Il Re prega: Romanzo

Chapter 16

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--Figliuola mia, il conte di Altamura porta un altro nome che io non vi ho detto ancora. Gli è più facile di arrivare al re che a quest'uomo, di cui s'ignora la dimora, che è dovunque ed in nessun sito. Una giovinetta come voi non bazzica in quel mondo di banditi e di spie, il cui solo fiato contamina e corrompe. Rinunziate a cotesta idea, irrealizzabile del resto. Quella gente non ha orecchio per la parola dell'innocenza. Essi vi prometterebbero, vedendovi così bella e così ingenua, vi strapperebbero un prezzo inestimabile per una promessa che non terrebbero; voi sareste vituperata ed infelice per nulla, forse anche per accelerare la fine di vostro fratello, il quale potria un giorno divenire un vendicatore.

--Ma che volete che io faccia allora? urlò Bambina alzandosi.

--Lasciatemi riflettere, riprese il gesuita. Venite a vedermi. Io avrò avvisato fra un giorno o due, quando sarò meglio ragguagliato.

Bambina rigettò i suoi capelli dietro la testa, levò la fronte, fissò del suo sguardo gli occhi umidi del padre Piombini, lo prese per la mano con veemenza, e sillabando le parole sclamò:

--Il dado è gittato! Io, io ho avvisato di già. Scegliete: la vostra anima per il mio onore.

Il gesuita ritirò la sua mano dalle mani di Bambina e rinculò. Egli non si attendeva punto ad essere addossato così a questo dilemma del destino. Bambina era trasfigurata: ella si rizzava innanzi a lui come l'angelo della riparazione eterna. E' cercava avvolgerla. Ella spezzava le sue perfide maglie d'un fendente del suo formidabile sentimento del dritto e della giustizia.

--Che volete voi dire, figliuola mia? balbettò il gesuita impallidendo, combattuto tra il desiderio e la paura, tra la speranza e l'impotenza.

Bambina si guardò intorno per assicurarsi se fossero ben soli, se alcuno non li ascoltasse. Le finestre della casa erano quasi tutte chiuse ancora, ed i pochi domestici in piedi si occupavano già dei cani.

--Non è qui che io avrei voluto parlarvi, soggiunse Bambina, ma al vostro confessionale. Però siccome voi avete intavolata questa conversazione terribile, esauriamola, per arrossirne sempre e non ritornarvi mai più.

--Non vi esaltate, mormorò il gesuita. Voi mi fate intravedere il paradiso; non lo velate, ve ne scongiuro a ginocchio, con la caligine del delirio.

--Io rumino questa catastrofe da ieri in qua. Ho tutto considerato. Mi sono piagata il cuore, il corpo, l'anima, a tutti i rovi della situazione. Ciò che vi propongo è la belletta di tutti i miei ragionamenti svaniti. La logica della disperazione ha parlato. Voi mi volete? prendetemi....

--Che?

--Ma io vi voglio; io vi tengo. La posta al giuoco sono la libertà e l'esaltazione di mio fratello. Ei mi diceva un giorno, in un accesso di disperazione, quando un uomo domandava la mia mano per vendermi, che in questo paese infame tutto si traffica e che si traffica di tutto; ma che i valori i più apprezzati erano la coscienza, l'onore, l'oro.

--Vostro fratello aveva ragione.

--La mia coscienza non ha corso in questo affare. La vostra ha un prezzo inestimabile. Non voglio dell'oro vostro per comperare quei miserabili. Ciò che vi domando, ciò che vi abbandono, non si tariffano a ducati. Se io toccassi un valore materiale qualunque, mi disprezzerei, mi ucciderei.... giammai voi non tocchereste la punta di un mio dito. L'onore vuole l'anima: esse si valgono. Io vi dimando la vostra anima.

--Ma che posso io fare insomma?

--Avete voi un secreto di Stato a rivelarmi?--uno di quei secreti, il cui silenzio o la cui rivelazione possono valere a mio fratello la libertà da prima, poi la promessa d'un vescovato?

--Ma voi dimandate più che la mia anima, figliuola mia, voi dimandate la mia vita.

--E voi dunque? Come? voi avete potuto pensare un solo istante che dandomi a voi come il salario di un servigio reso, che uscendo dalle vostre braccia affranta, vituperata, degradata, annientata, io vivrei, io avrei potuto vivere un sol giorno, un'ora sola? Eh! disingannatevi, signore. Il vostro ultimo bacio porterebbe via seco l'ultimo soffio della mia vita.

