Chapter 20
--Ma, in modo semplicissimo. E poichè la Maestà Vostra mi fa l'onore di dimandarmi il mio avviso, eccolo qui. E' bisogna far sembiante di credere senza riserbo alle spiegazioni date dal marchese di Sora, lodarlo, ringraziarlo come un salvatore, ricompensarlo ed assopirlo. Infrattanto è mestieri farlo sorvegliare attentamente e con sagacità, e controminare le sue mine. Poi, quando V. M. possederà tutti i piani della cospirazione, quando V. M. avrà apparecchiate le sue forze, i suoi uomini, i suoi mezzi, piombar come il fulmine sopra quegli infami e schiacciarli tutti, tutti, senza riguardi, senza pietà. All'occorrenza si potrebbe tender loro una trappola, per sbarazzarsene più presto. Le cospirazioni che van per le lunghe sono sempre pericolose: esse ingrandiscono e si consolidano vivendo.
--Pensate voi, principe, che convenga tener parola alla piccola spiona, come voi la chiamate?
--Salvo l'avviso opposto della M. V., io penso che la parola di un sovrano debba esser più infallibile che quella del papa. Questa avventura sarà nota. Vi è lì sotto l'amore di un personaggio misterioso e potente cui bisogna portare in chiaro. Perocchè l'individuo che conosce i più intimi segreti del marchese di Sora non può essere il primo venuto, ed il governo di V. M. sarebbe colpevole di non scandagliarne e d'ignorarne i disegni, lo scopo, il carattere e le opinioni. Ebbene, se la storia delle promesse scambiate tra V. M. e la giovinetta sarà conosciuta, e che si sappia in seguito che la M. V. l'ha giuntata, chi cederà più mai alla tentazione di rivelare di simili segreti e di confidarsi alla parola reale? Bisogna che quel Don Diego Spani sia libero.
--Egli lo è di già. Ed è un terribile uomo, a giudicarlo dal supplizio spaventevole che ha subito senza lasciarsi sfuggire la minima confessione.
--Ragione di più, allora. Bisogna che quell'uomo sia vescovo,--salvo a giudicarlo e vedere se sarà utile servirsene o spezzarlo.
--Gli è precisamente l'avviso mio. Io nominerò il vescovo del diavolo; ma il diavolo non ne godrà.
L'indomani, il re fece chiamare il conte di Altamura nel suo gabinetto.
Il conte Altamura¹ si chiamava adesso il cav. Spada. E' si era evaso dalla prigione della Vicaria, vestito da gendarme, accompagnando un altro prigioniero innanzi la corte,--mediante una ricompensa al carceriere in capo,--in mezzo al silenzio di tutti i suoi compagni di camerata, i quali lo avevano veduto cangiare di assisa. Egli aveva preso in seguito altre spoglie, adulterando il colore dei suoi capelli, della sua pelle, dei suoi baffi, dandosi parrucca ed occhiali, bernoccoli sul naso, una gamba a strascico, un tremolio da barbogio in tutte le membra ed un accento tedesco fiorito di dolcezza e di bonomia, con un leggero difetto di pronunzia dell'_r_. La sua ganza non l'aveva riconosciuto. Ma e' non si nascondeva ai suoi amici, ai suoi complici nelle nuove intraprese a cui mise mano. In questo frattempo un generale, amico del principe di Schwartzemberg, inspirò al re di organizzare la sua polizia segreta di palazzo onde sorvegliare la polizia generale del regno.
¹ Vedi il _Sorbetto della Regina_.
La polizia segreta era stata un poco negletta, in mezzo ai vagheggiamenti guerrieri di questo re gran capitano. L'avvenimento di Pio IX al pontificato, il risveglio d'Italia, l'inquietudine della Francia, il carattere del marchese di Sora, fecero sembrare opportuno agli amici del re di vivificare la polizia del gabinetto di S. M. e di farla agire attivamente. Bisognò un capo abile. Il generale Vidal, che conosceva da lunga pezza il conte di Altamura, lo propose, lo stimò e lo garantì.
Il conte venne alla corte.
