Il Re prega: Romanzo

Chapter 17

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--Perdonatemi, signore, balbettò Bambina con voce soffocata. Io non sospettava la serietà degli ostacoli che intravedo adesso. Non so che farò. Possiate non rimpiangere di non avermi esaudita.

--Signorina, disse il principe, alzandosi a sua volta, vogliate comprendermi bene. Io non insisto per sapere il vostro secreto nè ciò che vogliate in ricambio domandare al re. Ma infine indicatemi, ve ne prego, con quale formola bisogna che io supplichi S. M. di ricevervi!

--E voi, ambasciatore di una grande potenza, dimandate ad una povera creatura di provincia una formola di corte per compiere un atto di sì alta gravità? sclamò Bambina. Io ho sempre udito, nel mio casale, che il motto: salvezza dello Stato! era magico nella bocca dei ministri. Come noi ignoriamo tutto ciò che si attiene ai nostri padroni!...

--Ahimè! se re Ferdinando fosse un uomo da capire la divina poesia della bellezza, io avrei stuzzicata la sua curiosità dicendogli che se egli non apprendesse nulla di nuovo, egli avrebbe per lo meno visto nella sua vita la forma più ideale del bello muliebre. Ma S. M. non comprende che le celesti bellezze della santa Vergine, passando per la bocca lipposa del suo confessore. In fine, io vado ad intrigarlo col mistero lavandomi le mani e lasciandolo giudice se egli debba o no ricevervi. Volete, signorina, farmi l'onore di ritornare qui domani o di lasciarmi il vostro indirizzo?

--Ritornerò. Io abito in casa di lady Keith, al Vomero. Ma, ve ne scongiuro, non mandatemi a cercare: io vi ricevo un ricovero caritatevole.

--In casa di lady Keith? gridò il principe di Schwartzemberg. Comprendo alla fine. Il re vi riceverà senza fallo. Io ve lo garantisco. Forse vorrà desso vedervi stassera stessa.

--No, stassera. Io non avrei alcuna scusa per allontanarmi dalla villa la notte.

--Un'ultima parola, e ve ne prego vogliatemela perdonare. Vi è in tutto codesto qualche cosa di cui avremmo ad arrossire? Una macchia ad una stella....

Bambina si coprì il viso colle mani ed interruppe il principe con un singhiozzo.

--Io non sono una spia, gridò essa. È un sacrifizio di morte che io perpetro e non un'azione infame. Ma al postutto, io non ne so nulla. Io pago un debito.... Se fo del male a qualcheduno, gli è che io non posso altrimenti scongiurare il pericolo d'un altro.... Siate indulgente, signore. Se voi sapeste il decreto fatale che mi pesa sul capo, voi sareste misericordioso come Gesù. No, non mi disprezzate, no: io non sono nè spia, nè venale.

--Scusatemi, signorina, io non aveva alcuno intento di oltraggiarvi. Sono rassicurato. Credo anzi di avere indovinato.

Il principe non aveva indovinato, poichè supponeva che Bambina avesse sorpreso un secreto in casa di lady Keith, cui si sapeva bazzicata da cospiratori, e che la giovinetta se ne servisse per rendere servigio ad un innamorato. Egli accompagnò Bambina fino all'anticamera e tutto il giorno pensò a lei.

Il re, incuriosito dell'istoria che il principe gli raccontò in modo abile, consentì a vedere Bambina, dopo aver fatto, ben inteso, una certa preghiera, per dimandare l'ispirazione divina. Egli confessò più tardi al principe che la memoria di Carlotta Corday aveva traversato il suo spirito, non ben nudrito di storia pertanto. Fu dunque convenuto che il dì seguente il re si sarebbe recato a Capodimonte e che quivi, incontrando come per caso il principe di Schwartzemberg, questi gli avrebbe presentato la giovinetta. Il principe si astenne bene dal parlare a S. M. della stupenda bellezza della spiona; egli aveva paura di allarmare la pietà di questo sovrano che credeva la bellezza soppannata sempre di uno strato di ovatta diabolica. Il principe fece brillare innanzi agli occhi del re la circostanza della dimora della giovinetta, fin là restata sempre impenetrabile agli agenti della polizia napoletana ed a quelli della diplomazia austriaca.

