Il Ricciardetto, vol. I

Part 13

Chapter 133,945 wordsPublic domain

In una grotta, conforme s'è detto, Vicino al mar, di qua da Cartagena, Ritrovò l'armi il frate benedetto, Che stavan sotterrate nella rena: Ruggine non avean nè alcun difetto, E v'era l'asta d'osso di balena; V'era la spada che fecero i diavoli, Che i ferri taglia come rape o cavoli.

24

Orlando tosto un suo scudiere invìa A Carlo, acciò gli dica ch'è vicino, E che d'un giorno al più tardar potrìa; Ch'entrare ei vuole assai di buon mattino In Parigi. Ricolma d'allegrìa Carlo questa novella; ed il divino Ajuto, quanto può, ringrazia; e vede Che andran le cose sopra un altro piede.

25

Ma più s'accrebbe in Carlo l'allegrezza, Quando sentì ch'è Ferraù cristiano, E che seco ha di sterminata altezza Due giganti, appo i quali Orlando è nano; E che Rinaldo ripien di fortezza È seco, e il buon Ricciardo e Astolfo umano, Ed altri armati di spada e di lancia, Venuti tutti per soccorrer Francia.

26

Or mentre sua vecchiezza egli conforta Con sì buone novelle, un altro messo Da Ponente gli viene, che gli porta Come a Parigi egli ha lasciato appresso, E che saranno ormai giunti alla porta, E forse entrati in quel momento stesso, Ulivieri, Selvaggio e il buon Dudone, Che han mano e petto e fronte di lïone,

27

Quando in Parigi si sparse la nuova Che i tre son entro, e gli altri non son lunge, Della città la faccia si rinnova, Nè tema nè dolore alcun la punge. Carlo esce fuora, e a quanta gente trova, Parla di loro; e alle parole aggiunge Lagrime di dolcezza e di conforto, E dice: Or non mi cal, se sarò morto.

28

Ma vien la notte, del gran dì foriera, Che dar si dee l'assalto generale. De' Turchi ognun sotto la sua bandiera Si pone, e fan lo Scricca generale. Climene armata a centomila impera, Gente crudele, orribile, bestiale: La sopravveste ha di color di brace, E v'è scritto: Da me niun speri pace.

29

Despina anch'essa ha il diavol nella pelle, Nè ritrova la via d'andare a letto: Or riguarda le briglie, ora le selle; Or si prova l'usbergo, ora l'elmetto. Un manto d'oro fregiato di stelle Si pone; e scritte di dietro e sul petto V'eran queste parole: Un sol m'importa, E il voglio ucciso, o resterovvi morta.

30

Comando ella non vuole, e sol co' suoi Amanti brama andar dove le piace. Ma già l'aria rosseggia, e i forti eroi Arde di Marte la terribil face. Chi si veste di duri e grossi cuoi Di tigri e d'orsi, come è l'uso trace; Chi di piastra e di maglia, e chi spogliato Monta a cavallo siccome egli è nato.

31

L'esercito de' perfidi Lapponi, Che son trecentomila, non s'è mosso; Ma per le ville se ne va gironi, E ammazza e ruba, e poi si reca addosso Quanto può di galline e di capponi; Indi si mette dentro a un qualche fosso, E divora così le altrui fatiche; E sembra un'adunata di formiche.

32

Sovra d'un colle a Parigi vicino Cinque o sei miglia, giunge a mezza notte Orlando, e seco ogni altro paladino; E vede tante genti insiem ridotte Sotto Parigi al prossimo estermìno: Pensa e bestemmia chi l'ha lì condotte. Vede pennacchi, e andar bandiere attorno; Chè la luna lucea come di giorno.

33

Fan consiglio fra loro se sia bene Entrar dentro Parigi, o starsi fuora; E star fuora da tutti si conviene. Orlando, Astolfo e Ricciardetto ancora Staranno insieme e attaccheran le schiene Alla diritta della gente Mora: Rinaldo alla sinistra con Leone; E così fare qualche diversione.

34

In mezzo Ferraù co' due giganti Attaccherà con tutta sua potenza; E gli altri paladini poi pe' canti Inquieteranno quella rea semenza. Per vie sicure un uom mandano avanti A Carlo, acciò, venendo l'occorrenza, Li ajuti, e sappia ciò che voglion fare, Credendo ch'egli debbalo approvare.

