Chapter 7
Otto giorni dopo, l'alta e bassa società di Modena ripeteva «che la grazia avendo toccato il cuore del conte Alberico Bonvisi, a causa della morte prematura di sua moglie,» egli andava a farsi gesuita e portava alla società un patrimonio di un milione e trecento mila franchi.
Si può immaginare se i RR. PP. furono contenti di questo acquisto. La fortuna entrava per qualche cosa nella loro gioia. Però il rumore della conversione, la posizione sociale, le funzioni riempite, il carattere dell'uomo, li incantavano anzitutto. Essi non ignoravano i rumori che correvano sull'assassinio della contessa, gli ordini di Francesco IV sì terribilmente motivati. Ma ciò aumentava al contrario l'importanza della presa, «ed il trionfo della religione sull'autore del male.»
Il diavolo, «l'autore del male», era desso veramente vinto? Ahimè! no. Quando la madre del conte Alberico impegnava suo figlio, con le lagrime agli occhi, a fuggire ed andare ad attendere in uno Stato vicino la revoca del decreto ducale.
--No, rispondeva egli. Io non ho ricevuto dagli uomini che del male. Voglio vendicarmi di loro. M'ingaggio fra i gesuiti e vado a lavorare all'opera loro!
Egli non conosceva ancora i RR. PP. e li giudicava come la gente volgare, che se ne fa stolidamente una befana.
Non già ch'ei non avesse qualche pentimento, qualche cordoglio, qualche rimpianto, durante i tre anni che mise a girare intorno al Capo a Tempeste del noviziato, esatto della regola di Sant'Ignazio. La navigazione fu difficile. Ma ciò fu tutto. Una volta trasformato nel P. Piombini, un mondo nuovo si aperse innanzi ai suoi occhi: quel mondo della notte, popolato di fantasmi e di stelle, che addimandasi il dominio delle coscienze, l'ultramontanismo, il partito cattolico, il clericalismo, il gesuitismo, di cui i profani esagerano tutto,--la profondità, l'estensione, la potenza, le tristizie, l'influenza, la capacità, l'azione, la presa sulle anime.
Il segreto della forza e della persistenza maravigliosa del gesuitismo, è semplicissimo: la Società, lungi dal soffocare, lascia lo slancio libero all'esercizio delle capacità. Segue ciascuno la sua vocazione. La Società non dimanda che ciò che ciascuno può dare col minore sforzo e con la maggiore precisione ed efficacia possibile. Ora, d'ordinario, si fa sempre bene ciò che si ama fare, e non se n'è mai stanco. I gesuiti che han tradito la Società sono rari, per la ragione che la Società diede soddisfacimento alle loro inclinazioni.
Il P. Piombini era bel parlatore, conosceva il mondo, aveva bazzicato nelle corti, era nobile, era abile nel maneggio degli uomini e degli affari. La sua parte era dunque bella e tracciata; ei se la tracciava da sè stesso: la predica e la confessione sur un gran teatro. Napoli essendo la città più considerevole d'Italia, il P. Piombini fu installato nella casa di Napoli. La Società non si mostra severa ed esigente che con i mediocri: gli uomini fuori linea vi sono padroni e la loro potenza si puntella e soffulce di tutta la forza passiva dei loro confratelli.
Il P. Piombini non avrebbe violato in nulla l'armonia generale dell'ordine, se non avesse avuto la passione fatale delle femmine. Si limitarono a raccomandargli la prudenza e lo si lasciò libero. Ora, la prudenza era facile in uno stabilimento che occupa un paio d'ettari di suolo nel cuore della città, forato di una dozzina o due di uscite secrete, un quadrato in un'isola fitta di case, in una città di un mezzo milione di abitanti, mal rischiarata la notte, con una polizia compiacente per tutto, tranne pel liberalismo, dai costumi facili e liberi, dallo spirito timorato, senza alcun organo di pubblicità, sottomessa come schiava all'autorità clericale, complice e sostegno dell'autorità reale.
Forse taluno credè riconoscere, sotto un travestimento laico, per una notte silenziosa alle ore avanzate, il padre Piombini, uscendo o entrando nei dintorni del Gesù Nuovo. Ma come assicurarlo? Ond'è che ognun si taceva o si comunicavano il sospetto dall'orecchio all'orecchio.