Si trasfigurò. Si dètte dei peli rossi, un sembiante di gobba sul dorso, delle lentiggini sulla pelle, due pollici di statura di più della sua, una voce chioccia, una glandola lagrimale rossa e gonfia, un dondolìo curioso del corpo, mal portato da due gambe troppo fesse. Ebbe sempre il sigaro o la pipa alla bocca. Si fece passare per tedesco,--della Toscana, impiegato nella segreteria particolare del re a compor cifre diplomatiche per la corte di S. M. siciliana e decomporre le cifre degli ambasciatori. Perocchè S. M. aveva una rabbia irresistibile di conoscere ciò che le sue poste reali portavano ai gabinetti stranieri. Il cavaliere Spada del resto si mostrava poco: era misantropo!
Sotto questa direzione, la polizia segreta del re funzionò, come funzionano tutte le polizie,--non sapendo nulla, cioè mostrando al padrone di tutto sapere, salvandolo due o tre volte per settimana, usando civilmente della sua lista civile, perseguitando la gente dabbene, facendosi dar la berta dai bricconi, non distogliendo alcun complotto, organizzandone uno di tempo in tempo onde regalarsi la soddisfazione di sorprenderlo. Fouché diceva: quando vi sono tre persone che conoscono una cosa, il segreto è impossibile. Ora il segreto della polizia particolare del re era conosciuto da parecchi: il Marchese di Sora non poteva ignorarlo. E' piaggiò nonpertanto il re, mostrandosi di una grande discrezione in proposito, facendogli comprendere nello stesso tempo ch'egli si sapeva sorvegliato.
Il dì seguente, il conte di Altamura fu rudemente maltrattato ed umiliato, quando il re gli apprese il complotto scoverto da lui la notte precedente, al di fuori delle sue due polizie, ed alla loro barba.
Il conte esaltò la perspicacia ed il coraggio di S. M. e disse: che come gli era vietato di avere gli occhi e le mani nelle dimore di certi stranieri, egli non poteva evidentemente indovinare ciò che vi si ordiva, e che perciò egli non era colpevole di aver ignorato ciò che accadeva in casa lady Keith. Il re lo malmenò forte, malgrado ciò, lo minacciò, gli rimproverò il danaro ch'egli sciupava per nulla e conchiuse:
--Ora, bisogna avvisare.
--Vostra Maestà mi faccia la grazia di esprimermi i suoi desiderii, rispose il conte, ed essi saranno compiuti a capello.
--Vi è un uomo straordinario che ha rivelato ad una certa Bambina Spani un segreto del marchese di Sora. Voglio sapere chi è codest'uomo.
--Io posso in questo istesso istante rivelarlo a V. M. Gli è il padre Piombini della società di Gesù.
--Come! egli avrebbe dei segreti che tace ai suoi superiori,--i quali ce li avrebbero certamente comunicati,--e cui rivela ad una sgualdrinella? I gesuiti sarebbero anch'essi contro di noi, per avventura?
--I gesuiti, sire, fanno come l'Inghilterra: accettano tutti i fatti compiuti. Per essi il diritto è a colui che lo esercita. Quanto al padre Piombini, egli ama quella fanciulla di una bellezza incantevole.
--L'ho vista, interruppe il re.
--Allora V. M. può giudicare della potenza del fascino che quella ragazza ha gettato sul suo confessore. In un altro secolo la si sarebbe bruciata viva come stregona. Nel nostro la si giudica come cantoniera, scroccona ed intrigante. Ella si reca ogni dì presso di quel confessore. Il padre Piombini va a vederla in casa lady Keith. Il vostro confessore esso stesso, sire, il santo vescovo di Patrasso, ha corso il pericolo di essere ammaliato da quella sirena. Ma egli ha rifiutato di vederla. Ella ha un fratello che la vende e che cospira contro lo Stato,--in questo momento a Santa Maria Apparente.
--Egli ne è uscito. Ed io debbo adesso nominar vescovo il fratello di quella cortigianella. Lo debbo: ciò avrà luogo stamane stessa.
--Sono io, sire, che lo avevo fatto imprigionare come cospiratore.
--E sono io che, dietro il rapporto del marchese di Sora, l'ho fatto mettere in libertà. Ma non si tratta più di ciò.
Il re si tolse dagli occhi del conte di Altamura ed andò ad inginocchiarsi nel suo gabinetto e pregare. Qualche minuto dopo rientrò e continuò la conversazione.
