Il Regno d'Etruria La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
Part 2
Presero la via dell'Italia scortati da uno squadrone di ussari comandati dal Grouchy. Il generale Clarke, che a Firenze doveva essere il loro tutore, li accompagnava. Dovunque gli stessi segni di rispetto, le stesse ovazioni. Il Murat li attendeva in Toscana, poichè l'eroe piumato riempiva allora con la sua petulanza e magnificenza teatrale queste sale del palazzo Riccardi. Egli diresse l'insediamento di re Luigi a Palazzo Vecchio, e, lasciatolo lì sotto la sorveglianza del Clarke, ripartì per Milano.
Ci voleva un altro ingegno, assai maggiore a quello di questo principe debole ed infermiccio, per rafforzare un trono malfermo in quella Toscana rovinata, lacerata dalle fazioni, occupata dai soldati stranieri, indifferente al sovrano che il caso le imponeva. Le difficoltà gravissime del nuovo regno ci sono rivelate dai carteggi del Clarke e del Tassoni, l'accorto inviato della Repubblica Cisalpina, dalle lettere lamentevoli del re Luigi al Primo Console. Fin dal primo giorno, l'infante si trova alle prese con le difficoltà finanziarie che sempre aumenteranno. Come ricordo del fausto avvenimento, è costretto ad imporre ai sudditi una contribuzione di 300.000 franchi per far fronte alle spese del corpo francese d'occupazione, giacchè 6000 uomini eran di guarnigione a Livorno, donde sorvegliavano gl'Inglesi padroni dell'isola d'Elba. Invano Don Luigi supplica il suo “carissimo amico„, il Primo Console, di scemare le sue pretese; non può nemmeno ottenere dal Bonaparte la restituzione della Venere dei Medici, che allora appunto peregrinava da Livorno a Napoli e da Napoli a Parigi; non potè neanche ottenere quel “più regolare arrotondamento de' suoi Stati„, che il giovane sovrano molto ingenuamente chiedeva in cambio della bella divinità.
Senza tener conto della pubblica miseria, la Corte spagnola si lasciò andare al fasto e allo sperpero. Non si pensava che al piacere. Il re avea preso come primo ministro il vecchio Mozzi “astronomo calato dall'osservatorio al gabinetto„, dice un diplomatico forestiero. Cotesto cortigiano de' vecchi tempi sembra uno dei personaggi dipinti dallo Stendhal nella _Chartreuse de Parme_. Pure il Mozzi era un galantuomo che non mancava nè d'esperienza nè di finezza; ma fu ben presto sostituito da un intrigante della peggiore specie, il Salvatico che alla Corte degl'infanti diventò ciò che era presso i loro parenti di Madrid il famoso principe della Pace. Cotesto Godoi in sessantaquattresimo aveva tutti i vizi del suo modello. Per le sue mani passavano le grazie, e il denaro del Tesoro andava a' suoi compagni di dissolutezza. Da un solo particolare si può giudicare del fasto che si permetteva cotesta Corte indebitata: intorno alla coppia reale erano centoquindici gentiluomini di Camera e settantacinque dame d'onore. Il Salvatico accarezzava le manie puerili di Don Luigi e la passione per il piacere, che nella regina Maria Luisa andava unita ad un superstizioso bigottismo. La mattina diceva il rosario con i Sovrani; la sera metteva su a Poggio a Cajano alcune recite nelle quali l'infante faceva ammirare la sua bella voce. Che autorità poteva conservare un principe che cantava nel _Barbiere_ la parte di Basilio, mentre il favorito gli rispondeva in quella di Figaro? E cotesto principe era insidiato dal male implacabile che dà un così tragico aspetto ai nipoti di Luigi XIV, consumati sotto il cielo di Spagna dagli eccessi del senso.
