Il Ricciardetto, vol. I

Part 15

Chapter 153,950 wordsPublic domain

Poi esce fuora, e accendono un gran foco; Chè avevan freddo, ancor che fosse agosto; E mentre un de' giganti dorme un poco, L'altro passeggia, e sta guardando il posto. Ricciardo intanto in questo ed in quel loco Cerco aveva all'aperto e di nascosto, Dal primo primo albòr fino a quel punto, Della sua donna, e a caso era ivi giunto.

39

L'aperto masso e la notte inoltrata Lo consigliaro a quivi riposarsi; Ma contesa gli vien tosto l'entrata Dal fier gigante, ed ei non vuol ritrarsi; Ma pensa con la lancia alla sfatata Tirare un colpo, e subito sbrigarsi Da quel cimento: e di fatto tirollo, E gli prese la mira in mezzo al collo.

40

Splendea la luna, e del suo puro argento Era bello a veder sparse l'erbette; Quando il gigante pien di reo talento Con la ferrata mazza il percotette; Onde al suol cade; ed ei d'averlo spento Certamente nell'animo credette. Si sveglia a quel romor Despina bella, Ed esce fuor della sepolta cella;

41

E intesa la battaglia, veder vuole L'ucciso cavaliere; e il vede appena, Che si fa del color delle vïole, E quasi cade per soverchia pena. Adrasto vuol saper cosa le duole: Ella non parla, e guarda su l'arena Tutta dolente il morto giovinetto, E dice: M'uccideste Ricciardetto.

42

Adrasto corre subito, e dislaccia La visiera al garzone, e il polso tasta; Ma gli par freddo, e che affatto egli taccia. Despina anch'essa intorno al cor gli attasta; E credendolo morto, indi l'abbraccia, E dice: Senza te dunque rimasta Sarò, Ricciardo mio? E qual gradita Cosa senza di te sarammi in vita?

43

Io per fuggirti, e tu per ricercarmi, Ci avrà Fortuna finalmente estinti? Ah perchè volli meco uomini ed armi? E voi, chi meco a vïaggiar vi ha spinti? Ben teco, Adrasto, ho di che querelarmi, Che le prime mie voglie, i primi istinti Mutar volesti: ch'io te sol pregai A venir meco, e ad altri io non pensai.

44

Troppo fu stolto e barbaro il consiglio Di prendere costoro in mia difesa. Era io pur certa che in simìl periglio L'anima tua sol del mio amore accesa Venuta ella sarebbe; e che vermiglio Avresti fatto alla prima contesa Del tuo bel sangue il suol, Ricciardo amato. Oh quanto costa un pensier mal mutato!

45

So ch'eri forte e ripieno d'ardire. Ah fossi stato nell'ardir men caldo, Che fatto non ti avrìa costui morire! Ma Orlando tu non eri nè Rinaldo; Chè l'età tua ciò non potea soffrire. Col tempo certo ancor di lor più saldo Saresti stato, e allor con tutti quanti Avresti ben pugnato aspri giganti.

46

Or non dovevi, la mia dolce vita, Imprender pugna tanto disuguale. Ma il sonno ha te pur anco e me tradita: Che s'io era desta, non v'era alcun male; Ch'io subito sarei qui fuori uscita; E ravvisatoti a più d'un segnale, Avrìa gridato al custode: Crudele, Questi è Ricciardo, il mio amator fedele.

47

E mentre così dice, il viso bagna Di Ricciardetto con un caldo pianto, Che sempre cresce, e punto mai non stagna. Per quell'umore si risente alquanto Ricciardo, e in suono languido si lagna. Despina in sentir ciò si pon da canto, Ed ordina ad Adrasto che portato Sia nell'antro, e con balsami curato:

48

Poi si ritira nella sua celletta, Tutta speranza che sano egli sia. Adrasto intanto quanto può s'affretta Perchè ritorni tosto in gagliardìa; Quando Ricciardo in voce languidetta Dice: Despina cara, anima mia, Ecco io mi muojo; e ciò lieve mi fora, S'io ti vedeva un'altra volta ancora.

49

Un'altra volta ch'io t'avessi visto, Sarei stato quaggiù tanto beato, Che nè men morte m'avrìa fatto tristo. Ma giacche così scritto era nel fato Ch'io non dovessi di te fare acquisto, Despina bella, o almen morirti a lato, Sola una grazia mi farìa contento In questo estremo mio crudel tormento.

