Part 11
Ecco che mosse son già mille navi: Queste verranci sopra, e sol col peso Ci affonderanno, e con balestre e travi: E il picciol figlio come fia difeso, E la sua madre da quegli uomin pravi? A me il fuggir non sarà mai conteso. Che dunque serviravvi una vittoria, Che di duol sempre vi sarà memoria?
95
Così dice d'Amor la bella moglie, E il cigno nuotator volge a man manca, Che sì presto i suoi piè spiega e raccoglie, Che dietro al suo cammino il vento manca. Le navi ostili di vista si toglie La dolente donzella, e si rinfranca: Psiche pietosa la riguarda, e poi La prega a raccontarle i casi suoi.
96
Ma il venticel che increspa la marina, Fa che ondeggi la barca, e noja apporte Alla dolente e bella pellegrina; Onde rispose con parole corte: Giacchè la terra ci compar vicina, Scendiam sopra essa; e poi della mia sorte Narrerovvi il tenore aspro e feroce; Ch'or la marèa mi toglie e forza e voce.
97
Ciò detto, verso terra il nuoto prende Il forte cigno: e già boscaglie e prati Si vedono, ed il canto già s'intende De' dipinti augelletti innamorati. Già il cigno è sopra il lido, e giù discende Psiche, e con essa i tre guerrieri armati. La pellegrina col fanciullo al seno Balza lieta ancor ella in sul terreno.
98
E se ne vanno verso una capanna, Che, sendo presso al mar, credo che fosse Di pescatori; e lì sopra una scranna, Giunti che fûro, ognuno accomodosse. V'era un garzon che un zufolo di canna Sonava, e al lor venir tosto chetosse. Or qui la pellegrina stata alquanto, Principiò la sua storia, e Psiche il pianto.
99
Ma vedo già più d'una infra di voi, Donne leggiadre, che spesso sbadiglia; E lo sbadiglio ben sappiam fra noi Che per sonno o stracchezza egli si piglia, O per cosa talvolta che ti annoi: Però l'uom saggio in caso tal consiglia Di prender fiato e rompere il sermone; Se no, si viene in odio alle persone.
100
Però mi cheto, e nel canto venturo Io vi dirò la storia di costei, Della quale or ne sono anch'io all'oscuro, E se potessi, la tralascerei; Chè temo d'alcun caso acerbo e duro, Tutto contrario a' desiderj miei; Perchè mi piaccion le minchionerìe, Non le storie crudeli, inique e rie.
CANTO SESTO
ARGOMENTO
_Pinoro ucciso, tutta la brigata_ _S'imbarca, e un'osteria si mangia intera._ _La ria strega, come asini, legata_ _Manda a Valenza degli eroi la schiera._ _I due giganti con una pisciata_ _Smorzano un foco grande che acceso era;_ _Castigano la strega, e il fier Cristierno_ _I paladini mandano all'inferno._
1
L'ambizïone e voglia di regnare Accieca sì le menti de' mortali, Che ogni opra più crudel gl'istiga a fare. L'ambizïone ha seco tutti i mali; E tristo quei che non le sa tarpare Su' primi voli suoi le penne e l'ali; Chè quando ha preso punto di vigore, Addio amicizia, addio pietade e onore.
2
Le madri stesse hanno scannati i figli, Uccisi i padri, i fratelli, i mariti, Per dominar lontane da' perigli. Taccio gli amici scacciati e traditi; Taccio le trame e i perfidi consigli, E i tanti inganni all'innocenza orditi Sol per desìo d'impero: empio desìo, Che l'uom fa bestia ingrata al mondo e a Dio.
3
Ho per me tanto questo vizio a noja, Che non domando nulla, e nulla cerco; E il poco quanto il molto mi dà gioja. Coltivo l'amicizia, e non ci merco, E non adulo, e non do mai la soja A' signori, nè fiuto il loro sterco, Perchè mi faccian divenir gran cosa, Onde mi vesta di color di rosa.
