Part 10
Tu non comprendi ciò ch'io ti vo' dire. Riprese il vecchio padre: non si puote Far questa cosa, se non col fuggire; Fuggi con Filomena in parti ignote: Io mostreronne dolore e martìre, E bagnerò di lagrime le gote; Poi là verronne dove voi sarete, Arrecator di nuove o triste o liete.
23
Piacque a Tangil la subita proposta; E la notte seguente una peotta Arma di gente sua forte e disposta A girne ove da lui sarà condotta: Poscia soletto a casa mia s'accosta; Mi chiama, io scendo, e per obliqua e rotta Strada mi guida al mare, e c'imbarchiamo; Sciogliam le vele, e il lido abbandoniamo.
24
Verso Biserta volgemmo la prora; E già tre notti, e già tre giorni interi Eramo scorsi, quando su l'aurora Ecco due fuste di ladroni neri Che ci son sopra; ed all'usanza mora Ruotan le sciable, e dan colpi sì fieri, Che ognun de' nostri egli è piagato o morto, E ancor Tangile è nel suo sangue assorto.
25
Qual io restassi allor, senza che il dica, Voi vel pensate: presi in man la spada Del mio Tangile per morir pudica: E già mi apriva in mezzo al cor la strada, Quando un Moro mi afferra, ed a fatica Mi tiene, che sul ferro infin non cada. Poi lieti dan per la vittoria un grido, E smontan tutti sul vicino lido.
26
I morti affatto li gettaro in mare, E preser qualche cura de' feriti, Per veder se li possono sanare, E vendergli agli Ardioti ed a' Negriti. Poi la preda si mettono a guardare; Ma di me sono tutti incaloriti: E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole, Vengon tra loro ad acerbe parole.
27
Dalle parole poi vengono a' fatti, E si danno le sciable per la testa: Sicchè si sono omai quasi disfatti. Un drappello di pochi ancor ne resta; Ma questi pur si batton come matti. Che più? con sommo mio piacere e festa Veggo i nemici miei condotti a morte, E il ciel ringrazio di sì bella sorte.
28
Poi chiamo il mio Tangile ad alta voce, E lo cerco, piangendo, in mezzo al sangue; E temo di trovarlo, e al par mi nuoce Il non trovarlo. Talor freddo esangue Un cadavere smovo; indi feroce Il guardo; chè fortezza in me non langue: In questo mentre sospirar lo sento, E chiamarmi con roco e basso accento.
29
Corro a quel suono, e lui veggo cosperso Di sangue, parte suo, parte d'altrui; Che il suo languido ciglio in me converso, Mi disse: O cara, che sarà di nui? Speriam, gli dissi; in ogni caso avverso Manda Giove benigno i doni sui; Quindi gli astergo le ferite e lego, Ed a sperar sorte migliore il prego.
30
Su la nostra peotta io molte cose Torno a ripor, che stavano sul lido; E di balsami e d'erbe prodigiose Prendo un involto, in cui molto mi fido; E bagno le ferite sanguinose Dell'adorato mio marito fido; E ne riceve in breve tal conforto, Che s'alza, e muove il passo inverso il porto.
31
Entriamo in barca; ed egli: O Filomena, Sciogli, mi disse, pur tutte le vele. Lasciamo al ciel di noi la cura piena; Egli ci faccia il mar mite o crudele; Egli il premio ci dia, o pur la pena, Se merta pena il nostro amor fedele, Io fo come egli dice; e in alto mare Ci vediam tosto da' venti portare.
32
Pinoro, re d'Algeri, uomo già fatto, Di nove lustri in circa, era a ventura Venuto in mare, da vaghezza tratto Di predar pesci e alleggerir sua cura. Una sorella sua di gentil atto Era con esso, e di bella figura. Da questi fummo noi veduti appena, Che vennero a incontrarci a vela piena.
33
Or qui comincia il mio sommo dolore, E che per morte solo averà fine. Pinoro nel vedermi arde d'amore, Ed arde per Tangile anche Lucrine La sua sorella: ci fan festa e onore; S'apprestano chirurgi e medicine Pel mio Tangile; e la real donzella Vuole alla cura sua assister ella.
