Chapter 6
--Ma gli è un sacrilegio! dissi io un giorno ad un prete.
--Niente affatto, e' mi rispose. Io non consacro che una volta sola; ed il buon Dio non me ne vorrà se mi aiuto in questa guisa. Posso vivere con 18 soldi al giorno?
Ora, qual'è la sorgente di questi numerosi diciotto soldi? Perocchè si spippolano in questa chiesa qualche cosa come duegento messe al dì.
Eccola.
Il Purgatorio è la più felice invenzione finanziaria della chiesa cattolica. Questa specie di dock delle anime, sospeso tra l'Inferno ed il Paradiso, occupa l'_entre-sol_ incomodissimo della salvazione, un lazzaretto malsano, molto angusto, avente nel medesimo tempo le angoscie dell'inferno e l'ansietà del Paradiso cui s'intravede come Tantalo vedeva l'acqua. Per uscirne bisogna pagare i diritti di magazzinaggio, farsi lindo, soffocare ogni minimo germe di contagio: l'anima s'imbucata essa stessa nel fuoco cortese del luogo.
I sopravviventi nel mondo possono pagare il dritto di passaggio nelle mani di un prete che ne trasmette la ricevuta nel cielo. Questa ricevuta sono la messa o le indulgenze.
Le anime liberate così rendono poi ogni specie di piccolo servigio nel cielo a coloro che hanno cooperato al loro affrancamento, e la partita si salda onestamente. Ora qual'è il figlio così crudele che rifiuterebbe a suo padre, a sua madre un aiuto sì utile per cavarle di smania? Qual'è la madre senza cuore, la sposa senza viscere che vorrebbe lasciare il figlio amato, il marito affettuoso cui potrebbe riconfortare? Da tutto ciò, quelle cotali elemosine per le anime del Purgatorio, inventate nel VI secolo, cui i protestanti attaccano così vivamente.
La plebe e la borghesia napoletana, che non sono eretiche, se ne vanno in solluchero per le anime del purgatorio. Si scrocca, si ruba, prostituisce ognuno ciò che può, si fa tutto il male possibile, tutte le ribalderie.... peccato veniale! Si dà il suo piccolo quattrino alle anime del purgatorio; egli è l'affare di codeste anime di dissozzare questi atti e presentarli al buon Dio come delle azioni meritorie. Ed il buon Dio crede ed assolve, sulla parola di quelle animucce. Nè abbiate a temere negligenza ed oblio. Vi pare e' possibile! quelle care anime non si discreditano per così poco, a rischio di restare più milioni di anni nei tini del raffinamento.
Si tratta adesso di rendere il pagamento di questo tributo facile ai fedeli che amano i loro comodi che non hanno il tempo di andare a gittare il loro obolo anonimo nel cassetto delle limosine delle chiese. Il rimedio è bello e pronto. Il parroco della chiesa delle anime del purgatorio mette l'elemosina in regìa, ed uno speculatore ne prende l'impresa a cottimo, per aggiudicazione.
Il concessionario, questa volta, si chiamava Don Lelio Franco, a cui Don Diego andava ad essere presentato.
Don Lelio aveva divisa la sua commissione fra ventiquattro commissionari, due per ogni quartiere di Napoli, e costoro venivano ogni giorno, tra le tre e le cinque pomeridiane, a pagare la quota quotidiana del loro debito al cassiere dell'intraprenditore generale.
Il cassiere in esercizio era morto. Don Lelio aveva accettato Don Diego Spani per surrogarlo.
--Le vostre funzioni sono semplicissime, disse Don Lelio al suo nuovo impiegato. Non avrete che a riempire il bianco, alla data del giorno, nel libretto del collettore, e riportare sui nostri registri le partite pagate. Ma ciò non è tutto.
--Debbo tenere inoltre un registro di cassa? interruppe Don Diego.
--Sarebbe un lavoro inutile, rispose Don Lelio. Io piglio la consegna della cassa ogni sera, prima che voi partiate, e voi la trovate vuota l'indomani. Il vostro impiego è soppannato di una funzione morale delicatissima e difficilissima. Voi siete un portavoce maggiore, che avete sotto i vostri ordini altri ventiquattro portavoce.