4
Un uom dabbene, amico di onestade, Soffre più volentieri un stato basso, Ancorchè oppresso sia da povertade, Che fare il gran signore e lo smargiasso A forza d'ignominie e di viltade, Come fan tanti che han parenti in chiasso: Razza di boja, di sbirri e di spie, Che possan esser pasto delle arpìe;
5
Che col fare il buffone ed il mezzano, Son giunti a tale, che chi vuol salire A qualche onore, ei s'affatica invano, Se con questa canaglia non vuol ire, E non implora lor possente mano, Che possan tutti ad un tratto basire, Padri del vituperio, e peste vera D'ogni bell'arte nobile e sincera.
6
Or questi idoli dunque e questi numi, Che poco fa di fango eran coperti, E le lor vigne eran fontane e fiumi, E i lor pranzi, di starne or ricoperti, Eran per Pasqua cicerchie e legumi; Questi ora dunque co' capi scoperti Sarà forza che adori un uom ben nato, A star con Febo e con le Muse usato?
7
Ma qui lo zelo mi trasporta fuora Del mio cammino, e mi leva di mente La storia, e quel che vi promisi or ora Di dirvi chi si fosse la dolente Donna che fuor della sdruscita prora Psiche condusse frettolosamente: Ben mi rammento, e a tempo suo dirollo; Ma altrove or deggio andare a rompicollo.
8
In Africa convien che presto presto Io torni a rivedere il nostro Orlando, E Filomena e Ferraù modesto Co' suoi giganti, e Astolfo memorando, Con Rinaldo e Ricciardo ardito e lesto; E dir che, mentre stavano ascoltando Filomena, passò davanti a loro Un uom legato e colmo di martoro.
9
A duemila soldati in mezzo egli era Sopra un giumento, e stava a capo chino. A' due giganti Ferrautte impera, Che faccian con le reti il giuocolino; Ed il Fracassa tira la primiera, La seconda il Tempesta a lui vicino; E in due retate prendon tutti quanti (O ve' che pesca!) e cavalieri e fanti;
10
E li portano tutti a Filomena. Guizzano nella rete i prigionieri; Ed or mostrano il viso, ora la schiena, Come i pesci, allorchè scalzi e leggieri I pescator li traggon su l'arena. Ad alta voce domandan quartieri: Ottengon facilmente ciò che vogliono; E presto presto il prigioniero sciogliono:
11
E vedono siccome era Tangile. Filomena vien men per l'allegrezza: Ma si solleva al giovine la bile, E la riguarda pieno di fierezza; E poi le dice con acerbo stile: Donna che amore e fede non apprezza, Ancorchè bella, ancorchè vaga sia, È una furia d'inferno iniqua e ria.
12
Ritorna al tuo Pinoro, e statti seco; Nè testimonio della tua nequizia Voler ch'io sia: ma prima morto o cieco Sarò, che spettator di tua letizia. E qui con volto minaccioso e bieco Si tace. Orlando amante di giustizia: Sbagli, disse, o Tangile; la tua donna È di vera onestà salda colonna.
13
E qui raccontò lui cosa per cosa: Talchè pianse Tangil per lo contento; Ed abbracciata la sua cara sposa, Baciolla in fronte cento volte e cento. Con gente intanto armata e numerosa Vien Pinoro ripien di mal talento. S'arma Tangile; ed uno de' giganti Si pon qual torre a Filomena avanti.
14
Astolfo adopra la sua lancia d'oro, Orlando Durlindana, e con Fusberta Rinaldo si fa largo infra di loro; E il gigante l'esercito diserta; Chè cento almeno prende di coloro Con la sua rete non affatto aperta, E poi li gira con le forti braccia, E gli abbacchia sul suolo e gli scofaccia.
15
Così si legge che del mare in proda Si pon la volpe libica a sedere, Ed immerge nell'acqua la sua coda; Onde i gamberi su vi vanno a schiere, Che non temono alcuna insidia o froda: Quando ecco esce dal mare, e a più potere Batte la coda in questo sasso e in quello, E de' gamberi fa crudel macello.
16
Ricciardetto fa cose da stupire; Ferraù, che non ha spada nè lancia, Tira de' sassi, e si spassa a colpire Or quello in testa, or questo nella pancia: Filomena, ripiena di gioire, Gli dice: Frate, ti vo' dar la mancia; Ti voglio dare un orïuolo d'oro, Se nella fronte tu côgli Pinoro.
