Il Ricciardetto, vol. I

Part 12

Chapter 123,916 wordsPublic domain

In questo dire, ecco che aprir si sente La porta, e già la strega è per le scale, Che batte per furor dente con dente: Il Fracassa terribile l'assale Con quella lancia d'oro onnipotente, Contro di cui incantagion non vale; Ed ella cade al suolo tramortita, E gli domanda per pietà la vita.

67

Disse il Fracassa: Io te la do, se in loro Sembianze torni quei ch'eran qui attorno. Disse la strega: Assai lungo lavoro Vuolci per l'ammirabile ritorno. Aprite quella stanza, ove io lavoro L'opere mie; e quivi un alicorno Vederete di bronzo; e quanto ei dura, Ha da durar la trista lor figura.

68

Gettan la porta a terra i due giganti; E l'alicorno hanno toccato appena Con l'asta disfattrice degli incanti, Che batte sopra il suolo con la schiena, E tutti i membri suoi restano infranti: E il Fracassa tai colpi su vi mena, Che l'ha ridotto in polvere da scrivere. Piange la strega, e teme del suo vivere.

69

Ciò fatto, ecco le dame e i cavalieri Che vengon senza penne e senza corna; Ma ne' sembianti loro umani e veri. E ciascun, quanto può, di laudi adorna I due giganti, e dicono improperi Alla strega; ed ognuno la contorna, E vorrebbe levarle il cor dal petto: Ma da' giganti lor viene interdetto.

70

E le dice un di loro: Or via, c'insegna Il rimedio al veleno ingannatore. Ella un armadio con mano gli segna, E dice: Colà dentro è quell'umore Che le perdute forze riconsegna A chi le perse, e con virtù maggiore. Il Fracassa lo prende, ed escon fuora Di quella stanza, e della casa ancora;

71

Poi danno foco a quell'empio abituro; E mentre al cielo va la fiamma ardente, Disse il Tempesta: Sare' io spergiuro, Io, che a costei non risposi nïente, Quando la vita ti chiese in sicuro, S'io l'ardessi? Rispose unitamente Ciascuno: No per certo; ed il Tempesta Buttovvela; e si fe' da tutti festa.

72

Indi verso Valenza se ne vanno, E per la via conoscono i giganti, Che in compagnìa de' paladini stanno Quei che disciolti avevan poco avanti. V'eran fra gli altri, di quei che si sanno, Un figlio di Ruggieri e due Agolanti; V'eran d'Orlando e d'Astolfo i cugini, E v'erano molti altri paladini.

73

Al figlio di Ruggier, detto Guidone, Dan l'anguistara, e gli dimostran come Si ha da portare in quella funzïone: Lo vestono alla turca, e l'auree chiome Gli recidono senza discrezione; E dicon che si muti ancor di nome; Chè non voglion venire essi in Valenza, Per non far peggio con la lor presenza.

74

Entra in Valenza il figlio di Ruggiero, E va cercando tutte le osterìe; Ritrova alfine il desïato ostiero, Astolfo, il padre delle leggiadrìe; Ma sporco, guitto, e con un grembial nero; Il qual cantando diceva follìe. Il giovin lo saluta, e poi gli espone Come desìa di far colazïone.

75

Una tavola tosto gli apparecchia Con uova e caci e frittata rognosa, E del pan bianco, e vino con la secchia. Or dopo che mangiato egli ha ogni cosa, Chiama l'ostiero, e gli dice all'orecchia, Com'egli è di Ruggier prole famosa, E ch'è mandato a lui da' due giganti Per tornargli il vigor che aveva innanti.

76

L'abbraccia Astolfo, e vanno in una stanza, E beve un sorso di quell'anguistara, E sente invigorirsi alla sua usanza; Poi dice: Andiamo al ponte della giara, Dove Orlando venire ha costumanza, Per comprar roba al re squisita e rara. Non perdon dunque tempo, e vanno al ponte, E presto presto si abbatton nel conte.

77

Astolfo narra a lui cosa per cosa, E beve un buon bicchier di quel liquore; E sua persona si fa vigorosa, Che pargli ancor d'aver forza maggiore, Che pria non ebbe; e quindi alla fumosa Cucina vanno dell'empio signore, E lì ritrovan il cuoco Rinaldo Tutto affannato, e che morìa di caldo.