50

La sola grazia che qualcun di voi (E rivolse ad Adrasto ed a' giganti Languidi e lagrimosi i lumi suoi) Se alla bella Despina unqua davanti Giungesse, morto ch'io sarò da poi, Le dica: Il più fedel de' tuoi amanti, Il Franco Ricciardetto nel cercarti Restò morto, e vuol morto ancora amarti.

51

E qui divenne un gelo, ed oscurosse, Qual Sol per nuvoletta il suo bel volto, E d'un freddo sudor tutto bagnosse; Talchè del viver suo temette molto Despina, e verso lui ratta si mosse, In lagrime amorose il cor disciolto: E mentre è intenta a sue mortali angosce, Ricciardetto apre gli occhi, e la conosce.

52

Qualor la faccia del sereno cielo Austro di nubi portator confonde Con largo troppo e tenebroso velo, Onde a noi Giuno la pioggia diffonde; Se Bórea sparso il crin di neve e gelo, Bórea che il vago piè trattiene all'onde, Gli esce contro improvviso, in un baleno Fuggon le nubi, e torna il ciel sereno;

53

Così tornaro serene e tranquille, Al comparir della bella Despina, Dell'amoroso giovin le pupille; E per soverchia gioja si rifina, E vuol parlare, e mille volte e mille Si prova; e quando a' labbri s'avvicina, Per cominciare la prima parola, Il timor glie la torna nella gola.

54

Despina anch'essa lui riguarda, e tace, Nè sa, nè può formare un solo accento; Ma or s'arrossisce come accesa brace, Or trema come canna esposta al vento; Or gode d'esser seco, or le dispiace; Or piange per dolore, or per contento: In somma non si sa quel che si voglia; Chè or una impera ed ora un'altra voglia.

55

In fine i chiari spirti e generosi Tutti raccoglie; e in maestà composta, Gli dice: I casi tuoi son sì pietosi, Che ad usarti mercè m'hanno disposta; Mercè che a te convenga e a' glorïosi Natali miei, ancorchè in parte opposta All'ombra invendicata del germano, Che contro te mi pose il ferro in mano.

56

Fora ben giusto ch'io tornassi al campo Col teschio tuo reciso, or che mel porge Fortuna in dono, e niun conforto e scampo, Come tu vedi, al tuo fuggir si scorge. Ma vivi; che sebbene io d'ira avvampo Contro di te, ragione e pietà sorge A tuo vantaggio, e vuol ch'io sia cortese Con un che in foggia sì crudel m'offese.

57

Indi esce fuora della grotta oscura, Monta sul suo cavallo, e fugge via; E con le mani la bocca si tura Per non dar segno della doglia ria Che il cor le spezza, e l'anima le fura; E la sua gente appresso a lei s'avvìa. Ricciardo nella grotta resta solo, Pieno di maraviglia e in un di duolo.

58

Pur, come può, rimonta sul destriere, E vuol seguirla; ma tanto è lontana, Che di giungerla è forza che dispere. Ma lasciamlo ire, e lasciam che inumana Chiami Fortuna, ed empia a più potere; E ritorniamo al frate, che l'umana Amabile Climene va cercando Per l'erto monte, e sempre sospirando.

59

Sorte benigna glie la fa trovare In mezzo a cento lupi, e quasi morta; Chè contro tanti non si può ajutare. Infra que' lupi il romito si porta, E con la spada in mano fa un tagliare Di lor, che la metà quasi n'ha morta. Fuggono gli altri: resta il frate ed ella Soli in un bosco. O ve' che cosa bella!

60

Qui senza porla molto in sul lïuto, Le disse Ferraù candidamente, Come Amor del suo bel l'avea feruto, E in moglie la volea sicuramente; E in caso di strapazzo o di rifiuto, Ch'era disposto allora immantinente, Col testimon di un leccio o d'un cipresso, Del corpo suo di prendere possesso.

61

Climene a quel parlar restò di pietra; Poi preso spirto, Cavalier, gli disse, Dal tuo il mio voler già non si arretra; E quel sarà di noi che il ciel prefisse. Ma senza canto e senza suon di cetra, Tra queste di augelletti antiche e fisse Case fronzute ed alberghi di fiere, Proverem d'Imeneo l'almo piacere?