17
In questo dire Orlando un colpo mena Sovra Pinoro così bestialmente, Che la testa gli parte, e collo e schiena, E lo divide in due veracemente; Poi passa sul cavallo, e non si affrena L'impeto orrendo di sua man possente: Parte il cavallo, e ficca nel terreno La spada dieci palmi, o poco meno.
18
Visto colpo sì strano, i Saracini Fuggiron come cervi o caprïoli Che s'odono latrare i can vicini: Talchè restati i paladini soli, Orlando disse: Pria che s'avvicini (Non so s'io dica fratelli o figliuoli) La notte, andiamo a ritrovare il mare, E vediamo se alcun naviglio appare;
19
Ch'io sto sopra le spine, infin che giunto Non sono in Francia, e Carlo mio difendo. Rinaldo anch'ei d'onore e gloria punto: Andiamvi pure; io d'ira già mi accendo, Soggiunge; e al suo parer non va disgiunto Quel di Ricciardo e d'Astolfo tremendo; Tremendo per la sua lancia fatata, Che sola trïonfar può d'un'armata.
20
Tangile anch'esso e la sua Filomena Di ritornare in Persia hanno desire. Cavalcan dunque in su la molle arena; E quando il sole s'accosta al morire, Veggion l'onda del mar cheta e serena, E da lungi cominciano a scoprire Una nave che porta una bandiera All'uso Perso, mezza bianca e nera.
21
Tangile, più degli altri desïoso, Sprona il cavallo, e giunge prestamente Sul margine del mare strepitoso; E vede omai del legno ancor la gente: Onde co' cenni e co' moti voglioso Mostra come vorrebbe immantinente Che la lor nave s'accostasse a lui, Pria che s'annotti, e l'aëre s'abbui.
22
Onde i nocchieri volgono la prora In verso il lido, e v'arrivano presto; E giungono alla riva alla stessa ora I paladini e il fraticel modesto, Che ragiona di Dio con la signora. A terra smonta vigoroso e lesto Un forte vecchio; ed è disceso appena, Che, Ecco mio padre, grida Filomena.
23
E tosto corre, e gli si getta a' piedi. Tangile fa lo stesso: e qui tra loro È gioja tal, che nelle elisie sedi Egual non sente il più felice coro Dell'alme illustri e del piacere eredi; Nè forse Giove, allor che in tazza d'oro Il nèttar beve, e Ganimede il mesce, Che tanto a Giuno sua spiace e rincresce.
24
Terminati alla fin gli abbracci e i baci, Narrò Tangile a' nobili guerrieri Chi fosse il vecchio, e i marinari audaci Che sapevan del mar tutti i sentieri. Disse Orlando: Signor, se ti compiaci, Dacci imbarco; chè abbiamo di mestieri D'andare in Spagna. E rispose Tangile: Io condurrovvi ancor di là da Tile.
25
Ciò detto, senza por più tempo in mezzo, S'imbarcan tutti, e sciolgono le vele. Vêr Mezzodì vanno correndo un pezzo, E con piacer; ch'è il mar cheto e fedele. Poi vêr Ponente si muovon da sezzo, E in poco tempo già son sopra de le Isole di Majorca e di Minorca, Dove corser pericol per un'orca;
26
La qual gittò dall'orride narici Tal fiume d'acqua dentro della nave, Che stiè per affondarla e farla in brici. S'affatica ciascun perchè si cave L'onda che fa le merci natatrici, E si raggira per le parti cave Del legno; e con la lancia Astolfo intanto S'è quell'orcaccia levata da canto.
27
Dopo questo timor, che non fu poco, Giunsero il dì seguente a Denia in faccia. Orlando disse: Eccoci giunti al loco Dove sbarcar vorremmo, se vi piaccia. Disse Tangil: Voi vi prendete gioco Di noi; e lo si accolse tra le braccia. E mentre al porto la nave si appressa, Tutta di duolo è Filomena oppressa;
28
E sospira, e si affanna, e si lamenta, Chè lasciar dee sì nobil compagnìa. La Franca baronìa pur si sgomenta, Ch'era invaghita di sua leggiadrìa, E starne senza molto la scontenta. Ma disse Orlando: Bisogna andar via; E saltò primo su la rena asciutta, E fe' lo stesso poi la gente tutta.
