Il Regno d'Etruria La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero

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LA VITA ITALIANA

DURANTE LA Rivoluzione francese e l'Impero

_Conferenze tenute a Firenze nel 1896_

DA

Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Anton Giulio Barrili, Vittorio Fiorini, Guido Pompilj, Francesco Nitti, E. Melchior de Vogüé, Ferdinando Martini, Ernesto Masi, Giuseppe Chiarini, Giovanni Pascoli, Adolfo Venturi, Enrico Panzacchi.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI

1897.

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Riservati tutti i diritti_.

Tip. Fratelli Treves.

IL REGNO D'ETRURIA

CONFERENZA DI

E. MELCHIOR DE VOGÜÉ.

Questa conferenza fu tenuta in francese; essa fu tradotta in italiano da Guido Biagi.

_Signore e Signori_,

Alla _Società di pubbliche letture_, chiamandomi a Firenze, piacque concedermi di parlarvi della vostra storia nella mia lingua nativa. Mi scuserò con essa e con voi; e quasi avrei intenzione di scusarmi con coteste nobili figure di Luca Giordano, avvezze ad ascoltare l'idioma che Paul Louis Courier, ellenista di gusto così squisito e sicuro, affermava “la più bella delle lingue viventi„. Ma un forestiero mal volentieri si arrischia a balbettare la purissima lingua italiana a un'eletta di ascoltatori toscani.

Eppure, a Firenze io non mi sento del tutto straniero; e ci torno per pagare un tributo a quei luoghi che furono i primi educatori del mio intelletto. Consentite che io mi lasci vincere dai personali ricordi: perchè dinanzi a ognuna di queste pietre eleganti, così sature di bellezza e di storica maestà, io ritrovo le impressioni lontane che la vita non potè cancellare.

Uscito di collegio, m'avevano condannato a studiar legge in una delle nostre città di provincia: scappai, piantai lì le _Pandette_ e le _Istituzioni_, e spiccato il primo volo di viaggiatore venni a posarmi in Firenze, dove passai sei mesi nello studio dei vostri monumenti, delle vostre arti e della storia vostra. Cotesta iniziazione fu per me una vera ebbrezza: scopersi il mondo della bellezza all'aurora della vita; e qui cominciai a scrivere, ma fortunatamente per i miei contemporanei e per me, ho perduto i miei scritti fiorentini: erano una tragedia in versi sul conte Ugolino che divorava i figliuoli per conservar loro il padre. Avendola perduta, ho qualche volta l'illusione di credere che fosse stupenda.

L'amore alla storia, alla storia viva, drammatica, scritta su tutte le vostre mura, s'impadronì di me a Firenze, e mi distolse da quella poesia da collegio. Già fin d'allora, leggendo Dino Compagni e i vostri altri antichi cronisti, mi trovai dinanzi ad uno dei problemi insolubili che s'impongono allo spirito umano: come si spiega l'eterna contradizione che esiste fra le cupezze, le follie, le crudeltà di cui parlano i libri, e le cose sorridenti, meditative, pacifiche che qui parlano agli occhi? Ecco un luogo d'elezione, dove la natura e gli uomini hanno cooperato per creare di nuovo quell'armonico capolavoro che dopo Atene non s'era più visto. Fra le linee di questi orizzonti felici, che così bene si accordano, sembra che l'uomo si sia strappato di dentro la ragione e la grazia. Firenze si mostra nel cielo dell'intelligenza e dell'arte, sotto la sua luce dorata, come la vediamo in questa stagione dell'anno, fra la nebbia rosea e bianca dei mandorli e dei peschi che fanno una cintura di fiori alle sue cupole, a' suoi campanili; è il giardino in cui tutti i fiori del genio umano sbocciarono, con un'esatta disciplina d'eleganza prestabilita, di saviezza tranquilla, e come in virtù d'una fraterna premeditazione della terra e dell'uomo per avverare finalmente il gran sogno di tutti noi, cioè una vita perfettamente bella nel riposo d'una perfetta felicità.

Ma non è che un miraggio! Consultate la storia: qui, come ad Atene, essa ci mostra nel giardino incantato e perpetuamente devastato, una sanguinosa arena in cui gli uomini si lacerano fra loro, un campo di battaglia in cui le nazioni si accapigliarono furiose nel corso dei secoli, con le loro concupiscenze, accese dalle tentazioni di questa perfetta bellezza.