35

Ode Carlo il messaggio, e il tutto approva, E fa consiglio con i suoi baroni; E vuol far cosa inaspettata e nuova. Io penso, dice, sopra i torrïoni E su le mura, ove in ozio si cova La forza e il fiore de' miglior campioni, Poca gente lasciarvi, e quella ancora Che al mestier di pugnar venne pur ora;

36

E in tre corpi partir le nostre genti; E quando l'oste ad assalir ci viene, Tutti e tre per tre strade differenti Andargli addosso, come si conviene. Così a Orlando sarem corrispondenti; E spero che la cosa anderà bene. Piace il consiglio a tutti; e ad Ulivieri Dà il primo corpo ed i miglior guerrieri;

37

Il secondo a Scipion, l'altro a Selvaggio: Carlo resta in Parigi alle bisogna. Già moveva il suo lucido vïaggio La bella stella; e tinta di vergogna L'Alba venìa, che le vien detto oltraggio, Perchè d'amor per vecchio sposo agogna; Quando fiero e terribile rimbomba Là il corno Moro, e qui la Franca tromba.

38

Come il turbato mar l'onde sue spezza, E le solleva fieramente in alto, Biancheggiando alla riva, e con prestezza Vengon l'una appo l'altra, e tutte a salto Sembran destrier che rotta han la cavezza; Così per dare a Parigi l'assalto Veniva in vista più superbo e atroce Il saracino esercito feroce.

39

Ma come appunto, allor che il lido tocca, Lo strepitoso mar perde sua forza, E torna indietro, e si chiude la bocca; Così l'ardire in un tratto s'ammorza In quella tanta gente Mora e sciocca, Vedendo che a combattere la sforza Il Cristiano già fuora delle mura; Onde si ferma, e s'empie di paura.

40

Grida Climene, e bestemmia lo Scricca, E fa il diavolo a quattro ancor Despina; E di là il Fiacca, e di qua corre il Ficca Per tener la milizia in disciplina. Orlando intanto dietro lor s'appicca, E con la spada tutti li rifina. Astolfo e Ricciardetto fan lo stesso; Ed hanno un monte già di morti appresso.

41

Rinaldo e il fier Leon menan le mani Spesso così, che sembrano su l'aja Battere la saggina, oppure i grani. I due giganti n'han morti migliaja, E nel campo hanno fatto di gran vani; Chè quelle reti non sono una baja, Perchè ne prenderan mille alla volta, E poi con essi van girando in volta.

42

I Saracini assaliti davanti, Vanno fuggendo indietro pel timore; E quelli offesi indietro, vanno innanti: Onde nel mezzo si fa tal romore E stretta tal, che da sè stessi infranti, Or l'uno or l'altro illanguidisce e muore. Lo Scricca, che perdente omai si mira, Con quei pochi che puote si ritira.

43

Fa Carlo anch'esso sonare a raccolta, Ma i paladini non l'odono ancora; E là dove l'armata ella è più folta, Fan correre di sangue un'ampia gora. Sol Ferraù l'amica tromba ascolta, Ed esce tosto di battaglia fuora; E nell'uscir s'incontra con Climene: Ella in vederlo il suo caval trattiene;

44

Indi lo sfida a singolar tenzone In parte dall'esercito discosta. Ferraù che la reputa un campione, Accetta allegramente quella posta. Ella si muove, ed entra in un vallone: Ferraù l'accompagna costa costa; E quando soli sono in un bel piano, Alle lancie ambidue danno di mano.

45

Climene Ferraù colpisce in fronte, E Ferraù Climene in mezzo al petto. Braccio più forte Orlando e Rodomonte Non hanno, disse il cavalier eletto. La donzella a quel colpo par che smonte Dal destrier; così duro fu in effetto: Pur si rafferma in su la sella; e intanto Le rotte lancie lor metton da canto,

46

E dan di mano alle spade taglienti, E sembran fabbri in su la forte incude. Diluviano le punte ed i fendenti; Ma nïun de' due, benchè molto sude, Impiaga l'altro. Serra bene i denti Il frate, e pien di voglie acerbe e crude Mena un colpo su l'elmo alla donzella, Che se la coglie in pieno, la sfragella.