29
La nave in alto mare si ritira; E Filomena piangendo saluta I cavalieri, e fissa li rimira; E quella par che in rupe si trasmuta, Quando uccisi i suoi figli a' piè si mira. Ciascun de' paladin la risaluta; Ma il vento gonfia sì tutte le vele, Che convien che la nave al fin si cele.
30
A dirittura vanno all'osterìa I paladin, che crepano di fame; Entrano a mensa, e in due boccon va via Quanto c'è sopra d'uova e di carname. L'oste che vede tanta ghiottornìa, E che si mangian l'uova col tegame, Disse: Il Signor mantengavi la vista; Chè d'appetito avete assai provvista.
31
L'ostessa in questo mentre ch'è in cucina, E serve a desco i due forti giganti, Grida, che sembra a punto una gallina Che ha fatto l'uovo, e invoca uomini e Santi; E grida: Fuora, razza malandrina, Se non, ci mangerete tutti quanti. Di questo la ragion era, che in due S'eran mangiati una vitella e un bue,
32
Ch'avevan compro al vicino macello, E portati se gli eran di nascosto Come pollastri sotto del mantello, E poi girati gli avevano arrosto, E dispolpati in men d'un quarticello. Poi volevano il lesso ad ogni costo, Con quattro polpettine e due bragiuole, Come ad un pranzo familiar si vuole.
33
Poi s'eran messi intorno ad una botte, Ed a due mani come un barilozzo L'alzavano, e le davan certe botte, Che s'ella fosse stata ancora un pozzo, Vôtato l'averìano in quella notte. Trenta barili ormai per il lor gozzo Eran passati, e fresca era lor mente, Come avesser bevuto ad un torrente.
34
Le ventresche, i salami ed i presciutti, E quanto l'oste aveva, essi mangiaro. Di questo fatto si stupiron tutti. Ma i paladini in gran pensiero entraro; Chè i borsellini lor son troppo asciutti, Nè san come trovar tanto danaro Da pagar l'oste, e non far villanìa A sè con non pagarlo, e fuggir via.
35
Fanno dunque consiglio; e si conclude Che vada Ferraù limosinando, E che le spalle e le braccia si nude, E si sferzi così di quando in quando. Il capo nel cappuccio egli si chiude, Si dispoglia, e per Denia va gridando: Peccatori fratelli, sovvenite Due anime di fresco convertite.
36
E Ricciardetto col suo bussolotto Gli andava appresso, e pigliava i quattrini. Astolfo a questo non potea star sotto, Veggendo due sì forti paladini Ridotti, per cagione dello scotto, A birbantare tra que' cittadini; E rivoltosi al conte ed a Rinaldo, Disse: A questa ignominia io non sto saldo.
37
E tu trova i quattrini in altra guisa, Riprese il conte. Il far male è vergogna, E no il mutare figura e divisa, Massime qui, dove nïun si sogna Che noi quei siam che il mondo imparadisa. Quest'è un picciol castel di Catalogna, Dove non son guerrieri d'alto affare, Che in modo alcun ci possan ravvisare.
38
In questo mentre torna il penitente, E cento pezze egli ha fatte di accatto; Chè gli Spagnuoli sono buona gente, E come n'hanno, li danno ad un tratto. Con un bagnol di vin caldo e possente Le schiene, che parevan di scarlatto, Bagnan del frate, e lo mandano a letto, E fan mille carezze a Ricciardetto.
39
Pagano l'oste, e vansi a riposare. E parton di buon'ora la mattina; Chè voglion la spelonca ritrovare, Ov'è del frate l'armatura fina. Prendono a Mezzodì la via del mare; Chè nell'oscura macchia saguntina Oltre Valenza quella grotta è posta. U' la detta armatura sta riposta.
40
Avean prese le lor cavalcature, E toccavan con esse forte assai; Ma nel calar da' monti l'ombre oscure, Si trovaro una notte in mille guai; Talchè temerò l'alme lor sicure Di non uscir da quel periglio mai. Si persero in un bosco orrendo e strano, Che da capanne e ville era lontano.
