e il loco Mi fêro addormentare appoco appoco.

72

Or quando sono nel sonno più forte, (Vedi, signor, quanto rossor mi tinge Il volto, e pare che a tacer m'esorte; Ma la giustizia a favellar m'astringe) Ecco costui che con maníere accorte M'annoda con le sue braccia e mi stringe: Mi sveglio, e grido, e fo cose di fuoco; E cielo e terra a mio favore invoco:

73

E mentre io mi difendo, ed ei m'assale, Ecco i miei cacciatori all'improvviso Che fan prigion quest'uomo sensuale, Ed un corre a mio padre a darne avviso. Pensate voi se glie ne seppe male. Accesa brace si fece il suo viso: E m'incontra gridando: Figlia mia, Ov'è colui che ti fe' villanìa?

74