47

Per sua fortuna la prese da parte, E tanto ne tagliò, quanto ne prese: Ed ecco biondeggiar le chiome sparte, E folgorar due belle luci accese D'ira e vergogna, da piagare un Marte. Rimase il frate con le braccia stese, Apre la bocca e spalanca le ciglia, Attonito per tanta maraviglia.

48

Così talora il pellegrin, dolente Per povertade, e rotto dal cammino, Vinto dal mal della fame presente Non sa che farsi, e se ne sta tapino; Ma se a sorte col piede di repente Urta in qualche moneta d'oro fino, La guarda, e pel piacere si scolora; Tale in quell'atto fêssi il frate allora.

49

Getta la spada a terra e le s'inchina; E le chiede perdono del mal fatto; Indi al destriero suo ei s'avvicina, E la prega a discendere ad un tratto. Placata allor la barbara regina Discende, e il guarda assai cortese in atto; E dice lui di vergogna dipinta: Tu se' il mio vincitore, io son la vinta.

50

Ferraù gentilmente le risponde, Che vincitor di donne non fu mai. Ella raccoglie le sue trecce bionde In aurea rete, e co' suoi dolci rai Guata il guerrier, che alquanto si confonde, E si sente nel cor del foco assai. La donzella lo prega che si scioglia L'elmo; chè di vederlo in viso ha voglia.

51

Ferraù l'ubbidisce; e su l'erbetta Stracchi ambidue si mettono a sedere. Climene di suo stato e di sua setta Gli parla; ed ei l'ascolta con piacere. Amore intanto nel cor lo saetta, E lo riduce tutto in suo potere; Onde strappa il cappuccio e la pazienza, Nè vuol più cella, nè più penitenza:

52

E comincia sott'occhio a riguardarla, Ed a scusar la fragile natura; E con le mani innaspa, mentre parla. Tenerlo addietro Climene procura, E dice: Cavalier, ragiona e ciarla Quanto tu vuoi; ma tieni alla cintura Coteste mani. Ed egli le ritira, E borbotta fra' denti, e poi sospira;

53

E quanto più la guarda, più s'imbroglia. S'alza Climene; ed ei si raccomanda, Che seco un altro poco seder voglia, E ch'egli metterassi più da banda. Proposito d'amanti è come foglia, Dice la donna, che il vento tramanda: S'io ti siedo vicino un'altra volta, Tosto il cervello tuo torna a dar volta.

54

Pur voglio compiacerti, e veder quanto È il tuo valore; e di nuovo s'assetta. Astolfo errando sopra un colle intanto È giunto, e vede i due sopra l'erbetta; Onde s'accosta loro, ed in un canto Si pone, e la leggiadra giovinetta Riguarda spesso e il cavaliero scaltro; Ma conoscer non può l'una nè l'altro.

55

Alfin s'accorge ch'era Ferraù, Quell'eremita santo e benedetto, Quel tanto innamorato di Gesù, Che poneva le spine sopra il letto, Nè voleva del mondo saper più; E sente come tutto pien d'affetto Prega la donna che gli abbia pietade, E che gli voglia ben per caritade:

56

E le comincia a dir cento bugìe, Com'egli è re di Murcia, e che la vuole Prendere in moglie. Ed ella: Un altro die Ci rivedrem; chè il capo ora mi duole; E poi le sacrosante leggi mie, Che tutto Egitto riverisce e cole, Non vo' prevaricar. Tu se' Cristiano; Ed io non credo che nell'Alcorano.

57

Se ti facessi Turco ancora tu, Forse allor mio consorte io ti fare'. A Climene si volge Ferraù, E la riguarda, e dice: O santa Fè, Soffrilo in pace: io non ne posso più. E dice: Io mi farò, donna, per te Tutto quello che vuoi. Ed alza il dito, E grida: Ecco un novello convertito.

58

Astolfo allor di santo zelo avvampa, E scappa fuora, e dice: Frate porco! Si vede ben che sei di mala stampa. Chè non s'apre la terra, e giù nell'orco Non piombi, pasto dell'eterna vampa? O ve' che anima sozza e core sporco! E con la spada addosso se gli serra, E principian tra loro un'aspra guerra.