Dopo pochi mesi di regno, il disgraziato Don Luigi non era più che un'ombra demente. I rapporti del Clarke e del Tassoni segnalano giorno per giorno il declinare della sua salute, gli accessi furiosi d'epilessia, la cui frequenza è attribuita “alle troppo frequenti prove d'amore che il re dava alla regina„. Ben presto i ministri cominciarono a parlare della sua pazzia, senza riguardi. Questo Amleto frenetico scappava dalla tavola a cui il Murat lo invitava, si chiudeva a forza in camera, e ne usciva poi in veste da camera, con la sciabola in pugno, per esterminare i traditori che la sua immaginazione vedeva da per tutto e non senza ragione! Mancò poco che così non ammazzasse il vecchio Mozzi e il Salvatico. Dovettero legarlo nel letto con lacci di seta. Il 27 maggio 1803 un'ultima crisi epilettica lo spense a trent'anni, dopo un biennio di regno. Come parecchi de' suoi congiunti, aridi rampolli d'una razza esaurita, don Luigi aveva appena appena attraversato la scena del mondo. Nel risveglio di giovani forze che fremevano all'aurora del nostro secolo, coteste fisonomie smarrite e invecchiate sembrano gli ultimi fantasmi d'un mondo che scompare.
Lo seppellirono — ma per poco, come vedremo — nella Cappella dei Medici. Per una di quelle ironie a cui la storia è avvezza, cotest'anima d'augello spaurito, vagabonda così nella morte come nella vita, andò per un momento a posarsi fra le grandi figure di marmo e di bronzo, sotto il _Pensieroso_, alla grave ombra della _Notte_. La miseria dell'erario, scrive il Clarke, era tale che “per il funerale del re non c'era di che pagare i ceri; e dalla cereria non vollero darli a credenza: non c'erano che dodici ceri in un angolo del palco sul quale fu esposto, scoperto, il corpo del principe sventurato„. — E il ministro soggiunge: “Gli animi son vicini alla disperazione: le imposte sono così gravi che i sudditi toscani pagano più di quelli della Gran Bretagna: la regina reggente è abbattuta e scoraggita.„
Maria Luisa diventava difatti reggente d'Etruria, in nome del figlio Carlo Luigi ancora in culla. Il vero reggente era il Salvatico. Rinchiusa nelle sue pratiche devote, viaggiando di monastero in monastero con un codazzo di monache, la Spagnola non faceva nulla per affezionarsi i Toscani. Alla morte dell'Alfieri offese i loro sentimenti: e gli amici del poeta ottennero a gran fatica il servizio religioso che il clero gli voleva rifiutare. Nel dicembre 1804, l'ambasciatore di Spagna Labrador fu dai parenti di Maria Luisa incaricato di ottenere a qualunque patto l'allontanamento dell'infausto Salvatico. Il Labrador si recò dalla regina e per tre ore le fu intorno: essa finì per cedere con mala grazia. Cotesta rivoluzione di palazzo fece gran rumore in Firenze. Il favorito non lasciava mai la sovrana, ed entrava da lei a qualunque ora: doveva accompagnarla il giorno appresso a una partita di caccia; ma grande fu lo stupore, e generale il sollievo, quando seppesi ch'era stato destituito durante la notte e condotto con una vettura di posta in una delle residenze suburbane. E la Reggente dovè alla meglio ricomporsi per comparire nel circolo di corte.
D'allora in poi e durante i tre anni che seguirono, la storia della reggenza d'Etruria non ci presenta che l'agonia d'un potere che si dissolveva prima ancora di aver governato. Gl'imbarazzi finanziari ogni giorno crescevano, nonostante gli sforzi e l'abilità del banchiere Eynard: nel 1805 il generale Verdier metteva il sequestro sulle rendite della città e del porto di Livorno per pagare le spese del corpo di occupazione. Come i soldati stranieri, così gl'impiegati toscani si pagavano da loro, e l'amministrazione era dall'alto in basso incancrenita dalla più sfacciata corruzione. Da principio la reggente aveva cercato appoggio e soccorso presso il suo protettore, il Bonaparte; ma il Bonaparte era diventato Napoleone; e il nuovo imperatore aveva altre cure, altri pensieri per altri Stati più importanti di quello dove il Primo Console aveva fatto il primo saggio d'una monarchia vassalla. Per un momento pensò di maritare Maria Luisa al fratello Luciano, che rifiutò. Di poi lasciò libero il campo agl'intrighi della sorella, l'Elisa Baciocchi; giacchè la principessa di Lucca e di Piombino anelava di succedere alla sua debole vicina; e insidiare occultamente Maria Luisa, rovinarla agli occhi dell'imperatore, prendere il suo posto a Firenze, era il disegno politico dell'ambiziosa Elisa.
La guerra di Spagna sonò a morto per il regno d'Etruria; e Maria Luisa sballottata tra Ferdinando suo padre e Napoleone suo protettore, oscillante fra il partito francese e quello spagnuolo, era destinata fatalmente ad esser travolta nella disgrazia de' suoi parenti.
