Chapter 8
Don Domenico Taffa correva come un uomo che scappa dal fuoco.
Don Diego non ripetè a sua sorella il supplemento di conversazione che aveva avuta col suo visitatore.
Il dì seguente, Bambina ritornò al confessionale del P. Piombini. Suo fratello visitò qualche conterraneo, principalmente un farmacista della strada Foria, il quale gli diede una lettera del marchese Tiberio di Tregle. E quel marchese non era altri che il già dottor Bruto Zungo, di cui avremo a parlare più oltre.
La sera, Don Diego ascoltava con ansietà il racconto della seconda conversazione del gesuita con sua sorella, quando il barone di Sanza arrivò. Bambina impallidì e si tacque di un tratto. Don Diego gli narrò il risultato della sua visita all'intraprenditore delle limosine per le anime del Purgatorio, della sua visita al capo di ripartimento del ministero, la visita che costui gli aveva reso, la gita a confessione di Bambina, tacendogli però parecchie particolarità rilevanti di tutti quei colloqui. Il barone si mostrò più freddo e riservato che mai, si limitò a constatare che Don Lelio era stato a parlargli. La conversazione si spegneva, allorchè il campanello della porta suonò vivamente. Don Diego andò ad aprire. Era l'uomo alla livrea di Don Domenica Taffa che portava una lettera del suo padrone.
--Bisogna una risposta?
--Non so _zzi prè_. Vedete.
Don Diego rientrò nel salone ove era il lume, lesse e restò come stupido. Bambina e Tiberio lo guardavano con curiosità. Don Diego rilesse la lettera, poi rovistò precipitosamente nelle sue tasche, ne cavò qualche monete bianche, e dandole al lacchè disse:
--Di' al tuo padrone che gli porterò la risposta io stesso.
Cosa era quella lettera? che diceva essa?
Ritorniamo su i nostri passi.
Con suprema stupefazione di Antoniella,--la vispa governante di Don Domenico Taffa,--questi, di ritorno dalla sua visita a Don Diego, invece di coricarsi a mezza notte e dormire come un priore, secondo il consueto, aveva passeggiato nell'appartamento fino alle due del mattino ed aveva passato una notte insonne molto agitata, scattando dei monosillabi diretti a tutti i mobili. Levandosi alle sette all'indomani, si era tagliuzzato radendosi, aveva trovato Antoniella noiosa e seccante, il cioccolatte troppo denso, la camicia male amidata, gli stivali poco lucidi, aveva mandato tutti al diavolo ed era uscito alle nove, in carrozza, gittando per indirizzo al cocchiere:
--A S. Pasquale ad Aram.
Arrivando al convento dei cappuccini aveva chiesto di monsignor Cocle.
--È uscito, rispose il frate portinaio.
--Ha passata la notte qui?
--Sì.
--Al palazzo reale, gridò Don Domenico al cocchiere, risalendo in vettura.
Monsignor Cocle aveva tre domicili. Il domicilio di ostentazione, nel suo convento, a San Pasquale ad Aram a l'Infrascata, perchè egli era zoccolante. Il domicilio utile, alla Corte, perchè egli era confessore del re. Ed il suo _Parc-aux cerfs_, in casa di Lusetta, perchè egli era uomo e cappuccino. Quando cenava e passava la notte con la sua ganza, egli diceva alla Corte che andava a raccogliersi e meditare al convento, ed al convento, che dormiva alla Corte. La notte precedente però egli aveva realmente dormito nel suo bel nido al monistero, ed il mattino, dalle sette, si era recato a Palazzo.
Ferdinando II di Napoli non poteva far manco di due cose, e perciò le voleva sempre alla portata della sua voce: il boia ed il confessore. E' non usava molto del primo, checchè se ne sia detto. Ma e' faceva un consumo spaventevole del secondo. Doveva presiedere al consiglio? eccolo dapprima ai piedi del confessore. Doveva passare una rivista?--perchè egli era un gran capitano di riviste,--e' vi si preparava colla confessione. Doveva recarsi al teatro? ei domandava dapprima perdono a Dio del peccato necessario cui andava a commettere. Andava a pranzo? ei prendeva un centellino di confessione come vermuth. Voleva abbracciare la regina? si metteva in lena con un atto di contrizione. Si purgava? compieva i doveri sacri della toilette? divideva i profitti delle ladrerie con i suoi ministri? misurava un paio di brache nuove,--ciò che non gli succedeva spesso? scappellottava i bimbi?... la confessione, sempre la confessione, la preghiera, i sette salmi penitenziali, prima o dopo. Il confessore era il suo Spirito-Santo, il suo uomo per ogni bisogna. E' lo alloggiava dunque presso di sè, onde non far languire il regno.... e la regina. La sera però, quando questo confessore aveva rilasciato al re il suo _permesso di abbracciare_, e' cavava fuori non so che pretesti di divozione per rientrare in convento e guizzarsi in casa di Lusetta.