78

Mandan per Ferrautte e Ricciardetto; Ed arrivati ancor essi in cucina, Ricevon con moltissimo diletto La tanto desïata medicina; E pieni di valor l'anima e il petto, Fanno da brusco, e batton la marina; Ed armati di spiedo e di forcone Van del Balena alla real magione.

79

Le guardie voller lor far resistenza, Ma le infilzaron come perniciotti. E giunti del Balena alla presenza, Rinaldo il piglia tosto a scappellotti. Disse il Balena: Ve' che impertinenza! E comanda che in carcer sien condotti. Rinaldo aperse la finestra, e poi Disse al Balena: Or or ti aggiustiam noi.

80

Tu ci vuoi porre come uccelli in gabbia, E noi pensiamo di farti volare. Pieno il Balena di spavento e rabbia Non sa più che si dir, nè che si fare; E batte i piedi, e si morde le labbia. Orlando grida: Non vuolsi indugiare. Rinaldo a quel parlar piglia il Balena, E il getta in piazza, che di gente è piena.

81

Vengono i figli, e del lor padre infranto Cercan vendetta; e quel della balestra Appena riconobbe il frate santo, Che andogli appresso, e con maniera destra Avviluppollo dentro il regio ammanto, E poi lo gettò giù dalla finestra; E con esso fêr pur simili voli Gli altri del re Balena empj figliuoli.

82

Veduta i cittadini sì gran cosa, Circondano il palazzo di fascini; Chè contra gente tanto vigorosa Non voglion far da bravi spadaccini; E gli dan foco. Bella e luminosa S'alza la fiamma: afflitti i paladini Non sanno come uscir da quell'impiccio; E già fuma il palazzo, e sa d'arsiccio.

83

Quando ecco comparire i due giganti, Che col solo pisciar sopra quel foco Di smorzarlo in gran parte fûr bastanti: E pur la sera avean bevuto poco. Rinaldo e il conte allora e tutti quanti Ripreser lena, e vennero a quel loco, E in braccio de' giganti si gettaro; E così tutti quanti si salvaro.

84

Alcun forse dirà che iperbol sia Smorzar gl'incendj in sì fatta maniera: E ben dirà; che anch'io l'ho per follìa: Ma l'ho trovata scritta; e tal qual era, L'ha voluta cantar la Musa mia. E forse forse la fu cosa vera; Perchè certo io non posso saper mica Quanto tien d'un gigante la vescica.

85

Poi col foco ancor vivo ad una ad una Arser le case ed arsero Valenza; E fatta sera, al lume della luna Fan per Parigi la lor dipartenza. Qui i parenti e gli amici e lor fortuna Odono, e fansi cortese accoglienza: Ma lasciamogli andare a buon vïaggio, E in Danimarca rifacciam passaggio.

86

Io vi dicea (se ancor ve ne sovviene; Chè in ver mi sono dilungato molto) Come in atto di dire le sue pene Stava una donna; e con pietoso volto Psiche l'udìa, che tal pietà sostiene In udirla, che in pianto ha il cor disciolto. Avete a saper dunque che questa era Del morto re di Dania la mogliera;

87

Figlia d'un re di Svezia, e così bella, Che in quei paesi non ebbe simìle; Ed era d'onestà lucida stella: E girate pur voi da Battro a Tile, Che donna non vedrete uguale a quella. Ora costei con bel modo e gentile Incominciò la storia sua dolente In queste voci, languida e piangente:

88

Morì il marito mio, ch'or farà l'anno, E gravida restai di questo figlio. Un mio cognato di farsi tiranno Si mise in core, e effettuò il consiglio; E tale ordimmi scellerato inganno, Che mi condusse poscia a quel periglio Che voi sapete, e donde tratta io fui; Chè l'innocenza ha i protettori sui.

89

Andar solea sovente ad un giardino, Solo ristoro al mio crudel martìre: Quando un ladro, cred'io, o un malandrino Veggon le guardie da' muri fuggire, Vestito come veste un contadino, E forse tale ancora si può dire. Lo mettono in prigione, e il mio cognato Vâllo a trovar, da niuno accompagnato;

90

E poi l'induce, per fuggir la morte, A dir siccome egli era un gran signore Di Svezia, ed allevato in quella corte; E che per forza del soverchio amore Che di me il prese, e lo premeva forte, Di venirmi a trovar gli cadde in core; E venne, e seppe tanto dire e fare, Che mi fece di lui innamorare.