59

Vista Climene attaccata la zuffa, Si slontana da loro, e fugge via. Vedendola fuggire, il frate sbuffa; Ma Astolfo il batte con gran gagliardìa, Chè i pensieri d'amor gli guasta e arruffa; Chè se col capo nulla si disvìa, Si sente su le spalle e su le rene Colpi che il fanno tritolar, ma bene.

60

Ferrautte nell'armi era più destro D'Astolfo, e più robusto e nerboruto; Ma per allora Iddio fece maestro Il buon Inglese contra quel cornuto, Che di lussuria portato dall'estro, Fece di Cristo il perfido rifiuto: Talchè ferillo, ed a terra gittollo; Poi gli andò sopra per tagliarli il collo.

61

Miserere di me! tutto piangente Il frate disse; e detestò sua colpa; E giurò che alla vita penitente Sarìa tornato, ove virtù s'impolpa, E il vizio smagra e ritorna a niente. Astolfo allor s'impietosisce, e scolpa Il suo fallir; ma dice: Fratel mio, È un gran peccato rinnegare Iddio.

62

Poi gli cura la piaga, e glie la fascia; Ed era piaga da guarirne presto. Indi si parte, e soletto lo lascia, Per girne a Carlo. Addolorato e mesto Ferraù cade in così grande ambascia, Che disperato si forma un capresto Della cavezza del cavallo, e gira Con gli occhi, per veder se un arbor mira;

63

Chè, parte per orror del suo peccato, Parte in pensar che Astolfo l'avrà detto, Onde da ognun sarà villaneggiato, Gli venne quel pensiero maledetto. E già sopra una quercia egli è montato, E ricerca d'un ramo il più perfetto Per legarvi la corda; ed un ne trova, Che non si romperà certo alla prova.

64

Quivi il capestro suo lega di botto, E sta su l'orlo di gettarsi a basso: Quand'ecco appunto appunto all'alber sotto Si trova Orlando nell'andare a spasso; E sentendo per aria questo fiotto Del frate che si dava a Satanasso, Si volge; e visto Ferraù in quell'atto, Disse: Romito mio, non se' già matto?

65

Io non son matto, disse Ferrautte; Sono un malvagio tinto in cremisino; Ed ora voglio mie nequizie tutte Finir, morendo come un assassino. Di mal seme son queste male frutte: Non son nè Cristïan, nè Saracino, Nè son soldato, nè son penitente, Nè in questa vita son buono a nïente.

66

Orlando si strabilia, e dice: Frate, Tu fai cosa per certo iniqua e ria; Ed anderai tra l'anime dannate, Se tu finisci per sì trista via. Una sono dell'alme disperate, Egli ripiglia, e sol la morte mia Può raggiustarmi. E in questo dir, si pone La corda al collo, e va giù penzolone.

67

A dirla, in quanto a me, s'era nel conte, Per Dio ch'io lo lasciava sgambettare, E forse forse con le mani pronte Lo stirava pe' piedi a tutto andare; Come ho veduto costumare a Ponte, Quando qualcuno è dato a giustiziare: Tanto più che nessun m'avrebbe visto, E avrei levato dalla terra un tristo.

68

Ma egli in cambio piglia Durlindana, E taglia il ramo e il capestro di netto, E su le braccia con maniera umana Riceve nel cadere il poveretto; E spruzzatol con acqua di fontana, (Spezzato prima il laccio maledetto Che aveva intorno al collo) lo distende Su l'erba; e poi in tal guisa a dirgli prende:

69

Che stravaganza, Ferraù mio caro, È stata questa tua che t'ha sospinto Ad atto contro te sì crudo e amaro? Io veggo ben che tu sei stato vinto Da disperata voglia, onde il tuo chiaro Intelletto ne fu macchiato e tinto. Ma perchè disperarti? e qual mancanza Fêsti, che fuor ti ponga di speranza?

70

Se il grave peso delle colpe tue T'ha indotto a questo, tu se' stato matto, Ed empio insieme col nostro Gesùe; Chè niun peccato al mondo mai fu fatto, Che della bontà sua pesasse piùe, E non fosse col piangerlo disfatto; Chè chi dispera d'ottener pietade, Troppo offende sua immensa caritade.

71

Ferrautte a quel dir si riconforta, E dice: Conte, tu favelli bene; Ma quando in noi santa ragione è morta, O viva malamente si mantiene, Si bada poco a quello che più importa; E s'infosca un così, che là poi viene Dov'egli non vorrebbe esser mai giunto: E suol questo avvenir spesso in un punto.

