Part 1
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CLASSICI ITALIANI
NOVISSIMA BIBLIOTECA
DIRETTA DA FERDINANDO MARTINI
SERIE III
VOLUME LVII
FORTEGUERRI
IL RICCIARDETTO
CON UNO STUDIO DI GIOVANNI PROCACCI
ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO
MILANO
[Illustrazione: NICCOLÒ FORTEGUERRI (da un marmo del Lotti al Liceo Forteguerri — Pistoia)]
_Il favore che ottenne dal pubblico la prima serie della nostra BIBLIOTECA DI CLASSICI, sì da richiederne una seconda edizione già sotto ai torchi, e gli incoraggiamenti che da ogni parte ne vennero al nostro Istituto, ci inducono a proseguire nella impresa, guidandoci con più larghi criteri a maggiori intendimenti. I quali forse non consentirebbero che alla raccolta si mantenesse l'antico titolo di BIBLIOTECA DI CLASSICI; ma noi lo manterremo: che se non a tutti gli scrittori ai quali daremo luogo, si conviene quell'appellativo com'è comunemente inteso, tutti meritano d'essere divulgati e ancor letti. E la Biblioteca nostra se non di classici, certo di scrittori eccellenti, conterrà così quanto la letteratura italiana ha in tutti i secoli di più pregiato e famoso._
L'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO
NICCOLÒ FORTEGUERRI
IL RICCIARDETTO
(VOLUME I)
GIOVANNI PROCACCI
NICCOLÒ FORTEGUERRI E LA SATIRA TOSCANA DEI SUOI TEMPI
I
Di Niccolò Forteguerri parlano gli storici della nostra letteratura in modo o inesatto o incompleto. Alcuni giudicano del _Ricciardetto_ come non avessero pur veduto la lettera ad Eustachio Manfredi[1], dove l'autore dichiara l'occasione e l'indole del Poema. I men trascurati limitano al Poema i loro giudizi, e si aiutano d'ingegnose induzioni, dimenticando le poesie minori, e anche le Epistole in versi che vanno sotto il nome di _Capitoli_, senza lo studio delle quali non si può bene intendere né il _Ricciardetto_ nè il suo poeta. È di questi Capitoli, indegnamente dimenticati, che io intendo principalmente occuparmi; e perchè rivelano tutto l'animo del Poeta, e perchè danno carattere storico e autorità morale alla satira toscana della prima metà del secolo XVIII.
La pubblica biblioteca del R. Liceo pistoiese, oltre ad un codice contenente venticinque Capitoli, già tutti pubblicati[2], ha anche un MS. intitolato: «Vita dell'Ill.mo e Reverend.mo Monsignor Niccolò Forteguerri»; breve scrittura di uno dei due fratelli del Poeta, il Prior Bernardino, inedita, secondo io credo, e meritevole di rimaner tale. Ma poche e difettive sono le biografie del Forteguerri, nè al tutto scevra d'errori è la bella _Vita_ che ne scrisse latinamente Angiolo Fabbroni, che pur fu assistito nell'opera da Mons. Giacomelli, concittadino e amico del Poeta[3]. È per questo che la scrittura del fratello Bernardino non può trascurarsi. Essa è studiabile anche nei suoi silenzi, anche nelle sue ingenuità, per non dire ne' suoi errori; ed io ne prendo ora occasione a qualche notizia circa il Forteguerri e i suoi tempi.
D'ordinario il fratello biografo si allarga nelle cose familiari e minute; quelle che a noi sembrano più importanti, o le omette, o le accenna fuggitivamente. Ci fa sapere che Niccolò è nato nel 1674, il 6 Novembre, a mezz'ora di notte; ci recita tutti i nomi di battesimo, e i nomi e i titoli del compare, e anche del suo sostituto; ma dei veri titoli di gloria del suo fratello non se ne cura. Narra che nel 1716 Monsignore è a Pistoia per l'incoronazione della Madonna dell'Umiltà, e fa bene a occuparsi di codesta festa, perchè Niccolò ne fu veramente il promotore e la parte principale[4]; ma della scommessa amichevole che dette origine al Poema, fatta in quello stesso anno, anzi proprio in codesta occasione[5], neppure una parola. «Giudica bene apporre in fine la Nota di tutti i libri sì manoscritti che stampati e delle tante altre composizioni che son venute alla luce tanto in vita che dopo morte di detto Monsignor Niccolò»; e fra i libri e i manoscritti ne annovera soltanto cinque, mentre a noi per solamente contare i manoscritti ora esistenti ci è voluto del tempo, e dimolto. Fu prudenza o ignoranza quella del Prior Bernardino? Certo egli è più fratello del Don Abbondio manzoniano che dell'autore del _Ricciardetto_, e continua, credo io, a far le parti del furbo e del pauroso per conto di Niccolò anche dopo la sua morte.