Quanto il resto, il reverendo padre era irriprovevole. Egli accettava la Società tale quale era. E' non trovava nulla a ringiovanire, a riformare, a rischiarare, a rilevare, a democratizzare, come il suo intimo amico, il padre Buzelin, che rappresentava la Società a Parigi. Egli era conservatore per indifferenza. Lavorava per spandere l'influenza morale della Compagnia, aumentarne la ricchezza, moltiplicarne i membri, soggiogarle la potenza laica. In parecchi negoziati, sopra tutto in occasione della famosa captazione dell'eredità del marchese Mascara e della morte dei tre ultimi eredi di costui in due mesi, il padre Piombini aveva spiegato una capacità meravigliosa. In parecchie contestazioni con la polizia e con la corte, il padre Piombini aveva ridotte le querele al silenzio, sopratutto quando si trattò di togliere ai reverendi padri la censura dei libri, perchè.... troppo liberali!
Quando il padre Piombini predicava, l'immensa chiesa del Gesù Nuovo rigurgitava di tutto ciò che la città contava di più eminente per nascita, ingegno, posizione sociale, ed egli incantava gli _spettatori_ a causa dell'assenza completa di teologia dai suoi sermoni e dell'audacia delle sue vedute sociali. La Società brillava e dominava, mediante lo splendore di quest'uomo. Tutte le forze vive del paese si aggruppavano intorno a lei o mettevan capo in lei, non fosse che per odiarla. I gesuiti che sono i meno gelosi di tutti i monaci, s'inorgoglivano del padre Piombini, il quale, dal canto suo, riconoscente della libertà che gli si accordava, lavorava con amore per la Società, era modesto e famigliare con tutti, misuratissimo verso i capi, non brigava alcuna autorità nell'ordine, non danneggiava alcuno con lo spionaggio mutuo stabilito dalla regola di S. Ignazio, dava il suo consiglio con riserbo, non dimandava giammai spiegazioni, si mostrava pronto a tutto,--anche a credere! e si conformava anche a ciò che la sua educazione laica e filosofica gli presentava come assurdo. Il padre Piombini era hegeliano!
Ecco l'uomo a cui Bambina andava ad aprire le porte della sua coscienza.
Don Diego dissimulò a sua sorella il resultato del suo abboccamento con Don Lelio Franco, poi disse:
--Ebbene, e tu?
Bambina, tristissima, meditava non so che; era distratta e come abbattuta di fatica.
--Per me gli è un altro paio di maniche, sclamò dessa. Io ho confessato il mio confessore.
--Diavolo! leggere nell'anima di un gesuita del calibro del padre Piombini l'è famosa. Raccontami ciò.
--Sarà difficile. Come richiamarmi a memoria le gradazioni infinite di un linguaggio, le cui bianche trasparenze avevano dei baleni sì foschi.
--Di' ad ogni modo, e lascia lì le antitesi.
--Infine, tu comprenderai forse meglio di me: io ho creduto intravvedere un mondo spaventevole.
--Insomma?
--Quando io giunsi, di già, a partir dai due abbaini graticolati, i penitenti si erano schierati intorno al confessionale in due emicicli. Io ho quasi chiuso le due branche e compiuto il mezzo cerchio, che guarniva di un doppio ordine di palafitte il casotto del confessore. Gli uni erano assisi, gli altri a ginocchio o piuttosto accoccolati. Tutti sbadigliavano più o meno, con decenza e contrizione. Vi erano parecchie femmine in toilette splendide, degli abiti neri tempestati di decorazioni, degli uniformi militari, i di cui portatori mi sembravano diabolicamente vogliosi di trovarsi altrove, giovani e vecchi, poche donne vecchie, ed io la più plebea. Gli era un salone di ministri nei giorni di ricevimento, stando a ciò che ricordo aver letto nei romanzi. Io occupava il centro di questa udienza e per conseguenza di prospetto alla porta del confessionale, in faccia al confessore. Ero quindi altresì l'ultima ad essere ricevuta, poichè il confessore alternava le sue udienze da destra a sinistra per ordine di posto. Ognuno chiaccherava più o meno al vicino, e le dame avevan molto da fare onde tener discosti i cani, i quali andavano a fiutare le loro belle vesti con delle intenzioni indiscrete.
--Perchè non avevan messo un cartello con il motto: qui non si fa lordure! sclamò Don Diego.