Oggi, come quando leggevo Dino Compagni, ho spogliato alcune pagine della storia fiorentina, ma di tempi a noi più vicini; e ci ho ritrovato quel doloroso problema, ci ho ritrovato l'uomo che si accanisce a recare il turbamento e il disordine ne' luoghi in cui sembrava splendere una divina potenza pacificatrice. Vi parlerò liberissimamente di coteste cose passate, di quel confuso marame d'istinti, d'interessi e di idee che, al principio del nostro secolo, l'onda rivoluzionaria francese rovesciò sulle terre d'Italia. E mi ricorderò che qui, con tante altre lezioni, mi fu data la norma per giudicare della storia. È nella Galleria degli Ufizi una tavola d'un ignoto quattrocentista: una Madonna col Bambino, pittura di pregio mediocre, opera incerta di alcun povero scolaro di Giotto. Pure, ho sempre sul mio scrittoio la fotografia di quel quadro. Sotto cotesta Vergine, che fu certamente affissa in qualche pretorio d'un palazzo di giustizia, una mano indica allo spettatore ed al giudice l'iscrizione in grandi lettere gotiche: “_Odi l'altra parte._„

_Odi l'altra parte!_ la Madonna degli Ufizi ci porge così la prima regola dei nostri giudizi nella vita, nella storia, in quella scienza embrionale ed oscura, che noi chiamiamo, mentre è ancora _in fieri_, politica, e che un giorno sarà storia pur essa.

La vostra _Società di letture_ ebbe la felice ispirazione di assegnare al corso di ciascun anno un periodo di storia. Vi hanno già parlato in addietro del Medio Evo e del Rinascimento; vi narreranno in questa serie la vita italiana durante le tempeste della Rivoluzione e dell'Impero. In questo ciclo ho scelto un episodio minuscolo, la breve esistenza del Regno d'Etruria. Ma prima di raccontarvelo, permettetemi di fare alcune riflessioni sulla legge misteriosa che trascina i nostri due paesi entro una medesima orbita.

Anche se differiscono i tempi, il fondo dell'uomo rimane invariabilmente il medesimo. Di questo permanenti rassomiglianze è facile persuadersi paragonando i sanguinosi conflitti nei quali le nostre razze si accapigliarono, così nel Rinascimento come durante la Rivoluzione. Più ci medito e più scopro un'identità fondamentale fra il movimento che rovesciò in Italia le milizie di Carlo VIII, di Luigi XI, e di Francesco I e quello che vi ricondusse le soldatesche del Championnet, dello Schérer, del Bonaparte. La stessa operazione di segreta alchimia si riproduce nello stesso crogiuolo. È un parto laborioso, che si compie, secondo l'eterna e dura legge della riproduzione, in mezzo al sangue e agli spasimi.

È nota a voi tutti una teorica che, se non il cuore, appaga l'intelligenza: quella dello Schopenhauer sull'amore. Secondo lo spietato filosofo, due esseri che si amano cedono all'inganno della natura; inconscienti e ingannati, non fanno che obbedire alla volontà d'un terzo essere, il quale si serve di loro per conseguire i suoi fini, e arrivare alla vita. La spiegazione dello Schopenhauer, se è vera, potrebbe adattarsi egualmente a ciò che è il rovescio dell'amore, all'odio: vale per la guerra delle razze come per la guerra dei sessi. Quando due nazioni si scannano, con l'illusione di soddisfare a cupidigie individuali e immediate, esse preparano inconsciamente una nuova forma di civiltà che vuol nascere dal loro conflitto. Questa legge si manifesta in tutte le epoche della storia; e segnatamente nei violenti contatti fra i popoli al di là e al di qua delle Alpi. Mentre gli uomini bagnan di sangue e si contendono le feconde valli fra le Alpi e l'Adriatico, una divinità serena ed ironica contempla le loro lotte, dalla vetta di quelle Alpi dove le nuvole la nascondono agli sguardi dei mortali: impassibile e indifferente alla diversità di razza, di patria e d'interessi, essa rappresenta il genio della storia. Non dice come il Bonaparte a' suoi soldati: “In coteste fertili pianure troverete il pane e le scarpe che vi mancano!„ Ma grida: “Andate, operate, poveri esecutori de' miei disegni: ho bisogno della vostra ignoranza e delle vostre atrocità per conseguire i miei fini; andate e in coteste pianure risvegliate lo spirito della vita, la scintilla che vi ripose l'antica Roma: ne ho bisogno per illuminare l'immagine de' tempi avvenire, che nascerà e prenderà forma e figura sulle rovine da voi lasciate.„ E alla sua voce il miracolo si compie. I soldatacci brutali ed entusiasti, cupidi ed ubriachi, che si sparsero per l'Italia dietro Gastone di Foix e il La Trémouille, ricondussero in Francia, nel riflusso d'una controinvasione, Leonardo, Benvenuto, il Primaticcio, parecchi letterati, e dotti ed ellenisti: il Rinascimento sbocciò, lo spirito de' tempi moderni aleggiò sul carnaio ove caddero gli estremi lottatori dell'età feudale. Parimente, quando i volontari della Rivoluzione piombarono in Italia, spinti dagli stessi principii, attirati dallo stesso miraggio, essi non s'accorsero che preparavano la formazione d'una novella Europa, e che, vagheggiando il loro sogno, aiutavano l'effettuazione dell'antico sogno italiano, cioè la resurrezione d'una patria comune.