Elisa trovò un alleato nel successore del Clarke, il residente francese D'Aubusson de la Feuillade, gentiluomo di vecchia razza, d'ingegno vivo e aperto a tutte le idee moderne, che si dava in Firenze un gran da fare. Abitava il palazzo Feroni, in Via dei Serragli, si teneva in gran lusso e dava sontuosissime feste. Partiti gli ospiti, il ministro prendeva in mano la penna e dirigeva al Talleyrand delle relazioni vivaci e argutissime, nelle quali diceva corna della società che avea ricevuto. “Il presente governo (dicembre 1806), è composto di quattro ministri, tutti vecchissimi, debolissimi, indolentissimi. Il vecchio Mozzi è rimbecillito dall'età. La regina gli mandò l'altro giorno l'ordine di dare 300 zecchini a un corriere che andava in Spagna: ma egli non ha mai saputo perchè quel corriere ci andasse. La regina non ha fiducia in lui, perchè non ha più che qualche lucido intervallo. Il Cercignani, vecchio come Erode, debolissimo, decrepitissimo, sciocchissimo, nemicissimo dei Francesi, chiedeva non è molto a coloro che sollecitavano la sua protezione, se educassero i figli nel santo timor di Dio e nell'odio contro i Francesi. Il Martini, ministro da un anno, non è fanatico; ma questa è la sola sua buona qualità. È lungo, lento, peso e vecchissimo. Pure ha grandissime pretensioni: ha per intercalare ch'egli ha per governare più talento dello stesso imperatore.... Il quarto ministro Mugnai è ancora vecchissimo e sordissimo.... Fo quanto posso per scuotere coteste vecchie zucche e far loro aprire gli occhi semichiusi dagli anni; ma non ci riesco.„ Nel giugno del 1807 il D'Aubusson tornava all'assalto e ritoccava così il quadro poco lieto: “ministri che non stanno in piedi per le ingiurie del tempo e per la mancanza di fiducia della loro sovrana, o imbecilli e inveleniti contro di noi, tutti con la paura di perder l'impiego; subalterni che valgon quanto loro e anch'essi impauriti, deboli come i superiori in ogni cosa.
Una regina che per giudizio e istruzione ha sei anni, che non si rammenta da un giorno all'altro delle cose, ostinata e dispotica come si suole essere a cotesta età, raggirata da un confessore fanatico e da sottoposti intriganti i quali vogliono arricchire e dominare e non sanno nulla prevedere: ecco il vero quadro della Corte.„
Pretendevano le male lingue che il D'Aubusson fosse molto addentro nel favore della Sovrana, da lui dipinta con colori così poco lusinghieri. È difficile crederlo, perchè lo vediamo prendere a cuore gl'interessi d'Elisa Baciocchi e con la principessa di Lucca cospirare alla rovina della Spagnola. La più gran censura che si faceva al governo etrusco, continuamente rappresentata al Talleyrand e all'Imperatore, era la complicità sua con gl'Inglesi che stavano in crociera dinanzi a Livorno, le agevolezze concedute alle loro merci per rompere il blocco continentale. L'Elisa e il D'Aubusson sapevano che l'Imperatore su questo punto era specialmente irritabile. Sembra di fatti che le risoluzioni di lui fossero precipitate per il pensiero di difendere più energicamente il suo sistema di blocco sulle coste d'Etruria. Tutti aspettavano e reclamavano in Toscana il cambiamento d'un ordine di cose intollerabile, giacchè non c'era più nulla da sperare da una regina e da un governo screditati, odiati da tutte le classi della popolazione, incapaci di porre riparo all'anarchia amministrativa e alla rovina economica del paese. Napoleone non aveva che da fare un cenno per distruggere a Firenze il fragile edifizio da lui innalzatovi: e cotesto cenno fece nell'ottobre del 1807, ma non fu come Elisa desiderava. Frustrando le speranze della sorella, l'Imperatore decise l'annessione pura e semplice della Toscana al Regno francese in Italia. La principessa di Lucca doveva ancora aspettare due anni quel granducato da essa tanto bramato, che le fu concesso soltanto nel 1809.