La giovinezza del Forteguerri s'incontrò nel bel mezzo del ducato di Cosimo III, nel fiorire del Gesuitismo e nel nascere e fiorire dell'Arcadia. Non è un bell'incontro! Ma l'aria ossigenata dell'appennino toscano tutto ottunde e consuma, e domò anche, almeno in parte, la ferrea natura di Cosimo. A ogni maniera di prepotenze e di affettazioni il popolo toscano oppone un'arme invincibile, _il ridicolo_; e non quel ridicolo romoroso e volgare che si annunzia e ti dà difesa, ma quel ridicolo fine e silenzioso che non scopre il feritore ed ammazza il ferito.
Spesso la storia della stampa di un libro è la storia di un governo. Nella pubblicazione del _Lucrezio_ del Marchetti c'è tutta la storia del dispotismo ipocrita di Cosimo III. Protesta il povero traduttore del suo cattolicismo, e vuol mettere il lavoro sotto l'egida del Sovrano; ma il Sovrano ha più paura del traduttore e non se ne fa nulla. Il lavoro è chiesto in copia da gran letterati stranieri, da principi, da cardinali, e gira per tutta Italia e fuori, come, qualche anno dopo, il _Ricciardetto_, come, un secolo più tardi, i _Versi del Giusti_. Non importa; giri il _Lucrezio_, giri il _Ricciardetto_, girino i _Versi_, ma non si faccia lo scandalo della stampa. Che povera e ugual cosa è il dispotismo di tutti i tempi!
Dai legami di così bassa e corrotta società si liberò il Forteguerri per la singolare bontà e semplicità dell'animo, come più tardi per la forza e libertà dell'ingegno doveva sciogliersi da ogni servilità accademica. Dannato dalla nascita al clericato, di dodici anni ricevè la prima tonsura[6]; e ognun sa che a codesto fato anche le nature più ribelli finivano col sottomettersi, per non avere il danno e le beffe, e non prolungare di troppo quella crudele ipocrisia dei festeggiamenti, così bene svelata nei _Promessi Sposi_, con la quale, e monache, e frati, e preti erano accompagnati al sacrifizio. Niccolò ci fu accompagnato anche con pensioni e benefizi, del che si rallegra il Prior Bernardino che pare fosse, oltre che lo storico, anche il fattore della nobile ma non molto ricca famiglia. Dopo gli studi primi nei Collegi di Pistoia e di Siena e dopo la laurea di Pisa, «da noi e da molti dei nostri parenti (dice il fratello biografo dandosi un po' d'aria) si pensò di doverlo mandare a Roma»; per dove infatti partì il 1 Decembre 1695. Ritrovati qui alcuni vecchi condiscepoli e fatta camerata con loro, entrò allegramente nella baraonda curiale senza dimenticare la vita pistoiese, rammentatagli caramente dalla presenza dello Zio materno, Mons. Agostino Fabbroni (creato poi Cardinale nel 1706), al quale la madre Marta lo aveva raccomandato.
Col principiare del secolo, a venticinque anni, egli diè pubblicamente il suo primo e solenne saggio letterario, recitando in Vaticano l'orazione latina nei funerali di Innocenzo XII. Inutile il dire che confermò in così grande occasione la buona fama che già si era acquistata negli studi delle lettere e della giurisprudenza.
La Curia Romana avea sempre più bisogno d'ingegni forti ed acuti per difendersi contro lo spirito di riforma che agitava anche gli uomini più schietti e timorati, e per mandare innanzi quella politica doppia e simulatrice che adoprò sempre utilmente sotto specie d'imparzialità. Ora poi che la guerra della successione di Spagna minacciava tutta l'Europa, un'ambasciata a Filippo V era proprio il fatto suo. Ne fu incaricato Mons. Zondadari, e gli eletti a seguirlo come Segretari furono l'abate Grimaldi e l'abate Forteguerri.