Il re, dal lato suo, era felice di apprendere qualche cosa, non avesse pure la gravezza che le attribuiva Bambina, un poco per paura della sua personale sicurezza, ma principalmente per umiliare il suo ministro della polizia, il quale si vantava di salvarlo, due volte ogni ventiquattr'ore, e si faceva pagare il salvamento.

Ferdinando II era prodigiosamente avaro.

L'indomani, il principe di Schwartzemberg aspettava Bambina con ansietà; e, per esser veri, e' bisogna aggiungere ch'era la donna anzi che la salvatrice, cui egli sospirava rivedere. Bambina giunse alle dieci. La s'introdusse immediatamente. Il principe gridò, scorgendola:

--Il re vi riceverà a mezzodì, a Capodimonte, signorina. Noi abbiamo quindi un'ora da attendere. Cosa posso io per farvela passare aggradevolmente?

--Se io fossi divota, signor ambasciatore, vi supplicherei di lasciarmi sola in un cantuccio del vostro palazzo per pregare.

--E non essendo divota?

Bambina sorrise dell'interruzione, e ripigliò:

--Ahimè! non essendo divota, oso dimandarvi in grazia di apprendermi come si parla ai re.

--Ai re, è una cosa; a Ferdinando II, è un'altra. Vi dirò dunque in vettura come avrete a comportarvi con quella maestà.

Un'ora dopo, un _coupé_ colle bendinelle abbassate, senza stemmi, col cocchiere senza la livrea del principe, volava lungo la strada di Toledo verso Capodimonte.

A quell'ora stessa, il padre Piombini si recava da lady Keith, per accattare uno sguardo di Bambina e respirare l'aria imbalsamata dal fiato di lei; e Don Diego, il disgraziato Don Diego, passava per le prove più spaventevoli della sua vita.

XVIII.

Diamo un tonfo nell'inferno.

L'ho detto: Don Diego era stato arrestato alla dimanda di monsignor Cocle. Don Domenico Taffa vedendo i suoi progetti rovesciati, aveva dato a credere al confessore patentato di Sua Maestà, che il prete provinciale li aveva corbellati ed aveva gittata sua sorella nelle braccia del padre Piombini.

Monsignor Cocle aveva di già dell'odio cumulato contro il gesuita, cui si proponeva al re come direttore della sua coscienza reale, meno male in fama che l'attual direttore. La regina, che l'aveva conosciuto a Vienna come ministro del duca di Modena, l'aveva di già consultato in due o tre circostanze, sopra secreti di anima o di Stato ch'ella aveva voluto sottrarre alla cognizione del vescovo di Patrasso. L'aristocrazia, la gente di corte, andavano, di preferenza, a lavare la loro coscienza dal gesuita, anzi che da monsignor Cocle, ciò che stupiva il re. Ferdinando II cominciava a prestare l'orecchio alle accuse contro il suo vescovo, ed agli elogi del gesuita. Si susurravano da orecchio ad orecchio le buone fortune del padre Piombini appo le dame del gran mondo; mentre che il vescovo di Patrasso asciolveva, pranzava e cenava del suo grossolano pasto ordinario,--la figlia di un fabbricatore arricchito. Quest'ultimo colpo,--il ratto di Bambina,--metteva il colmo a l'esasperazione di monsignor Cocle. Egli ne disse accortamente due parole al conte di Altamura, dapprima per scoprire la bella donzella scomparsa, poi per castigare il frate insolente che gli aveva tirata la coppa dai labbri.

Nè il conte di Altamura nè il marchese di Sora non poterono annasare ove si celasse Bambina. Essi non avevano l'occhio in casa lady Keith, quand'anche i sospetti si fossero portati verso quelle latitudini; Bambina non aveva lasciata traccia della sua fuga; la dama irlandese l'aveva spoglia immediatamente della nera guaina di monaca. Il fulmine ricadde allora in pieno sopra Don Diego. Gli agenti del conte di Altamura lo arrestarono una sera nella strada, lo gettarono in una vettura e lo condussero dritto a S.a Maria Apparente,--terribile prigione preventiva di polizia,--incarcerandolo sotto l'accusa di cospirazione contro lo Stato.

Don Raffaele, il carceriere in capo, lo cacciò senz'altro nella più orribile segreta.

L'arresto fu significato al ministro della polizia.