62

Salghiam quel colle ove un pastore alberga: Ivi sarai mio sposo, io tua consorte. E par che in così dire ella si asperga Tutta nel volto di color di morte, E che il romìto nel piacer s'immerga; E dice: A quel cammin le vie son corte; Andiamvi pure. E la prende per mano, E glie la stringe il furfanton pian piano.

63

Per via frattanto gli dice Climene: Giacchè la vita da te riconosco, E d'Imeneo mi stringon le catene All'amor tuo che sì grande conosco, Fammi un piacer, signor, se mi vuoi bene. Finiam la nostra vita in questo bosco. Rispose Ferraù: L'Angel di Dio T'ha mostrato sicuro il desir mio;

64

Chè ad altro io non pensava che al ritorno Della mia cella in Spagna. Ma che importa Che in Francia o in Spagna sia nostro soggiorno? Ma come la tua mente si conforta A star ne' boschi, e non andar attorno A feste, a giuochi, come l'uso porta Delle cittadi? Ed ella: S'io son teco (Ve' s'era furba!), a nulla ciò m'arreco.

65

Mentre van ragionando in questa guisa, E fa smorfie al romito la donzella, E di sangue di lupi tutta intrisa, Gli dice, e ride: Oh questa veste è bella! E pare proprio di nozze divisa; S'ode una voce che Climene appella. Climene a quella voce a sè ritira La mano, e il frate co' morsi martira.

66

Come suol cagnolino che tra via Perduto abbia il padrone, e fame il morda, Al primiero che gli usa cortesìa, Fa festa e salta, e a seco gir s'accorda; Ma se ode il fischio usato, a quel s'invìa, Nè del nuovo signor più si ricorda; Anzi, se vuol fermarlo, d'ira ardente Rabbuffa il dorso, e a lui digrigna il dente;

67

Così del caro suo Guidone amato Sentendo ella la voce, a lui s'indrizza; E fugge sì, che cervo spaventato Sembra pe' campi, o giostrator per lizza. Rimane Ferraù strasecolato Alquanto; poi ripien d'ira e di stizza Le corre appresso. Or noi che far vogliamo? Seguirli, oppure a Carlo ritorniamo?

68

Torniamo a Carlo, e ragioniam di guerra (Chè il favellar d'amor sì di seguìto Viene a fastidio); e mentre gira ed erra Dietro a Climene il cupido romito, Miriamo la battaglia e il serra serra, E il parapiglia e il popolo infinito Di combattenti tra Mori e Cristiani, Che menan tutti due bene le mani.

69

Conforme io vi narrai, preso il comando Dell'armi, il conte si diede a pensare Al luogo, al tempo, alla maniera, al quando S'ha a dar battaglia, e come s'ha da fare. Se aspetta l'inimico, oppur col brando L'assale in campo; e questo a lui ben pare Miglior consiglio, ancor che molti intoppi Ci sien; ch'essi son pochi, e quei son troppi.

70

Ma la virtude ed il valor sovrasta Al numero di molti. Adunque ei ferma Che allo spuntar del dì, di spada e d'asta S'armi ciascuno; e la per anni inferma Gente in Parigi che sarà rimasta, Vuol che salga su i merli, e lì stia ferma Per apparenza, e per mostrare in vista Che di soldati è la città provvista.

71

Ordina poscia che Astolfo conduca Cinquemila cavalli; e vuol che tutti Vestan di un color d'oro che riluca; E son da lui della maniera instrutti, Che han da tener tosto che il giorno luca. Sotto Rinaldo poi solo ha ridutti Cento guerrieri; ma di valor tale, Ch'Africa tutta manderìano a male.

72

Di ventimila fanti dà l'insegna Al buon Dudone: ad Ulivier commette Un drappello di gente eletta e degna, Che vuol che vada ove più gli dilette; A' due giganti poscia egli consegna Della più bella gioventude elette Forse due mila; e di falci da fieno Gli arma, e di zappa da scavar terreno;

73

Perchè vuol che costor contro i Lapponi Vadano, quando vederanno accesa La pugna con lo Scricca e suoi campioni, E che Dudon si troverà in contesa Co' fieri Egizj e con gli altri baroni; Perchè vuol che l'entrata sia contesa A coloro nel campo, perchè fanno Troppo crudele e non previsto danno.

