Part 14
Ricciardetto era un garzoncel ben fatto, E che sempre alle donne piacque molto. Non era bianco assai, nè bruno affatto; Ma d'un color che gli fea bello il volto; Colore ad un guerriero assai ben atto. L'occhio bruno egli aveva, e in esso accolto Era tutto quel brio di cui son pieni Gli astri d'inverno ai cieli più sereni.
96
Grande era di statura, ma non tanto Ch'egli uscisse da' limiti del giusto: Era forte, era allegro e magro alquanto, Ma ben piantato, ed agile e robusto. Se l'udivi parlare, era un incanto; Che nell'arte del dire avea buon gusto. Era affabile ancora, era cortese, Com'esser suole ciaschedun Franzese.
97
Giunto avanti a Despina il giovinetto, Vuol salutarla, e perde la parola; E il cor gli batte forte forte in petto, Nè gli escon che sospiri per la gola: Pur prende lena, e in suono languidetto Dicea: Donna in bellezza al mondo sola, Ho sentito di voi ragionar molto; Ma più mi dice adesso il vostro volto.
98
E intendo or come le parole elle hanno Forza minor degli occhi e del pensiero; E per molto che dicano, non sanno E non possono mai giungere al vero. Tante ricchezze in voi raccolte stanno, Che ben si vede che in voi sola impero Han le Grazie ed Amore e il sommo Giove; Onde nova beltà sempre in voi piove.
99
Ma pur queste bellezze, onde splendete, L'innamorata mente alquanto intende: Ma chi potrà discernere le mete Della luce che sì chiara vi rende? Luce onde l'alma vostra ornata avete, E che di fuor sì ben traluce e splende, Come facella che traspar per velo, E come il Sol per nubiloso cielo.
100
Veggio nel lume de' begli occhi vostri Folgoreggiare il vostro bello interno, O bella donna, onor de' tempi nostri, E alle future età dolore eterno; Degna che tutti i più pregiati inchiostri Parlin di voi, se il giusto ben discerno. Spero che forse non avrete in ira, Se il mio core per voi piange e sospira.
101
Io so che in odio avete il nome Franco, E che morto bramate Ricciardetto; Ma viemmi ognor bella speranza al fianco, Nè vuol ch'io spenga il principiato affetto. Io vi darò senz'armi e prigion anco Lo sfortunato incauto giovinetto; Chè pur ch'io ottenga il vostro dolce amore, Non mi cal s'io divento un traditore.
102
Despina, mentre seco egli favella, Lo guarda fisso in viso, e divien rossa; E in quel suo rosseggiar divien più bella; Poi gli risponde: Cavalier di possa, Non sdegno chi mi loda e chi m'appella Vaga e gentil; chè affronto, nè percossa È questa per chi il ciel fe' nascer donna, Ancorchè lasci per pugnar la gonna;
103
Ma di Ricciardo al pari, Amore ho a sdegno. Solo ti posso dir per tuo contento, Che niuno appresso a me mai giunse al segno Che tu giungesti; chè per te mi sento Cor men feroce e men crudele ingegno: E se altro duce a me, che il tradimento, Ti guidava, saresti oltre più giunto; Ma mi spiacesti, e t'abborrìi in quel punto.
104
Ti torno a dir che Ricciardetto avrai, Rispose il Franco; nè, come ti credi, Sarò chiamato traditor giammai. E qui piangendo se le getta a' piedi, E dice: Avanti a te quel perfido hai, Quel Ricciardo di cui la testa chiedi; Quel Ricciardo a' cui danni ti se' mossa, Tutta menando l'africana possa.
105
E se tu vuoi che per tua mano io cada, Qual morte sarà mai più fortunata? Indi denuda la sua propria spada Per darla a lei, che in viso assai turbata, A quel che le dice or, nulla più bada; Ma dolce dentro, e di fuor aspra il guata, E dice: Traditore empio e villano, Tu se' quel che uccidesti il mio germano?