Il marchese di Sora era di già gelosissimo e profondamente ulcerato della parte importante che il conte di Altamura si attribuiva nella polizia del regno e sopra tutto della parte indipendente che vi si era tagliata. Il re gli aveva accordato di agire al di fuori dell'autorità ministeriale. Perocchè Ferdinando II, diffidando di tutti, aveva organizzato nell'amministrazione lo spionaggio mutuo, non perchè l'amministrazione funzionasse meglio, ma perchè non lo giuntassero nella parte ch'ei prelevava sulle ladrerie e sulle mance dei funzionari. Tutti i ministri gli presentavano questa parte del profitto del brigantaggio amministrativo sotto il nome di _risparmio_.

Ferdinando II dava, dalla sua parte, venti soldi per una messa e pregava Iddio per la prosperità del suo regno. Egli sapeva che il _suo_ popolo era divorato «fino all'osso», come diceva Richelieu. Egli avrebbe potuto ripetere come il reggente: «Se io fossi suddito, mi rivolterei.» Egli ripeteva come il suo bisavolo, Carlo III di Spagna, quando volle sbarazzar gli Spagnuoli dei gesuiti: «Essi sono come i fanciulli: piangono quando gli si netta!»

Il marchese di Sora mandò dunque un suo commissario per cominciare l'istruzione e sottomettere Don Diego all'interrogatorio. Egli aveva un gran desiderio di presentare al re, anche una volta, un arresto arbitrario, avventato ed avventurato, forse per ragioni private, su falsi dati. Ma gli era mestieri che Don Diego risultasse innocente, dopo le prove più spaventevoli per le quali si farebbe passare. Se Don Diego soccombeva, tanto peggio per lui. E' non si trattava qui della sua innocenza o della sua colpevolezza, ma dell'onore e dei rancori del ministro. Il commissario Gravelli non pertanto era umano e discreto. Il marchese di Sora lo sapeva e contava su di ciò.

La segreta, ove avevano immerso Don Diego, era a cinque o sei metri al di sotto del livello del suolo, praticata in un gomito che faceva la cloaca collettrice di tutte le sentine dello stabilimento. L'aguzzino ed il prigioniero discendevano, mediante una scala mobile, in un corridoio stretto, che corre lungo le segrete scavate nel muro delle fondamenta ove sono le porte. Un piccolo abbaino a cancello di ferro tagliato sulla porta dava aria alla muda. Di luce, non era proposito: le tenebre eterne vi regnavano come sulla pelle del negro. Il prigioniero non vi poteva restare nè in piedi nè coricato: in piedi, egli avrebbe potuto considerarsi ancora come un uomo: coricato, egli vi avrebbe forse trovato la ridente illusione del sepolcro. Un'infiltrazione perpetua di un liquido nero, glutinoso, che avrebbe asfissiato il faro del Molo, sgocciolava lentamente, colla regolarità di una clepsidra, e cangiava il suolo in un fondo di pozzo melmoso ove brulicavano degl'insetti cui l'entomologia non ha ancora classificati. Nelle condizioni psicologiche della vita ordinaria e normale, non vi si sarebbe potuto vivere ventiquattro ore. Ma nell'eretismo dell'anima,--in cui debbe trovarsi naturalmente un uomo seppellito in quell'inferno,--la vita acquista un'intensità sovrumana.

Don Diego vi restò quaranta giorni.

Gli si portava una libbra di pane al giorno ed una brocca d'acqua. Egli viveva, agginocchiato, la bocca costantemente applicata allo abbaino sulla porta. Un buco aperto, in un lato, centuplicava l'infezione. I suoi abiti erano saturati dell'orribile distillato della vôlta. Aveva freddo,--il peggiore dei freddi, quello che viene di dentro, e perciò dal cuore e dalla midolla allungata, che si agghiadano a spese del cervello. Impossibile di distinguere nulla in quel sotterraneo da maiali. Non pertanto, quando le pupille, a forza di aguzzarsi, si erano dilatate come due rosoni da cattedrale, si scorgevano ancora delle orride piccole lucertole giallastre strisciar lungo le parete. Il silenzio--un silenzio da steppe--lo schiacciava. Egli non udiva più, degli strepiti della vita, che il tintinnio cadenzato delle vene delle tempia, e la gocciola di umidità che cadeva. Non pensava più; ma dei vaneggiamenti indistinti, dei delirii, delle allucinazioni, dei briccioli d'idee, delle reminiscenze confuse, delle aspirazioni strangolate, venivano a rompersi sotto la volta del suo cranio, come le onde del mare sulla sponda. Se egli avesse creduto giammai alla spiritualità dell'anima,--di un'anima come un gioiello in uno scrigno,--ne avrebbe dubitato adesso.