L'ex cappuccino non capiva gran che intorno ai comodi ed allo splendore di un domicilio. Malgrado ciò, il re albergava realmente il suo spirituale _decrotteur_, il solo istrumento ch'egli avesse di reale, dopo la mannaia,--lui così spilorcio!
Se avete letto in mastro Rabelais il ritratto di fra Gianni degli Entommeurs,--salvo il coraggio,--voi avrete il ritratto di fra Bartolomeo Cocle, vescovo di Patrasso: «giovane,--quarantacinque anni circa,--galante, fresco, svelto, forte di mano, ardito, avventuroso, deliberato, alto, magro, ben fesso di bocca, ben avvantaggiato in naso, gran disbrigatore di salmi, grande sbarazzatore di messe, bel nettatore di vigilie: per tutto dire sommariamente, vero monaco se unqua ne fu, dopo che il mondo monacante monacò delle monacherie: del resto chierico sino ai denti in materia di breviario.»¹
¹ «Juenne, galant, frisque, dehait, bien à dextré, hardi, adventureux, dèlibérè, hault, maigre, bien fendu de gueule, bien advantagé en nez, beau déspecheur d'heures, beau disbrideur de messes, beau déscroteur de vigiles; pour tout dire sommairement, vrai moine si onques en fut, depuis que le monde moinant moina des moineries; au reste, clerc jusques és dents en matiére de breviaire.» RABELAIS.
Il suo colorito rubicondo, la sua barba nera, i suoi occhi a fior di testa, le sue labbra a cercine, il suo doppio mento, le larghe narici, i bianchi denti, il comodo adipe, il pelame arruffato e nero, indicavano bene che la natura aveva tagliato quest'uomo e lo aveva destinato _ab eterno_ ad essere zoccolante e confessore di re. Appetiti formidabili, scrupoli smilzissimi, desiderii irresistibili, organi poderosi, stoffa da corazziere sciupata in tonaca, tonaca portata da tagliacantone, croce di vescovo a mo' di bandoliera.... ecco mons. Cocle. Con ciò, vernice di corte, potenza di volontà per domare le sue inclinazioni, voce resa dolce dal volere, l'olio episcopale per rendere scorrevoli gli incastri e le ruote di questo ordigno di ferro, ipocrisia rappresentata con maestria.
Questo aspetto marziale ed apostolico aveva sedotto un re marziale e devoto. Monsignor Cocle faceva il _ménage_ della coscienza reale con magnanimità: egli metteva il re sempre a suo comodo con Dio. Ferdinando II non domandava altro. Conosceva egli la pratica del suo confessore con Lusetta? Io penso che sì; ma «passatemi la sena ed io vi passo il rabbarbaro.»
Mons. Cocle terminava il suo asciolvere quando il suo amico ed associato Don Domenico Taffa fu introdotto da lui. Erano della medesima provincia e terra, si conoscevano dacchè il vescovo non era che semplice novizio, ed il capo di dipartimento un povero soprannumero con cinquanta lire l'anno per tutto soldo. Don Domenico piegò il ginocchio innanzi al vescovo e gli baciò la mano. Si principiava sempre così.
--Pigli caffè, _don Dumi_! domandò monsignore levandosi da tavola ed entrando nel salone.
--Ringrazio V. Ecc. Rev.ma. Ho preso or ora un cioccolatte abbominevole che mi strangola ancora. Il mondo va a tutti i diavoli. Oggidì, non è più possibile di essere ben servito che al monistero.
--L'è naturale, mio Dio, poichè codesti infami liberali proclamano i diritti dell'uomo! Se si avvisassero un giorno di proclamare altresì i diritti del monaco, buona notte! noi saremmo così mal serviti come i borghesi.