--Io non potrò dunque sperare giammai d'essere amato da voi?

--Io ho amato, io amo forse ancora un altr'uomo, il quale mi ha rigettata lungi da lui come un'onta, non più tardi che ieri. E' non sarà dunque giammai a me, lo volesse egli un giorno, me ne supplicasse col viso nel fango. Se voi vi foste presentato a me, senza quell'orrida spoglia di monaco, da uomo, da marito, forse il vostro amore mi avrebbe toccato; perchè il vostro accento disperato m'ha commossa. Ma tal che voi siete, nelle condizioni in cui il mercato è posto, voi mi fate orrore. Io mi do a voi, ma come un prezzo. Io ho il dovere di salvar mio fratello, che è stato per me tutto: luce dell'anima e madre! Non mi venite quindi a parlare della vostra vita, della vostra coscienza, del vostro non so che altro. Io vi abbandono tutto; io esigo tutto.

--Ma io non conosco alcuno di quei secreti di Stato di cui voi vi fate un talismano onnipotente.

--Allora, sbarazzate la mia via della vostra persona. Che m'ho io a fare di voi? Servir di origliere alla voluttà di un gesuita? Puah!

--E se io non fossi un gesuita, se io risorgessi il conte Bonvisi? Se facessi di voi la mia consorte? Se vi conducessi lungi di qui, in Francia, in America, in Inghilterra....

--Non cercate d'illuminare le sordide tenebre del presente con gl'irradiamenti dell'avvenire. Aggiornereste voi dunque la ricompensa del vostro servigio?

--Impossibile, gridò il gesuita, impossessandosi delle mani di Bambina e bruciandole del suo contatto. Io vivo di questo amore. Perchè io mi abbia forza di compiere la mia trasformazione, gli è mestieri che io sia sostenuto da questo elisir della vita. Voi non v'immaginereste giammai la devastazione incalcolabile che avete portata in me da sei settimane che vi conosco. Voi avete messo il fuoco al ghiaccio. Io amava quasi il mio stato, benchè me lo avessero imposto. Io ne compievo i doveri. Vi attingevo lo splendore che il mondo mi aveva rifiutato in un'altra sfera. I miei confratelli erano pieni di riguardi, anche per le mie debolezze. Quest'ordine, cui si calunnia tanto, aveva delle tenerezze di madre per i miei stessi smarrimenti. Tutto ciò mi è odioso al presente. Io divengo idiota. Io tradisco il mio ordine, nascondendogli dei fatti, degli attentati che potranno sconvolgere l'Italia, nella speranza che la società di Gesù sia spazzata dall'uragano e che io ritorni alla libertà. Voi avete fatto di me un miserabile. Voi mi domandate l'impossibile, e voi mi parlate ancora di... aggiornamento!

--Allora non mettete in conto l'avvenire e non favellate di amore. Sapete voi solamente cosa sia l'amore?

--Ahimè! nol so che troppo. Ma voi non considerate dunque che, domandandomi un secreto di Stato, a me, gli è un secreto di confessione, forse, che voi mi chiedete?

--Giustamente perchè lo so, v'indirizzo questa dimanda. Voi non siete certo nè ministro nè re. Ma voi siete il depositario di tante indiscrezioni, di tante rivelazioni; voi ascoltate tutti i gridi delle coscienze ulcerate o dubbie; voi sorprendete, senza ch'altri lo immagini, tanti pensieri sprofondati nelle sentine dei cuori; voi analizzate tanti fatti che, dai briccioli di tutti codesti echi, potete costruire l'edifizio di cui ho d'uopo per dar la scalata alla sorte.

--Ma tutti quei secreti sono inviolabili, figlia mia.

--Che? voi domandate l'onore di una giovinetta, e voi trovate che vi sia ancora qualche cos'altro d'inviolabile? Voi siete allora infame a freddo, ipocrita, o stolido. Continuate la vostra via, mio Reverendo, ed impiccatevi se mi amate. Voi non mi avrete giammai.

--Bambina, figliuola mia, riflettete....