--Quel Don Diego Spani è un cattivo prete. Egli sarà un abbominevole vescovo. Ora, siccome sono io che introduco nella Chiesa questo lupo pericoloso, debbo esser io a cui incomba preservare l'ovile dalle sue scelleratezze. Ho dato la mia parola di nominarlo: è mestieri ch'egli sia vescovo. Ma io non ho promesso ch'egli godrebbe di un posto cui mi ha fatto estorquere.
--V. M. non ha bisogno di dir altro. Solamente io supplico la M. V. d'inspirarmi ove questa esecuzione della giustizia di Dio debba aver luogo, a Roma, dopo la consacrazione, ovvero a Napoli, dopo il suo ritorno?
Il re si allontanò per pregare, poi ritornò e disse:
--A Napoli, con abilità e mistero, dando alla punizione il marchio dei gastighi di Dio: il terribile e l'inatteso.
--Quelli che spiacciono al re non son essi nemici di Dio? Non mercè di sorte dunque.
--Ma di ciò a suo tempo. Per il momento, concentra ogni tua attenzione sul marchese di Sora. Ho degli ordini speciali a darti su questo soggetto.
Il re fece un segno. Il conte di Altamura s'inginocchiò, baciò la mano del re ed uscì.
La notte precedente, il colonnello Colini, il marchese di Tregle, il barone di Sanza e tre dei delegati delle Provincie erano stati arrestati. Essi lo sapevano. Il colonnello Colini n'era instrutto; perchè, come ho detto, era stato convenuto tra loro che il marchese di Sora, trovandosi in pericolo essendo scoverto per uno di quei casi imprevisti che accompagnano le cospirazioni, farebbe arrestare i suoi complici onde assopire la rivolta e salvarli poscia in un modo o nell'altro.
Il barone Colini aveva altresì contezza del mandato di arresto che il ministro della polizia portava sempre, tutto all'ordine, nel suo portafogli. Egli die' quindi sesto alle sue carte, rientrando dalla villa di lady Keith. Il marchese di Tregle fece altrettanto. Gli altri presero eguali precauzioni. Tutti si coricarono ed aspettarono. Alle tre del mattino essi erano tutti in gabbia, non nelle prigioni della polizia, ma nel castello S. Elmo,--quella magnifica fortezza che corona così pittorescamente il paesaggio di Napoli.
Il ministro spiegò al re perchè egli si fosse comportato in quel modo.
Egli fece un quadro dello stato degli spiriti nel regno, che spaventò re Ferdinando. Poi lo consigliò di esiliare quei prevenuti, anzichè aumentare l'eccitamento dell'opinione pubblica con un processo che avrebbe un eco immenso in Europa. Una scintilla su quella polveriera poteva perder tutto.
Parecchi ambasciatori stranieri parlarono al re nello stesso senso. Ed il principe di Schwartzemberg gli fece inoltre osservare, che non si avrebbero prove, che sir William Temple aveva di già minacciato una tempesta diplomatica sulla violazione del domicilio di un suddito inglese, anche cortese e regale come la si era compiuta.
Il re dimandò tempo a riflettere. Lasciare una preda di quell'importanza! si minchiona dunque?
Don Diego aveva portato seco sua sorella.
Egli non fu arrestato.
Il marchese di Tregle gli mandò don Gabriele per avere delle spiegazioni; perocchè e' fu accertato da lady Keith che Bambina aveva introdotto il re e l'ambasciatore d'Austria nel padiglione. Don Diego aveva tutto appreso da sua sorella. E' negò tutto.
Egli aveva ricevuto la mattina stessa la lettera del ministro del culto, il quale gli partecipava, che il re aveva degnato proporlo vescovo di Noto, in Sicilia, e ch'egli avesse a presentarsi al ministero. Don Gabriele, che apprese codesto dal suo amico Fuina, ne portò tosto la notizia al castello S. Elmo.
Ahimè! essi ignoravano gli ordini che re Ferdinando aveva dato il mattino al conte di Altamura, e la conversazione che S. M. aveva avuto la vigilia col principe di Schwartzemberg!
Una carrozza a due cavalli infrattanto si fermava, tre o quattro giorni dopo, verso mezzodì, alle sponde del mare alla punta di Baia. Le due persone che ne discesero erano: il conte di Altamura, travestito da viaggiatore inglese, ed il commissario di polizia addetto al ministro, Fuina. Una barca condotta da sei rematori li aspettava.