91

Ciò fatto, radunar fa nella sala La più famosa nobiltà del regno, E giudici e notai ed altra mala Gente, e con essa il contadino indegno, Che mercè chiede, e l'infame propala Esecrando terribile disegno; E dice, come il figlio che mi è nato, Non del re, ma di lui è generato.

92

Stupisce ognuno a ragionar sì fatto; Poi lo stupore si trasmuta in ira; E ciascun lo vuol morto ad ogni patto. Il mio cognato s'affanna e sospira, E il contadino fa sparire a un tratto: Poi i giudici e notai fiso rimira, E dice lor che parlino conforme Dettan del regno le sacrate norme.

93

Quelli fanno gli afflitti ed i dolenti, Stringon le spalle e chiudono la bocca, E le parole mastican tra' denti. Il mio cognato allor gli sprona e tocca A dire: ond'essi in fiochi e rotti accenti Dicon, come mortal saetta scocca La legge contra le mogli e i mariti Che sfogan con altrui loro appetiti;

94

E che la forca e il fuoco è pe' villani; Per le matrone la tagliente spada; Ma che non denno d'uomini le mani Far che la testa alla regina cada; Meglio è esporla del mare a' flutti insani Con la prole. Ed allora una masnada Mi prende, e mi conduce alla marina; E il popol, che mi vede, si tapina.

95

Là giunta, io chieggo lor per qual cagione Debba esser posta crudelmente in mare. Un de' custodi disse: La ragione Chiedila a lui, che questo ci fa fare; Al tuo cognato, io dico, che ti appone Delitto, come credo, d'alto affare. Intanto un legge la sentenza, e dice Come io sono una sozza meretrice.

96

Caddi per lo dolore in su l'arena, E mi svenni; e in quel mentre fui condotta Sopra la nave, in cui gran sassi e rena Avean portato, ed era mezza rotta; E dal lido scostata io m'era appena, Che voi veniste, cavalieri, allotta, E mi toglieste a morte, e deste vita; Ma vostra grazia non è qui finita.

97

Venite meco a far la mia vendetta: Uccidete il cognato traditore, Che m'ha fatto sì sporca cavalletta; Rendete il regno al suo vero signore. Disse Ulivieri: Chi la fa, l'aspetta: Andiamo pure; chè non ho timore. Psiche pur vuole andarvi; chè ha contento Di veder la regina fuor di stento.

98

Nella capanna dormon quella notte; Poi la mattina prima dell'aurora Con quelle genti del cammino dotte Van per un bosco che tutto s'infiora; Ed a fiorir le vie son pur ridotte, Che preme il piè di Psiche, la signora E consorte di lui, che il tutto muove In cielo, in terra, nell'inferno e altrove.

99

Veggono a Mezzodì la gran cittade Che sta sul mare, e Coppenaghe è detta. Psiche di nubi trasparenti e rade Sè copre e la regina sua diletta, Che, non veduta, vuol che veda e bade, Ed oda ciò che il popolo cinguetta. Giunto Ulivieri alla gran porta appresso, Suona il suo corno; e Guidon fa lo stesso:

100

E fan sapere al perfido Cristierno (Chè così si chiamava quel tiranno) Come egli ingiustamente ha quel governo, Perchè n'ha fatto acquisto con inganno; E che l'aspetta il diavol dell'inferno, Al quale essi tra poco il manderanno; E dicon come intendon di far noto Che la regina non ruppe il suo voto.

101

Cristierno a questo dir s'arma di botto, E bestemmia ed infuria come un matto, E dice: Ci mancava questo fiotto: Ma ben voglio levare il ruzzo a un tratto A queste figurine del Callotto, E monta sopra un cavallo ben fatto; Esce fuor della porta, e soffia e sbuffa; Sfida Ulivieri, e tira giù la buffa,

102

E dice: Io scendo in campo a mantenere Come la mia cognata ha partorito Non del germano mio, ma d'un straniere. Ed io ti mostrerò come hai mentito, Tutto sdegnato ripiglia Uliviere. Ciò detto, sprona il suo cavallo ardito Verso Cristierno; e si danno tal botta, Che l'una e l'altra lancia resta rotta.