--Non vi sarebbero dunque che i cani che sappian leggere in questo paese? disse Bambina. Infine, il P. Piombini comparve. Tutti gittarono un sospiro di sollievo. Io spalancai gli occhi quanto largo potei per contemplarlo. Bisogna convenirne: mi attendevo altra cosa. Un gesuita? poh! Ebbene, no. Egli porta la sua grande statura molto dritta, la testa alta e lo sguardo in avanti, quantunque gesuita. Cammina con grazia, malgrado la sua laida sottana. È calvo sulla fronte e rigetta indietro il resto di una capigliatura bionda e soffice. Ha l'occhio grigio vivissimo, alterissimo, arrogantissimo; è pallido, il che rileva la bianchezza dei suoi denti e le rose ardenti delle sue labbra grosse ed umide. Il suo naso dritto s'insorge un cotal po' all'estremità. La sua bella mano carezza perpetuamente un mento un po' puntuto e sostiene la fronte, che s'inchina sotto il peso del pensiero. Breve, egli ha una fisonomia seria, ove il sorriso sembrerebbe straniero, se il fremito delle labbra non lo lasciasse spuntare; dei lineamenti, di cui la gravità non altera la bellezza.
--Ciò spiega una parte del suo prestigio. Tu ne sei rapita.... direbbe _taluno_.
--Messer _taluno_ s'ingannerebbe. E non pertanto questa è la minore delle sue seduzioni. La sua voce gitta un turbamento indefinibile nell'anima: essa ha la dolcezza insinuante di un timballetto d'oro e l'armonia _oleosa_, se posso esprimermi così, delle corde del violoncello. Egli fila la sua voce come la seta e ne fa ciò che vuole...
--Siamo intesi! la calugine del velluto, e la corda tessuta di seta e di oro, con cui la regina Giovanna impiccava suo marito, interruppe Don Diego.
--Tu sei più nel vero che non pensi. Io era dunque inginocchiata, affatto rimpetto a lui. Ho potuto esaminarlo a mio agio; perocchè io non pretendo, malgrado la beghina di monaca che trascino, di trascinare altresì il mio sguardo nel fango. Io guardo in faccia uomini e Dio. Che ti direi? noi ci siamo studiati così per tre ore. Imperciocchè, tenendo sempre il suo orecchio incollato al graticcio, di destra o di sinistra, il reverendo Padre non ha cessato un solo istante di squadrarmi. Si sarebbe detta una sfida di fascinazione reciproca! Io sono stata vinta. Ho abbassato gli occhi. Infine, la mia volta è giunta.
--Ah! la comincia bene, sclamò Don Diego. Vediamo.
--Io mi sono avvicinata alla lamina di ottone forata a grattugia. Io mi aspettava che il reverendo padre usasse meco come con gli altri, vale a dire non accostasse al graticcio che l'orecchio; tutto al più, io temeva di sentire il mio viso appestato dall'alito di un frate che digerisce male. Il mio sembiante era inondato di un soffio caldo, sano, giovane, profumato. Le mie idee cominciavano a turbarsi. Io non trovava più nè il teatro nè l'attore sui quali io aveva concepito il mio sistema di attacco e di difesa. L'incognito mi imponeva una nuova strategia. La quale...?
--Sì, la quale?
--Io era venuta decisa a parlare; presi immediatamente la risoluzione di ascoltare. Ciò mi dava il tempo di riflettere. Bisognava però che io aprissi il fuoco. Dopo aver biascicato un non so che, che aveva l'aria di un _confiteor_, gli dissi:
«Padre reverendo, io vengo qui per obbedire agli ordini di colui che mi vi manda, ma io non so proprio che dirvi.
«Chi è che vi ha ordinato di venire, figliuola mia? domandò il P. Piombini.
«Mio fratello, un prete come voi, che non transige sul compimento dei doveri religiosi.
«Egli ha ben ragione, figliuola. Ma non desolatevi se non siete preparata. Vi confesserò senza ciò. Ed anzi tutto, perchè indossate voi codesta tunica religiosa?
«Perchè la è la livrea meno costosa per le donne povere.
«Non avete dunque alcune vocazione per lo stato claustrale?
«Assolutamente alcuna.
«Non vi fate in questo caso alcuna violenza. Dio non ha creato la donna per la preghiera sterile e per la solitudine disperata. Egli l'ha creata per concorrere con l'uomo alla festa della vita.
--Ah sì! sclamò Don Diego, la bella festa che è la vita! Ma continua.