106
Fuggi dagli occhi miei; fuggi, crudele; Sarà mia cura il ritrovarti in campo. Nè così presta in mar, sciolte le vele, Nave si fugge, o disparisce il lampo, Come ella tutta lagrime e querele Parte da Ricciardetto, che niun scampo Vedendo all'amor suo, tristo e pensoso Torna a Parigi, e di morir voglioso:
107
E dice tra sè stesso per la via: Che fia di me, se m'odia la mia vita? Se la mia speme è la nimica mia? Amore, a te mi volgo; a te di aita Bisognoso ricorro in così ria Tempesta, che tu sol puoi far finita. E mentre così prega, una colomba Ecco che sopra lui s'aggira e romba.
108
Onde felice augurio egli ne prende, E tempra in parte il giusto suo dolore; Entra in Parigi, ed in palazzo ascende, E si rassegna a Carlo imperatore; Poi vanne al quartier suo, nè foco accende; Chè non vuol cena. Pien di tristo umore Vassene a letto; ma non dorme mica; Chè gli sembra giacere in su l'ortica.
109
Despina anch'essa non ritrova pace; Chè l'è piaciuto Ricciardetto molto; Ma pur come nemico le dispiace: Or prigion lo vorrebbe, ora disciolto; Ora piagato a morte, ora vivace; Ora i begli occhi e il grazïoso volto Del giovinetto in lei lo sdegno ammorza; Or lo raccende, e l'ardor suo rinforza;
110
E sembra madre in mezzo a due figliuoli, Ambo feriti, ambo vicini a morte; Che appena avviene ch'un di lor consoli, Che piange l'altro, e vuol che lo conforte: Ond'ella, acciò non restino mai soli, Stringe l'un, guarda l'altro, e la lor sorte Deplora, e in un la sua; e in questa guisa, Perchè ama entrambi, stassi in due divisa.
111
E che dirà, dicea, raccolta insieme Africa, e il padre e l'ombra del germano, Quando vedrà che Amor mi calca e preme Col suo piede, non sol per uno strano Nato d'Europa nelle parti estreme: Ma, quel che monta più, per un Cristiano, Per l'uccisor di mio fratel, per cui Condussi armata in Francia Africa e lui?
112
Che dirà il fior de' giovan saracini, Verso l'ardor de' quai fui sempre un gelo, Quando saprà com'io mi pieghi e chini All'amor d'un per cui gli uomini e il cielo Pregai contrarj e i suoi e i miei destini? Ah! pria ch'io stenda un così nero velo Su le bell'opre e sul candor degli avi, Subita morte le mie luci aggravi.
113
Ma che potrò far io? e quale schermo Trovare in tanta mia miseria estrema? S'io lo sfido a battaglia, il core infermo Già prima di sfidarlo in sen mi trema; S'io non lo sfido, e tengo saldo e fermo Fuggirlo, il campo per leggera e scema Terrammi, e forse timida e da nulla, E che son veramente una fanciulla.
114
O sommo Amore, onnipotente Dio, Or di te il tutto credo; ora conosco Che niun può contrastare al tuo disìo. Tu i pesci in mare, e tu le fere in bosco, Tu per l'aria gli augelli, e quanto uscìo Dal caos fuora inordinato e fosco, Tu Giove in cielo accendi, e gli altri suoi Numi; e giù nell'inferno ancor tu puoi.
115
Cedo alla forza tua, cedo al valore; Ed Africa ragioni a suo talento. Ma sarà vero, ed avrò tanto core D'amare un che il germano, aimè! m'ha spento? Un germano, non vinto per valore, Ma per insidie e infame tradimento? Ah che dentro dell'anima mi sgrida L'ombra sua, e m'appella iniqua e infida.
116
Sorella infida, e barbara Despina, Dell'omicida mio perduta amante! Sarai tu dunque, ahi! più ch'onda marina, Più che foglia volubile e incostante? Tu dunque stringerai sposa e reina Una destra del mio sangue grondante? E sarà la tua gioia e il tuo conforto Un ch'odia i nostri Dei, un che m'ha morto?
117
Ove sono i sospiri e i lunghi omei Che alla trista novella di mia morte Spargesti? e dove i voti a' sommi Dei Di vendicarmi vigorosa e forte? Troppo di me scordata tu ti sei, Ma più di te; nè in ciò colpa ha la sorte: Tutto il peccato è tuo. Amor non puote Sopra alma grande che da sè lo scuote.