103

Metton mano alle spade, e si dan colpi Che a chi stagli a veder metton paura. Dice Ulivier: Razza di lupi e volpi, Obbrobrio e vitupèro di natura, Ancor se' vivo? ancor non ti discolpi Dell'onor tolto a donna così pura? Che aspetti, traditor? chè non confessi I tuoi maligni ed esecrandi eccessi?

104

Cristierno non risponde, e dà di taglio Con la sua spada ad Ulivieri in testa, E gli recide, come un capo d'aglio, Del lucido cimier tutta la cresta; E giunse con quel colpo a repentaglio Di terminare in quel punto la festa. A due mani Ulivier la spada prende, E lui fere nel capo, e glie lo fende:

105

Onde egli cade, e mugghia come un bove, Quando gli dà il beccajo infra le corna; E così muorsi: e l'alma sua va dove Eterno foco la copre e contorna. Ad Ulivier, siccome al sommo Giove, Tutti fan festa; e di splendore adorna Compare all'improvviso e repentina Avanti a lor con Psiche la regina.

106

Or si pensi ciascuno l'allegrezza Che si fa in corte per un tal successo. Vanno a palazzo, e piangon di dolcezza Le genti tutte che si stanno appresso Alla regina, che assai le accarezza, E si rivolge a rimirarle spesso. Gettan Cristierno fra certi dirupi, Perchè sia pasto d'avoltoi e lupi.

107

Psiche dopo due giorni partir volle, Non senza pianto d'una e l'altra banda; E col bel viso di lagrime molle Bacia l'amica, e se le raccomanda; Poi s'asside sul cigno, ed ei s'estolle, E spiega il vol per dove ella comanda. Il giorno appresso i paladini ancora Si parton dalla nobile signora,

108

Che ha fatto loro apparecchiare in porto Una nave con tanti marinari, Che posson ire dall'Occaso all'Orto Senza timore di venti contrari. Prega Ulivier che pel cammin più corto Condotto venga di Francia ne' mari; E lor promette il capitano esperto Che in otto giorni vi saranno al certo.

109

Io già m'accorgo, ancor che niun favelli, Come avete disìo che qualche cosa Di Carlo io vi racconti, e ancor di quelli Che a lui fan guerra acerba e sanguinosa. Ma sapete perchè son vaghi e belli I prati? perchè varia è l'odorosa Famiglia che gli adorna; e i color mille Il piacer son delle nostre pupille.

110

Come il pittor, ch'a mosaico si dice, Deve esser il poeta, a mio parere; E quegli è riputato il più felice Che meglio accoppia pietre bianche e nere, E rosse e gialle; e poi di tutte elice Una fera, una donna, un cavaliere: Così deve il poeta, se sa fare, Di varie cose il suo poema ornare.

111

Però la Musa mia, come vedete, Non sa star ferma, e fa voli bestiali: Ma non l'abbiate a male, e non temete Che non rivolga ancora a Carlo l'ali. Nel canto, c'ha a venir, la sentirete Sempre intorno a Parigi; e tante e tali Battaglie narreravvi, e sì crudeli, Che vi farà forse arricciare i peli.

112

Ma non vi spaventate; anzi v'esorto A figurarvi il mal sempre peggiore. Così soglio far io: ond'è che porto Con molta pace ogni grave dolore; Chè in questo viver nostro così corto, Dove rare del ben scintillan l'ore, E vi s'affollan quelle del martìre, E' bisogna ingegnarsi a men patire.

113

Io mi figuro sempre carestìa, E peste e guerre e ladri per la casa, Che quel poco che i' ho mi portin via; E mal maligno, o altro mal che invasa: Ond'è che grave non mi par che sia, Se scarsa la raccolta m'è rimasa, Se muore qualcheduno, od è ammazzato, E se poco peculio m'è restato.