Don Diego spalancò gli occhi ed ascoltò attentamente. Don Lelio continuò:
--Non è collettore delle anime del purgatorio chi vuole. Codest'uomo, dall'aspetto bonario o sorridente, pulitamente vestito ma senza affettazione, una scodellina gialla alla mano a guisa di coppa, dondolandosi gravemente, parlando a voce dolce, è un compare pieno di astuzie, di unzione, di elasticità, eloquente come dieci avvocati, dicendo mille cose con una parola, indovinando il pensiero del pensiero, sceneggiando l'indifferenza, e spandendo nelle città il soffio che fa battere i cuori, i cervelli, le lingue per ventiquattr'ore. Egli sa a chi deve dare a baciare le anime del purgatorio dipinte sul suo scodellino, a chi bisogna dare una presa di tabacco o un numero alla lotteria, a chi conviene raccontare una storia, a chi bisogna soffiare un consiglio. Egli sa come fare espettorare due soldi a chi non ne dà che uno con stento, chi bisogna far ridere di un motto arguto, chi incoraggiare con un _sursum corda_ divoto, come far sorridere una bella figliuola, come piaggiare una buona madre, come celare una gherminella ora della moglie ora del marito che si lamenta, e come si scongiura un sospetto con una piccola menzogna.
--Infatti! osservò Don Diego, gli è molto più facile fare il ministro.
--Aggiungete, disse Don Lelio, il lato politico del personaggio.
--Il lato politico?
--Sissignore! Noi siamo come la linea di congiunzione tra il popolo e la polizia,--la polizia che ci sorveglia e ci fa sorvegliare, il popolo che abborre la polizia, e che talvolta si lascia scappare una parola, talvolta rivela un mondo di dolori e di speranze con un sospiro o con uno sguardo. Leggere il silenzio, gli è forse il lato meno difficile del mestiere. Ebbene, bisogna che quest'uomo gioviale, buono, tutto occupato di Dio comprenda, indovini, formuli tutto ciò scherzando, motteggiando parlando della vita eterna, e che ve ne renda conto di una parola, mentre voi segnate sul suo taccuino, senza far sembianze di nulla udire e di nulla dire, tirando giù un'addizione di _grani_ e di _carlini_, in presenza dei suoi colleghi che non debbono comprendere nulla. Voi dovete ascoltare ciò, ritenere il motto, spiegarne il senso e farmi ogni sera, prima che ve ne andiate, contando il danaro incassato, il rapporto dello stato delle anime della città. Voi toccate ogni giorno quei ventiquattro polsi di Napoli e ne tirate la diagnosi di cui mi presentate il bullettino.
--Lo farò, disse Don Diego.
--Questo è il lato direi quasi passivo del vostro impiego. Sappiate ora quale è il lato attivo. Voi dovete trasmettere la parola d'ordine dell'indomani a quella gente, nella medesima maniera, col medesimo accorgimento, facendo mostra della stessa indifferenza.
--E chi mi darà codesta parola d'ordine? domandò Don Diego.
--Io, disse Don Lelio.
--E voi, signore, da chi la tenete, voi?
Questa dimanda, forse inattesa perchè audace nella bocca di un subalterno che parla al suo superiore, turbò Don Lelio.
Don Lelio era _paglietta_. Egli aveva avuto non so che baruffa con la polizia, a causa di un processo di ladri, nel quale egli era risultato un po' manutengolo.
Dopo di allora aveva giurato, diceva egli, un odio a morte al governo dei Borboni, al dispotismo, alla polizia, alla chiesa che aiuta la polizia, alla magistratura che è instrumento docile dell'una e dell'altra. Si era intromesso tra i liberali ed era divenuto una specie di gallo dell'alba, cui alcuno non avrebbe osato sospettare.
Bell'uomo del resto, faceto, generoso, gran mangiatore, gran libertino, forte al bigliardo, ripetitore di bei motti, conoscendo tutti, conosciuto da tutti, non avendo nemici, troppo famigliare, gradasso a parole, paterno all'occorrenza, senza rancore verso i giudici di cui si faceva volentieri l'agente o il depositario delle mance a toccare dai litiganti dopo aver guadagnato il processo. Egli era l'agente corruttore di quell'eterna prostituta che addimandasi magistratura. I clienti s'indirizzavano a lui per arrivare a colpo sicuro al commissario relatore del loro processo o al consigliere influente nella votazione.