Stipulava il trattato di Fontainebleau che la reggente e il piccolo re d'Etruria, spodestati dei loro dominii, ricevessero compensi nel Portogallo: Maria Luisa non li ebbe mai. Napoleone, di fronte a lei, procedè con la sua solita brutalità sbrigativa. Disse al generale Reille: “Reille, avete consegnato nel 1801 al re d'Etruria le chiavi di Firenze: andate a farvele restituire.„ Il generale entrò nella città, nel dicembre 1807, con un corpo di 10.000 uomini. Il D'Aubusson aveva notificato alla sventurata Regina il colpo che le era preparato: il 10 dicembre, essa firmò piangendo il proclama che scioglieva i Toscani dai loro giuramenti di fedeltà. E da quel paese, dove non aveva potuto radicarsi, la videro fuggire come un'ombra leggiera, circondata da altre ombre, nella generale indifferenza. Tragica dipartita, quadro parlante di tutto il sistema napoleonico, di quei perpetui sgomberi di sovrani, insediati, cambiati, richiamati come sentinelle di fazione: attendati per alcuni giorni in quelle capitali donde il capriccio di Lui, morti o vivi, li richiamava. Maria Luisa fece esumare il corpo dello sposo, e una carrozza che precedeva la sua portò il feretro di Don Luigi, custodito da quattro cappellani: un'altra carrozza portava la culla di suo figlio. All'inizio del viaggio, il convoglio di scorta era ragguardevole: ma a Cafaggiolo incontrò la principessa Elisa, che aspettava i cavalli di posta requisiti dalla sua rivale: le due donne non si videro. La scorta diminuì rapidamente, intorno alla regina errante che partiva senza un soldo: arrivato alla frontiera di Francia, il corteggio erasi ridotto al morto, al bambino e a quattro donne spagnole rimaste fedeli alla loro padrona. A Milano, essa aveva avuto un abboccamento con l'Imperatore: ma abituato alle disgrazie cagionate dalla sua politica, quella di Maria Luisa non lo commosse più di tante altre.
L'Infante raggiunse i suoi parenti e seppellì lo sposo ad Aranjuez, dove “il cadavere del Re arrivato a buon porto, fu ritrovato conservatissimo„ (_Gazzetta Universale di Firenze_). Poco dopo Maria Luisa accompagnò la famiglia nell'esilio di Valençay. Il Talleyrand che aveva offerto nel 1801 alla regina d'Etruria una magnifica festa nella sua dimora di Neuilly, le offerse ora una prigione nel suo castello di Valençay. Nei _Souvenirs_ di Madame Cavaignac, che incontrò per caso il triste convoglio, trovo un quadro poco lieto di questo miserie reali: “Fu appunto a Saint-Jean de Maurienne, credo, che trovai la famiglia reale di Spagna, mentre recavasi non so dove. Io non ebbi cavalli: tutti erano ritenuti per essa. C'erano il re, la regina, gl'infanti, la regina d'Etruria, suo figlio, il principe della Pace. Tutte figure oltremodo strane e grottesche. Se non avessi visto i corrieri con la livrea dell'Imperatore, avrei preso tutte quelle carrozzate per altrettanti ciarlatani ambulanti, venditori d'orvietano o giocolieri. Non ho mai visto nulla di simile: eran divisi gli uomini dalle donne, comprese le tre Maestà. Mi meravigliai di veder la giovane regina quasi brutta quanto la madre.„ — Uscita da Valençay, Maria Luisa dimorò alcun tempo a Nizza; poi fu mandata a Roma e chiusa nel convento di San Domenico e Sisto, donde il Murat la trasse fuori nel 1814. — Inviata a Lucca dal Congresso di Vienna, vi morì nel 1824. L'infante Carlo Luigi ricuperò i dominii ereditari di Parma nel 1847; abdicò nel 1849 in favore di suo figlio Carlo III assassinato il 27 marzo 1854.