Otto giorni dopo essere stato macerato così, non vedendo il secondino che ogni due giorni per qualche secondo, e' fu infine trascinato innanzi al commissario di polizia, in una vasta sala, il cui mobilio lo spaventò.

Egli vedeva delle corde pendere da anelli confitti alla vôlta, delle catene ribadite alle mura, dei cavalletti, dei fasci di verghe, degli arganelli di cui doveva apprendere l'uso, una specie di letto da campo, tutto un arsenale di ferraglia, di fornelli. E' credette un istante che, sendosi addormentato nel XIX secolo, si risvegliasse in una sala di giustizia del medio evo. La sua vista si turbò. Sembrogli un momento che la sua ragione vacillasse.

Per fortuna, sospettando perchè lo avessero arrestato, egli erasi tracciato un piano di condotta dall'ora prima in cui era stato messo dentro, ed egli aveva per così dire solidificato le risposte invariabili che avesse a dare. Senza questa precauzione, egli avrebbe forse divagato e la polizia avrebbe abusato della sua indeterminazione.

Per condurlo innanzi al suo giudice, gli avevano messe le manette, e le avevano siffattamente chiuse che le mani sembravano nere. Una mezza dozzina di birri, dai visi atroci, lo circondavano. Un cancelliere temperava la sua penna per scrivere. Il giorno che filtrava in quell'immenso antro da due alte finestre asserragliate, era magro e sucido; lo si sarebbe detto una nebbia a mezzo congelata.

L'aspetto del signor Gravelli era tetro, quasi triste, ma non feroce. Egli contemplava le sue mani ornate di gioielli, anzi che il prigioniero. Era pietà, disgusto desiderio di non atterrirlo? Aveva egli comprese le intenzioni del ministro, ovvero il marchese di Sora aveva formulato degli ordini? Nol so. Il fatto è che il signor Gravelli compiè la sua missione formidabile senza brutalità.

Don Diego traballava sulle gambe. Il commissario lo fece sedere e gli disse:

--Rimettetevi.

Don Diego si assise un istante per dare equilibrio alla circolazione del suo sangue, poi si levò di un tratto ed esclamò:

--Mille grazie.

--Voi sapete perchè vi hanno arrestato?

--No, signor commissario. Io non lo sospetto neppure.

--Voi cospirate per rovesciar la dinastia e cangiar la forma di governo.

--I miei accusatori hanno mentito.

--Abbiamo delle prove.

--Vogliate dunque schiacciarmene. Ma io dichiaro innanzi tratto che voi non potete averne, ovvero che codeste prove sono false.

--I giudici della Corte Criminale statuiranno sul loro valore. Quanto a noi, la loro validità ci sembra assoluta. Si tratta solamente adesso di sapere da voi quali sono i vostri complici.

--Non cospirando io stesso non posso avere dei complici.

--Tutta la vostra vita di prete e di suddito, pertanto, è un'accusa. Voi siete stato interdetto dal vostro vescovo; voi siete fuggito dal vostro contado.

--La mia interdizione è stata violenta, arbitraria, iniqua, ma di carattere puramente ecclesiastico. I vescovi non sono infallibili, e monsignor Laudisio vive di denunzie. Io ho lasciato Lauria perchè, dopo un simile colpo di fulmine, non potevo più viverci.

--Tutti i vostri amici, tutte le vostre relazioni sono in ostilità collo Stato. A Lauria, il conte di Craco; qui, suo figlio, il barone di Sanza, il farmacista di Foria, il marchese di Tregle...

--Da prima non ho amici, signor commissario. Il conte di Craco è stato il mio protettore, ha comperato la mia casa ed il mio giardino. Il barone di Sanza è un aspirante alla diplomazia. Il marchese di Tregle fu medico della regina Urraca. Io ho conosciuto, per domandar loro soccorso e lavoro, Don Lelio Franco, Don Domenico Taffa, il canonico Pappasugna. Sono anch'essi nemici del governo, questi signori?

--E gli altri?

--Io non conosco più un'anima viva.