34
Pinoro assegna una stanza vicina A quella ove egli dorme, al mio marito; Dove può, quando vuole, entrar Lucrina, Che fammi a seco star gentile invito. In fine riposati, la mattina Pinoro, da' più nobili assistito, Va da Tangile, e là mi fa chiamare; Che i nostri casi ha gusto d'ascoltare.
35
Tangile francamente espose loro, Come era figlio del re di Darete; E come Amor con la saetta d'oro Ferì noi due, e prese alla sua rete. A questo dire impallidì Pinoro, E si offuscaron le sue luci liete; Lucrina ancora scolorissi, e poi All'improvviso fuggì via da noi.
36
Le navi mie nel mar di Salamina Arser, guari non è, li tuoi navigli, Disse Pinoro; e con furor cammina. Tangil mi guarda, e dice: Quai consigli Prendiam, mia vita? Ed io: Amor si affina, Siccome ogni virtù, ne' gran perigli; Chè alla perfine è facile ogni uscita A chi uscir vuole dall'odiosa vita.
37
Sol temo (e non ti dolga, se ti taccio Di poco amore e di sospetta fede), Temo Lucrina che non sciolga il laccio Che mi ti stringe, e non la facci erede Dell'amor mio, ed io ti sia d'impaccio. La lunga età fa più ch'uomo non crede; Non piglia il primo assalto una cittade, Nè a un colpo sol di scure il pino cade.
38
Ma in fine ora con foco, or con penuria Fa tanto l'inimico, che si arrende; E tanti colpi mena e con tal furia Il villano, che il pin cade e si rende. Tempo verrà che non parratti ingiuria Di fare all'amor mio; e meno orrende Ti saran l'ombre de' traditi Numi, Perdute nel fulgor di que' bei lumi.
39
Ma pria che ciò il destin veder mi faccia, Vo' che la terra ovvero il mar m'ingoi. Qui taccio, e il pianto agli occhi miei s'affaccia. Queta, grida Tangile, i sdegni tuoi; E me' che può m'accarezza ed abbraccia, E dice: A che temer, cara, tu vuoi Di quel che certo non sarà giammai? E s'io parlo di cor, sola tu il sai.
40
Mentre stiam noi così fedeli amanti, E fra noi ci giuriam perpetuo amore, Ecco due fieri ed orridi giganti, Che prendono, un Tangile con furore, L'altro me prende, che mi sfaccio in pianti; E in un carcer profondo e pien d'orrore Messo è Tangile, e in una rocca forte Posta son io; e serrano le porte.
41
Quel che avvenisse poi al mio marito, Nol so di certo, ma me lo figuro; Chè un stesso inganno fu ad entrambi ordito: Udite quale. Al chiaro ed all'oscuro Pinoro a me venìa d'amor ferito; E non lasciava voci sacre e giuro, Per indurmi a volerlo per isposo, Ora in atto crudele, ora pietoso.
42
Ma quando egli s'accorse che tendea Le reti a' venti, e seminava il lido, E che nel mare i solchi suoi traea, Mutò pensiero, e con parlare infido Mi disse un dì, che già ch'egli vedea Ch'io aveva il cor troppo amoroso e fido, Volea lasciarmi, e in fin restituire Al mio consorte, e poi di duol morire.
43
E in fatti il giorno appresso a me portosse, E disse: Filomena, ho stabilito Che doman tu ti abbelli, e vesti rosse Drotti, o celesti, come n'hai appetito; Chè queste che tu hai, son troppo grosse, Nè si confanno a chi vanne a marito. Verrai su cocchio d'oro alla mia corte, Ove sarà Tangile il tuo consorte.
44
Tutta mi rallegrai a questi accenti; E senza sospettare alcuna frode, Mi abbellisco con tutti gli ornamenti Che possano a donzella recar lode. Viene il giorno prescritto; e di concenti Una dolce armonìa per l'aër s'ode. Monto sul carro, e il popolo s'affolla, E di guardarmi niuno si satolla.
45
Giungo a palazzo, e m'incontra Pinoro, Vestito anch'egli a gala ed allegrezza. Di nobili fanciulle un gentil coro Mi pone in mezzo, e lieto m'accarezza. Vanno esse avanti, ed io dopo di loro; E ad un balcone di mediocre altezza Guidata son, di dove il popol tutto Vedea, che nella piazza era ridutto.