Così disparve, dopo sei anni d'esistenza, il regno d'Etruria fondato per un capriccio del Bonaparte. Come tante altre, l'effimera dinastia spagnola passò fra le pietre forti dei vostri palazzi fiorentini, senza radicarsi nei cuori. Data in balìa a cotesti passeggeri padroni, prima dalla volontà di Napoleone e poi dai calcoli della Santa Alleanza, l'Italia li guardava alternarsi e passare: essa si raccoglieva e preparava la propria indipendenza. Di quell'Italia silenziosa, concentrata nell'attesa de' propri destini, un Michelet avrebbe voluto scorgere l'imagine simbolica nel David di Donatello: quel David di marmo che ammiravo ieri al Bargello, quel giovane erede presuntivo, così altero e disdegnoso, la cui bocca fiorisce in un misterioso sorriso, mentre calpesta la testa di Golia. Eppure è Golia che ha rivelato a cotesto giovane la sua forza e i suoi destini: non sarà re senz'aver lottato contro il gigante. L'invasione rivoluzionaria, da principio acclamata perchè abbatteva i vostri secolari tiranni, fu alla sua volta opprimente e sanguinosa: la dominazione napoleonica fu conculcatrice, abusiva, perchè la fantasia arbitraria del Grande disconobbe il diritto dei popoli a governarsi liberamente. Ma cotesta ultima prova era necessaria per scuotere e staccare l'Italia dall'antico regime, per risvegliare il sentimento nazionale che doveva ben presto trovare la sua forma e tradurre in una realtà politica il vecchio sogno dell'Alighieri. Quindi non malediciamo a questi un po' crudeli preparatori dell'idea patriottica.
Tali sanguinosi conflitti di razze e d'ambizioni hanno avuto la loro utilità nella storia; ma avremmo fatto ben vano studio di essa, se non ci avessimo imparato a risparmiare in avvenire tante lacrime e tanto sangue, a compiere più semplicemente e più umanamente le nostre opere d'incivilimento e di trasformazione. Converrebbe disperare della ragione e del progresso, se l'inevitabile concorrenza dei popoli non trovasse ormai più pacifiche forme: fra noi segnatamente, Italiani e Francesi, fra le due nazioni sorelle che si laceraron fra loro le tante volte, e che si aiutarono anche scambievolmente senza potere scindere il loro ideale. Possiamo almeno riconoscere in avvenire una sol forma di rivalità e di lotta; e cotesta io me l'auguro ardente, accanita: la lotta sui campi di battaglia dello spirito, dell'arte, della letteratura, la lotta dell'umanesimo dove noi svolgeremo a gara, in diverso modo, gli elementi comuni che hanno formato la nostra anima di latini.
Ho parlato un giorno, a proposito dei vostri scrittori, del rinascimento latino. Ho detto come fossimo rimasti colpiti in Francia dalla recrudescenza del movimento letterario italiano. Noi altri stranieri, siam forse meglio di voi disposti a misurare la crescente influenza di cotesto movimento, e la diffusione continua al difuori delle opere che i vostri poeti e romanzieri impongono all'attenzione dell'Europa. Vedo qui dinanzi a me un di quei romanzieri che hanno trovato da noi tanta fortuna; e invito Gabriele d'Annunzio a darmi ragione con nuovi lavori. Ma non voglio insistere sopra un soggetto che saprebbe di adulazione in bocca d'un ospite vostro, e che è invece l'espressione d'un meditato convincimento. Dirò soltanto che auguro a' miei figliuoli di trovare negli scaffali della mia biblioteca ciò che ho trovato in quella di mio nonno e letto con passione all'età loro: alcune grandi opere italiane, di quelle che illuminano e consolano la vita. Quelli ch'io leggeva erano i poeti classici dei vostri antenati: Dante e Petrarca, l'Ariosto e il Tasso. Tocca a voi, miei cari colleghi italiani, di scrivere i bei libri che saranno un giorno letti dai nostri ragazzi francesi.
E, conchiudendo, ardisco dire — a costo di tirarmi addosso le folgori di quella terribile potenza ch'è la stampa, — mandateci molti libri e pochi giornali, almeno di quei giornali che non illuminano gli spiriti ma soltanto vi accendono le malvagie passioni. Da voi e da noi, coteste nocive effemeridi hanno spesso tradito i veri sentimenti dei cuori. Quando, in alcuna gazzetta di Francia, leggerete cose spiacevoli per l'Italia, quando noi in un foglio italiano troviamo cose spiacevoli per la Francia, ricordiamoci entrambi il savio consiglio della Madonna degli Ufizi; prima di formarci un'opinione, mettiamo in pratica il motto preservatore di possibili errori, che la mano della Giustizia ci addita a piè di quel quadro: _Odi l'altra parte!_ E così giudicheremo meglio, senza malintesi, senza odio, come convien giudicare di tutte le cose tra Italiani e Francesi, fraternamente.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Il Regno d'Etruria, by E. Melchior de Vogüé