114

Però pensate di Carlo la peggio, E che distrutti i paladini sieno. Ma riposiamci; che quasi vaneggio Pel canto così lungo. E mentre il fieno Al caval Pesagéo cerco e proveggio, Perchè batta col piè l'arso terreno, E mi secondi a cantar altre cose, Vado lunge da voi, donne amorose.

CANTO SETTIMO

ARGOMENTO

_Lo Scricca tutte le bandiere spiega._ _Giungono a Carlo i cavalieri erranti._ _Nella battaglia chi pugna, chi piega._ _Guida Despina lo stuol de' suoi amanti._ _Il frate per Climene Iddio rinnega;_ _Vuol finir col capestro i giorni santi._ _Ricciardetto a Despina s'appresenta;_ _Ella il discaccia, e par che duol ne senta._

1

Fra tanti guai che son sopra la terra, Che son più che le pulci addosso un cane, Non è mica il minor quel della guerra. Tristo colui che assediato rimane, E tristo quegli ancor che gli altri serra. In somma quel menar sempre le mane, Quel darle, quel toccarle ogni momento, Non è mestier che apporti alcun contento.

2

La guerra in fine è composta di boi, Che or son ministri ed or son malfattori Or impiccate, or siete appesi voi; Or ricevete, ed or date dolori. E si fa male, e non si pensa al poi; Il giusto e la pietà stanno al di fuori; Ed è il soldato sì tristo animale, Che a chi vien per far bene, ancor fa male.

3

Ma quello poi ch'io non so ben capire, Si è, che quei che muovono la guerra, Dico i gran regi, e che fanno morire Tanta gente, che spopolan la terra, Si stanno in corte, e si fanno servire; E mentre l'inimico abbrucia e atterra Le città sue, ei si diverte a caccia, E qualunque piacere si procaccia.

4

Ma di Carlo non può già dirsi questo; Chè ancor che vecchio, e ancora che cadente, Va in mezzo del periglio manifesto, Ed uno pare della volgar gente. Ei sale su le mura ardito e lesto, E ancor combatte valorosamente; Ma son ridotte omai le cose a segno, Ch'è per perder la vita insieme e il regno.

5

Già le sue squadre aveano ucciso il Mena, Quei che fece al buon Carlo tradimento; E volta i Cafri omai avean la schiena, Ed eran nel canale entrati drento, Che fuor della città sotterra mena; Quando ogni cosa s'empie di spavento, Perchè a Carlo una spia dice all'orecchia, Come l'oste all'assalto s'apparecchia:

6

E che da' generali e lor consiglio S'è stabilito fra due giorni darlo; E che già se ne udìa qualche bisbiglio. A Dio si volta inginocchiato Carlo, E il prega, per l'amore del suo Figlio, Che voglia in tal pericolo ajutarlo; E me che può rinforza e muri e porte, E cerca dar coraggio alla sua corte.

7

Despina sopra un candido cavallo Armata tutta, dalla testa in fuore, Or correa per l'aperto ed or pel vallo. Nè così vaga è mai d'alcun bel fiore, Nè così corre villanella al ballo, Com'ella affatto si consuma e muore, Perchè cominci la crudel battaglia, E mostri ai Franchi quanto in armi vaglia.

8

Ma quel che a lei dispiace e grava molto, È il saper che lontano è Ricciardetto: Chè se l'uccider lui a lei vien tolto, Spianar Parigi ed ardere il distretto Nulla le par: cotanto sdegno accolto Ha contra l'innocente giovinetto: Pur si lusinga che debba venire, E debba ancora di sua man perire:

9

Ed ha già fatto a ognun comandamento Che non ardisca di pugnar con esso; Ch'ella ha nel core un tal presentimento Ch'abbia a restar dal suo valore oppresso: Con tal pensier consola il suo tormento. Gli amanti che le son sempre da presso: Questi i patti non son, dicon, con cui, Donna gentil, venimmo qui con vui.

10

Ognun di noi qui trasse la speranza D'averti in moglie; e il capo di Ricciardo Esser dovea per te mercè a bastanza. Or se ci neghi d'incontrar l'azzardo, A sperar più per noi che omai ne avanza? Girò Despina amorosetta il guardo; Poi disse: Io non vo' più che l'altrui morte M'apparecchi le nozze ed il consorte.