--Ciò arriverà, voi lo vedrete. Al passo con cui andiamo?... Ei parlan perfino del diritto al lavoro! Trono di Dio! il lavoro? Se domandassero almanco il diritto di non lavorare!... A proposito di non lavorare, io arrivo da San Pasquale ad Aram. Voi avete dunque dormito al convento la notte scorsa, monsignore?
--Non me ne parlate! Sì, ho dormito al convento.
--Comprendo codesta predilezione, monsignore; vi siete più tranquillo.
--La peste s'abbia la tranquillità! Le campane, il mattutino, i canti, la gente che gironza pei corridoi, che cospetta, che tossisce, che brontola, a mezzo addormita, gli sciocchi che sbagliano la porta, gli ubbriachi che piagnucolano sui rigori dei mariti, i gatti che danno dei cattivi esempi, la puzza del refettorio.... _Laus deo!_ amo meglio altra cosa. Infine, perchè sei tu andato fino al convento?
--Ah! ecco. Si tratta, monsignore, del successore del vescovo di Teramo che ha avuto il buon senso di morire.
--Ebbene, codesto successore si presenta egli?
--Io ho dissotterrato una perla, monsignore. Un sant'Agostino, là!
--E tu chiami ciò una perla, imbecille? Gli era già ben troppo che avessimo dei vescovi birri. Darcene dei santi e dei dotti, adesso? Triplice idiota!
--Prego V. E. Rev.ma di permettermi di spiegarmi.
--Spiega, spiega. Se tu sapessi che bisogna mi danno quei galuppi nel ripartimento dell'anima del mio penitente! Corrispondono con lui direttamente e gli propongono i casi di coscienza dei sudditi assolutamente come se il re fosse il papa, o il ministro della polizia. E' riassumono la confessione di tutta la popolazione della diocesi. Abbozzano dei progetti di miracoli per soffocare la peste del liberalismo e scongiurare l'indifferenza religiosa. E' dimandano soldi per costruire chiese e conventi. Si lamentano che li borghesi insegnino a leggere ai loro figliuoli ed alle loro figliuole. Propongono stragi di carbonari. E' dimandano dei carcami di santi che fanno miracoli.... Che so ancora? E sono io che debbo sbrogliare tutti codesti _patatì_ e _patatà_.
--Io compiango V. E. Rev.ma di tutto cuore. Nettare una coscienza reale di tutto codesto verminaio è un lavoro eroico. Ma e' non si tratta punto di codesto col mio S. Agostino.
--E di che dunque, allora?
--Egli ha degli scrupoli, delle delicatezze, degli sgomenti di onore, delle virtù, delle sensibilità, ma tutto codesto è mondano: nulla di religioso e politico. Egli puzza, al contrario, il filosofo ed il liberalastro a cento miglia. Ciò è nulla. La cappa violetta del vescovo coprirà tutte quelle screpolature della coscienza e dell'onore. Ma vi sono due altre difficoltà a sormontare; e' non ha quattrini, ed ha una giovine sorella di una bellezza angelica, come voi non avete giammai visto, monsignore, nè nel mondo, nè in pittura, nè vegliando, nè in sogno.
--Oh! Oh! tu l'hai dunque vista, tu? Ne saresti tu dunque innamorato!
--Io l'ho vista ieri sera.
--Ma, non ha quattrini.... ecco lì!
--Si, ecco lì. Io gliel'ho detto. Cosa importa a noi, a noi, la splendida bellezza della figlioccia? Tanto più, che, a quanto sembra, il P. Piombini, confessore della bella madonnina si mette in uzzolo di correr la gualdana. Noi abbiamo, noi, la nostra grassa Lusetta. _Laus Deo!_ Quella roba lì si tocca, almeno; la si palpa, la mangia, cospetta, beve, strepita, conta gli scudi, ci cerca taccoli per darci poscia i gaudi del raccomodamento. La ha della schiena, delle groppe, della ciccia, l'alito forte, le braccia tarchiate e.... il resto.
--Birbo, brigante! Ringrazia Dio che stamane io mi senta di buono umore! senza ciò, ti raccomanderei mo' mo' al marchese di Sora e ti farei rimpedulare il cervello nel bagno come liberale.