Oltracciò, quarant'anni, marito di una moglie brutta, padre di famiglia orrida. Figura aperta, grassona, ben rasa, a doppio mento, bocca sorridente, occhio penetrante, intelligenza svelta, ateo rimpinzato di una messa al dì.
Il suo imbarazzo a rispondere non durò che un attimo. Tutt'altri, meno intelligente di Don Diego, non se ne sarebbe avveduto.
--Io? sclamò Don Lelio, voi mi dimandate ove io attingo le mie inspirazioni? Ditemi anzi tutto, voi, da parte di chi venite qui, che specie di uomini sono coloro che vi hanno raccomandato a me ed introdotto in casa mia?
--Io non ne conosco che uno, rispose Don Diego: il barone di Sanza, mio compaesano.
--Rispondete voi di lui?
--Io arrivo di provincia.
--Egli ha risposto di voi, nondimanco!
--Suo padre, il conte di Craco, che mi conosce dall'infanzia, gli avrà forse scritto di aiutarmi.
--Voi siete dunque ben sospettoso, o, se meglio vi piace, ben prudente, per non osare rispondere apertamente del barone.
--Io non dico ciò, al contrario! sclamò Don Diego allarmato. Ma rispondere di che?
--Di che! ghignò Don Lelio. Ebbene, poichè noi ci conosciamo sotto la guarentigia del barone di Sanza, restiamone lì, e non cercate indovinare il senso e lo scopo di ciò che io vi dirò e cui voi comunicherete ai miei collettori. La nostra posizione è complessa. Una parola imprudente, ed ecco messo su uno svegliarino che non si sa più dove si fermerà. I miei sotto appaltatori non sono tutti dello stesso colore. Se io ne avessi racimolato un mazzetto di giacobini, il prefetto di polizia avrebbe aperto gli occhi e le orecchie molto più che nol fa attualmente.
--Comprendo anche ciò, disse Don Diego.
--Che fortuna! riprese don Lelio celiando. Ora, come noi non sappiamo la rivoluzione che si opera nell'animo di quella gente, ogni giorno, sotto il soffio di tante cause e di tanti agenti diversi, egli è prudente, mi sembra...
--Di tacersi, interruppe Don Diego.
--Un avvocato che si tace? donde diavolo sbucate voi _zzi prè_! Cesare aveva paura del silenzio di Cassio. Il marchese di Sora, il nostro ammirabile ministro di polizia, non ammette neutri.
--Ma allora....
--Ah! allora gli è mestieri essere accorti. Noi siamo degli uomini di affari qui e non dei missionari che esercitano un _apostolato_, come dice il nostro grande messia Giuseppe Mazzini. Io traffico elemosine e messe; io sono intermediario tra il cielo e la terra per la pesca delle anime del purgatorio che cacciamo in paradiso. I miei azionisti, che hanno accomanditato questa santa tratta, non capiscono un'acca di costituzione, di unità italiana, di costituenti, del diavolo e di sua moglie. Essi mercanteggiano anime di trapassati, non di cittadini del regno costituzionale delle Due Sicilie. Bisogna restar fedeli al mandato. Servire i nostri amici, ma non solleticare la folgore assopita dei nostri nemici. Davvero! noi saremmo proprio bene avanzati se chiudessero la nostra bottega. Capperoni! e le anime che bollono nel _fuoco vendicatore e redentore_? Ed i nostri padri, le nostre madri che ci tendono le braccia dal fondo della loro caldaia di zolfo? Ser abbate, vi do quattro carlini al giorno. Se ci f..... in gattabuia, e' non sarà il barone di Sanza che ce ne caverà e che vi darà soltanto _tre calli_.
--Volete farmi la grazia, signore, disse Don Diego dopo un istante di silenzio, di spiegarmi chiaramente e senza considerazioni indirette, la natura delle mie funzioni morali, oltre il conto materiale del danaro. Io non vi comprendo, perchè ho paura d'indovinar troppo.
Don Lelio appiccò i suoi occhi scrutatori sul viso del suo interlocutore e lo sbirciò lungamente. Don Diego, a sua volta, lo guardò negli occhi intrepidamente. Essi si squadrarono come due persone che vanno a battersi, cercando di pesarsi mutuamente, scandagliarsi, leggere l'uno nel pensiero dell'altro. Infine Don Lelio ruppe il silenzio.
--Siete voi ricco? dimandò egli.
--Sono un ciompo.