118
Così lo spettro del germano estinto Seco ragiona: e l'afflitta donzella Or ha di morte il viso suo dipinto, Or di Ricciardo la sembianza bella La riconsola, e il superato e vinto Suo spirto allegra, come suol facella, Quando di quell'umore che le manca, Altri le porge, e sua virtù rinfranca.
119
Passò tutta la notte in tristi e vari Pensieri, e finalmente in un si ferma, Qual è, soletta di passare i mari, E girne in parte solitaria ed erma, Finchè il nemico a disamare impari, E sana torni di piagata e inferma; E chiama Adrasto, il vecchio suo scudiero, E gli apre questo suo strano pensiero.
120
Resta il vecchio a quel dir stupido affatto, Nè le sa dare, nè le può risposta. Pur dopo essere stato un lungo tratto Muto, le dice: Che folle proposta È quella che mi fai? Fuggir sì ratto Dal padre, ancor non sai quel che ci costa? A te costerà infamia, a me la morte; Benchè per tua cagion ciò non m'importe.
121
E quando veramente ferma sia Di volerti partir, deh! lascia almeno Che vengan con noi due in compagnìa Lo Sparviere e il Falcone, in cui non meno Alberga fè che ardire e gagliardìa. Africa ed Asia in tutto il lor terreno Non han giganti simili a costoro. Disse Despina: Or vanne dunque a loro.
122
Adrasto cerca e trova i due giganti, E dice loro, come vuol Despina Averli seco; chè certi arroganti Cristiani porre a morte ella destina; Ma che del partir loro a niuno avanti Parlin; chè l'opra ha esser repentina. E seco alla regina li conduce, Quando appunto del dì venìa la luce.
123
S'arma da capo a piede la donzella, E nel vestirsi lagrima e sospira; Poi bacia e abbraccia la sua damigella, Ed ora i suoi, or Parigi rimira; E, oh me beata, s'era manco bella! Dice tra sè. La fante si martira, Chè non sa quello che la sua signora Ha dentro il cor, che tanto l'addolora.
124
E perchè teme di sinistro evento, Quanto ella può la supplica e scongiura Che lasci per quel giorno ogni cimento. Despina allora: Non aver paura, Le dice in fioco e tremolante accento; Poi le soggiunse: Alla tua fede e cura Commetto che nascosta ora tu vada A Ricciardetto, e gli dia questa spada;
125
E gli dica: Despina a te mi manda Con questo dono, crudel dono e fiero, Come a nemico; e insiem si raccomanda Alla memoria tua, al tuo pensiero. Questo era il ferro onde sperai ghirlanda Porre d'alloro sopra il mio cimiero, Per la vendetta del germano estinto; Ma in altra parte il core Amor m'ha spinto.
126
La damigella parte frettolosa Verso Parigi, e Despina si move Co' suoi compagni. Tacita e pensosa Esce dal campo, e va, ma non sa dove. Sul mezzogiorno in una valle ombrosa Tutta di piante verdeggianti e nuove Giunge, e s'asside colma di tormento Sopra un ruscel che avea l'acque d'argento.
127
Ma della cetra or s'è rotta una corda, Perchè sonata io l'ho più del dovere. Or mentre la rïarmo, e che s'accorda, Parlate tutti e datevi piacere; Tanto più che allegrezza non concorda Col nuovo canto pieno di spiacere; Ma non per questo vi sarà men grato, Se averò Febo, come io soglio, a lato.
CANTO OTTAVO
ARGOMENTO
_Il frate torna a delirar d'amore._ _Parte Despina, e Ricciardetto trova._ _Climene fugge dal fratesco ardore,_ _Despina da Ricciardo, e il duol rinnova._ _Lo Scricca un sogno fa pieno d'orrore,_ _E tutto in fatti poi vero lo prova._ _Orlando capitano ordina un pozzo,_ _Che s'empie di Lapponi infino al gozzo._
1
La Fortuna è una Dea senza cervello; E però tutto il giorno fa pazzìe: Or questi abbassa, ed ora innalza quello: Delle genti ama sempre le più rie; Ed è della virtù vero flagello: Ha una mano gentil, l'altra d'Arpìe; Quindi è, che sempre ruba e sempre dona, E consola e tormenta ogni persona.