46
Domando di Tangile, e mi vien detto Che già veniva; e il rio Pinoro intanto Mi viene al lato pieno di diletto: Ed ecco odo da lungi suono e canto, Ed il marito mio veggo in effetto; Ma veggo gli occhi suoi pieni di pianto; Affilato lo veggio, e mezzo morto; Mi guarda, e grida: Mi offendesti a torto.
47
E pieno d'aspra voglia di morire, Toglie l'arco di mano ad un soldato, E trae, pensando Pinoro colpire; E leggier mi piagò nel manco lato. Poi disperato mettesi a fuggire; E ancora non si sa dov'egli è andato: Manda Pinoro tutti i suoi famigli, E vuol ch'ove si trova, ivi si pigli.
48
Come augellino che per l'aria vola, Se de' compagni suoi il canto ascolta, Si riconforta tutto e si consola, E drizza le sue penne a quella volta; Ma non sì tosto il misero trasvola Pe' verdi rami, che con furia molta S'alza una rete che lo fa morire, E il cacciator rïempie di gioire;
49
Così si volse in pianto il mio piacere, E il barbaro rideva sul mio affanno; E disse: Non udrai mai più preghiere Dalla mia bocca. Chiamami tiranno, Chiamami uomo nudrito in fra le fiere: Parlar di donna non fe' mai gran danno. Tre giorni soli io ti concedo; e questi A te sta che ti sien lieti o funesti.
50
Quindi si parte; ed io fra mille e mille Uomini armati, e con quelle donzelle Vo fuor della città per queste ville, Pensando all'opre niquitose e felle Di Pinoro, e struggendo le pupille In pianto tal da impietosir le stelle. Col canto e il suon le giovani amorose Cercan le pene mie far men dogliose.
51
In questo mentre voi giungeste. Appena Ella pon fine al suo ragionamento, Che con le man legate in su la schiena Venir si vede sopra un vil giumento Un uom ricolmo di gran doglia e pena. Ma m'interrompe questo avvenimento La pietà c'ho di Carlo, il qual si trova Oppresso sempre più da gente nova.
52
Aveva Carlo un certo suo scudiere, Che a parole era un Ercole, un Sansone; Ma se piegavan punto le bandiere, Era sì gran vigliacco e sì poltrone, Che per timor fuggiva a più potere; Vizioso, porco, perfido, briccone; Che sol col pregio di servire in corte, Niuna casa per lui avea le porte.
53
Figliuol d'un contadin di Piccardìa Era costui, e si chiamava il Mena. La mano sua ell'era man d'arpìa, E di gran somaraccio avea la schiena. Gran copia d'oro e gran mercede avìa; Ch'era buffone, ed avea mente amena; Ed entrò in grazia a Carlo di tal modo, Che vi parea confitto con un chiodo.
54
Ora costui vedendo a mal partito Carlo e Parigi, un alto tradimento Macchinò nel suo core infellonito. Si traveste una notte, e all'aere spento Per un condotto, da niuno avvertito, Esce fuor delle mura a salvamento, E dallo Scricca corre a dirittura, E dice: Io vengo per vostra ventura.
55
Io vo' darvi Parigi e Carlo in mano, Che dopo tanti miei lunghi servigi Scacciato m'ha per un sospetto vano Dalla presenza sua e da Parigi. E qui sospira il perfido villano, E si strappa i capelli ed i barbigi. Dice lo Scricca: Se questo succede, Io ti vo' far di mezza Cafria erede.
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In questa stessa notte, se vi piace, Io condurrovvi dentro alla cittade Pochi alla volta; chè non è capace Il condotto di molti; e sole spade Portar potrete, perchè alquanto giace La bassa volta, ed in angusto cade. Piace al barbaro re questa proposta, E la gente all'impresa è già disposta.
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Avanti a tutti camminava il Mena, E nella buca subito si caccia. Lo seguon gli altri; ed ei stretta alla schiena Accesa porta una sua lanternaccia, Onde di luce quella fossa è piena. Sbocca in Parigi, e si copre la faccia, Acciocchè alcun nol vegga e nol conosca, Con una mascheraccia brutta e fosca.