--Vi do allora otto giorni per trovarvi un altro posto. Questo qui, è al di sotto del vostro ingegno e della vostra coscienza.
--Voi mi mandate dunque via prima d'avermi messo alla prova?
--Io vivo troppo in mezzo ai preti perchè non mi abbia a sbagliare sul loro carattere. Io li detesto cordialmente, auguro loro tutti i gaudi nel paradiso e la galera in questo mondo. Voi siete prete, in dissidio con la chiesa, in uggia della polizia, fulminato dal vescovo, seguito alla pesta dal commissario del quartiere. Io non vi avrei mai scelto per mio contabile. I vostri amici, miei amici, vi hanno lanciato qui. Non vi respingo, ma non vi accetto per direttore della mia intrapresa. Coloro che hanno il diritto di parlare possono sapere ciò che dicono. Voi non avete che a ripetere come un pappagallo. Ripetete, ripetete, e rinunziate a comprendere. Ecco il vostro dovere. Voi ignorate il valore delle parole. Voi non sapete se, dicendo: viva il re! ciò non significhi bello e buono: giù coi Borboni! Voi non siete del comitato, ch'io mi sappia.
--Io son nulla di nulla.
--Voi siete, in ogni caso, un mangiatore di pane--_fruges consumere nati;_ e con quattro carlini al giorno potete regalarvi altresì di maccheroni. Questo scanno alla taverna della vita non è da schifiltare. Domani voi sarete forse un'altra cosa. Nessuno s'immagina di domandarvi una responsabilità. Io stesso, io, non ne prendo alcuna. Io subisco la legge del più forte, e gli fo le fiche.
--Certo, rispose Don Diego, ma intendiamoci in modo che non vi siano poscia malintesi e che non abbiate a dirmi: vi siete ingannato! mi avete ingannato! Voi appartenete al partito liberale e lavorate sotto gli occhi della polizia.
--Proprio così.
--Ambedue esigono da voi dei servigi. Ambedue vi somministrano il loro contingente di agenti.
--A meraviglia.
--Voi non potete nè contentarli nè ingannarli, meno ancora accordarli tutti e due.
--Non m'incaricherei di codesta bisogna.
--In questo caso, per quale di loro optate voi?
Il colpo era diretto. Don Lelio lo parò.
--Quando si tratta della mia persona unicamente, io opto pel mio partito. Quando si tratta degli interessi della società ch'io rappresento, rifletto.
--Ma, ogni riflessione fatta?
--Che fareste voi, voi?
Don Diego si turbò, esitò, cercò la risposta.
--Certo, sclamò desso infine, non si possono recider così liberamente gl'interessi degli altri.
--Ma se foste obbligato a un dovere simile? Se vi fosse interdetto perfino di consultare codesti interessi, senza compromettervi, senza comprometterli? Se cedendo il vostro posto voi siete una vittima, senza cangiare la vostra situazione,--perocchè un'altro farà ciò che voi rifiutate? Se il diavolo non fosse poi così nero come lo s'immagina? Se i nostri amici fossero dei gnoccoloni o dei troppo scaltri? Se, restando un semplice organo di trasmissione, senza iniziativa, si facesse del bene agli uni senza mettersi in lotta contro gli altri? Se vi restasse dimostrato che il partito democratico è l'ingratitudine stessa?
--Insomma, voi siete gli organi della polizia.
--Voi ci offendete, l'abbate! Noi facciamo il cabotaggio del paradiso e punto di politica. Noi aspettiamo senza comprometterci. Noi fiutiamo su quale fetta di pane il burro è spalmato. Noi diciamo agli uni ed agli altri ciò che intendiamo per rischiararli. Noi suoniamo l'aria che ci puntano sulla nostra lanterna magica,--basti che la non sia l'aria d'una _marseillaise_ troppo accentuata.
--Infine, voi siete... come direi io ciò?... degli osservatori piacevoli.
--Noi diamo del pane a delle migliaia di parasiti unti e bisunti come voi di un olio santo rancido, ser abbate, a delle migliaia di randagi sottrattisi all'aratro ed alla zappa, che si addicono all'utile delizia di pregare per la gente che non ha alcun bisogno delle loro preghiere. Ecco tutto, sere abbate. Ci siamo capiti. Voi avete troppo spirito, per questo semplice posto di cassiere, ch'era stato domandato per voi. Fatevi vescovo o presidente degli Stati-Uniti. Voi deperite qui. Io non voglio dissipare un gran cittadino nelle umili funzioni di un osservatore gradevole.