Il mio amico Alberto Sorel ha messo in evidenza l'idea madre, ormai accettata da tutti gli storici, che deve regolare i nostri giudizi quanto all'opera della Rivoluzione e dell'Impero oltre le frontiere francesi. Gli uomini del 1789 e i loro violenti continuatori avevano un ideale nobile, generoso, ma chimerico quanto mai; i primi volevano largire al mondo e gli altri imporgli per forza cotesto ideale di libertà, d'uguaglianza, d'emancipazione umana nella fusione di tutti i popoli fratelli. Ma la sementa che i soldati della Rivoluzione e dell'Impero portarono nei loro zaini cambiò natura — per dir così — nelle terre straniere dove fu sparsa: l'idea di libertà astratta vi germogliò e fruttificò sotto altra forma, con l'idea dell'indipendenza nazionale, e con il risveglio dello spirito particolare a ciascun gruppo etnico; e così la Rivoluzione che credeva di unificare l'Europa preparò, in fatto, la ricostituzione delle nazionalità che dalla voce di quella furon richiamate alla coscienza dell'esser loro. Gli ultimi avanzi dell'Epopea, testimoni di cotesto infrenabile movimento delle nazionalità, non poterono riaversi dallo stupore: rimasero come la gallina che si avvede di aver covato le uova d'un'anatra. Quindi malintesi infiniti: e quel che il Sorel comprende oggi così chiaramente, non fu mai capito da uno storico come il Thiers.

Nell'ora dei primi contatti tra la Francia rivoluzionaria e l'Italia, quest'Italia degli antichi governi aveva sentito aleggiare uno spirito precursore: le sorde speranze, affiochite da secoli, ritrovavano la voce. Il Muratori insegnava di nuovo agl'Italiani le loro origini: Pietro Verri e l'Alfieri con il fuoco della poesia tenevano accesa la fucina dove si preparavano le sorti della patria italiana; e quando il Vico con i suoi occhi veggenti perlustrava la storia, ne' grandi orizzonti dove chiamava a raccolta l'umanità, altro non vedeva che l'Italia rigenerata. Nel 1789 il conte Napione parlava già come un precursore del Cavour: e anche fuori della penisola, si presentiva cotesta futura possibilità. La grande Caterina scriveva col suo spirito perspicace: “L'Italia attende e spera.„ E cotesta intuizione politica coincideva col primo risveglio del Romanticismo, uscito dall'anima di Gian Giacomo Rousseau: e la terra della bellezza classica doveva per prima profittare di questo nuovo modo di considerare il mondo. Già lo Chénier esclamava in una delle sue elegie:

_Belle encore, l'Italie attire l'univers._

Mossi dal fascino della fata misteriosa, venivano a lei i viaggiatori, pieni d'una sacra ebbrezza che i loro precursori non conoscevano ancora. Paragonate i sentimenti dello Chateaubriand, di madama di Staël, del Lamartine, simili al Goethe che faceva datar dalla sua venuta in Italia la sua seconda nascita, paragonateli alla curiosità puramente classica del presidente De Brosses e degli altri viaggiatori del XVII e del XVIII secolo. Un mondo s'è rivelato: non soltanto ai poeti, ai maestri delle intelligenze, ma ai semplici, ai soldati trascinati dalle guerre. Lo Championnet si reca in pellegrinaggio alla tomba di Virgilio. Udite questo passo del d'Hauteroche, giovane ufficiale della Rivoluzione: “Avevo diciott'anni, le spalline di sottotenente nuove fiammanti, un gran pennacchio bianco, il più grande che avessi potuto trovare.... Partii per Lione. Mia madre pianse, la mia sorellina pianse; io, io per me ridevo e piangevo insieme, ero tanto contento di partire per l'Italia!„ Un altro, il chirurgo aiutante-maggiore Lamare, diciottenne anch'esso, previene la chiamata e parte per Napoli “con un _bisturì_ nell'astuccio, un microscopio nel sacco, e, con in tasca l'Eneide.„

Questi pellegrini armati ebber da prima liete accoglienze nel paese che tanto li attraeva. Tranne nel Piemonte, fedele e devoto alla vecchia Casa di Savoja, c'era poca affezione per le dinastie nomadi che i Francesi spodestavano. I patriotti italiani videro di buon occhio questo aiuto rivoluzionario, che li liberava dai loro padroni stranieri e che per essi trasformavasi in un'aurora dell'indipendenza e della libertà italiana. Il Monti, Ugo Foscolo, composero odi alla gloria di “Bonaparte liberatore„. Ma il disinganno fu rapido. I filosofici liberatori, divenuti alla lor volta padroni stranieri nei paesi che avean liberato, si fecero ben presto odiare dai sudditi. Le tentazioni e le necessità della conquista alterarono l'idea originale della Rivoluzione: in Bonaparte conquistatore, e già prima di lui nello Schérer e nel Championnet, l'Italia disingannata malediceva di nuovo i successori, gl'imitatori di Carlo VIII e di Luigi XI.

Le memorie del generale Thiébault, pubblicate recentemente, mostrano per qual naturale cammino la guerra difensiva diventò guerra di conquista e per quale logica metamorfosi l'entusiasmo dei liberatori si cambiò in spirito d'invasione e di rapina e quello dei liberati in odio contro i nuovi oppressori. Si rabbrividisce a leggere le scene di carneficina e di devastazione che l'inconsciente Thiébault descrive allegramente, quando racconta l'occupazione di Napoli e delle Calabrie. Ma più ancora di questi sanguinosi eccessi, la rapacità dei vincitori esasperò gl'Italiani. Li spogliavano dei tesori d'arte, nei quali la coscienza nazionale vedeva con ragione i veri emblemi della patria smembrata, le più salde garanzie del diritto che essa aveva a pretendere un destino pari all'altezza del suo genio. Paul-Louis Courier testimone dell'esodo di questi dèi lari, già lo rimpiangeva nelle sue eloquenti lamentazioni: “Tutto quel che apparteneva ai Certosini, a Villa Albani, ai Farnese, agli Onesti, al Museo Clementino, al Campidoglio, è portato via, saccheggiato, perduto o venduto. Gl'Inglesi ne hanno avuto una gran parte, e alcuni commissari francesi, sospettati di aver fatto cotesti traffici, son qui arrestati; ma la cosa non avrà seguito. Una squadra di soldati, entrati nella Biblioteca Vaticana, ha fra le altre rarità distrutto il famoso Terenzio del Bembo, per prender le poche dorature onde il manoscritto era ornato. La Venere di Villa Borghese è stata ferita in una mano da qualche discendente di Diomede, e l'Ermafrodito, _immane nefas!_, ha un piede rotto.„[1]

[1] _Lettres de Rome_, 1799.

In Toscana, come a Roma e a Napoli, il triennio, gli anni di guerra civile e straniera corsi tra il 1798 e il 1801, fu un'êra dolorosa di disordini, di esazioni, di miseria per il popolo. Francesi, Napoletani, Austro-Russi e insorti paesani opprimevano ugualmente i poveri abitanti estenuati. Mai fu meglio appropriato il grido del poeta:

Ahi, serva Italia di dolore ostello, Nave senza nocchiero in gran tempesta!