--Voi siete stato in relazione con comitati rivoluzionari.

--Io apprendo da voi, ed odo parlar qui per la prima volta, di codesti comitati.

--Il sistema di niego cui adottate non vi servirà gran fatto. Tutti i prevenuti seguono questo metodo.

--Se voi esigete delle affermazioni ad ogni costo e non la verità, bisogna indirizzarvi altrove. Io non ho mentito giammai in vita mia. Io non comincerei ad imbrattarmi di codesta onta in una circostanza così sinistra.

--Guardatevi intorno, signore, e rimarcate che noi abbiamo i mezzi di far parlare i muti.

--Voi avete i mezzi di far delirare nel dolore. Ma e' non è provato che il grido insanguinato che voi strappate ad un'anima spaventata, ad un corpo rotto, sia la verità. In ogni caso, fate di me ciò che volete: io non posso rispondervi su ciò che ignoro.

--Io passo allora a precisare fatti, parole, circostanze.

--Precisate, signor commissario; ve ne sarò riconoscente. Io sono come la natura dei Peripatetici: abborro il vuoto!

Questa calma imponeva già al signor Gravelli. E' rimase in silenzio per pochi minuti, poi disse:

--Vi hanno spedito da Sapri due casse che voi avete ricevute a Lauria. Quelle casse contenevano armi.

--Il guardiano dei cappuccini di Sapri mi ha mandato due casse contenenti camangiari, limoni, aranci, salagioni, qualche libbra di tabacco da fumare e da fiutare, un po' di tela, altri piccoli doni, zucchero, rosolio, caffè. Io ho scritto pel guardiano qualche predica che egli ha recitate nel suo quaresimale a Policastro, con grande soddisfazione di monsignor Laudisio, innanzi a lui ed al suo seminario. Io aveva rifiutato un compenso in denari da quel povero religioso; e si redense con quei regali. In ogni caso se coloro, che asseriscono adesso che le casse contenevano delle armi, ebbero questo sospetto allora, perchè nol parteciparono alle autorità quando era tempo di sorprendermi? Essi furono colpevoli quando si tacquero o sono infami adesso che inventano. Io non sono un trangugiatore di sciabole e di fucili, come i cerretani da fiera; che avrei fatto di quelle armi?

--Le avete celate.

--Ebbene, fino a che non le si saranno trovate, io ho il diritto di proclamare ciò che la mia coscienza mi detta con alta fierezza: mi calunniano!

--Voi avete detto all'arciprete di Lauria: Monsignor Laudisio è una spia, ma non passerà guari e noi gitteremo fuori del regno codesta ed altre lordure: vescovi, ministri, esercito e re.

--Io aspetto che l'arciprete ripeta ciò in mia presenza, e che egli indichi dove, quando, in quale circostanza, in presenza di chi avrei io eruttato simili parole. Ah! signor commissario, mi credete dunque sì goffo, sì idiota, che avendo codeste idee e sì poderosi secreti, io me ne issi a prendere per confidente il più abbietto dei miei nemici?

--Voi siete scaltro in effetto.

--Ebbene, se voi mi fate l'onore di non credermi un gonzo, perchè prendete voi in considerazione codeste inette iniquità?

--Quando don Lelio Franco vi pose in condizione di dare dei buoni consigli ai suoi agenti, voi preferiste rifiutare l'impiego anzi che rischiarar quella gente sulle buone intenzioni del governo.

--Come io so ch'egli è sempre pericoloso parlar di politica e di governo; come non ignoro che la massima di Stato del nostro paese è: _de Deo pauca, de rege nihil_; come per questa stessa circostanza io scorgo quanto sia facile snaturare i propositi che si tengono, io dissi a quel messer Franco lì, che io voleva andare da lui come contabile e non come institutore, e che, se egli desiderava un impiegato, il quale cumulasse le funzioni di tenere i libri e di propagare le sue novelle, se ne trovasse un altro, perchè io mi reputava incapace di contentarlo.

--Insomma voi negate tutto?

--Io non nego. Io provo la non esistenza delle accuse stesse.

--Tuttavia voi non oserete dire che non conoscete le persone, le quali bazzicano la palazzina di lady Keith.

--Chi è codesta lady Keith, adesso?

--Ve la richiameremo alla memoria.