--Basta. Questa conversazione mi ha di già prostituita. Io mi fo orrore a me stessa del linguaggio che tengovi, delle questioni che mi pongo da ieri in qua. L'angelo della mia fanciullezza mi ha abbandonata, dopo che io sono a dibattere il modo della mia infamia. Non è dunque abbastanza? Voi gustate dunque la contaminazione della mia anima prima di pascervi del mio corpo; che insistete tanto ancora sul mercato? Partite. Che non vi vegga più giammai. Io riferirò a lady Keith il vostro messaggio, e.... siate maledetto, voi che avete, il primo, deflorata la mia innocenza.

Bambina proruppe in lagrime e si slanciò nel viale per fuggire. Il padre Piombini la tolse nelle sue braccia.

--Tu non sospetti neppure, figliuola, la grandezza del sacrificio che m'imponi.

--Ed il mio dunque? l'interruppe Bambina.

--Io lo valuto, continuò il gesuita, e non esito più. Vieni a vedermi domani. Io avrò riflettuto. Io avrò trovato forse ciò che può condurti al tuo scopo senza cagionare dei disastri incalcolabili. Noi giuochiamo forse i destini d'Italia contro un bacio. Tu vedi ciò che vale codesto bacio. Se non si trattasse che semplicemente della mia vita, la mia coscienza non avrebbe impallidito un sol minuto. Ma... infine, tu ignori tutto codesto, figliuola; tu balocchi con la testa di un pazzo. Non ci pensiamo più. Vieni domani. Noi saremo più calmi.

Egli baciò castamente Bambina sulla fronte e si diresse verso la palazzina per parlare a lady Keith. Le finestre della sua camera da letto erano aperte.

Bambina sembrò atterrata della sua vittoria. Ella ne abbracciava adesso tutta la portata e tutti i doveri. La giornata e la notte che passò furono più agitate che quelle della vigilia. Lo specchio le faceva paura, mostrandole una bellezza di cui ella aveva fatto una mercanzia. Ella sapevasi venduta di già, si considerava come non appartenentesi più. Tanti vezzi, tanta giovinezza, una vita sì immacolata, strangolate così, e perchè? Perchè! come il suo debito verso suo fratello le sembrò piccolo alla fine; quanto la portata del suo dovere era stata esagerata! Don Diego non avrebbe giammai consentito a questo scambio infame. Il termometro del cuore non sale giammai sì alto per il calore dei sentimenti che sotto il soffio delle passioni. Nondimeno, quando l'ora di recarsi al Gesù Nuovo scoccò, Bambina vi si rese, e trovò il padre Piombini installato di già nel suo confessionale e circondato da penitenti.

Bambina aspettò il suo turno, non senza qualche intimo scoraggiamento. Più d'una volta la fu sul punto di fuggire dalla chiesa. Eppure restò. Ah! se avesse ella avuto un poco di amore per sostenerla! Ah se quel balordo del barone di Sanza non l'avesse così stupidamente indispettita! Ma no, ella era sola. In questo vasto mondo, non vi era che una creatura che l'amasse ancora, l'amasse fino al delirio, quantunque sì tristamente esigente. Ella s'inginocchiò al confessionale ed ascoltò il padre Piombini.

Questo disgraziato non si difendeva più. E' non provò neppure di lottare. Egli comunicò a Bambina un secreto, cui teneva da lady Keith, che era conosciuto solamente da un altro uomo: il barone Colini. Poi e' disse alle altre persone che aspettavano per confessarsi ch'egli era indisposto, e lasciò il confessionale.

Bambina non ebbe la forza d'uscire dalla chiesa. La sua catastrofe era compiuta. Ella teneva già in mano il prezzo del suo onore: bisognava pagare adesso. Pagare? Orrore!

XVII.

Ma! se gli ambasciadori pure se ne mischiano!

Non era poi tutto il possedere un secreto di Stato; bisognava sapersene servire. Un congegno di guerra è una forza quando lo si sa adoperare: un cannone d'acciaio a retrocarica, nelle mani di un selvaggio è un imbarazzo.

Bambina si trovò dunque singolarmente imbarazzata quando ella fu in possesso di quell'arma, di cui suo fratello aveva con entusiasmo celebrato l'efficacia.

Per mettere in moto quella batteria occorreva arrivare fino al re stesso; perocchè e' sarebbe stato forse inutile, forse pericoloso, rivolgersi ai ministri.