74

E loro ha poste quelle zappe in mano, Perchè facciano un fosso alto e profondo, Dove andranno i giganti a mano a mano Scaricando le reti del lor pondo; E con le falci in modo acerbo e strano Andran mietendo, col menarle a tondo, E gambe e pance e colli di que' mostri, Degni di star giù ne' tartarei chiostri.

75

Egli poi col figliuolo di Zerbino, E con quegli altri paladini illustri Terrà dal campo lontano il cammino, E per boscaglie e per luoghi palustri Dietro allo Scricca si porrà vicino; E sarà pensier suo, come s'industri D'attaccarlo nel tempo e la stess'ora Che Astolfo attaccherà la gente Mora.

76

Cercato han di Guidone e del romito E del buon Ricciardetto; ed han timore Che ciascuno non sia morto o ferito. Imperocchè l'immenso lor valore Non sfuggirebbe un così dolce invito A bella gloria, a sempiterno onore, Qual è quel di difender da' nimici I parenti, la patria, e in un gli amici;

77

E dopo gran ricerca, vien lor detto Che sono stati visti dalle mura Uscir; ma che ciascuno iva soletto, E in cor chiudea non so qual aspra cura; E che v'era talun che avea sospetto D'un qualche tradimento o di congiura. Orlando grida: Questo esser non puote; Chè per lungo uso l'opre lor son note.

78

Nulladimen, perchè la cosa è grave, Ed importa saperla veramente; Chè talvolta di dove men si pave Ne viene la sventura di repente, E son le umane menti tanto prave, Che ben fa chi non fidasi nïente; Fa molti a sè chiamar di quei spïoni, Che de' nemici osservano le azioni:

79

E sa da loro, come il buon Guidone Acceso per Climene egli è d'amore, E che lei segue, e che v'è opinïone Ch'ella senta per lui lo stesso ardore: Che, persa il frate la divozïone, Per quella stessa abbia piagato il core; E in somma, che Ricciardo per Despina S'affligga per amor sera e mattina.

80

E narra come Despina è fuggita, Nè si sa dove; e che i miglior guerrieri La van cercando; e come pure è gita Climene, e seco ell'ha di cavalieri, Per ritrovarla, una turba infinita. Orlando rasserena i suoi pensieri A queste voci, e dice sorridendo: Chi pecca per amore, io non riprendo.

81

Ma se mancano a noi tre forti eroi, Spogliato l'inimico affatto affatto (Come sentite) egli è de' campion suoi: Però domane egli sarà disfatto. Io veggo la vittoria ch'è per noi. E disse questo in così nobil atto, E con tanta allegrezza, che ognun crede Già di vedersi l'inimico al piede.

82

Stabilita la cosa in guisa tale, Vanno a dormire, e ciaschedun soldato Fa qualche sogno orribile e bestiale. Ma lo Scricca ancor esso ha ben pensato Per fare a Carlo, quanto ei può, del male; Ma il suo disegno troppo gli ha guastato La fuga della figlia, e con la figlia Il più bel della marzïal famiglia.

83

Il campo egizio ancor sta sottosopra, Perchè Climene in busca di Despina È gita; e mentre in cercarla s'adopra, La forte gioventù seco cammina. Onde convien che scarso valor copra L'armata; e se fortuna ai Franchi inclina Il favor suo, chi riterrà la piena Dell'armi che Vittoria in giro mena?

84

Pure in tre corpi il campo hanno diviso: Uno è tutto di Cafri e di Negriti, Gente d'acerbo e formidabil viso; E tanti son che sembrano infiniti. Lo Scricca lor comanda, e in soglio assiso Ragiona ai capi, e dice: Siate arditi; Chè la fortuna ajuta i coraggiosi, Nemica de' codardi e neghittosi.

85

Un altro è di quei tristi Lapponcelli Nimici capitali di natura. Vanno a brigate come van gli agnelli, Incapaci però di far bravura; Ma di soppiatto, come i ladroncelli, Fanno gran danno, e più se l'aria è oscura. Questi non hanno imperadore o duce, Ma van dove il capriccio li conduce.