58
E già vicini essi erano al palazzo, Quando le guardie si fûro avvedute Del tradimento, e ne fanno schiamazzo. Corron le genti d'armi, e di ferute Si fa per ogni via di sangue un guazzo. La fortuna e il valor gli assista e ajute; Chè intanto che si danno su' cimieri, Io vo' dir qualche cosa d'Ulivieri.
59
Ulivieri, Selvaggio e Dudon forte S'imbarcaro a Calesse, e navigaro Alla man destra che riguarda il Norte; Ed a man manca l'isole lasciaro, Che fûro al navigar l'estreme porte Ne' tempi antichi, quando i buoi parlaro; E nel mar di Norvegia si trovarno, E nol sapendo, in un gran pesce entrarno.
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Una balena larga dieci miglia, E lunga trenta, entro quell'acque giace: E la sua bocca, quando che sbadiglia, Sembra un porto, ed un porto anche capace. In questo entra Ulivieri e sua famiglia, E si promette sicurezza e pace, Perch'era il mar turbato e tempestoso; E quivi pensa ritrovar riposo.
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Ma non sì tosto egli entra, che si avvede Che quel porto di mare un pesce egli era, Il qual chiude la bocca, e prender crede Fra' denti i naviganti e la galera; E lor diede vicino un braccio o un piede: Onde i lor volti fecero di cera I paladini afflitti e spaventati, Vedendo che in un pesce erano entrati.
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Ma, seguitando pure la corrente, Vanno oltre, e son portati in un gran stagno, Dove veggion pescar di molta gente. Su le ripe son piante di castagno, Di lauri e lecci; e popolo frequente Evvi, che compra e vende per guadagno. Guardan più avanti, e veggon case e buoi, Marre ed aratri, come abbiamo noi;
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Che il sole per gli orecchi e per la bocca Vi passa dentro, e le cose produce. L'uva annegrisce in su la spessa ciocca; Il gran biondeggia, e come oro riluce. La notte la rugiada pur ci fiocca; E la luna i suoi raggi v'introduce. Vi sono uccelli, e lor nidi vi fanno: E chi non lo vuol credere, suo danno.
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Ma tra le molte cose nuove e strane Rimasero di sasso i paladini, Quando che udiro il suon delle campane, E vider tra i cipressi e gli alti pini Una chiesuola, e carichi di pane Muoversi verso lei due cappuccini: Ond'escono di barca, e come vento Vanno a trovar quel povero convento.
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V'era guardiano un certo da Pistoja, Che al secol si chiamò messer Francesco. Era buon uom, ma senza salamoja: Giuocar a' dadi, e seder molto a desco Al mondo fu la sua più cara gioja. Diceva a mente sana e a cervel fresco Cose sì pazze e sì spropositate, Ch'era il piacer di tutte le brigate.
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Stava a ventura sulla porterìa, Quando giunsero i Franchi cavalieri, Quai tosto ad incontrare egli s'invìa, Ed offerisce lor mensa e quartieri. Accettano i campion la cortesìa. Dice il guardian: Ci stien pur oggi e jeri, E jeri l'altro, e quanto che vorranno; Chè ci fan grazia, e spesa non ci danno.
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Ma sento scucchiarare le forcine, Segno che a cena il cucinier c'invita. Non vi darem nè polli nè galline, Ma vi daremo roba digerita. Ulivier lo ringrazia senza fine, Ed alla bocca si pone le dita; Chè tanto il riso trattener non vale, Che non gli scappi, e il frate l'abbia a male.
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Entrano in refettorio, e in cima in cima Siedono tra il guardiano e i superiori. Si dispensa il silenzio per la stima, La qual si debbe a così gran signori. Portan di rape una minestra in prima; Poi uova, maccheroni e caci fiori, Ottimi vini, e pan sì buono e bello, Che il papalin non ha che far con quello.