72

Io m'era messo in un aspro deserto, Senza pensier di veder più cittade, Ma per i boschi e sempre a cielo aperto Passare il rimanente dell'etade; Ch'io ben sapeva, e ben m'era scoperto, Come uom vacilla facilmente e cade Nell'occasione; e da essa lontano Forte si regge, e sta robusto e sano.

73

Ma la vostra venuta, ed il periglio Di Carlo e della Fede mi sommosse, E per mio mal mi fe' mutar consiglio. Quanto era ben, che stato ancor là fosse! Che non m'avrebbe un amoroso ciglio Piagato. E qui fece ei le guance rosse; Qui sospirò; qui diede in un gran pianto; E senza nulla dir si stette alquanto;

74

Poscia riprese: Per mortal bellezza Io giunsi a tal, che rinnegai fin Cristo. O questa, disse il conte, ella è di pezza, E v'è di matto e di briccone un misto: Ma accrescere io non vo' la tua tristezza. Facesti almeno della donna acquisto? Perdei Dio, perdei lei, perdei me stesso; E senza te perdeva l'alma appresso.

75

E' non è stato in vero un mal da biacca, Rispose il conte, questo tuo peccato, Nè un mangiar pollo in cambio di saracca, In tempo che mangiarlo c'è vietato; Colpa pur essa, e che da Dio ci stacca: Ma l'avere il battesmo rinnegato, Fratello, è cosa, a dirla in due parole, La più infame che avvenga sotto il sole.

76

Infino ad impazzare per amore, L'ho fatto anch'io, e lo fan tanti e tanti, E tutti quei che lui tengon nel core: Ma rinnegar per esso e Cristo e Santi, È altro, Ferraù, che pizzicore. Pur se con preghi, con sospiri e pianti Chiedi perdono a Dio, l'avrai per certo; Chè il tesor delle grazie ha sempre aperto.

77

Qui fece Ferraù degli atti buoni: Riprese l'armi, e sopra esse si mise La pazienza e il cappuccio; ed i perdoni Vuol prender di Loreto e quei d'Assise, E far molte altre sante devozioni. Il conte intanto di tacer promise L'opra sua fella; e quando a tempo sia, Farà che Astolfo anch'ei tacito stia.

78

Così a Parigi sen vanno d'accordo; E Ferraù per via sempre singhiozza. Sta lieto, disse Orlando: io ti ricordo Che la pietà di Dio non fu mai mozza, Anzi è infinita. Io merto che sia sordo Al mio pregar, tal feci opera sozza, Ripiglia il frate d'umiltà ripieno, E sempre tiene gli occhi in sul terreno.

79

Giunti in Parigi, del palazzo fuora Gl'incontra Carlo, e fa loro accoglienza. V'era anche Astolfo, e dice a Carlo allora: Ecco il soldato della penitenza, E che sì bene la vigna lavora. Orlando dice: O via, è impertinenza; S'egli ha fallito, n'ha chiesto perdono. E noi che siamo? e gli altri uomin che sono?

80

Carlo s'infinse di non saper nulla; E vanno in corte, e poco dopo a cena; Che prima ch'esca il nuovo dì di culla, Vuol far consiglio in adunanza piena. Climene intanto, la bella fanciulla, Crede a sè stessa e a sua fortuna appena, D'esser fuggita in un tratto di mano Di così forte ed orrido Cristiano;

81

E ride con i suoi, e narra loro Come in un lampo il suo nimico accese Di sua bellezza, e co' suoi crini d'oro Legollo sì, che prigionier sel rese. Se i più forti di me dunque innamoro, E se i men forti al suol mia destra stese (Sorridendo dicea), chi può negarmi (Ed arrossì) ch'io non sia Dea dell'armi?

82

Ricciardetto fra tanto andava in volta Per ritrovar l'amabile Despina, Che la crede un guerriero; e tra la folta Gente trapassa; e ciaschedun l'inchina, Sì perchè la battaglia era disciolta, Sì perchè ben con la spada sciorina: Ma quanto più ne cerca, ne sa meno; S'arrabbia, e par che mastichi del fieno.