86

Il terzo egli è di Egizj e di Persiani: E tanti son, che d'armi e di bandiere Empiono gli alti monti e i larghi piani, E fan, fuorchè a' Franzesi, un bel vedere: E chi ha mazze ferrate nelle mani, Chi torte sciable; e tutti han fosche e nere Le sopravvesti; ed è gente feroce, E molto più che non si spiega in voce.

87

Il suo gran male egli è che s'è smarrita Climene, la sua bella e valorosa E saggia guida; ond'è mezza stordita; E ancor che tanta sia, sta timorosa, Nè puote esser da alcuno incoraggita; Chè i migliori guerrieri l'amorosa Fiamma che li arde per Climene bella, Li ha tratti fuor del campo a cercar quella.

88

Il Consiglio di guerra fu d'avviso, Che il dì seguente non si dia battaglia, Per veder se fra tanto viene avviso Che torni alcun di quei guerrier di vaglia, Che van perduti appresso d'un bel viso. Ma questa volta lo Scricca la sbaglia; E s'avvedrà che cosa si vuol dire O l'essere assaltato, o l'assalire.

89

Già il negro manto suo di stelle asperso Da per tutto disteso avea la notte; E la civetta col suo tristo verso Cantava in cima alle muraglie rotte; E 'l Sonno di papaveri cosperso Usciva fuor delle cimmerie grotte, Per far che l'uomo stanco si ripose Dalle opere del dì gravi e nojose;

90

Quando lo Scricca si pone a dormire, E poi sul far del dì fa un sogno strano, E strano sì, che non lo sa capire. Pargli tener tigre crudel con mano, Che d'uman sangue la vede sitire; Poi scorge un giovin Franco da lontano, Che vàlle incontro; e al suo venir si stacca Da lui la tigre, e col giovin s'attacca.

91

Ma quando pensa che piagato e morto Ell'abbia il Franco, vede che pentita Del suo rigor, non gli fa danno o torto, Ma l'accarezza; e quegli a sè l'invita, E mostra in seco star gioja e conforto: Poi dagli occhi improvvisa gli è sparita; E vede il Franco che pel suo partire Si sente di dolor quasi morire.

92

Quindi in un tratto vede immenso mare, E la tigre che l'onde portan via, E in terra ignota la scorge approdare; Indi la vede che al bosco s'invia, Ed inselvata poi più non appare. Mira alfine che il Franco la giungìa. Che della tigre va seguendo l'orme, E per cercarla non mangia e non dorme.

93

E mentre ei sta guardando il cavaliero, Ecco che vede cinta di catene La tigre, tratta da un gigante fiero; E vede come il Franco a guerra viene Con quel superbo, e che di sangue nero Tinge il suo ferro e quelle asciutte arene; Onde muorsi il gigante; e ch'ei ferito Scioglie la tigre, e poi cade sul lito:

94

E vede che la tigre, come puote, Gli dà conforto; e che, la sua mercede, Da quel subito male ei si riscuote. Poscia un'estrema maraviglia vede, Che l'occhio e l'intelletto gli percuote, E che sognando ancora non la crede: Vede la tigre che con bassa fronte Va con quel Franco ad una bella fonte;

95

E quivi giunta, l'elmo si discioglie Il cavaliero, e di quell'onda l'empie; Indi asperge la fiera che raccoglie L'umore appena in su l'irsute tempie, Che dell'esser di tigre par si spoglie; Nè più d'ugne crudeli, acerbe ed empie Son guernite sue zampe, e donna sembra Di vaghe e belle e grazïose membra.

96

E mentre egli la guata fiso fiso, Si ruppe il sonno, ed il sogno disparve; Lo qual lo Scricca ora egli mise in riso, Chè volentier si burla delle larve; Or da' varj pensieri fu conquiso: Ch'esser la tigre simile gli parve Alla sua figlia; e allor meno comprende Di quel che ha visto, e sonno più non prende.

97

Orlando intanto e gli altri suoi guerrieri Già di Parigi sono usciti fuora, E tutti sono per i lor sentieri; Talchè prima che in ciel la bella Aurora Tutta ornata di rose coi destrieri Compaja, sopra della gente Mora Saranno i paladini; ed improvvisa Côlta da lor, sarà disfatta e uccisa.