--Io dimando mille volte perdono a V. E. Rev.ma. Io non aveva alcuno intendimento di spiacervi. Gli era un paragone involontario con quella tosa di diciotto anni, svelta come una colonna gotica, bianca e diafana come il vapore dell'alba, l'occhio languido dell'amore che si risveglia, la bocca di rose che scoppietta baci, una Venere sotto la pelle d'un cherubino, che dà la vertigine dell'amore anche..... ad un capo di ripartimento!
--Ti veggo venire, il mio libertino. E poi?
--Ma, ecco tutto. Io sono troppo, troppo povero per appropriarmi quel diamante incomparabile. Codesto non può ornare che una corona, una tiara o una mitra.
--Avresti meglio fatto a cominciar dalla mitra, giacchè suo fratello vuole esser vescovo.
--Ma e' non l'è mica ancora, poichè non ha i sei mila ducati, e poichè la sua piccola Vergine Maria non si mette al Monte di Pietà. Allora, ei sarà ciò che sarà. Noi abbiamo la nostra Lusetta propria a tutto, che ci ammalia con i suoi occhi stupefatti, col suo appetito, col suo fiato.... A proposito, fuma dessa, monsignore?
--A fe' di Dio! non lo so mica, urlò monsignor Cocle ridendo. Ad ogni modo, cionca del rhum. Ma che diavolo vuoi? Ho il tempo per cacciar le colombe, io? La vi era, nel tempo in cui la confessavo come semplice monaco, la vi è restata. Ma tu sei il suo nemico, tu, perchè ella ha domandato la sua mancia su i tuoi affari. Ciò è giusto però, e' mi sembra.
--Che V. E. Reverendissima mi scusi. Io non sono il nemico di Lusetta, ma il servitore rispettoso e devoto di monsignor di Patrasso. Ora, poichè il fratello non ha denari e che io non posso fargli alcuna anticipazione sul pegno prezioso che e' possiede....
La porta si aprì. Il re entrò. Don Domenico rinculò fino al fondo del salone. Monsignor Cocle si alzò. Il re andò dritto a lui e gli baciò la mano.
--Io vado a far saggiare qualche cannone, fuso ed apparecchiato a Pietrarsa. Vogliate ascoltarmi in confessione, disse Ferdinando II con l'aria di chi non ha tempo da perdere.
--Avete voi fatto il vostro esame di coscienza, sire?
--No.
--Io vi ho lasciato in istato di grazia ieri sera, a dieci ore. Ma la notte, sire, il diavolo va intorno: i cattivi spiriti scaricano sopra di noi le loro emanazioni pestifere; nel sonno, l'anima non è in guardia; la carne regna; le tenebre maculano.... Vogliate, sire, prepararvi un istante. Infrattanto io riconcilio il mio vecchio penitente ch'è colà, e gli do l'assoluzione.
Il re, obbediente come un fanciullo, andò ad inginocchiarsi ad un inginocchiatoio in un angolo del salone, e Don Domenico Taffa s'inginocchiò ai piedi del vescovo.
--Ascolta, disse monsignor Cocle a voce bassa. Tu sei uno scellerato affezionato, ed io ti parlerò con tutta franchezza, come sempre, poichè tu conosci tutti gli affari miei. Intrattieni la speranza nel fratello e non lasciar cader la sorella fra le unghie del gesuita. Una bellezza di quel calibro è un agente potente cui non bisogna far cadere nelle mani dei nemici. Io rifletterò... ho a riflettere su tante cose.
--Ho paura che non ci prevengano.
--Ecco appunto ciò che bisogna evitare. Io non ti nascondo che sono diabolicamente stufo di Lusetta.
--Lo credo bene.
--Tu non dubiteresti mai che quella cialtrona m'abbia gittato l'altra sera un candeliere alla testa!
--Bah! una testa di vescovo è oliata! il liquido della lampada non vi fa macchia.
--Se il re non fosse lì, io ti darei del mio piede tu sai dove.
--Io riceverei con riconoscenza codesto segno d'amicizia di Vostra Eccellenza Reverendissima.
--Dunque, io sono deciso a romperla con quella figlia di Satana, tanto più che la diviene di una esigenza intollerabile, che la città comincia a cianciare su queste mie pratiche, e che le si vanno a proporre affari, cui ella m'impone sollecitare. Tu vedi dunque, che bisogna ad ogni costo che io la lasci.