--Allora, voi mi mandate via senza altro?
--Ma!
--E non mi accordate neppure ventiquattro ore per riflettere?
--Oh! eccovi là, signore abbate. Ci siamo, sclamò Don Lelio con tuono severo, alzandosi da sedere. Quando non si rigetta un'infamia come quella che io vi propongo, con uno slancio d'indignazione, quando si cerca di riflettere, si vuole transigere. Transigere gli è tradire. Addio. Ci siamo compresi. Vi farò grazia di tacere questa conversazione ai nostri amici, perchè siete un disperato. Dite che il salario ch'io vi aveva offerto è troppo smilzo e che avete rifiutato il posto. Non vi smentirò, perchè non so fare il male. Venite a dire delle messe alla nostra chiesa, che abbiate o no il _pastor bonus_ del vostro vescovo. Vi raccomanderò al parroco.
Don Diego uscì di casa Franco la testa giù, l'anima all'agonia, confuso, rimpicciolito ai suoi propri occhi. E' si sentì preso alla trappola da un miserabile che non avendolo potuto reclutare per la polizia, vedendosi smascherato, provava a farlo passare per un uomo pronto a capitolare. Questa evoluzione lo stordiva. Egli toccava con mano la sua inferiorità morale nel male. Quello spione l'aveva richiamato alla probità ed ai principii, accordandogli il suo silenzio come un atto di magnanimità onde assicurarsi del suo silenzio, di lui, Don Diego, verso il barone di Sanza. Egli rientrò col lutto nel cuore.
Bambina era già di ritorno dalla chiesa del Gesù Nuovo.
VII.
Come il P. Piombini confessava le giovinette.
Il Padre Piombini era stato nel mondo il conte Alberico Bonvisi.
La sua famiglia era di una buona nobiltà: aveva avuto dei cardinali, dei grandi uffiziali al servizio della Spagna, parecchi vescovi. Suo padre aveva servito nell'esercito del principe Eugenio, vicerè d'Italia, e lui, Alberico, aveva rappresentato il duca di Modena presso la Corte di Vienna. Una catastrofe aveva provocato la sua ritirata forzata dal mondo e la sua vocazione obbligata di entrare nella Compagnia di Gesù.
Giovanissimo, aveva sposato una damigella più attempata di lui, ma di una bellezza meravigliosa. La madre della giovinetta era una camerista tedesca della duchessa di Modena, ed il padre era, susurravasi, una società anonima di cui Francesco IV passava per gerente responsabile. La fidanzata portò in dote il brevetto che nominava il conte Bonvisi ministro del duca a Vienna.
La civetteria è la compagna indivisibile della bellezza. L'onestà si guizza talvolta nel corteggio di questa regina per diritto divino, ma vi occupa di rado il primo posto. La contessa Bonvisi, partendo per l'Austria, obbliò di farla imbaulare, codesta onestà, nei suoi bagagli. Ond'è che ella ebbe alla Corte e nella città buon numero di avventure, e fece scandalo, anche accosto dell'arciduchessa Sofia.
Per isventura, il conte Alberico amava sua moglie, ed era geloso. Provò di correggerla e di non più amarla. Non riescì.
I successi inebriarono la contessa e la resero audace. Ella disputò all'arciduchessa il duca di Reichstadt ed il barone Jellachich. L'arciduchessa s'irritò e ottenne di non più fare invitare il ministro del duca di Modena al _burg_. Il cordoglio del Conte Alberico non ebbe più limiti. Cadde ammalato.
Il suo medico era un amico, un olandese, a cui il conte Alberico non celava le sue miserie. Ebbero anzi parecchi colloqui su questo soggetto, non senza profitto. Il conte raddoppiò di poi il suo affetto per la moglie. Egli fu indulgente; ella cessò di cacciare nelle riserve arciducali. L'accordo si stabilì sur un equilibrio di gherminelle permesse al marito e di gherminelle tollerate nella moglie, come una necessità di posizione. E tutto andava pel meglio, quando il rumore si sparse che la contessa Bonvisi era tocca da una malattia di petto complicata da una bronchite. L'amore del conte sembrava più violento che mai. Egli vegliava tutte le notti sulla sua donna, respingendo qualunque aiuto straniero per un così sacro ufficio. L'era commoventissimo. Tutta Vienna ne parlava. La contessa prometteva a suo marito una riforma sincera e riconoscente, se guariva. Ma, una notte, una circostanza la colpì.