--Dopo essersi informato del mio nome, e della mia età, del mio paese, della nostra condizione, del nostro stato di fortuna, delle nostre risorse e di altri dettagli, sui quali ho risposto con prudenza, il padre Piombini mi ha domandato:
«Hai tu un amoroso, figlia mia?
«Oh no, per fermo, ho sclamato io vivamente, sentendomi oltraggiata.
«Non vi offendete, figlia mia, ha ripreso il gesuita. L'amante è il principio del marito. E se talvolta egli non può essere il marito, gli è sempre il profumo che Dio dà a quei fiori divini che si chiamano giovinezza e beltà. Ora, figlia mia, negligere o disprezzare i doni di Dio, l'è un peccato. Non avete voi dunque di quegli avvertimenti misteriosi che si addimandano i sogni?
«Sì, ho dei sogni.
«Quali specie di sogni allora?
«Ma veramente non saprei troppo. I sogni? sono così fantastici.
«Qualche volta. Ma il più sovente essi sono lo specchio dell'anima e di Dio: Dio ci avverte; l'anima si rivela. Non bisogna dunque trascurarli. Vediamo. All'età vostra, non si hanno che due aspirazioni: l'amore ed il piacere. Nel sonno, l'immagine carezzata di un giovinetto che le disse una parola soave, che l'ammaliò di un languido sguardo, riviene alla fanciulla e l'agita. Ella prova allora delle sensazioni vaghe, dei desideri misteriosi, se ella è ancora innocente, se ha l'anima così vergine come il corpo. Ella subisce un'attrazione irresistibile, il suo cuore batte, il suo sangue bolle o si agghiaccia, degli spettri luminosi traversano innanzi ai suoi occhi e le danno dei brividi. La _donna_ si risveglia, o nasce in lei, la fanciulla cessa: il bacio invisibile della fecondazione morde le sue labbra. Ella ama di già. Ebbene, figliuola, avete avuto voi di codesti sogni che non sono un peccato, ma una rivelazione?
«Giammai, risposi io arrossendo.
--Tu menti adunque! obiettò Don Diego.
Bambina non rispose all'osservazione insensata di suo fratello e continuò:
«Avete voi amato? amate voi qualcuno, figlia mia? soggiunse il padre Piombini.
«Non ancora, ho io risposto con voce molto commossa.
--Perchè commossa? domandò Don Diego.
--Ma, rispose Bambina esitando, perchè la domanda.... mi sembrò strana. D'altronde non mi era io proposto d'andare a burlarmi di quel frate e di andare a rappresentare la parte di ingenua? Egli insistè:
«All'età vostra, le giovanette han d'ordinario cessato di esser fanciulle. Un cugino, un vicino, un tale che passa, un ballerino, un libro, che so ancora? han loro appreso i misteri della vita e l'uso dei tesori della bellezza di cui Dio le ha dotate. Alcuno dunque, figlia mia, non vi ha detto all'orecchio: Voi siete bella, io vi amo? Alcuna lettura non vi ha rivelato il cómpito della donna nel mondo?
«Sì bene, ho detto io. Ma non vi ho messo più attenzione che alle brezze delle mie montagne che folleggiavano la sera con le anella delle mie trecce. Io sono povera.
«Le donne povere amano pure e si maritano anch'esse, ha osservato il Padre Piombini.
«Gli è possibile, ho osservato io, ma l'amore che batte i denti non vive guari.
«Come, figliuola mia, nella notti d'insonnia voi non avete giammai pensato ad un marito? Sola, nella vostra alcova verginale, non avete voi giammai considerato che, un giorno, un uomo sarà colà, a fianco di voi, amato forse, forse subìto, per.....
--Per! domandò Don Diego a Bambina che si era interrotta.
--Io non ho compreso, diss'ella, diventando purpurea. Egli ha detto tante cose, con una voce sì dolce, sì commossa, sì tenera, che io mi sentiva svenire sotto il soffio di quell'alito che mi bruciava il sembiante a traverso il graticcio.
«Non vi capisco, ho detto io. Io non ho insonnie nè idee di marito.