--Allora, voi sareste deciso a dare un vescovo alla chiesa di Teramo per nulla ed a compensare i condivisori?
--Parleremo di ciò più tardi. Tu vedi che il re attende.
--Che attenda. Io sono qui al tribunale della penitenza, e non spreco i sacramenti. Dunque voi v'incaricate del fratello. Ma io non ho detto ancora a Vostra Eccellenza Reverendissima che bisognerà pensare altresì ad un altro, forse....
--A chi dunque?
--A ciò che ho potuto capire, vi è sotto cappa un fidanzato. Cosa ammirabile! Un marito? una bandiera che copre la mercanzia!....
--Che diamine è codesto fidanzato che tu metti in scena adesso? Posso farlo mandare in galera?
--Non ne so nulla ancora. Ne ho inteso parlare. Gli è a vedere. Gli è ad intendersi.... Voi comprenderete che un marito non può solamente subire le perdite nell'affare....
--Ma se penso al marito, posso ben dispensarmi di pensare al fratello, e' mi pare! Ora, io preferisco colmare il marito.... capisci!
--Il turba-feste! comprendo a maraviglia. In questo caso, io mi metto in campagna con prudenza e spero....
--Diamo scacco al gesuita. Io trovo quei rettili sotto tutti i miei passi.
--Lasciate che io dia questa prova della mia devozione a Vostra Eccellenza Reverendissima.
--_Ego te absolvo in nomine patris et filii et spiritus sancti...._ borbottò a voce alta monsignore, dando l'assoluzione e squartando dei grandi segni di croce.
Don Domenico si alzò, baciò la mano del vescovo, piegò il ginocchio innanzi al re ed uscì a rinculo.
Il re andò a sua volta a mettersi ai piedi del santo uomo.
Don Domenico si recò al ministero e dette ordine che non lo si turbasse, avendo un lavoro importante a fare per il ministro. E' si mise allora al suo tavolo e cominciò a riflettere ed a scrivere.
Ei minutò e lacerò per lo meno venticinque bozze, alzandosi, passeggiando, affacciandosi al balcone per ispirarsi alla vista del cielo e del mare. Ei si battè la fronte, fiutò il tabacco, fumò una dozzina di sigari, si prosciugò la fronte come un uomo che suda, infine mise alla luce le linee seguenti:
«Gentiliss. e riveritiss. sig. Abate,
«Le persone di spirito sopprimono i preamboli: esse s'intendono di una parola. Io non vi scriverò dunque che questa parola: io sono stato fulmineamente colpito di amore per la signorina vostra sorella. Ve la dimando in matrimonio. Voi conoscete la mia posizione. Il mio ministro, e S. Ecc. Reverendissima, mons. Cocle, assisteranno al contratto. Io non voglio dote. Io m'incarico della felicità della signorina vostra sorella e del corredo di nozze, non che dell'avvenire della famiglia. Accogliete, vi prego, la mia domanda con la semplicità ed il disinteresse con cui io ve la indirizzo, e rendetevi interprete presso vostra sorella di tutti i miei sentimenti devoti ed ardenti. Qualunque sarà la vostra risposta, voi mi permetterete di dirmi sempre
«Napoli, il 2 maggio 1847. «Vostro amico sincerissimo «Domenico Taffa, «Capo di Rip. al ministero del culto.»
Questa lettera gittò Don Diego nello stupore. Egli contemplò sua sorella con un'attenzione ostinata, come se avesse voluto scovrire nei tratti della giovinetta la sorgente di quei miracoli, poi gridò come un uomo stordito, indirizzandosi a sua sorella ed al barone di Sanza:
--Io non posso contenermi. Bisogna che vi legga la lettera.
E la lesse. Bambina si coprì il viso con ambo le mani per nascondere la sua commozione. Tiberio sorrise leggermente senza manifestare il minimo turbamento.
--Che mi consigliate voi, amico mio? dimandò Don Diego.
Il barone si levò, prese il suo cappello e rispose:
--Io conosco quell'uomo. Egli vuol essere consigliere di Stato, segretario generale del suo ministero, forse anche ministro. Bambina è il prezzo di quei posti.
Ei salutò ed uscì, udendo Don Diego che mormorava come atterrato:
--Suicidarmi, divenir spia, prostituire mia sorella: ecco la mia sorte! No: Dio non c'è!