83

Alfin s'abbatte in uno che gli narra, Come il guerrier, di cui egli richiede, Di strali armato, d'asta e scimitarra, È donna, ed è di tutta Cafria erede, E che ha le perle ed i rubini a carra, E si può dir felice chi la vede. E qui comincia a dirgli una per una Le beltà che il suo bello in sè raduna.

84

Mescolate di porpora e di giglio, Dice, son le sue guance, come rosa; Sottile il labbro, e molto è più vermiglio Delle guance; la bocca ha grazïosa; Purissima negrezza orna il suo ciglio; Il naso è dritto, che ben siede e posa Gentilissimo anch'esso, e pur sottile, Acciò non sia da' labbri dissimìle.

85

Gli occhi ha grandi, vivaci e risplendenti Di pura luce; e ciò ch'è in lor di nero Non puote esser più nero: i carbon spenti Sono un lontano paragon non vero; Dove biancheggian poi, nevi cadenti Non dicon quanto io chiudo nel pensiero; Nè me lo spiega il latte, nè la brina, Nè la spuma più candida marina.

86

E riceve il bel nero dal bel bianco Vicendevol conforto e leggiadrìa. Crespa la chioma le scende sul fianco, E di giacinti tutta par che sia; La pettinâr le Grazie e Vener anco; Tanto spartita ell'è con simmetrìa. Bianca ha la gola, dilicata e tonda, E bel monil di gemme la circonda:

87

E son le gemme in modo congegnate, Che dicono così: Despina bella. È grande di statura; e ricamate Son d'oro le sue vesti onde s'abbella; E vi son rose di rubin formate, Gigli di perle; ed ha in petto una stella Di topazi orïentali, che arreca Tanto splendor, che gli occhi quasi accieca.

88

Se poi si muove, ha passo corto e breve, E sembra palma ovvero alto cipresso, Quando da un venticel moto riceve: Ma chi lei move non è già lo stesso. Lei move delle Grazie un'aura lieve, Che le van sempre innamorate appresso. Ha bello il seno poi, il qual sospinge, Quanto egli può, la fascia che lo cinge.

89

Ma se la spada impugna, e con cimiero Copre il bel viso, e veste piastra e maglia, Tu vedresti qual sembra alto guerriero, Ed atto quanto ad orrida battaglia. Così dice a Ricciardo il cavaliero: Ei finge che tal cosa non gli caglia, E da lui parte; e in quel punto e in quell'ora Della nemica sua ei s'innamora;

90

Ed alla regia tenda a dirittura Va di Despina, e chiede d'inchinarla. Una sua damigella ivi a ventura Incontra, e del suo amor con essa parla, E la regala: ed ella allor gli giura Che vuol, per quanto puote, a lui piegarla; Ma teme di far poco, e forse nulla, Perchè troppo odia i Franchi la fanciulla.

91

Perchè dal dì che l'empio Ricciardetto Il fratello le uccise a tradimento, Ha cotanta ira, ha cotant'odio in petto Contro voi altri, che vorrebbe spento Il vostro nome: ma del giovinetto Vuole ella di sua mano aver contento Di recider la testa; e a tal riguardo Tanto ha popol con sè forte e gagliardo.

92

Se questo egli è, Ricciardetto rispose. Vanne a Despina, e fàtti dar la mancia; Chè condurre io le vo' per vie nascose Il paladino senza spada o lancia. L'ali a' piè la donzella allor si pose; Vanne a madonna, e dice: Un uom di Francia Vuol ragionarti; e se a grado ti sia, Ti darà Ricciardetto anco in balìa.

93

L'armatura e il cimier già s'era tolto, Nè busto aveva; e il bel candido lino Al seno le tenea stretto ed accolto Un zendado trapunto d'oro fino, Che s'era intorno gentilmente avvolto. Ha nudo un braccio e l'omero vicino; Ma ricoperto egli è da' suoi capelli, Che sembran rai di Sol, tanto son belli.

94

Breve ha la gonna di color cilestre, D'oro il coturno, e il piè vago e gentile. Così Diana in un campo silvestre Si dipinge, la Dea ch'Amore ha a vile. Di gigli e rose e d'aurate ginestre Fregiato un velo avea sottil sottile: Quello si pone intorno al collo bianco, Poi dice che a lei passi il giovin Franco.

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