Quel sito è desolato. Il promontorio di tufo giallo, forellato come una spugna, corroso, incrostato di uno strato di sale dall'evaporazione marittima, tigrato qua e là da un ciuffo di erba grigia a filamenti ossei, animato solo da un formicolaio di piccole lucertole color piombo, intaccato da ogni lato, non esprimendo nulla, avendo dei bernoccoli insulsi, dei crepacci ciechi, dei gibbi muti, questo promontorio, dico, non ha nulla di poetico, nulla di bello, nulla di terribile nè di assolutamente lugubre. Esso giace sopra un letto di sabbie grige, che lo contornano di un lembo triste e terminano l'arco del golfo come un braccio mutilato.
Nessuno abita la spiaggia. Alla cima del promontorio, che dal lato di Baia declina a dolce scoscesa, torreggia una ruina, un dì casotto di doganieri, ora (1847) abbandonato e demolito. La si direbbe, questa punta di Baia, un dente cariato spezzato.
Il mare era cattivo. Il cielo losco. Le onde sonore si frangevano con alacrità sulla spiaggia e lasciavano sulla sabbia un collare di schiuma giallastra mista di brandelli di alga. Procida, dall'altro lato del canale, si abbozzava appena sopra un fondo di vapori cenerognoli. L'aria era pesante, densa; punto di vento. I gabbiani e gli smerghi non pigliavano posa. Malgrado però il rumore dei fiotti e l'animazione degli esseri viventi, si sarebbe creduto trovarsi immersi nella solitudine e nel silenzio.
--Il tempo è cattivo, osservò Fuina.
--No, rispose il più anziano dei marinai: e' porta il broncio, forse brontolerà un poco stanotte, ma nulla di serio. Il mare dorme al fondo. Fa un cattivo sogno e l'epidermide si corruga un tanto.
--Possiamo avventurarci alla traversata?
--Senza alcun pericolo. Non isseremo vela e forse arriveremo un poco più tardi: ecco tutto.
--Tutto?
--Tutto. Salite.
Il conte di Altamura dette ordine al suo cocchiere di venirlo ad aspettare allo stesso sito, l'indomani, alle nove, e s'imbarcò.
Il padrone aveva detto vero: le onde grosse, frante, capricciose, dettero loro non poco rovello, ma non si corse alcun pericolo. Nondimanco, le barche dei pescatori rientravano. Il canale di Procida è perfido e nasconde delle situazioni drammatiche imprevedute. Voi ammirate un lago pagliettato di oro? ad un tratto, la superficie dell'acqua si oscura, trema, fa brutto ceffo, si screpola, ringhia, ed il diavoleto comincia. L'è un mare nervoso, soggetto a degl'increspamenti interni. Non rotola desso forse, del resto, sopra un cratere vulcanico?
Bentosto si cominciò a distinguere l'isola. Bentosto si distinse spiccatamente quell'edifizio bianco, un dì castello reale, ora ergastolo. Due ore dopo, sbarcavano.
Fuina conosceva la terra. Ma l'avesse pure ignorata, il caso lo avrebbe servito con compiacenza: incontrò il comandante del forte con cui avevano a fare. Il maggiore Scalese conosceva Fuina. E' l'abbordò.
--Noi veniamo da voi, maggiore, disse Fuina.
Il maggiore squadrò il travestimento all'inglese del conte di Altamura e dimandò:
--Partita di piacere, eh?
--Forse, sclamò Fuina. Andiamo nel vostro alloggio.
--Ripartite voi stasera? Non ve lo consiglio. Il mare è minaccioso.
--Restiamo.
--Allora voi resterete con me. Milord accetta?
--Senza complimenti, rispose il conte con un accento britannico vigoroso.
Il maggiore comperò qualche provvigioni, poi salirono alla fortezza.
--I vostri canarini van bene? domandò Fuina, indicando con quella parola i galeotti.
--Si bezzicano di tanto in tanto. Milord sarebbe per caso uno scienziato che coltiva questa parte dell'istoria naturale?
--Un poco, rispose d'Altamura.
--Milord, non sarebbe per avventura un emissario di lord Palmerston che viene qui per fare un rapporto in segreto?
--E se ciò fosse? mi mettereste alla porta? domandò il conte.