98

Le sentinelle del campo africano Non posson veder nulla, perchè il cielo È nubiloso: e poi dal basso piano S'alza una nebbia, che d'un nero velo Li copre; nè veder ponno lontano, Non dico mica un gran tratto di telo, Ma neppure una spanna: e tai prodigi È fama che facesse Malagigi.

99

Giunto alle tende de' Cafri feroci, Astolfo fa sonar trombe e tamburi. Lo Scricca e gli altri si armano veloci; Ma i Franchi omai intrepidi e sicuri Comincian la battaglia: e gridi e voci S'odono, e colpi da spezzare i muri. Orlando anch'esso attaccata ha la mischia, E il buon Dudone agli Egizj la fischia.

100

I giganti frattanto hanno abbozzato Il largo e fondo pozzo; e ognun lavora Per far che quanto prima sia formato. Chi lo smosso terreno porta fuora, E chi portato lo mette da lato: In somma molto prima dell'aurora Han fatto un pozzo largo venti braccia. Nè vede il fondo suo chi vi s'affaccia.

101

Sul far del giorno sentono i Lapponi Come anitre cianciar dentro agli stagni, E l'Alba salutar con certi suoni Che sembrano zampogne di castagni. Urlano i due giganti, e sembran tuoni; E con essi urlan pure i lor compagni, Che con le adunche falci in un momento Entrano in mezzo al loro alloggiamento:

102

E mentre van tagliando come fieno E teste e colli e petti e gambe e mani, I due giganti che le reti aviéno, Come gli storni per i larghi piani, Allora che anneriscono il terreno, Prendono a sacchi gli accorti villani: Così prendevan quelli tratto tratto I Lapponi, ch'egli era un gusto matto.

103

E qui correvan subito al gran pozzo, E sbattutili prima in su l'orliccio, Li traevan nel fondo orrendo e sozzo; E tante volte fêro questo impiccio, Che arrivavano quasi fino al gozzo Dello scavato; ond'io mi raccapriccio In ripensare a quella orribil caccia: Quindi è che in fuga ogni Lappon si caccia.

104

Ma non son soli i Lapponi a fuggire; Chè l'esercito Cafro è anch'ei disfatto; Onde allo Scricca infin convien partire; Ma perchè vil non vuol parere affatto, Infra i Cristiani si mette a ferire; Quando ecco Orlando sopraggiunge a un tratto, La cui venuta lo sturbò in tal modo, Che disse: Io scappo, e chi mi segue io lodo.

105

Ma negli Egizj la virtù non langue, E fanno cose in verità stupende. Dudon piagato versa molto sangue, E prigioniero condotto è alle tende. Rinaldo, inteso questo, come un angue Sopra i nimici rabbioso discende: E qui s'attacca una mischia sì dura, Che al sol pensarla muojo di paura.

106

Or lasciam queste guerre maladette; O se pur hassi a ragionar di guai, Ragioniam delle belle lagrimette Che mandan fuori di Despina i rai. Sembrano perle orïentali schiette; Ma di lor hanno più valore assai, Non presso a ciaschedun, ma presso a quello Che de' begli occhi suoi è cattivello.

107

E parleremo in questa congiuntura, Com'è dover, del miser Ricciardetto, Che si dispera, e dassi alla ventura, Tanto è l'aspro dolor che chiude in petto, Per lei seguir, che il fugge e il cuor gli fura. Ma prima andiamo a cena, e poscia a letto; Chè con voglia di fame e di dormire Ben si può sbadigliar, ma non già dire.

CANTO NONO

ARGOMENTO

_Lasciato il bel Ricciardo in grande arsura,_ _Despina al lido naufraga sen viene:_ _Ferraù più di Cristo non si cura;_ _Cade, e si storpia per seguir Climene._ _Astolfo è presso a un'aspra impalatura,_ _Da cui Dio scampi ogni anima dabbene._ _Fioretta abbraccia la Fede cristiana._ _Ferraù per miracolo risana._

1

Udito ho dir da certi saputelli, Che dan di naso alle fatiche altrui, E mezzi buoi e mezzi somarelli Hanno del tutto gl'intelletti bui; Che le Muse son peste de' cervelli; E che chi vuol far bene i fatti sui, Fugga Apollo più ratto, che non feo La ritrosetta figlia di Penéo.