41
Così senza mangiare e senza bere Passâr la notte ed il giorno seguente. Il terzo giorno furon di parere D'ammazzare un cavallo il men valente, E del suo sangue colmare un bicchiere, E spegnere così la sete ardente: Ma sentiron muggir da lungi i tori; Onde, preso vigore, usciron fuori.
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Uscîr dal bosco in una gran pianura, Ma quasi morti, i paladin di Francia: Avevan pel digiun la faccia oscura, E così vôta e sì smilza la pancia, E brutti sì, che facevan paura. La fame, disse Astolfo, ella è una lancia Ch'è più sicura di quella ch'io porto, Da cui senza ferita omai son morto.
43
Ed ecco cade ognuno da cavallo. Orlando è il primo; Rinaldo il secondo; Ricciardo il terzo; il quarto, se non fallo, Astolfo il cavalier vago e giocondo; Ferraù il quinto, segaligno e giallo, Chè digiun tale mai non fece al mondo: I due giganti cadono ancor essi, E sembran nel cader pini o cipressi.
44
Or mentre stanno i poveri Cristiani Stesi sull'erba col bellìco all'aria, Ecco una Fata che per quei gran piani Coglie insalata odorosetta e varia; E visti que' corpacci afflitti e vani, Prima sopr'essi guardando si svaria; Poi dice lor: Che fate qui per terra? Risposero: La fame ci fa guerra;
45
E presso siamo all'ultima partita; Perch'ella è il nostro boja che ci scanna. La Fata allora, d'essi impietosita, Certo liquor ch'aveva entro una canna, Dà loro a bere; e ritornano in vita, E gridan tutti per piacere: Osanna. Indi montati in sella, se li mena A casa sua, e dà loro da cena.
46
Ma perchè intese ch'eran battezzati, E in lor vedeva tanta gagliardìa Da fare i Saracini sconsolati, Si mise a fare certa sua magìa, Che agli uomini robusti e ben piantati Tutte quante le forze porta via; E per fare le cose da maestra, Pose quella magìa nella minestra.
47
Ai giganti però ch'erano stracchi, Come venuti giorno e notte a piede, Non diè l'incanto; chè a guisa di bracchi Presero nella stalla e letto e sede: E già dormivan come monne e Bacchi; Chè lor del vino e molta carne diede La serva della Fata, che a' giganti Vuol bene, e stassi lor sempre davanti.
48
La zuppa a pena in su la mensa venne, Ch'ancor ch'ella bollisse forte forte, Di darvi dentro niun di lor si tenne; E se bene facean le bocche storte, Pur dal mangiarla alcun non si ritenne. La maga intanto di funi e ritorte Reca un gran fascio, e di sua mano poi Li lega tutti come fosser buoi.
49
Orlando volle darle uno sgrugnone, Quando la Fata a legarlo si mise; Ma come suole il nobile falcone, A cui l'ugne feroci abbia recise Il cacciator, restare un babbïone, Così rimase Orlando: ed ella rise. Gli altri fan pure quanto ponno e sanno; Ma da spezzare un fil forza non hanno.
50
L'alba appariva in Orïente appena. Quando a Valenza, luogo non lontano, Legati tutti quanti a una catena Guidolli, in odio del nome cristiano, La Fata al re, chiamato la Balena (Tanto era grosso, smisurato e strano). Questi era figlio di quel Saracino Che Spagna sottomise al suo domìno.
51
Chi ha visto mai per ville e per castella Portare i lupi, presi alla tagliuola; O pur la volpe così trista e fella, Che ognun lor dice qualche aspra parola; Nè si trova pastore o villanelle, La qual con tutta la sua famigliuola Non gli strappi del pelo e non l'angari Quanto che puote con strapazzi vari:
52
Così chi tira lor torsi di cavolo, Chi pere cotte, chi mille sporcizie. Pensa, Lettore, se si danno al diavolo; Ma pur con facce tutti da novizie Chi Piero invoca, chi chiama san Pavolo, Acciò lor salvi da tante sevizie: E in questa guisa e con tanto strapazzo Del re Balena giungono al palazzo.
53
Stava per avventura alla finestra, Ch'era a terreno, un figliuolo del re, Il quale diè di mano a una balestra, E colse Orlando, il qual disse: Cos'è? Rinaldo con un viso di ginestra Gridò: N'è venuta una ancora a me. Ricciardo: Oimè il mio viso! Oimè il mio mento! Diceva Astolfo pieno di spavento.