--Per chi mi prendete voi dunque, milord? Venendo col mio amico, il commissario Fuina, voi dovete conoscere i regolamenti della casa. L'è un affare di tariffa un pochino più caro per le mercanzie straniere. Ma altresì, se voi pagate un maggior prezzo, voi vedrete le cose più segrete e curiose, che noi riserbiamo per gli amatori di filantropia stranieri.
Arrivarono, così cicalando, alla porta esterna della fortezza. Una donna la traversava al punto stesso,--una monaca di casa, tutta in lagrime, in disordine, singhiozzando e torcendosi le braccia per disperazione.
Era Concettella, ora suor Crocifissa, al servizio di Don Diego Spani, e sua ganza.
Ecco ciò che era succeduto.
XXII.
Nel bagno di Procida.
Io ho notato già che Filippo Rotunno era stato introdotto nel bagno di Procida come spia,--perchè re Ferdinando aveva fatto gettare in quella bolgia i patrioti insieme coi ladri e gli omicidi. Dotato di un coraggio reale, rialzato da una smargiasseria di apparato che gli aveva procurato il soprannome di _Guappo_, Filippo aveva subito scalato il potere. Poi con un colpo di camorra, si era impadronito della dittatura in quella repubblica del delitto e della catena, ove tutti i condannati sono eguali, dopo la sentenza della Corte di Assise.
La camorra è una chiesa massonica, ove gli associati non lavorano, e prelevano una decima considerevole e forzosa su coloro che lavorano proteggendoli.
Qualunque traffico, qualunque mestiere, qualunque industria, se voleva prosperare tranquillamente, si metteva sotto la salvaguardia di questa Santa-Wehme, cui nessun governo e nessuna polizia han mai potuto dissolvere. Bisognava, bisogna ancora, pagare la sua quota di assicurazione, sotto pena, per coloro che ricalcitravano contro l'occulta potenza, di essere battuti, insultati, uccisi pur anco, e d'incontrare ogni specie di ostacolo nelle loro intraprese. Solo, contro una società formidabile, il pacifico lavoratore subiva la legge fatale, pagava e paga la decima del signore alla camorra, come paga i balzelli dello Stato. La mano della camorra era dovunque: sulla piazza pubblica, alla chiesa, nel bagno, alla Corte, nelle strade, nell'esercito, al convento, nel carcere, ed illaqueava la società. Re Ferdinando era il gran maestro dell'associazione. Imperocchè egli toccava la sua parte in tutte le operazioni di questa misteriosa potenza. Era mestieri pagare un livello così per ottenere un portafogli da ministro e trafficarne a suo bell'agio, come per vendere zolfanelli per le strade e raccogliere mozziconi di zigari.
Un certo numero di _guappi_ erano i collettori di questa imposta. E quei bravi appartenevano pressochè tutti alla polizia, in qualità di birri o in qualità di spie. I profitti filtravansi al ministero della polizia, donde prendevano il volo ascendente per arrivare fino al re, sotto il nome di _risparmi sui fondi segreti_, o dei famosi: ed i _miei zigari_? cui re Ferdinando dimandava in tutti gli affari, agli intraprenditori, alle regie, agli appaltatori, agli aggiudicatarii, ai ministri, ai vescovi, alle fabbricerie.
Al bagno di Procida, la camorra prelevava la sua contribuzione sopra coloro che volevano vivere tranquilli, che avevano qualche fortuna più degli altri, che volevano essere esenti da certi servizi obbligatorii, che volevano godere dell'aria, della loro povera pietanza, del passeggio nella corte, del sonno, andare al parlatorio per vedere la moglie od i figliuoli, in una parola, fruire del dritto di vita cui la sentenza della Corte delle Assise aveva lasciato loro. I più determinati, i più disperati, i più facinorosi si appropriavano questo balzello di assicurazione, facendo, ben inteso, la parte del leone al comandante del bagno, al cappellano, ai carcerieri, al ministro della marina che portava i suoi _risparmi_ a S. M. Laonde non si aveva più il diritto di lamentarsi di checchè sia,--neppure del nutrimento abbominevole e della lurida casacca gialla che gli appaltatori somministravano, gli appaltatori avendo pagato il loro balzello di franchigia ed acquistato il diritto di rubare impunemente quei miserabili.