Era assopita. Il conte la credette addormentata. Il piccolo rumore di una carticina gualcita le fece aprire gli occhi. La contessa vide suo marito disuggellare una cartellina, versare sulla pezzuola di batista una polvere di cui ella non distinse il colore, avvicinarsi al letto e presentare la pezzuola alla bocca di lei. Respirando ella doveva aspirar naturalmente la polvere stessa sul mocicchino. Era la prima volta che suo marito si addiceva a quella manovra medica? La contessa nol sapeva. Per questa volta, la si contentò di fingere di dormire e di voltarsi dall'altra banda. Ma l'indomani ella scriveva a sua madre: «Vieni, ho paura di essere stata avvelenata.» L'ex-camerista mostrò la lettera di sua figlia al duca. Il duca consultò in termini vaghi il suo medico, il quale, dopo aver preso contezza dei sintomi della malattia, rispose:
--Altezza serenissima, la malattia sulla quale mi fate l'onore di consultarmi può essere naturale e può essere inoculata. Nei due casi, essa è mortale. Le cause della malattia naturale sono numerose; ma Vostra Altezza non mi sembra disposta a subire una lezione di nosologia, e per conseguenza mi astengo dal noverarle. Le cause extranaturali sono dovute tutte all'avvelenamento. Parecchi tossici possono dare la bronchite e la tisi: sostanze gassose, minerali, vegetali. I Malesi ne hanno una terribile, comune, difficile a constatare, di un effetto sicuro. Il pelo corto e nero che avviluppa il nodo del bambù verde produce la corizza cronica, la bronchite o la tisi, secondo che lo si alloga nelle fosse naturali, nei bronchi nei polmoni.
--Sta bene, disse il duca. Silenzio su questo consulto.
Il dì seguente la madre della contessa Bonvisi partì per Vienna. Quindici giorni dopo il suo arrivo, sua figlia era morta.
Il conte Alberico fu richiamato.
Francesco IV era quel famoso duca di Modena che non volle giammai riconoscere Luigi Filippo, col quale aveva cospirato contro l'Austria per essere re costituzionale d'Italia. Egli aveva per consigliere intimo il famoso ministro di polizia napolitano il principe di Canosa, cui la Santa Alleanza e lo stesso re Francesco I di Napoli trovavano troppo energumeno. Francesco IV cospirò per impedire che Carlo Alberto arrivasse al trono di Piemonte. Era una mischianza burlesca di Falstaff, di Shylock, di Don Chisciotte: un bey di Tunisi clericale innestato sur un arciduca austriaco corsaro. Egli ricevè il conte Bonvisi nel suo gabinetto e lo fulminò con queste parole:
--Assassino, perchè hai tu uccisa tua moglie?
Il conte, esterrefatto, restò silenzioso un momento, poi gridò:
--Perchè io l'amava, ero geloso, ed ella mi aveva disonorato.
Il duca riflettè lungamente, poi si levò e disse:
--Dovrei farti impiccare: ma non voglio che quegl'infami carbonari abbiano a dire che il nostro partito formicola di miserabili e di briganti. Scegli dunque: o una galera a perpetuità, o il ritiro in una casa di gesuiti, portando loro in dote tutta la tua fortuna. Ti lascio ventiquattr'ore per riflettere: otto giorni per entrare al bagno o in religione.
Gli occhi di Francesco IV dardeggiavano lampi omicidi. Di un cenno della mano e' scacciò il conte Bonvisi, che si guardò bene rispondere. Si rinchiuse in casa, accorgendosi d'altronde ch'era sorvegliato da presso. Riflettè lungo tempo sulla scelta che il duca gli aveva lasciato, e si decise. Non avrebbe avuto che un varco a fare per uscir dagli Stati del duca di Modena e penetrare in Lombardia, in Toscana, in Piemonte, negli Stati del Papa o nel Parmigiano. Egli poteva facilmente deludere o comperare la sorveglianza della polizia e fuggire. Anzi gli fu proposto; la cecità della polizia era stata perfin mercanteggiata. Il conte Bonvisi rigettò codesto salvamento.