54
Saliti poi le scale, e giunti avanti Al brutto ed orgoglioso Saracino, Olà, disse, s'impicchin tutti quanti; Che non han fede nel nostro Apollino: E in un baleno venner due furfanti Con de' capestri. Orlando a capo chino Disse: Signore, e qual sorta di bene Da questa impiccatura a voi ne viene?
55
Ben potete voi far quel che vi piace; Ma non ne avrete vantaggio nè onore. Siam bassa gente che tra il volgo giace, E stiamo ognun di noi per servitore. Impiccate chi turba vostra pace, Ed ha ricchezze, credito e valore; Non gente vile, ed a servir sol atta, E che d'umano sangue non s'imbratta.
56
E chi siete? allor disse il re Balena. Rispose Orlando: Io fo da spenditore. Rinaldo: Io il cuoco, e faccio ben da cena. Ferraù disse: Il poco mio valore Mi fa grattare a' cavalli la schiena. E tu? a Ricciardo: Io son barbitonsore. Disse il Turco: Che dici, scioccherello? Dico ch'io fo la barba a questo e a quello.
57
Astolfo non sapeva che si dire; Chè non apprese mai verun mestiero: Pur disse francamente: Eccelso sire, Ho fatto a casa mia sempre l'ostiero, E con poco faceva ognun gioire: Teneva vino bianco e vino nero, E dava certi piccioncini arrosto, Che a mangiarli correvan di discosto.
58
E subito ordinò che sciolti fussero, E si dèsse a ciascuno il proprio uffizio. Alla dispensa il buon conte condussero; In cucina Rinaldo al suo esercizio; E Ferraù nella stalla introdussero. Si fe' tra gli osti l'Inglese novizio: E in fin diero a Ricciardo de' rasoi, Sapon, stuzzica orecchi e sciugatoi.
59
O gran miseria delle umane cose! O crudeltà di barbara fortuna! Ecco l'onor dell'armi, e le famose Destre ch'ove il Sol muore, ove ha la cuna, Sempre fûro e saranno glorïose: Destre che invan non fêro impresa alcuna, Ridotte adesso a far delle polpette, A menar striglie, ad arricciar basette.
60
Or mentre stanno in tanto vilipendio I campioni infelici e rovinati, Ne' petti de' giganti un vero incendio S'accese d'ira, subito svegliati; E il tradimento videro in compendio; Chè l'aste e l'armi e gli arnesi fatati Miraron della casa in un cantone; E pianser d'ira e di compassïone.
61
Prendon la fante poi per i capelli, E la minaccian di farla morire; E voglion loro mostri ove son quelli Che la padrona sua seppe tradire, Almi guerrieri e di valore ostelli, E d'onestade e di senno e d'ardire. La donna si contorce come biscia Per la paura, e tutta si scompiscia.
62
Poi con voce tremante lor domanda Che la rimettan sopra il pavimento, E dirà loro l'opera nefanda: Che tratta in alto con suo gran tormento Stava in man del gigante, che la manda In qua e là, come impiccato il vento; E teme ch'alla fin non l'arrandelli Per la finestra, e affatto la sfragelli.
63
La ripone il gigante sul terreno, E dopo alquanto la donzella dice: La mia padrona sa fare un veleno Con certe erbucce e con certa radice, Che chi 'l gusta, il valore in lui vien meno; Talchè a picciol fanciullo ancora lice Guerrier che sia delle battaglie il mastro Seco condur legato con un nastro.
64
E per tal modo fûro i cavalieri Da costei presi e condotti in Valenza. Ma lasciate, per Dio, questi quartieri; Che s'ella torna, con la sua potenza Cangeravvi in somari od in destrieri; Che in quella stanza ha certa quint'essenza Di cranj di fanciulli e di donzelle, Con cui di giorno fa veder le stelle.
65
E quei piccioni là, quelle galline, E quelle vacche e quei superbi tori, Che voi vedete errar per le colline, Son tutte dame e nobili signori, Che han fatto, sua mercè, sì tristo fine: Però fuggite via, fuggite fuori Di queste mura barbare e spietate, Ove non è nè fè ne caritate.
66