Il P. Piombini si era sentito male dopo ch'egli ebbe affidato a Bambina quel terribile _sésame ouvre-toi_, e da due giorni non discendeva più al confessionale. Ella non poteva dunque dimandargli consiglio. Ella non concepì neppure l'idea di consultare lady Keith, la quale avrebbe certo domandato di penetrare più addentro in quel mistero e l'avrebbe probabilmente sventato. Bambina aveva giurato di non più vedere il barone di Sanza. Ella non aveva giammai visto certe altre persone di cui suo fratello le aveva ragionato: il farmacista Don Grazioso, ed i due amici del marchese di Tregle: il barone Colini e Don Gabriele, che vivevano con lui, in casa di lui. La natura della comunicazione che ella aveva a fare l'obbligava a vedere gli uomini della reazione, cui ella aveva in orrore.

Bambina non era una donna politica.

La donna politica è un aborto di uomo, sovente una donna abortita o una virago che si appropria tutto ciò che il sesso forte ha di più lurido: la crapula, il tabacco, l'assisa, gli andamenti scompigliati, le dottrine fantastiche e velenose, gli odi antisociali, gli entusiasmi balordi, i feticismi ridicoli.... La donna è aristocratica per diritto divino. La sua fibra fina e nervosa, suscettibile unicamente di due crisi: l'esaltamento e l'abbiosciamento, la rende propria ad essere signora o schiava, regina o cortigiana. Ella non è tagliata per la libertà, che è l'equilibrio. Nel focolare domestico, la donna è regina; fuori di lì ella è essenzialmente cortigiana. Ove? quando la donna è libera? Ella è dunque per istinto partigiana del despotismo. Per collera, per vanità, per interesse gualcito, per ambizione calcolata, per amore, talvolta pure per educazione scelta, la donna può appassionarsi per le libere forme del governo e per un più savio organamento sociale. Tuttavolta, questo stato fittizio e sovraposto non modifica la sostanza della sua natura, ma la modalità della manifestazione. L'organo della libertà è il cervello, e propriamente i lobi cerebrali, sede dell'intelligenza e della volizione, secondo Flourens. La donna.... ha un altro organo.

Bambina aveva sovente udito parlare di politica da suo fratello, dal conte di Craco, da Tiberio; ma non si era formata una idea precisa della libertà se non quando avea visto il vescovo Laudisio e la polizia interdire a suo fratello il diritto di vivere. Ella avea allora compreso il despotismo come fatto, ma il suo spirito non si era fermato a scandagliare il despotismo come diritto. Di guisa che ella brancolava in un caos ove i principii si urtavano ed ove il compromesso delle idee monarchiche costituzionali le sembrava poco sicuro ed illogico. La sensazione è sempre più logica che la riflessione. Non conoscendo al giusto ciò che i patrioti volessero, ella non si passionava per loro, e non pesava per conseguenza l'atto cui andava a compiere in vista puramente di un interesse di famiglia. Se ella avesse meglio capito, si sarebbe certamente astenuta. No; ella non avrebbe giuocato il suo onore, la sua vita, i destini d'Italia, come le aveva detto il P. Piombini, contro qualche mese, sia pure qualche anno di prigionia di suo fratello. L'ignoto la terrorizzò.

Bisognava nonpertanto agire. Bisognava ad ogni costo giungere fino al re. Ella aveva dapprima pensato di rivolgersi alla regina. Ma aveva udito parlare con tanto risentimento contro la durezza, l'albagìa, la cattiveria di quell'austriaca, sì fatale ai Borboni di Napoli, che Bambina si spaventò di trovarsi alla presenza di lei. Preferì il re, cui dicevano più accessibile, assai pio, plebajuolo. Ma in che modo prendervisi? Ella ignorava come si dimandassero le udienze: in ogni caso prevedeva d'istinto che anche ottenutala, quell'udienza, l'audizione sarebbe stata ritardata. Ed infrattanto suo fratello soffriva e la sua sorte si decideva forse. Una parola, cui colse al volo in una conversazione degli amici di lady Keith, le servì d'ispirazione.