Bambina che accompagnava il barone di Sanza, gli susurrò a voce bassa:
--Avrei da parlarvi.
IX.
La tempesta si addensa.
Bambina restò sotto le armi tutta la giornata seguente; il barone di Sanza non comparve.
Don Diego uscì di buon'ora volendo evitare una spiegazione con sua sorella, e non rientrò che la sera. Egli vide Don Domenico Taffa, lo ringraziò dell'onore che gli aveva compartito, chiedendogli la mano di Bambina; accettò la proposta condizionatamente; dimandò una settimana di tempo per presentarlo a sua sorella, quel tempo essendogli necessario per sciogliere la sua parola col conte di Craco che destinava la giovinetta al barone di Sanza; disse che costui non gli sembrava punto tenero della sua fidanzata: promise che Bambina non andrebbe più a confessarsi.... breve, mischiando vero e falso, accomodò le cose in modo che gli si accordarono di buona grazia alcuni giorni per riflettere. Don Diego voleva penetrare i disegni altrui, dissipare il caos della sua anima e della situazione, scandagliare Bambina, pesare la sua risoluzione.
La serata fu triste e silenziosa. Don Diego trangugiò prestamente la pietanza che, preparate pel desinare, servì di cena. Bambina succhiò qualche ciliegia. Il tempo della miseria rassegnata e lieta della provincia era passato. Essi subivano al presente la miseria preoccupata ed ambiziosa, avvelenata da tentazioni colpevoli e da brame disoneste. Non dissero una parola sul pensiero che li preoccupava, non fecero un'allusione alla lettera della sera precedente: il pensiero del fratello e della sorella nonpertanto non volgeva che su quella. Il filo che metteva in comunicazione questi due esseri era spezzato. E' si ripiegavano in sè stessi, adesso: ciascuno aveva il suo mondo di visioni a contemplare.
Oppressa da quel silenzio. Bambina andò a coricarsi di buon'ora. Don Diego ronzò pel suo alloggio fino ad un'ora del mattino. Che pensava egli? Egli giudicava la società, in mezzo alla quale e' viveva, come Regolo nella sua cassa guarnita di punte di ferro.
Alle sette del mattino, udì picchiare. Era una serva con una lettera del canonico Pappasugna, che lo pregava di passare da casa sua, prima delle undici, essendogli stato raccomandato dal padre Piombino.
Bambina non era ancora alzata. Don Diego si vestì ed uscì senza vederla. Bambina aspettò il barone di Sanza fino a mezzodì. Poi, ruppe in lagrime e, senza riflettere a ciò che facesse, un'ora dopo si trovò inginocchiata innanzi al confessionale del padre Piombini. La chiesa immensa del Gesù Nuovo era deserta.
--Io vi aspettava, disse il gesuita.
Questa parola dette a Bambina la coscienza di sè stessa. Un nuovo accesso di lagrime la prese, il singhiozzo la soffocò. Il gesuita provò di consolarla e, parola per parola, frase per frase, le carpì il racconto della lettera di Don Domenico Taffa, del commento del barone Sanza, della sclamazione desolata e terribile di suo fratello, del ritrovo domandato e non ottenuto del giovane conterraneo a cui essa desiderava indirizzarsi per un consiglio.
Il gesuita intravvide un innamorato nel barone di Sanza, e quindi un terribile ostacolo a demolire.
Il colloquio fu tempestoso, quantunque Bambina distratta ed affannata non rispondesse che per monosillabi. Il padre Piombini, esaltandosi per gradi, obbliandosi, cieco, inconsciente quasi, fece in fine esplosione:
--Io ti amo! disse egli con voce strangolata. Sei tu contenta adesso che mi hai strappata questa terribile parola? Perchè sei tu ritornata? Io godeva della pace da parecchi anni. Io credeva che il mio cuore fosse disseccato. Tu vi hai messo tutte le fiamme dell'inferno. Io non sono stato sempre gesuita. Io era il conte Bonvisi. Io fui marito di una donna amata. Io fui alla corte di Vienna ambasciatore del duca di Modena. Io era ricco di un milione.... Io aveva gittato tutto ciò in una tomba. Tutto ciò può risuscitare. Vuoi tu essere mia? Vuoi tu avere pietà di me?
Bambina si alzò e si slanciò fuori la chiesa come una colomba morsicata da un serpente. Era stata ella colpita?