Il commissario si volse verso uno degli uomini che attendevano nel fondo della sala e gli disse:

--Il torchio.

Il più sdolcinato del gruppo atroce degli sbirri staccò dal muro uno strumento formato di due branche riunite da una chiavarda a vite, terminate alle estremità da due rotelle di ferro come due pezzi da cinque franchi. Quelle due estremità si applicavano alle tempie, e le due branche attaccate alla chiavarda cingevano la fronte. Una chiave stringeva la vite, la quale, rinserrandosi, comprimeva le tempie.

Lo sbirro adattò il congegno alla testa di Don Diego.

Si fece entrare il medico che si collocò al fianco di lui.

--Quando vi deciderete a parlare, disse il commissario turbato indirizzandosi a Don Diego, si aprirà il torchio.--Chiudi, diss'egli poi, indirizzandosi al birro.

Il medico poggiò le sue dita sulle carotidi del paziente per sentirne e valutarne le pulsazioni. La chiave della vite cominciò a girare, e girò, girò, girò sempre. Il viso, dapprima pallido di Don Diego, principiò a diventar rosso, poi purpureo, poi violetto, poi azzurro, poi color di piombo, poi nero. Dopo aver terribilmente chiusi i denti fino a smussarli, egli aperse la bocca come un antro. I suoi occhi divennero prima lucidi, poi iniettati di sangue, poi opachi, infine uscirono dalle orbite, fuori le arcate sopraccigliari. Le palpebre sparvero; le pupille invasero la cornea. Il collo si gonfiò, il naso si profilò. E' tremò sulle ginocchia e si abbiosciò. Il dolore acuto, intenso, spaventevole che aveva cominciato a sentire, lo oppresse. E' perdè la coscienza della sua esistenza. La notte lo avviluppò.

--L'apoplessia si dichiara, disse il medico. Bisogna ucciderlo?

--Disserra la vite, ordinò il commissario.

Il torchietto fu allargato, ma non tolto. Si misero delle compresse di aceto sulla testa del paziente, gli si levarono le manette, lo si strofinò sulle spalle, gli si cavarono gli stivali e si avvicinò il braciere ai piedi, non tanto per infliggergli un altro supplizio, quanto per ristabilire la circolazione. Venti minuti passarono prima che lo sventurato riprendesse coscienza della vita.

--Persistete voi nel silenzio? domandò il commissario.

--Io non ho nulla a dire, mormorò Don Diego con voce estinta.

--Si ricomincierà; riflettetevi, riprese il commissario.

--Voi potete uccidermi; io non posso parlare di ciò che ignoro.

--Rinserrate il torchio, diede l'ordine Gravelli.

--Ei non può sopportare di nuovo questa prova per oggi, disse il medico. Scegliete altro.

--Il fornello, allora, disse il commissario.

Due bravi coricarono Don Diego sur un letto da campo, attaccando le sue mani ed i suoi piedi con due pezzi di legno, i quali avvitati, gli vietavano ogni sorta di movimento. Gli si aspersero i piedi di olio e si approssimò loro il fornello scintillante di brace ardenti. Un grido terribile risuonò nella sala. L'olio, dirimpetto ai carboni accesi, cominciò a friggere ed i piedi di Don Diego cominciarono a rosolare.

--Parlate, disse il Commissario.

--Non ho nulla a dire, ripigliò Don Diego con una voce spezzata dai singhiozzi.

--Se non volete dargli una gangrena alle estremità, osservò il medico, bisogna per oggi cessare anche questo.

Il commissario domandò al cancelliere se egli aveva tutto scritto. Poi ordinò al medico di stendere un processo verbale dell'operazione e fece segno ai bravi di riportare il prevenuto nella sua bolgia. La sera, il ministro ricevè il rapporto del commissario Gravelli.

--Bisogna esaminarlo con altri mezzi, ordinò il marchese di Sora.

Otto giorni dopo Don Diego fu ricondotto innanzi al commissario. Alle interrogazioni che il signor Gravelli gl'indirizzò l'ex-prete rispose sempre per la negativa.

--Voi volete dunque che io reiteri i mezzi di severità? disse il commissario.

--Codesto non è certo il mio desiderio, rispose Don Diego. Voi potete finirmi, ma io non mentirò, nè posso convenire su di quello di cui mi accusate.

--Andiamo, sclamò il commissario, gettando un sospiro: il dondolo.