Si parlava di una manifestazione che aveva avuto o doveva aver luogo contro l'ambasciatore d'Austria principe di Schwartzemberg, cui si considerava come l'istigatore principale della reazione e della resistenza del re ai principii più liberali che cominciavano a farsi giorno anche a Roma! Lady Keith odiava il principe austriaco, considerandolo come l'autore dell'ostilità cui la Corte di Napoli mostrava allora a Pio IX--al Pio IX di fantasia che avevamo fabbricato nel 1847 pel bisogno della nostra causa. Ed a causa di ciò l'antipatia di lady Keith pel re erasi aumentata. Si rallegravano dunque dell'insulto che l'inviato del principe di Metternich stava per ricevere. Non era cotesto un indicare a Bambina l'uomo a cui ella doveva rivolgersi per penetrare fino al re! In ogni caso, le sembrò più facile di abbordare il principe di Schwartzemberg che Ferdinando II.

Gli amori di questo principe con una dama napolitana avevano fatto un certo strepito. Lo si diceva uomo grazioso, che lasciavasi facilmente avvicinare, non altiero che con i suoi pari, cavalleresco verso le donne. Forse se ne esageravano i difetti, le qualità, l'importanza. I popoli schiavi portano sempre gli occhi armati di lenti di ingrandimento. Comunque si sia, Bambina si decise a domandarle un'udienza.

Ella si presentò al palazzo dell'ambasciata alle dieci. Le si domandò cosa chiedesse.

--Parlare al signor ambasciatore.

--Sua Eccellenza è uscita a cavallo, rispose il lacchè.

--Aspetterò.

--Se è per affari dell'ambasciata, bisogna rivolgersi alla segreteria, al pian terreno, a sinistra.

--Mi occorre di parlare direttamente e personalmente al principe.

--Avete voi una lettera di ammissione o di raccomandazione?

--Non ho proprio nulla. Ma debbo intrattenerlo di cose, che non possono essere comunicate se non a lui solo.

--Noi conosciamo cotesto. Tutti i mendicanti che vengono ad importunarci per delle limosine hanno a favellare direttamente con Sua Eccellenza.

--Io non vengo a mendicare, signor lacchè. Vi ripeto che ho una comunicazione grave da fare al principe.

--Diavolo! diavolo! borbottò il lacchè, o che le damigelle della borghesia si mischino anch'elle della partita?

--Io non vi comprendo.

--L'è proprio vero? Il principe riceve molte donne. Le une, per..... voi sapete? le altre per affari di Stato. Voi siete una bellissima donzella, è vero. Lavorate voi per.... conto vostro, o per conto dello Stato?

Bambina arrossì e non rispose. Si assise. All'istesso momento si udì uno strepito di cavalli nella corte, poi un rumore di passi nelle scale.

--È Sua Eccellenza, gridò il lacchè: tiratevi da banda.

Bambina, al contrario, si precipitò verso il ballatoio, e gridò:

--Signore ambasciatore, sbarazzatemi, di grazia, dalla petulanza dei vostri domestici. Ho bisogno di parlarvi, all'istante da solo a sola, per interessi considerevoli.

Il principe di Schwartzemberg si fermò di corto e squadrò attentamente la fanciulla, cui l'animazione rendeva più bella. E' fu colpito dalla voce, dal sembiante, dal contegno, dall'accento, dalla voltura della frase, dalla limpidità cristallina dello sguardo, dall'emozione ch'ella manifestava.

--Entrate, signorina, disse egli infine, salutando pulitamente Bambina.

Una doppia siepe di lacchè incipriati e gallonati salutò fino a terra. Il principe precede, aprendo la porta per lasciar passare Bambina. Essi traversarono così parecchie sale e saloni ed arrivarono al gabinetto particolare del principe. Bambina non vide nulla, non guardò a nulla. Si fermarono in quella stanzina, che non aveva altre porte. Bambina, senza esservi invitata, si lasciò cadere sopra un canapè. L'emozione l'aveva spossata.--Il principe di Schwartzemberg si assise a fianco a lei, all'altra estremità del canapè e si scoprì rispettosamente.

Vi era nell'aria di Bambina qualche cosa di così serafico che imponeva. Impossibile di supporre in lei la minima cosa di equivoco e di vergognoso. La trasparenza de' suoi occhi riproduceva le più piccole ondulazioni del suo cuore. Il meno osservatore avrebbe affermato, vedendola, ch'ei non aveva a fare con una avventuriera. Poi Bambina possedeva una di quelle bellezze fulminanti che paralizzano l'anima come la scossa della torpedine: si restava da prima abbarbagliato, poi fascinato. Il principe la contemplava senza interrogarla, per paura di vedere l'apparizione dileguarsi troppo presto, e per rispetto. Bambina dal canto suo, vivamente imbarazzata, tacevasi, attendendo per deferenza che l'ambasciadore le avesse diretta la parola.