«Ecco il pericolo, figlia mia, ha ripreso il gesuita. Le giovanette si perdono per l'ignoranza. Ora, il nostro dovere, di noi ministri della Chiesa, egli è di istruirle. È mestieri che veniate a vedermi, a vedermi sovente, figlia mia; è mestieri che io vada a vedervi. Un confessore è un padre, meglio ancora, egli è una madre che può con mano sicura alzare i veli dell'innocenza senza squarciarli. Quando avrete conosciuto il pericolo, voi sarete forte nel combattimento del mondo. Eh, mio Dio, un prete, un gesuita, un santo è un uomo appo tutto, egli conosce la vita e ne prova le pene ed i desiderii. Non vi spaventate della mia severità.
--E che hai tu risposto? chiese Don Diego inquieto.
--Nulla. Egli mi ha interrogato in seguito su altre corbellerie, se io mentiva, se aveva mangiato carne di venerdì, se aveva dell'orgoglio, se.... io teneva le braccia in croce sul petto la notte, se diceva male del prossimo, quali cure igieniche io prendeva della.... mia persona, se io avea... che so infine? poi ha soggiunto:
«Io non vi do l'assoluzione oggi; ritornate fra due giorni. Io mi interesso, non solamente all'anima vostra, ma alla vostra sorte. Se vostro fratello avesse dell'abilità letteraria, io lo raccomanderei ad un canonico che ha una voce magnifica, una memoria stupenda, il gusto del predicare e punto d'ingegno per comporre i suoi sermoni. Egli è ricco altrettanto che vano. Se il vostro fratello potesse scrivere prediche, dei piccoli trattati pii per il canonico, costui sarebbe una miniera per lui. Ed arrogi che il canonico sarà vescovo.... quando sarà un po' più attempato ed avrà sbarbato dal suo cuore un amore sciagurato. Perocchè, figlia mia, noi pure sappiamo amare, al pari dei laici, e di che amore, Dio mio! A dopo domani dunque.
--E tu hai promesso di ritornare?
--Ho promesso. Fratello, gridò poi Bambina con voce disperata, ta avevi ragione. Io non sono più la Bambina di stamane, innanzi la confessione. Dalle letture, io aveva intravisto un mondo d'ombre laide o raggianti che s'incrociavano nel mio cervello come le rondini nel cielo del nostro giardino di Lauria. La parola di questo gesuita ha messo il fuoco ai miei fantasimi e ne ha fatto un rogo. Io ho la febbre. È il paradiso o l'inferno che costui ha aperto innanzi ai miei occhi? Codesto frate mi ha dato venti anni di vita in un'ora. Sono invecchiata.
Don Diego si alzò di soprassalto dalla sedia, e senza baciare sua sorella sulla fronte come di uso, senza dire una parola, andò a coricarsi. Bambina restò a vaneggiare.
Il diman l'altro, ella tornò al Gesù Nuovo!
VIII.
Infrattanto..... il re prega.
Alle otto del mattino Don Diego si presentò in casa di Don Domenico Taffa. Il degno galantuomo terminava di radersi, e per rimettersi della fatica centellava una tazza di cioccolata alla crema, cui la sua bella governante, sufficientemente scollacciata, gli presentava.
--Ebbene! dimandò Don Domenico, quando la sua Ebe in grembiule si fu ritirata.
--Ebbene, io ho seguito il vostro consiglio, disse Don Diego. Ho mandato mia sorella a confessarsi dal P. Piombini.
--Ah! alla buon'ora. Cominciate a divenir ragionevole. Ed allora?
--Codesto gesuita è un miserabile.
--Hum! eccoci li ancora. Un miserabile! Cosa ha egli fatto insomma?
Don Diego raccontò la confessione di Bambina.
--E voi chiamate miserabile un uomo che vi propone una miniera, un canonico da mettere a partito, un uomo cui io farò vescovo quando vorrà darsi l'incomodo di comperare il pastorale? In verità, abate, voi farneticate.
--Ma voi non comprendete dunque qual prezzo dimanda quello scellerato dei suoi benefizii?
--Or neh! che dritto avete voi ai servizi di altrui, dimando io? Chi domine siete voi che esigete ch'altri s'incomodi per nulla onde tornarvi gradito? Ma il mondo vive di scambi, mio brav'uomo! Senza la reciprocità della pena e del piacere non vi sarebbe società, quel sere! Io non scorgo nulla nelle proposizioni del R. P., il quale è dei miei amici, che possa offendervi. Ma, infine, se egli mettesse un prezzo al suo favore... per Giove! io lo trovo naturalissimo. Voi potete accettare o rifiutare; non avete il diritto di lamentarvi e d'insultare. Io non so che diavolo venite a fare in casa mia allora.