Le vittorie del Primo Console, nell'anno 1800, restituirono l'ordine se non l'indipendenza e la libertà. L'anno dipoi la Toscana riaveva un regolare assetto sotto il nome di Regno d'Etruria. Questa la prima, in ordine di tempo, delle sovranità effimere che Napoleone doveva far sorgere su tutta la superficie d'Europa, per mettervi e rimettervi come altrettante sentinelle i principi della sua famiglia. Sembra che il futuro distributore di tante corone abbia voluto farsi la mano, per questo grandioso palléggio, a Firenze. Per tale rispetto, l'esperienza etrusca merita d'esser dallo storico presa in considerazione; ed oggi ci è ben nota, mercè dei lavori eruditi di Pierfilippo Covoni, e del libro compilato sui documenti dei nostri archivi diplomatici da Paul Marmottan.

Il granduca Ferdinando III fin dal marzo 1799 aveva abbandonato Firenze, per ordine del generale Gauthier comandante il corpo francese d'occupazione. Ma il principe lorenese non fu definitivamente spodestato che dopo la conclusione del trattato di Lunéville, per il quale i diritti di lui furono trasmessi ai Borboni di Parma. Il trattato, quanto all'assetto dell'Italia, ebbe compimento con una convenzione conclusa ad Aranjuez, il 21 marzo 1801, fra Luciano Bonaparte e il principe della Pace. Ai termini del concordato, l'antico granducato di Toscana, eretto in Regno d'Etruria, passava al giovane infante Luigi di Parma, cugino e genero del Re di Spagna. Una stipulazione espressa determinava che il nuovo re e la sua sposa traverserebbero Parigi prima d'entrare nei loro Stati. L'immaginazione del primo console erasi infiammata all'idea di mostrare alla Francia repubblicana il primo re creato da lui, e di accompagnare sulla Piazza della Rivoluzione, con un corteggio di regicidi e con un cerimoniale abolito, un nipote di Luigi XIV, un discendente di Luigi XVI.

Don Luigi aveva ventott'anni, l'infante Maria Luisa venti. Erano ombre leggiere, come tant'altre che svolazzarono al principio del secolo, ne' rami meridionali della Casa di Borbone: deboli rampolli del gran tronco, estenuati da troppo sole, da troppo potere, da troppe passioni. Nella galleria degli Ufizi è il ritratto di Don Luigi: un esile fantasma, elegante, col suo abito verde e co' suoi calzoni scarlatti, con un viso pallido e il naso caratteristico della famiglia; i capelli d'un biondo pallido son intrecciati in una catenella racchiusa entro una borsa di seta nera. La testa di lui si piega sotto il peso del Toson d'oro: quella povera testa non doveva a lungo resistere sotto il pondo d'una corona cascatale sopra.

Maria Luisa non era bella: piccola, pienotta, colorita, trasparivale una cert'aria di maestà nella fisonomia e tutto il fuoco della Spagna negli occhi neri. Avea uno spirito perfettamente incolto, ma abbastanza sciolto, che pure mostravasi sommesso ai preti, i quali dirigevano la sua devozione puerile.

Don Luigi avea dato segno di una certa curiosità e di qualche attitudine per le scienze naturali. Con lo Chaptal teneva corrispondenza intorno a questioni di chimica industriale. Lo scienziato nel 1792 avea ricevuto dal suo allievo una lettera, che egli ci ha conservato nei suoi _Souvenirs_ e che non è di un principe imbecille. “La vostra Rivoluzione, mio caro amico, ci ha insegnato che il mestiere di re non vale più nulla: figuratevi quello d'erede presuntivo. Dopo averci ben riflettuto, mi son deciso a conquistare la mia indipendenza, e credo potervi riuscire mettendo su delle fabbriche in Ispagna dove mancano. Ma non posso riuscirvi che mediante il vostro aiuto. Venite a trovarmi e lavoreremo insieme. Mio suocero ci darà aiuti di denaro e di protezione. Quando avremo fatto fortuna, andremo a vivere in qualche posto dove possiamo trovar riposo, se pure esiste ancora su questa terra.„