--Signorina, disse infine il principe di Schwartzemberg per venirle in aiuto: a chi ho l'onore di parlare?

--Signore ambasciatore, rispose Bambina, il mio nome non vi apprenderebbe nulla quando lo avreste conosciuto. Io sono una povera creatura di provincia, cui non chiamano neppure per il suo nome di battesimo, perchè non mi conoscono che con il soprannome di Bambina.

--Nome delizioso! sclamò il principe.

--Ho insistito per vedervi, signore, continuò Bambina, perchè voi solo potete, senza ritardo, introdurmi appo il re.

--Appo il re?

--Gli è a lui ch'io debbo parlare.

--Ma di che si tratta signorina?

--Signore, vi scongiuro di non interrogarmi. Io ho un'intera confidenza in voi; ma voi non potete ciò che puote il re.

--Evidentemente. Nondimeno, per presentarvi a S. M. bisogna che io mi sappia chi io presento, per quale affare io commetto questa grave infrazione alle regole diplomatiche.

--Ecco appunto ciò che è impossibile, signor principe. Per una conseguenza triste e formidabile, io mi sono trovata in grado di apprendere un secreto terribile che riguarda la sicurezza della corona. Io non posso rivelarlo che al re, al re per il primo in vostra presenza.

--Ma avete voi un altro interesse, signorina, rivelando questo secreto, oltre il dovere di suddita fedele?

--Senza dubbio, signore. Credete voi che io farei tante istanze unicamente per salvare la corona di un re, che io non conosco, e che m'inspira pochissima simpatia?

Il principe di Schwartzemberg sorrise. Poi soggiunse:

--La situazione cangia allora, signorina. Dappoichè voi non siete un'eroina....

--Chi ve lo dice, signore? interruppe Bambina con vivacità. No, io non sono una eroina realista. Ma se voi sapeste ciò che questo secreto mi costerà, voi fremereste ed avreste pietà di me. Voi non ammettete dunque l'eroismo che in una sola sfera?

--Perdono, no, signorina. Ma l'eroismo si rimpicciolisce, se non scompare affatto, quando diviene un oggetto di scambio. Ora, ei mi sembra, se ho ben capito, che voi avete qualche cosa a dimandare al re come prezzo di codesto terribile secreto. E, dapprima, che sapete voi che codesto che voi possedete sia proprio un secreto, e che quel che voi credete tale non fosse da noi conosciuto?

--Voi nol conoscete, voi non sapreste neppur sospettarlo. Se poi io mi inganno, ebbene, me ne rimetto alla vostra coscienza, rigettate le condizioni che io propongo.

--Quali sono almeno codeste condizioni?

--Non posso neppur dirvele. Le apprenderete alla presenza del re. Ma, ve ne supplico, non insistete per istrapparmi ciò che ho il dovere di custodire. Io non domando nulla per me. La grazia che otterrò per un altro è un decreto di morte per me. Lo vedrete! voi potete confidarvi a me.

La proposizione di Bambina aveva qualche cosa di così strano, ma altresì di così ingenuo, di così innocente, di così convinto, che il principe di Schwartzemberg restò perplesso. Aveva egli a fare con una Madonna o con una intrigante, commediante perfetta? Egli osservò Bambina con attenzione più concentrata, ed esitò ancora.

--Ciò che voi domandate, signorina, soggiunse egli, è impossibile. Non si presenta al re dei logogrifi. Ciò che potrebbe, tutto al più, un ministro della polizia, in vista della sicurezza pubblica, non se lo può permettere il rappresentante di una potenza estera. Io ho dunque il rammarico di rifiutarvi il mio concorso.

Bambina si alzò. Ella era divenuta pallida ed i suoi occhi navigarono nelle lagrime. Vedeva le sue speranze naufragate, e non un'altra vela all'orizzonte. Aver tanto osato! aver compromesso tante cose sante! calpestato la sua anima ed il suo pudore per metter capo ad uno scacco! Ella aveva i brividi di avere a ritornare al gesuita, e di fargli delle nuove concessioni.