2
E come il Sole, a noi quando compare, Spoglia di luce le lontane genti; E quando torna ad attuffarsi in mare, Rallegra gli altri, e noi restiam dolenti: Così Fortuna appunto usa è di fare; Chè giorni non vi sono, ore o momenti Che sien felici altrui, che quegli stessi Non rendan gli altri di miseria oppressi.
3
Carlo l'altr'ieri era ridotto a tale, Che il regno dato avrìa per tre quattrini; E si formava l'arco trïonfale L'altero Scricca co' suoi Saracini. Ora lo Scricca s'è condotto male Per l'arrivo de' forti paladini; Ma molto più quando saprassi in campo Che Despina è partita come un lampo.
4
La damigella dunque a Ricciardetto Dice quanto le ha detto la padrona: E lo trova che ancora egli era a letto, E che dormiva appunto in su la buona. Gli balzò il core subito nel petto; E guardando la spada, che gli dona La bella donna, cento volte e cento La bacia, e va piangendo pel contento.
5
Poi dona alla donzella cento doppie, E dice: Torna al mio bel sole, e dille Ch'ardo per lei, più che non fan le stoppie, Quando il villan le sparge di faville. Ma ve' che l'ambasciata non mi stroppie: Altrimenti finite son le spille, Finiti gli aghi, le stringhe e gli aghetti, E quanto penso ch'a donna diletti.
6
Lasciate fare a me, gentil signore, Dice la donna, e statevi sicuro. Indi si parte con allegro core; Perchè il danaro è rimedio sicuro Per temperar d'ogni animo il dolore. Giunge alla tenda, e vede in faccia oscuro Alcimedonte e lo Scricca dolente, E il Fiacca e il Ficca e tutta l'altra gente:
7
Ed appena l'han vista, che ad un tratto Voglion saper da lei dov'è Despina. Dice la donna dolorosa in atto: L'ho vista dipartir questa mattina, Di piastra e maglia, e tutta armata affatto. Disse d'andare sopra una collina Per dar la morte a certi masnadieri; Ed eran seco il Falco e lo Sparvieri;
8
E v'era Adrasto ancora: fuor di questo, Altro non posso dirvi. Immantinente Serpedonte di Nubia pronto e lesto Va verso il monte che sta ad Orïente: Alcimedonte doloroso e mesto Vuol prendere il cammino di Ponente; Il Fiacca e il Ficca vanno in altra parte; Lo Scricca bada al campo, e non si parte.
9
Già pel tranquillo ciel fuggivan via Le stelle; e sparsa di color vermiglio L'alma luce di Venere apparìa; E bianco gelsomino, e bianco giglio Ora di grembo, ora di man le uscìa; E già già Clori con ridente ciglio Volava per l'allegro aer turchino, Mossa dal Sol che le venìa vicino:
10
Quando Carlo si desta, e fa sonare Del gran Consiglio la campana; e intanto Si mette con Orlando a ragionare, Come possano alfin portare il vanto Di sì gran guerra, che lo fa tremare. Dice Orlando: Il timor vada da canto; E piuttosto pensiam come assaltarli, E come tutti romperli e disfarli.
11
In questo mentre viene avviso come Gli scanni del Consiglio ên pieni zeppi Tutti di gente c'hanno vinte e dome Province e regni, e messi i regi in ceppi, Non che tagliate a' lïoni le chiome: Gente che di valor su gli erti greppi Seppero camminare in pelle pelle, Sempre facendo opere illustri e belle.
12
Carlo tosto si muove e seco il conte, Ed entrano ambidue nel gran salone. China il ginocchio, e scopresi la fronte, Mentre egli passa, ogni duce e barone. Carlo con cenni e con occhiate pronte Consola tutte quante le persone; Sale alfine sul trono, e là si assetta, E vuol che ognun si metta la berretta.
13
Ma perchè Carlo è un uomo che si spiccia, Non vuole esordio, e subito comincia: Gran tempo egli è che ci confonde e impiccia L'Egizio e il Moro, e ci divelle e trincia Gli alberi, e miete alla stagione arsiccia Le nostre biade; e ogni anno ricomincia Questo fastidio, o più tosto rovina: Onde vuolci ben presto medicina.