Il Bonaparte stava per dargli la fortuna e un breve riposo. Gl'Infanti lasciarono la Spagna l'11 di maggio 1801. Viaggiarono sotto i nomi di conte e di contessa di Livorno. Questa la sola precauzione che prendesse il Primo console per attenuare lo scandalo d'un ricevimento apertamente reale. Suo fratello Luigi aspettava le vetture alla Bidassoa, alla testa del suo reggimento di dragoni: il generale Bessières andò incontro ai sovrani a Mont de Marsan e li scortò fino a Parigi. Furon ospitati nel palazzo del signor d'Azara, ambasciatore di Spagna: Cambacérès e Lebrun andarono a far loro la prima visita. Subito dopo, i sovrani d'Etruria presero posto in una vettura tirata da muli, secondo la moda spagnuola, e si recarono alla Malmaison, dal Primo Console, che circondato da' suoi generali li attendeva sul peristilio. Don Luigi, timido e imbarazzato, si fermò come interdetto dinanzi al vincitore di Marengo: non potè proferir parola e si gettò con effusione tra le braccia del suo creatore. Bonaparte lo rialzò con bontà, rivolse qualche complimento alla regina, che, con maggior presenza di spirito del marito, rispose con parole cortesi le quali tolsero Don Luigi dall'imbarazzo. Giuseppina s'impadronì di Maria Luisa e la colmò di regali, di acconciature ch'essa avea scelte dalle sue modiste; e grazie all'inesauribile argomento della moda fu presto rotto il ghiaccio fra le due donne, che durante il soggiorno della coppia reale a Parigi furon viste intime e loquaci come vecchie amiche.

Ma fra i due uomini non avvenne il medesimo. Don Luigi non poteva vincere la soggezione che provava dinanzi al Bonaparte. Quando gli affari richiamavano il Primo Console nel suo gabinetto, il giovane re se la svignava scappando nel salone degli aiutanti di campo, dove ritrovava la sua disinvoltura e il suo vero carattere. Superbo di possedere una bella voce baritonale, cantava il _Tantum ergo_ o il _Magnificat_ a quegli antichi volontari della Repubblica che cantavan con lui. Poi li faceva mettere in fila per saltare sulle loro spalle e far le capriole sul tappeto. Questa puerilità serviva a puntino ai disegni del Bonaparte. Dopo la partenza degl'infanti, dinanzi a' generali ne prendeva occasione per dire: “Avete visto che cosa sono cotesti principi della Casa di Borbone, cotesti eredi di Carlo V e di Luigi XIV? È possibile che gente fatta così risponda alle necessità del nostro secolo?„

Pure il Console usò a' suoi ospiti ogni maggior riguardo, e moltiplicò i divertimenti: partite di piacere, balli, ricevimenti magnifici alle Tuileries, presso i ministri, parate della guardia consolare al Carrousel, spettacoli all'Opera, al Teatro francese. Alla zecca si coniò in presenza dei sovrani la medaglia di prammatica _Rex Etruriae_. Essi assisterono alla seduta dell'Istituto e ascoltarono dotte comunicazioni dello Chaptal, del Cuvier, del Laplace. Presero con loro doni preziosi di Sèvres e dei Gobelins. Maria Luisa, consigliata da Giuseppina, usciva fuori in gran gala e per risparmiarsi la fatica di cambiare abbigliamento, la Spagnola si vestiva fin dalle sette di mattina con lo strascico di corte e portava il diadema senza più levarlo fino a quando andava a riposare.

Il mobilissimo popolo parigino accoglieva con grande entusiasmo il primo Console e il re, su quella stessa piazza dove, ott'anni prima, aveva ghigliottinato il loro buon _zio_ Luigi XVI, come doveva chiamarlo più tardi Napoleone. I manifesti attaccati alle cantonate avevano preparato la pubblica opinione: si diceva che quella memorabile visita era al mondo pegno di pace, e dell'universale concordia che i negoziatori d'Amiens eran sul punto di restaurare. E poi, in cotesta folla, ogni granatiere che aveva traversato scalzo l'Italia poteva dire ai vicini: Cotesto re e cotesta regina li ho fatti io! — L'entusiasmo fu tale che sorpassò i desiderî del Bonaparte, onde il Gabinetto del Primo Console mandò ai prefetti istruzioni segrete per temperare lo zelo delle popolazioni lungo il tragitto che avrebbero percorso i Reali. Il 30 giugno, gl'infanti presero commiato dal Bonaparte e da Giuseppina, e affermarono la loro eterna riconoscenza in un ultimo abbraccio a così grandi amici.