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Chiede Ulivier, terminata la cena, Al guardiano in che modo ei sia qua drento, E come in corpo a così gran balena Abbiano fabbricato quel convento. La bianca barba sua con la man piena Prende il guardiano, e dice: Io son contento Di dirvi il tutto; e acconcia sua persona, Bassa il cappuccio, ed in tal guisa intuona:
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La storia è corta corta: giovinetto Mi feci frate; ed andato a Livorno Con quel padre che stammi a dirimpetto, Un dì vedemmo un bel naviglio adorno (Inglese credo, a quel che mi fu detto), Ed era nominato l'Alicorno. V'entrammo per vederlo; e in un momento Dieder le vele i marinari al vento.
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E dopo un lungo navigare, alfine Giungemmo in questi mari, e fummo preda Di sì gran pesce senza fondo e fine. Ed il convento, per quel che si creda, È molto antico. In lettere latine Sta scritto il tutto; ed acciò che si veda, L'hanno scolpite in marmo: e, sottosopra, Di cent'anni sarà forse quest'opra.
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Di qui partiamo quando che ci pare, E ritorniamo a nostro piacimento, Conforme entra nell'orca ed esce il mare. Disse Ulivieri: Io son molto contento, Che possiamo di qui presto scappare. Domani all'alba ho di partir talento; Chè in Francia ritornare m'abbisogna; Chè ormai lo più tardar merta rampogna.
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Riprese un fraticello: Andate presto; Ch'io di là vengo che son pochi giorni. Africa ha messo Carlo fuor di sesto; Francia è piena di timpani e di corni. Disse Selvaggio: Che parlare è questo? Chi ha mosso guerra a que' nostri contorni? Soggiunse il frate: Io non so tante cose; Ma so che vi son guerre sanguinose.
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Udito ciò, se ne vanno a dormire, E la mattina ritornano in barca; E stanno tutti attenti per uscire, Quando la bestia la gran bocca inarca, E l'acqua con lo mar si torna a unire. Pigliano il tempo; la barchetta scarca Nell'ampio mare trascorre veloce: Ulivier si fa il segno della croce.
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Ma perchè non han bussola nè vele, Si ritrovano tutti a mal partito; E pensan che se il mar si fa crudele, Il lor pellegrinaggio egli è finito. Non hanno pan, non hanno noci o mele Da cavarsi al bisogno l'appetito. Or mentre stanno in questo gran pensiero, Ecco che l'aere ingombra un nuvol nero,
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Qual distesosi sopra la barchetta, S'apre, e si muta l'orrido in fulgore. Cinta di luce un'alma giovinetta Veggon che un grande augel tutto candore Porta sul dorso, e il peso gli diletta; E dice lor: La sposa son d'Amore, Che il vo cercando, e non lo so trovare, Perchè fermo in un loco non può stare.
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Non crediate però che i paladini Si credessero Psiche esser costei; Perchè le Fate han centomila fini Per celar lor persone a questi e quei: Onde non vuolsi or fare da indovini Per dire la ragion che mosse lei A fingersi in tal guisa. Basti questo, Che fu ai baron l'inganno manifesto.
78
Ma facevano il gonzo i corbacchioni Per lo vantaggio, e non pagar gabella. Ed in questo do lor mille ragioni; Chè il guastare per una bagattella I fatti propri è cosa da minchioni. Però la lascian dir come vuol ella; E le fan mille inviti e baciamani, Perchè punto da lor non s'allontani.
79
Scende sul legno, e chiede a' cavalieri, Se san nulla di lui. Disse Guidone: A dirla, noi facciam certi mestieri, Che col toglier la vita alle persone Non si confà gran cosa co' piaceri, Tra' quali il vostro sposo si ripone; Ma guidateci a terra, e cercheremo Di lui quel più, madonna, che potremo.
80
Si pone su la poppa la donzella, E lega i piè del cigno volatore Con un'azzurra e lunga cordicella; E quello verso là dove il Sol muore, Vola e tira con sè la navicella. In questo mentre, per trapassar l'ore, Chiede a Psiche Ulivier, per qual motivo Amor sia un'altra volta fuggitivo.
81
Forse con la lucerna un'altra volta L'hai tu veduto, quando che dormìa? Ed ella tutta in lagrime disciolta: Non caddi più nel grave error di pria; Ma la presenza sua da me si è tolta Mercè i desir della suocera mia, Ch'or per sè, or per gli altri il manda in giro: Ond'è che spesso sola io lo sospiro.