Se fosse stato vero ciò che di quel Monarca cantava un caro e venerato amico di Niccolò, Eustachio Manfredi, cioè che _innamorava con gli occhi i venti e le onde_, talchè pacificava le sue mille Provincie
_Usando il ferro no, ma il guardo altero,_[7]
bisognerebbe dire che S. M. cattolica dovette essere in codesta occasione molto avara delle sue occhiate. Infatti gli ambasciatori, appena imbarcati a Genova, furono subito _dall'ira dei venti e delle onde_ balestrati sulle coste della Sardegna; e giunti con gran pena a Madrid, trovarono il Re, che, avaro sempre delle suddette occhiate pacificatrici, si preparava a partire per l'Italia, dove il principe Eugenio correva vittorioso i suoi domini. L'ambasciata dovè partire col Re, si trovò alla battaglia di Luzzara, e quando la Corte, per altre necessità di guerra, ritornò in Spagna, dovè pur seguitarla.
Un viaggio così fortunoso e affrettato non fu senza danno della salute di Niccolò; sebbene il fratello biografo, lasciando della salute, ci dice soltanto «che moltissime spese la casa dovette fare per simile congiuntura». Però da varii luoghi delle lettere familiari si rileva che Niccolò era annoiato della dimora in Madrid e dell'ufficio di segretario, onde chiese ed ottenne il richiamo, che dovette essere sui primi del 1705.
Da questo momento egli rientra nella gran vita curiale, di cui percorre di grado in grado gli uffici fino al segretariato di _Propaganda_[8], e dimora in Roma (tranne qualche villeggiatura o missione) fino alla morte (17 Febbraio 1735); non odiato da nessuno, stimato dai dotti, benvoluto dai quattro Pontefici che servì, e solamente un po' trascurato sotto Benedetto XIII per aver partecipato alla nobile opposizione del Cardinale Fabbroni, nella nomina del vituperevole Mons. Coscia al cardinalato.[9]
II
Il ventennio che corre tra il ritorno da Madrid e la elezione di Benedetto XIII è veramente il bello e operoso periodo della vita di Niccolò. Gli affetti familiari; gli amori femminili tanto in lui più tremendi quanto più contrastati nella loro legittima affermazione; gli uffici suoi pieni di noie e di contese; le ansie mescolate d'applausi infruttuosi per le sue poesie più franche e vivaci[10]; le ambizioni spesso deluse e sempre invano combattute, fanno tempesta nell'animo suo onestissimo, la quale non tace affatto nei versi per monacazione, si annunzia di tratto in tratto nel _Ricciardetto_ e romoreggia tutta nei _Capitoli_.
Lo studio di questi, utilissimo a chiunque brami conoscere i costumi romani, e specialmente della Curia, nel Secolo XVIII, è assolutamente necessario, come dissi, a chi voglia bene intendere l'ingegno e l'animo del Forteguerri. Nè vi mancano preziosi accenni al suo _Ricciardetto_. In un Capitolo del 1725, per citare un esempio, è detto chiaramente così:
_Ho dato alla perfine compimento_ _A quel poema di Ricciardo mio._[11]
La qual cosa, scritta a un amico con cui ha continua relazione epistolare, ci fa certi che il poema fu terminato non prima di codesto anno, come siam certi che fu cominciato nel 1716[12]. Ora se avesse letto i Capitoli, e veduto codesto luogo, non avrebbe un illustre storico moderno sentenziato, fra le altre cose, che il _Ricciardetto fu scritto per iscommessa un canto al giorno_.[13]
Le persone a cui egli manda i Capitoli sono i pochi e più intimi amici. Ai fratelli, a cui dava del Lei, nessuno. Tra gli amici quello a cui più tocca delle sue confidenze, è Liborio Venerosi[14], fratello a Brandaligio _di arcade fama_; patrizio pisano dei Conti di Strido, ma nato da una pistoiese e dimorante in Pistoia; uomo pieno di studi, e, per i tempi, liberissima e schietta natura. Si lascia andare anche col Tolomei[15] e col Buti;[16] ma le gioie, i dolori, gli sdegni, li versa tutti nel cuore del suo Venerosi. Sono mandati quasi tutti da Roma a Pistoia, e scritti come improvvisando, senza ricopiare, e talora anche senza rileggere, come è chiaro per certi poscritti che sono negli autografi[17]; cosicchè il contrasto tra i suoi uffici e la sua vocazione vi è espresso con ammirabile candore ed efficacia. Il sentimento che vi domina, con forma alternata d'elegìa e d'invettiva, è di paragone e di antitesi tra la libera quiete della sua città, a cui anela, e il servilismo e la lussuria di Roma che detesta:
_O mio Liborio, se vedessi quello_ _Ch'io veggo troppo spesso e che m'annoia_ _Sì che invidio chi dorme entro un avello,_
_Perdio non usciresti di Pistoia,_ _Ancor che Dante la chiami una tana_ _E dove d'ozio si marcisca e muoia,_
_E ti parrebbe cosa assai più sana_ _Andar pescando broccioli e lamprede_ _Su per la Stella o la brecciosa Brana,_
_Che stare appresso a questa santa sede,_ _Ov'io non so per quale alto mistero_ _Poco di bene e assai di mal si vede._
_Onde aspettando io sto che il mio San Piero,_ _Stanco del più soffrire, un dì ci metta_ _La santa mano sua ma daddovero.[18]_
Questo sentimento dominante non scade mai: è nei Capitoli del 1718, come in quelli del 1734; e dal putre aere di Roma sospira egli sempre alla pace dei suoi colli nativi:
_. . . . . . . . . se potessi_ _Lascerei questo ciel di buona voglia;_
_E cangerei, per Giove, coi cipressi_ _Di Giaccherino le guglie di Roma_ _E i suoi palagi sontuosi e spessi.[19]_
E poco dopo:
_Liborio, io non canzono, e remo o boia_ _Mi venga in mano e mi salti sul collo_ _Se mi piace più Roma che Pistoia[20]._
Talora codesto sentimento, in luogo di invettive, gl'ispira co' suoi dolci ricordi affettuosissime descrizioni, com'è quella del Capitolo XXI, e che comincia così:
_Signor Giuseppe, se ben vi ricorda,_ _Partii dalla mia villa alle nove ore,_ _Come si dice, alla muta e alla sorda._
_Le dipartenze sono un crepacuore_ _Però le fuggo, chè l'ultimo addio_ _È come l'olio santo a chi si muore._
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Adunque io presi l'ambio zitto zitto,_ _E nel calesse ponendo il sedere,_ _Mi parve da un coltello esser trafitto._
_Rivoltai gli occhi verso Belvedere,_ _E poi li girai presto intorno a casa,_ _E crebbe a dismisura il dispiacere._
_Le collinette e la campagna rasa_ _Di Cecina, Lardano e di Castello,_ _Ove cotanta cacciagione è spasa,_
_Mi furo alla memoria un tal flagello_ _Che quelli ch'hanno in uso i missionari_ _Sarebber come gusci di baccello._
_Ma le nipoti e i nipotini cari,_ _La madre, la cognata e il fratellame_ _Tutti si trasformaro in rei sicari._
_Dormivan essi . . . . . . ._
E qui seguita la descrizione così piena di sentimento familiare, che il Berni e tutti i berneschi non sognarono mai.
Ma la buona e franca natura di Niccolò, meglio che negli amori, si manifesta negli sdegni suscitatigli dalla presenza dei vizi tra i quali è costretto suo malgrado di vivere. Della verità del suo sentimento religioso non è nemmeno a dubitare; e quando non apparisse chiaro dai suoi scritti, gli uomini più savi e pii del suo tempo ne farebbero fede[21]. Ma la veracità di codesto sentimento è ciò appunto che più accende i suoi sdegni contro ogni maniera d'ipocrisie, dai quali si salva appena la persona del Papa. Alla morte di Benedetto XIII ha proprio sulle labbra il _nunc tandem redit animus_[22] di Tacito, e per isfogarsi un po' contro gl'impauriti _beneventani_ (i venuti a Roma da Benevento insieme col Papa che vi era stato arcivescovo) scrive al suo Venerosi:
_Liborio, eccoci giunti finalmente_ _A quel tempo felice e benedetto_ _Di gastigare e di premiar la gente._
_Se più durava il regno maledetto_ _Della canaglia rea beneventana,_ _Ella era cosa da passare in Ghetto,_
_Od in Biserta o nella Tingitana,_ _E quivi alzare il dito, tanto guasta_ _S'era per essi la terra cristiana._
_Ma venne alfin chi diede loro il basta,_ _E se piace al Signore, Amico, io spero_ _Che si farà di tutti una catasta.[23]_
E qui viene a parlare delle paurose fughe del Fini e del Coscia, i due più terribili beneventani. Nè pare che questo sia sfogo vigliacco contro i caduti, poichè soggiunge subito francamente:
_. . . . eppur l'altr'ieri e questi e quello_ _Come reliquie in vago tempio esposte_
_Eran di Roma l'idolo e il flagello,_ _Ma non già mio, chè sempre di costoro_ _Ebbi dispregio e mi piacea d'avello.[24]_
È questo il solo Capitolo, dove l'ira, mescolandosi alla gioia, lo tira in qualche personalità. Ma ricordiamo che egli mormorava questi suoi sdegni nelle fide orecchie di un amico; che il Menzini e il Sergardi avevan fatto ben altro; nè scandalizziamoci poi tanto anche noi, che cominciamo, o mi sembra, a far peggio.