14
Venir bisogna a battaglia campale, E snidar tutta questa empia genìa Da' nostri Stati. Io veggo valor tale Ne' vostri petti, e tanta gagliardìa, Che niuna impresa ci anderà mai male. Risposer tutti: Come vuoi, pur sia. E disser ciò con tale alta favella, Che parve un tuono in orrida procella.
15
A queste voci Carlo si compone In lieto aspetto, e poi dice: Mal crede Gente crudel, nimica di ragione, Delle belle opre e della santa Fede, Se in numero infinito a noi s'oppone Per discacciarci dalla nostra sede; E in van fin qui pugnaro, e pugneranno In avvenir, nè danno a noi faranno.
16
Già molto egli è che questi orridi mostri Ci stanno intorno, e nuocer non ci ponno; Ma sazj ben si sono i ferri vostri Del sangue lor, che quasi uomin fra il sonno Uccideste, e mandaste ai negri chiostri; Chè ognun di voi di molti loro è donno: E puote un Franco solo, e lo vedeste, Pugnar con venti, e troncar lor le teste.
17
Chè non torri superbe e forti mura, Non larghi fossi, non fiumi vicini Fan da' nemici una città sicura; Ma la fede e il valor de' cittadini, Che tutti accenda una medesma cura Del ben comune, e non abbia altri fini; E amor di libertà, più che de' figli, Mova il lor braccio, e regga i lor consigli.
18
Però non temo della gente Mora, Nè de' giganti orrendi e smisurati; Temo sol dell'invidia traditora, Che nascer suol tra i capi più pregiati. Chè se tra i capi sarà pace, ancora Sarà concordia tra i minor soldati; Chè l'umor che verdeggia nelle foglie, Convien dalle radici che germoglie.
19
Il conte Orlando ha già passati i segni E i confin dell'invidia; e questi io voglio Che duce sia di cavalier sì degni. Gente non fia tra voi di tanto orgoglio, Che d'ubbidire a tal guerrier si sdegni: E se bisogna, io scenderò dal soglio, E ubbidïente chinerò la fronte Insiem con gli altri al valoroso conte.
20
A lui dunque ubbidite. Molti capi Rovinano le imprese. Un rege solo Voglion fin le dorate ingegnose api, Ed al piacer di lui reggono il volo; Nè fia che alcuna contro lui s'incapi, Altrimenti vien morta, o messa in duolo. Natura è gran maestra, e mai non erra. Qui tacque, e poi fe' pubblicar la guerra.
21
Ma nel mentre che Orlando al tavolino Si mette a immaginar gli stratagemmi, Torniamo a Ferraù, che sta vicino Di principiare i mali suoi dagli EMMI, O d'esser matto, o di morir tapino. Esser vorrebbe in Scizia o fra i Boemmi: Chè lo stare in Parigi lo rïempie Di vergogna dai piè sino alle tempie.
22
Passò tutta la notte in doglie e in pene Pel suo delitto; ma dal cor non gli esce L'amor della bellissima Climene. Non vorrebbe vederla, e glie ne incresce; Ma il pensier glie la pinge così bene, Che al vecchio foco nova fiamma accresce. Volge altrove la mente, ma non giova; Chè in ogni cosa Climene ritrova.
23
Se fino pensa alla beata cella, Gli viene in testa di farla cristiana, E poi con essa ricondursi a quella. E non gli par mica proposta insana; Ch'ei non ha voti, e voti non ha ella, E il matrimonio è cosa buona e sana. Onde fa conto d'averla in mogliera; E già già pensa a quella prima sera.
24
Ma quando gli sovvien ch'ella è figliuola Del re d'Egitto, e adora Macometto, Dà nelle furie, e strappa le lenzuola, E pargli avere un coltello nel petto, O qualche grosso canapo alla gola; E per la smania balza giù di letto, E passeggia, e s'arrabbia, e non sa quale Rimedio trovar possa a tanto male.