Filippo _llu guappo_ si era costituito capo della camorra nella sua camerata, in relazione coi capi delle altre sale. Gabriele aveva ricusato di far parte della camorra, ma lo si era esentato da ogni pagamento e da ogni servitù, conoscendolo capace di resistere ad ogni costo. I _politici_ erano ammucchiati in quella camerata. Gabriele li avvicinava. Gli si era appiccato il soprannome di _paglietta_ perchè aveva imparato a leggere ed a scrivere dal capellano del bagno, e perchè, in tutte le contestazioni, lo si consultava e lo si prendeva per arbitro. E' faceva tutto il bene che poteva, e si asteneva dal male cui avrebbe potuto rendere a quelle nature perverse, le quali accattavano brighe con tutti coloro che tentavano rialzarsi.
Ciò che chiamasi il male non è un prodotto sociale, ma un elemento naturale dell'universo,--di cui Iddio sarebbe l'autore ed il gerente responsabile, se Dio fosse al di fuori di questo universo ed altra cosa ch'esso stesso.
Gabriele e Filippo non erano amici al bagno più che non lo fossero stati nel mondo. Ma siccome Gabriele non opponeva ostacolo di sorta all'agente del conte di Altamura, e viveva in un circolo d'idee e di sentimenti al di fuori del bagno, Filippo non lo stuzzicava punto e nol provocava giammai. Più ancora, egli fece qualche sollecitudine per ravvicinarsi all'amante ora preferito di Concettella. Gabriele si tenne sul riserbo e mendicò la compagnia e la confidenza dei politici.
Ma anche in codesto Filippo gli antistava.
Come costui manteneva numerose relazioni al di fuori e si atteggiava a capopopolo, liberale, nemico dei Borboni, sospirando la _Carta_,--di cui ignorava il significato,--i condannati politici si servivano di lui per mandare i loro messaggi al di fuori e riceverne. Come lo si comprende bene, questi messaggi, all'uscita ed alla entrata, passavano sotto lo sguardo del conte di Altamura. Filippo era ricco e generoso, ed i politici erano quasi tutti poveri. Egli era turbolento e feroce, ed i politici desideravano vivere in pace e non confondersi cogli altri. Filippo li proteggeva. E' divenne per conseguenza ben presto necessario a quest'aristocrazia dell'ergastolo e si fece amare da lei. Egli ecclissò dunque Gabriele anche in codesto.
Un avvenimento decisivo doveva ravvicinarli.
La mattina stessa che il conte di Altamura partiva da Napoli per venire a Procida, i forzati si sollazzavano nella corte, al sole di ottobre,--sì vivificante e salubre nel mezzodì. Gli uni davano la caccia agli insetti nei loro cenci gialli; gli altri passeggiavano; altri, coricati supini, guardavano nel vago infinito: questi parlavano, quelli fumavano, mangiavano, si querelavano. I politici in un lato, formavano un gruppo, intorno al quale Gabriele girava, in mezzo al quale Filippo diceva dei lazzi. Alcune figure sinistre e brutali restavano a parte o abbordavano gli altri con cinismo, sapendosi temuti.
L'espressione generale di quei sembianti era l'indifferenza. E' sapevano tutti che per parecchi anni la terribile quistione del giaciglio e del pane quotidiano era risoluta per loro. La vita nel mondo era stata per costoro più miserabile, il pane più duro ed incerto, il covo più immondo. I legami di famiglia si spezzano innanzi ai cancelli della prigione. Si cangia di mondo. Si trovano in un altro medio, in un'altra atmosfera, in un altro sistema; prendono altre abitudini, altri sentimenti, altro linguaggio: la vita ha un altro scopo. Moglie, figliuoli, cessano di essere un carico, una risponsabilità, un bisogno, un'utilità; il muro della tomba s'innalza tra loro avanti l'ora. Questi oggetti amati un giorno si veggono adesso raramente, forse non si riveggono giammai; non si ode di loro che una voce: il lamento,--lamento cui il prigioniero è impotente a lenire, e che quindi gli giunge come una ferita che lo tortura. Si sentono ristucchi, si soccombe, si diventa insensibili. E tutto ciò, quando si ha fame, quando si ha freddo, quando si è quasi nudi, quando si è battuti di qua, scroccati di là, quando le ore della vita non sono più nelle mani di Dio, ma alla mercè di mille accidenti sinistri, di mille odii, di mille collere!