--Voi sapevate dunque che cosa quel gesuita voleva proporre, consigliandomi di mandare mia sorella a confessione da lui?
--Non lo sapevo, ma come non ignoro che in questo mondo non si fa nulla per nulla,--_ex nihilo nihil fit_--io ne sospettava un pochino.
--E voi pensavate....
--Ah! gnocchi! voi mi annoiate, l'abate. Perchè andate voi dal barbiere se non avete voglia di farvi la barba? Ma ella è dunque così bella vostra sorella? Ella è così bella che n'è venuto l'acquolina alla bocca perfino al Reverendo Padre?
Don Diego uscì senza salutare. Don Domenico lo richiamò.
--L'abate, disse egli in tuono serio, non fanciullaggini. Le occasioni sono calve all'occipite, ha detto Rabelais; non le si acchiappano più quando sono passate. Ascoltatemi dunque. Mio fratello mi ha scritto di nuovo da Salerno per chiedermi ciò che avevo fatto per voi, malgrado le vostre stranezze. Io vado a parlar oggi al ministero con qualcuno che potrà forse darvi del lavoro. Andrò a vedervi in casa stasera, prima delle dieci, perchè io pranzo precisamente col canonico a cui sembrami il P. Piombini abbia fatto allusione. Egli dimora, presso di voi.... la notte. Tasterò ancora il terreno da questa banda. Basta che la polizia vi lasci tranquillo.
--Ah! ecco giustamente ove è la pietra d'intoppo.
E qui Don Diego raccontò un poco del suo colloquio con Don Lelio Franco.
--Infatti, infatti! che volete? disse Don Domenico. Don Lelio potrebbe bene essere un poco l'agente del conte d'Altamura... voi sapete? il capo della reazione, l'agente segreto ed onnipotente del re. Vi sarebbe forse qualcosa a fare anche da quel lato lì. Ma voi siete un mulo sì ombroso.... Andate. A stasera.
--Che geenna che è questo paese! sclamò Don Diego andandosene. Non si esce di polizia che per cader nella chiesa, e non si spania dal prete che per imbrodolarsi nel birro! Ah! se io fossi solo! Popolo vigliacco ed infame, va!
Ho bisogno di dire che le ricerche promesse da Don Domenico erano false e che egli aveva inventato questo pretesto per andare a vedere Bambina? In fatti, alle nove della sera e' suonava alla porta di Don Diego.
Che costui sospettasse o no dello scopo della visita, il fatto è che Bambina si trovò nel salone, vicino alla tavola, e che ella aveva spogliata la beghina di monaca di casa. Don Domenico salutò profondamente la giovinetta, si assise sul canapè a fianco al prete e cominciò a versargli la cervogia anestesiaca delle menzogne cui aveva preparate. Tutto andava bene, molte promesse, un avvenire pieno di fiorenti prospettive.... ma nulla per il momento. Infrattanto, il futuro segretario generale del ministero per gli affari ecclesiastici s'inebbriava della contemplazione di Bambina.
Ella era più bella della madonna di Sassoferrato, cui somigliava. I suoi capelli, un po' in disordine, le cadevano sul collo e sul petto, cui un fazzoletto mal fermo lasciava intravedere. La luce del candeliere la rischiarava dal su in giù, di guisa che le linee del suo viso, fortemente bagnate di raggi e di ombre, si staccavano sul fondo scuro della sua veste e sul color chiaro della pezzuola con un rilievo potente. La sua mano, tirando l'ago, sembrava una colomba che folleggiava su bianca nappa. Il respiro un po' ansioso, a causa del visitatore e di ciò che costui raccontava, dava alle labbra un fremito elettrico. Don Domenico non le indirizzò la parola. Ella levò appena gli occhi e li portò appena su di lui. Don Diego ascoltava. Ad un tratto, l'impiegato salutò la giovinetta, tese la mano a Don Diego ed uscì dal salone. Nell'anticamera, Don Domenico sclamò con voce saltabeccante:
--Signore, vostra sorella è dessa fidanzata?
--Non mica.
--Volete maritarla?
--Le giovinette sono al mondo per codesto, io m'immagino. Ma mia sorella non ha dote.
--Insomma volete voi maritarla?
--Non ho alcun partito preso in contrario.
--Buona sera.
Don Diego lo rischiarò fin giù delle scale,--non vi era lampada,--e risalì senza soggiungere motto.