11

Se voi m'amate, conforme mi dite, Non mancheranvi modi onde obbligarmi: Nè solo degli amanti son gradite L'opre famose che si fan con l'armi; Ma son molte altre cose, anzi infinite, Con cui potete l'anima adescarmi: Ma l'amor non s'insegna; e chi vuol bene, Mille senza pensarvi ne rinviene.

12

Or mentre così stanno ragionando, Lo Scricca suona il corno del consiglio; E per tutta l'armata manda il bando, Che il dì seguente s'ha da dar di piglio All'armi, e con assalto memorando Prender Parigi, e metterlo in scompiglio; E che la gente su l'arme si metta, Chè le vuol dare una rivista in fretta.

13

I Cafri in tutto eran dugentomila, Trecentomila i perfidi Lapponi; D'Africa e d'Asia ancor v'era una fila, Che ci vorrieno computisti buoni Per numerarla. Ognun le sciable affila, Prende l'aste, polisce i morïoni; E chi ferra cavalli, e chi raggiusta Sella, sproni, stivai, redini e frusta.

14

Fra' cavalieri in armi più famosi V'è il re de' Cafri, benchè un po' maturo; I due giganti, chiamati i Pelosi, Che disfan con un pugno un grosso muro. Di cuoja di serpenti velenosi Coperti sono, e di colore oscuro; Hanno baston ferrati e così fieri, Da mutar le cittadi in cimiteri.

15

L'un si chiama Falcon, l'altro Sparviere; E soli trïonfar ponno di tutti. Vi sono ancor le due leggiadre arciere; Despina dico, che seco ha condutti Tanti campion di grido e di potere, Onde i Cristiani resteran distrutti; E Climene d'Egitto, che ancor ella Forse quanto Despina è forte e bella.

16

V'è il fior dell'armi, il forte e bello Oronte, Re tributario al Persico signore; E v'è di Tracia il fiero Alcimedonte, Che ha pochi eguali in arte ed in valore; E v'è di Nubia l'aspro Serpedonte, Che non conosce che cosa è timore; V'è fra' Negriti poi il Fiacca e il Ficca, Che sono i consiglieri dello Scricca.

17

Ve ne sono altri ancor su questo andare, Ma li saprete quando fia bisogno; Chè la memoria or non mi vo' straccare, E dir ch'io non li so, me ne vergogno. Que' di Francia si posson raccontare; Chè son sì pochi, che mi pare un sogno Com'abbian resistito infino ad ora A tanta gente, e sieno vivi ancora.

18

I guerrier scelti e d'esimio valore Son cinque o sei fra tutti i paladini. V'è di Zerbino il figliuolo maggiore, Detto Lurcanio, che come pulcini Schiaccia con l'asta sua le genti more, Speme di Francia, orror de' Saracini; V'è Malagigi con la sua magìa, Ed ha l'inferno tutto in sua balìa.

19

V'è un fratello d'Avolio, uno d'Ottone: Mario quegli, e Scipion questi s'appella, Che son due spade veramente buone, E guastan spesso a' Turchi le cervella. L'altre son genti avvezze alla tenzone, Capaci ancor di far qualch'opra bella; Ma non vi si può far su fondamento, E mandarne un di loro incontro a cento.

20

Se a tempo tornan quelli che son fuora, Come cred'io che torneranno presto, Molto non riderà la gente mora; Chè son persone da darle un tal pesto, Che le budella le trarranno ancora. Narrare io v'ho voluto tutto questo, Perchè sappiate, quando io ne ragiono, Questi guerrieri che persone sono.

21

Or mentre a far l'assalto ognun s'appresta De' Saracini, e Carlo ancor s'adopra Per ripararsi da sì gran tempesta, Terrapiena le porte, e monta sopra Le mura, e aggiusta quella cosa e questa, E non tralascia diligenza ed opra, Ritorniamo ad Orlando, il qual passato Ha i Pirenei, ed è già in Francia entrato;

22

E seco è Ferraù cinto d'acciajo, E sopra l'armi porta la pazienza, Perchè pensa nel prossimo gennajo, Soccorso Carlo, rifar penitenza; Chè di peccati egli ha più d'un migliajo, E son peccati tutti di semenza, Voglio dir con la coda; e ci vuol molto Perchè un ne sia veracemente assolto.

23