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Vidi l'altr'ieri il furibondo Marte, Che con la suora sua iva a Parigi; Il quale in fretta chiamommi in disparte, E mi disse che a far certi servigi Per Venere Cupido era ito in parte Ch'Africa è detta, e là farà prodigi; Che ha desìo ch'egli abbruci e che saetti Le africane donzelle e i giovinetti;
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Perchè nemica alle cristiane genti, Vuol che il furor dell'armi e l'ira atroce Per via d'Amor s'accresca e s'augumenti. Così divien più duro e più feroce Toro con toro in vista degli armenti; Ch'Amor lo punge, lo sferza e lo cuoce Per la bramata e combattuta vacca; E quanto pugna più, meno si stracca.
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Ma una certa domestica di casa, Che si dice madonna Epimelìa, Stretta di bocca e con l'orecchia spasa, E ch'ogni fatto ed ogni cosa spia, È d'un'altra ragione persuasa, Che cruccia e affanna assai l'anima mia: Mi disse, come innamorato egli era D'una donzella vaga e lusinghiera:
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E disse, come là dell'Arbia in riva Era nata di sangue illustre e chiaro, E che del terzo lustro appena usciva, Nè le fu il cielo di bellezza avaro; Nel volto giglio e rosa le fioriva: E aggiunse ancor, ch'aveva un dir preclaro, Ed invaghiva ognuno che l'udìa: Tanto era pien di grazia e leggiadrìa:
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E ch'ella stava di presente in Roma, Acclamata, gradita e ben veduta: Fortuna in man le avea data sua chioma; Ond'è felice qualunque saluta: E disse ancor, come Gingia si noma, E che ha due occhi che fanno feruta; E che il marito mio con sua famiglia Or le vola sul seno, or su le ciglia.
87
Ma il cane che provò l'acqua bollita, Fugge la fredda: ancor così faccio io, Che, per dar fede a ciarle, fui tradita, E caddi in ira al dolce signor mio. Però fo finta non averla udita, Nè il fatto come stia saper desìo; Chè il cercar di saper quel che saputo Accresce duolo, non m'è mai piaciuto.
88
Disse Guidon: Signora, fate bene; Chè son pazzi i mariti e ancor le mogli, I quai cercan di ciò che lor dà pene. Ed io, s'avverrà mai ch'unqua m'imbrogli In queste d'Imeneo sacre catene, Non vo' cercar d'imbasciate o di fogli, E se la mia consorte di soppiatto Fa quel che non vorrei mi fosse fatto:
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Perchè ho sentito dir da certi vecchi, Che le donne quando hanno fermo in testa Di far gli accorti lor mariti becchi, Se con la pece o con la carta pesta Tu lor stoppassi i luoghi mai non secchi, E lor facessi di piombo la vesta, E le chiudessi ancor con un lucchetto, Avrà il disegno lor sempre l'effetto;
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E che da questo affronto vanno esenti I consorti discreti e non gelosi. Disse Ulivier: Ancor chi non ha denti Può mangiar i limoni più sugosi. Tu non hai moglie, e però non paventi; Ma gli ammogliati sono timorosi. Così dicendo, omai scopron terreno, E lo veggion di popolo ripieno.
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Van poco avanti, e veggono un naviglio Coperto tutto d'una tela oscura, Mezzo sdruscito, e che già sta in periglio D'andare a fondo; e morta di paura Vi veggono una donna con un figlio. Più belle cose non fe' mai natura. Psiche la barca a quel naviglio appressa, E la man stende alla donzella oppressa,
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Qual di subita gioja ebbe a morire, Quando col figlio suo si vide salva. Dal lido intanto si sentìa muggire La gente nel mirar ch'ella si salva. Disse Psiche: La meglio ella è fuggire; Chè l'occasione ha la fronte calva; E se non si prende ora, indarno poi Noi ci dorremo e di lei e di noi.
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Ulivieri, Selvaggio e il buon Dudone Ebbero a male un sì fatto parere. Psiche in veder la loro intenzïone, Disse: Deh non abbiate dispiacere, S'ora vi tolgo da sì gran tenzone. Io non temo di voi: vostro potere E vostra gagliardìa veggo a più segni; Ma non è tempo di pigliare impegni.
94