Ma o innanzi, o durante, o dopo il pontificato di Benedetto, il Forteguerri, parlando della Curia Romana, non si smentisce mai. Nè occorreva poco coraggio in quel tempo per mandar lettere, sia pure ad amico fidatissimo, dove i propri sentimenti sono espressi in questa forma:
_Liborio, qui si fanno assai commedie,_ _Ma io non vovvi, e bado a quelle, dove_ _Non v'è cortine e non si pagan sedie;_
_Ove gli attori son Natura e Giove_ _E il mondo tutto e quella sciaurata_ _Di Fortuna che fa sì pazze prove._
_Perdio che spesso ne fo tal spanciata_ _Che per ben digerirla, alcuna volta_ _Non valmi lunga ed aspra passeggiata._
. . . . . . . . . . . . . . . . .
_Sai tu chi sono i Pulcinelli miei,_ _I Zanni, i Coli e le servette argute_ _In questa scena d'uomini e di Dei?_
_Coloro sono su' quali piovute_ _Vedrai dovizie, ed han l'istesse insegne_ _Ch'hanno coloro che adornò virtute;_
_I quai sen van come le donne pregne_ _Per l'ampio palco, e con un sputo tondo_ _Dicon per gnome parolaccie indegne,_
_E ignorantacci dalla cima al fondo_ _Opran sì strane e così pazze cose_ _Che rider fan la gran platea del mondo[25]._
E con che fina analisi guarda codesta commedia curiale il nostro Poeta! Muore nel Marzo del 1721 papa Clemente XI. Niccolò, sinceramente addolorato, va alla funebre cerimonia, dà un'occhiata investigatrice, vede la brutta rappresentazione, e manda il suo _Bozzetto_, come oggi si direbbe, all'amico Venerosi:
_Liborio, ho visto il Papa in sulla bara_ _E sono stato con la torcia in mano_ _Servendo lui in occasion sì amara._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_O morte, tua mercè, quanto si varia_ _L'umana scena! e qual si fa tragitto_ _Da ciò che piace alla parte contraria._
_Tal vidi altiero e pieno di dispitto_ _A' quindici di Marzo, e nel diciotto_ _Il vidi umile, languido e sconfitto._
_Insomma andati sono ora al di sotto_ _Que' ch'eran sopra, ed alzano la testa_ _Le rozze smesse e comincian lor trotto._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Povero Papa! In due sol giorni amari_ _Ti ci tolse la morte, e fecci un danno_ _Che chi sa se mai fia che si ripari._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Eppur nol crederai; ne' dì giulivi_ _Del pazzo carneval meno si sgrigna_ _Dai giovinastri del buon senno privi,_
_Come con faccia di crudel matrigna_ _Sul male del figliastro, con ischerno_ _Roma lo guarda estinto e ne sogghigna.[26]_
Ma l'egoismo e la venalità non sono, secondo lui, malanno di Cardinali e di Prelati, ma dei preti in generale:
_Noi altri preti siamo tutti involti_ _Nell'amor proprio, ond'è che ognun se adora,_ _E tutti i voti a se sono rivolti._
_E ci piace il buon tempo e la buon ora,_ _E si strapazza e si lascia l'ufizio,_ _E per il giulio a messe si lavora;_
_E s'apre alcuna volta a più d'un vizio_ _L'uscio dell'orto e quello della via_ _E vassi enormemente al precipizio._
_Liborio, infra noi due detto ciò sia,_ _Riescono pur troppo iniquamente_ _Le chierche fatte per economia.[27]_
Le quali ultime parole sono un accenno, non senza mestizia, all'uso de' suoi tempi e al suo proprio destino, essendo anch'egli, come sappiamo, una _chierica fatta per economìa_. Del resto, chi volesse un espressivo ritratto della vita prelatizia del secol passato non avrebbe che a leggere i Capitoli XIV e XV, dei quali la lunghezza del tema (per non dir altro) non mi permette di referire alcun saggio.