25
Se puolla avere in moglie, pare a lui D'avere accomodate le sue cose Con Dio, col mondo e con gli affetti sui. Onde, per quanto dure e spaventose Gli vengano davanti a dui a dui Le dure imprese, in core egli si pose Di tentar sua fortuna; e travestito Lascia Parigi, da niuno avvertito;
26
E va cercando della sua Climene; Ma non la trova, ch'è andata ancor ella A cercar di Despina, a cui vuol bene, Ancor che l'una e l'altra sia sì bella: Nel qual caso l'amor di rado avviene; Ma vi è sempre astio, invidiuccia e rovella: E sebbene s'abbracciano e fan festa, Dentro, come si dice, è chi le pesta.
27
Pur gli vien detto che verso del monte È gita; e che seco era un giovin Franco Di bella vita e di serena fronte, Di capel biondo, e color rosso e bianco; E giovin sì, che appena par che impronte La lanugine il volto: e gli dice anco Che non è giorno ch'egli non sia seco, E ch'ella non lo guarda d'occhio bieco;
28
E dice che l'udì nomar per via Guidone, se non erra. A questo dire Ferraù resta, qual chi tocco sia Da fulmin che di dentro incenerire Un corpo suole, e far che intero stia: Poi quando principiossi a rinvenire, Spronò il cavallo in verso la montagna, E gelosìa gli è sempre alle calcagna.
29
Ma lasciam questo frate innamorato, E torniamo alla nostra alma Despina, Che porta di Ricciardo il cor piagato, E sopra un fonte d'acqua cristallina Siede su l'erba a' due giganti a lato. Fuor duol non mostra, e dentro si tapina; Ed ora con Adrasto, or co' giganti Parla di cose dal suo amor distanti.
30
E perchè teme che i giganti suoi, Quand'ella sarà giunta al mare in riva, Non vogliano andar seco: Ancora a voi (Dice rivolta a lor lieta e giuliva) Io vo' narrar, qual mi punga e m'annoi Pensier che in mezzo del mio core arriva; Per cui fuggo Parigi e fuggo il padre, Ed abbandono le mie tante squadre.
31
E torna a lor memoria il giuramento Che in Cafria fe' di uccider Ricciardetto; E come tutta l'ira in un momento Si sentì raffreddar dentro del petto; Talchè ogni odio, ogni rancor fu spento Alla vista del vago giovinetto: E fatto il viso di color di rose, Aperse lor le fiamme sue nascose.
32
E che molto pugnò dentro il suo core, Se amare il suo nimico ella dovea, Oppur fuggendo trïonfar d'Amore: Che infin prevalse quel che men volea, Cioè la gloria e il bel desìo d'onore; Ma che tanto al suo grado si dovea: E infin concluse che così romita Volea passare il resto della vita.
33
S'impietosiro i due forti giganti A queste voci, e le giuraron fede E compagnìa; e che sempre costanti Seguiteranno l'orme del suo piede. Li ringrazia Despina, e vuol che avanti Si vada, perchè il dì mancar si vede. Movesi dunque, e in un bosco vicino Entra; chè vuol celare il suo cammino.
34
Il fin del lor vïaggio egli era il mare; Onde van con la testa inver Ponente, Sicuri che in quel verso egli ha da stare. Frattanto il Sol con sue fiammelle spente A poco a poco agli occhi lor dispare. Adrasto dice allora: Inconveniente Parmi l'andar più oltre, or che s'annotta; E meglio fia l'entrare in questa grotta.
35
Era a man dritta un masso alto e scosceso, Nel mezzo aperto; e caprifichi e lecci Avean messo radice e loco preso Fra pietra e pietra; e fean sì begl'intrecci I rami lor, qual alto e qual disteso, Che parve loro tra que' boscherecci Luoghi il più bello; ed uno de' giganti Entra nel masso alla donzella avanti.
36
Battono il foco, e guardan da per tutto, E veggono più addentro altra apertura; Ed evvi un camerin bello ed asciutto: E dicon: Questo è la nostra ventura; Chè per Despina par proprio costrutto. Raccolgon presto erbetta asciutta e pura, E la distendon sopra del terreno; Giacchè copia non han di paglia o fieno;
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Ed i tabarri lor vi stendon sopra, E mangian due bocconi in fretta in fretta. Adrasto intorno alla donna s'adopra; E mentre ch'ella per dormir s'assetta, Le dice che stia calda e che si copra, Perchè l'aria là dentro ell'è freschetta, E ci vuol poco a prender un catarro; E le dà, se bisogna, altro tabarro;
38