Dei frati, come ignoranti ed oziosi, non vorrebbe inquietarsi. Scrivendo alla Lisabetta Montemagni a cui si facea cappuccino un fratello, si frena assai; ma codesto frenamento gli presta un'ironìa così fina e garbata ch'io non so davvero a qual'altra paragonarla dei contemporanei. «Che bella cosa, Bettina, farsi frate! Io mi voglio male perchè non mi feci. Quel non pensare a niente, neanche a andare pulito, neanche a spogliarsi e a vestirsi per andare a letto.
_Appunto, appunto, come i can barboni!_
E poi c'è di meglio; quell'esser libero dai vostri lacci, o donnette terribili; ed egli, vedi, il tuo fratello s'è levato d'ogni pericolo; non penserà che a fare spropositi per dar nel genio al padre guardiano[28]»,
_E quell'ariona di Montepulciano_ _Dove fa il nettar dell'etrusca gente_ _Lo ingrasserà come un porcel di piano._
Ma quando scrive al suo Venerosi l'ironia non gli basta; allora anche i frati levan le berze sotto la sua frusta. Essi odiano la fatica
_Siccome il volo l'affricano struzzo,_
e con la benedizione dell'uva, delle spighe e dei cavalli
_Si fan provvista più della formica;_
e conclude:
_Ah cangia, Italia, i moccoli in bastoni,_ _E benedici lo suo gran bestiame_ _Dove vuoi, tutti a benedir son buoni.[29]_
Però più che della loro furberìa e del loro sucidume s'inquieta della loro ignoranza. Un Tani ha rubato dei libri alla biblioteca di un convento di Roma; e la sua famiglia sta in pena per il processo. Egli scrivendo al suo Venerosi, manda a consolar la famiglia con pie parole, alle quali mescola una sua bizzarra difesa, della quale ecco una parte:
_Ogni libro stampato, ogni scrittura_ _Si rodono le tarme nei conventi_ _Pieni di bestie solo da vettura._
_Or che ha fatto il buon Tani? ha scossi e spenti_ _Quei bacherozzi, ed a migliori ingegni,_ _Alle bell'opre ai chiari studi intenti,_
_Gli ha dati a poco prezzo; ed atti indegni_ _Si diran questi? e saranno bastanti_ _Perchè l'onor di casa sua si spegni?_
_C'insegnò Cristo molto tempo avanti_ _A non gettar le margherite ai porci,_ _E il torle a loro sarà da furfanti?[30]_
Talora dalle rime del Forteguerri spira un alito di quella satira edificatrice che dovea più tardi fiorire col Parini e col Giusti. Vede egli i perditempi e le fredde cerimonie del suo secolo, e scrive un Capitolo contro il _Cicisbeismo_, dove lodando la _mala creanza_, non fa sfoggio d'ingegno come i berneschi d'un secolo innanzi, ma esprime sentimenti, esagerati se vuolsi, ma vivi e veri. Vede l'abuso dei tridui e delle novene che allontanano le madri da casa e sviano gli uomini dal lavoro; ed egli, degno contemporaneo ed amico del Muratori, assale codesto abuso in un bel Capitolo, tuttora inedito, che incomincia così:
_Uscir, Liborio, non vorrei di riga_ _In dire alcun sproposito solenne_ _E aver col sant'ufizio qualche briga._
La voglia di dir tutto e la paura di dir troppo, anche nell'intimità dell'amicizia, si manifesta spesso nei Capitoli, e quando le due voglie pugnano insieme, allora n'escono terzine come queste:
_O quanti dentro al bagno di Livorno_ _Starieno meglio che dov'or si stanno_ _Con perpetuo di Roma affanno e scorno!_
_Ma qui m'azzitto, ancor che mi fa danno_ _Il trattener la bile che gorgoglia_ _Come nel tino le vinaccie fanno;[31]_
sebbene codesta bile finiva sempre per traboccare; ed una volta uscì, a proposito della Curia, con questa suprema conclusione:
_Però gli è tempo omai e venga ei pure_ _Che su quest'arbor da' maligni frutti_ _Io vegga un giorno balenar la scure.[32]_