Il Re prega: Romanzo

Chapter 15

Chapter 153,784 wordsPublic domain

--Grazie degli avvisi, dei consigli, degli augúri di cui mi onorate. In ricambio sappiate questo e procurate di profittarne. Io non fo parte di ciò che voi chiamate vostro partito. Non sono cospiratore, ma pensatore. Ciò che per voi è una combinazione politica, per me è un assioma psicologico. Ciò che voi credete, perchè Mazzini ve lo afferma, è per me una legge eterna della coscienza umana. Voi potete tergiversare, cangiare secondo gli avvenimenti o le soddisfazioni ottenute o rifiutate; io, io non posso disfarmi che per la decomposizione della mia anima, per l'atrofia della mia intelligenza. Voi non sarete mai che degli scolari; io sarò sempre un maestro. Voi potete esser vinti dall'insuccesso, dalla sventura, dal dolore; io non potrei avere tutto al più che degli smarrimenti. Io respingo dunque i vostri avvisi e vi fo grazia dei vostri augúri. Se voi conoscete meglio di me le pratiche della vita, io ne conosco i principii, i quali non cangiano con la moda. Voi conoscete forse gli uomini; io conosco l'uomo. Io non vi domando dunque d'insegnarmi come si tratta con gli uomini e quali uomini si debbono bazzicare o evitare. Io amo l'arditezza nei giovani; ma diffido dell'oltracotanza, che è sempre soppannata di debolezza e d'ignoranza. Voi mi dite addio. Io vi rispondo a rivederci,--a rivederci al giorno della prova. I piccoli sono severi. Credetemi, bisogna esser grande per esser indulgente, veder lontano ed aggiornare il giudizio.

Don Diego salutò pulitamente il barone ed uscì, lasciandolo immerso in una stupefazione profonda. Era il primo uomo che egli incontrava nel suo partito, dopo il colonnello Colini che ne era il capo.

Don Diego si rese in seguito presso l'impiegato del ministero.

Don Domenico Taffa aveva terminato il suo desinare e digeriva dolcemente, fumando un eccellente zigaro e leggendo tale o tal altro giornale francese, cui la censura del ministero sopprimeva agli abbonati per distribuirli a certi impiegati privilegiati. Don Domenico, anch'egli, aspettava il prete da lungo tempo, e non senza impazienza. E' lo ricevè dunque con una soddisfazione marcata, gli offerse sigari, caffè, liquori, cui Don Diego ricusò, ringraziando.

--Io vi doveva una risposta, disse Don Diego sedendosi: ve la porto.

--Mi portate voi la mia felicità? domandò Don Domenico.

--Forse. Perocchè il peso d'una bella donna gli è la più spaventevole delle cure, per tutt'uomo che non ha a sua disposizione gli eunuchi ed il sacco del Sultano, la Banca d'Inghilterra, od il potere illimitato dello Czar.

--Che volete voi dire?

--Questo: che io vi ringrazio dell'onore che mi avete fatto domandandomi la mano di mia sorella, cui io sono nell'impotenza di accordarvi.

--Voi me la rifiutate dunque?

--Precisamente no, nello stato in cui sono le cose. Ma io non posso darvi ciò che non ho più: mia sorella mi è stata rapita, o piuttosto, ella ha disertato dalla casa.

--Signor abate, gli scherzi sono buoni ma quando essi sono opportuni, rispose Don Domenico con amarezza. L'istoria che mi contate per palliare il vostro rifiuto è assurda. A Napoli, le femmine non si perdono come una spilla nella sabbia, o un piccolo cane che ha smarrito il suo padrone.

--Nonpertanto, signore, la cosa è così: la è arrivata due o tre giorni dopo che io ricevei la vostra lettera.

--E venite a darmene avviso solamente oggi?

--Gli è che, prima di mettere la polizia sulle tracce della fuggitiva, io ho voluto riflettere ed assicurarmi ove ella sia, chi l'ha aiutata a mettere in atto questo colpo di testa, e per quale ragione ella aveva preso quel partito disperato.

--Ed ora sapete tutto cotesto?

--Io ignoro ancora ove ella sia. Ma conosco colui che ha protetta la sua fuga, ed ho indovinato perchè la mi abbia abbandonato.

--Ditemi il nome del complice ed in ventiquattro ore vostra sorella vi sarà restituita.

--Nol posso, nè voglio. Mia sorella si è sottratta da casa mia perchè essa mi vedeva favorevole alla vostra domanda. Io lo era allora. Qualcuno ebbe la malignità o l'accortezza di dirle, che voi volevate sposarla per farne il marciapiede della vostra ambizione e forse della mia. In faccia di questo dubbio, penetrato nel suo spirito, posso io esercitare su di lei un ascendente qualunque, morale o fisico? Ve ne lascio giudice.

--Signor abate, io vedo chiaro in tutto codesto, o se volete, vi vedo più chiaro di voi. Il P. Piombini è passato di colà.

--Che intendete voi dire?

--Mi spiego. Il P. Piombini è stato ferito dalla bellezza di vostra sorella. Non è la prima volta d'altronde che quel R. P. si permette di codeste bazzecole. Egli ha fatto brillare innanzi agli occhi vostri non so quali vantaggi che vi han dato le traveggole; e voi non avete visto così vostra sorella evadersi dal focolare domestico. Ecco tutto.

--La vostra supposizione è talmente bassa ed insultante che io non degno rispondervi.

--E fate bene, perchè io non vi crederei. Anzi soggiungo, per essere più chiaro, che io non sono il vostro merlotto, e che non riceverò l'affronto con indifferenza. Voi avete pensato che il P. Piombini era più potente. Vi siete ingannato. Voi non conoscete chi ho dietro a me che s'interessa al mio matrimonio. Voi avete offeso dei personaggi che possono polverizzarvi con un aggrottar di sopracciglio.

--Voi convenite dunque...

--Di che? che io amo vostra sorella e che io ho dei protettori? Ebbene, e poi? Se voi avete lo spirito sì mal temprato per non comprendere il paese, i tempi, la società in mezzo alla quale vivete, che posso io farvi? Voi avete vissuto della morale dei libri, che rende gli uomini stupidi, e non della morale del mondo che li rende felici. Avrei voluto aprirvi gli occhi mediante l'unzione episcopale che vi preparavo. Voi mi respingete e spezzate i miei piani. Vedremo se sarete stato saggio preferendo l'appoggio della Compagnia di Gesù a quello della Corte. Tali offese non restano mica impunite, signor abate.

--Voi mi fate benedire la sorte, signore, che mi ha sottratto ad una grande tristezza e ad una grande vergogna. Perocchè io scorgo adesso con quali intenzioni voi sposavate mia sorella. Io non sono predicatore di morale, perchè, ahimè! la mia non è senza rimproveri. Io ho avuto, ho tuttavia una grande ambizione. Non rinculerei innanzi ad alcun prezzo per soddisfarla, se quel prezzo si cifrasse per centinaia e migliaia di ducati. Il prezzo dell'onore, come lo pagarono Abramo ed Isacco, mi fa orrore. Nè la mia anima, nè la mia carne non sono da vendere, signore; e se voi avete bisogno di ciò, portate altrove i vostri sguardi. Le vostre minaccie non mi scuotono più che le vostre promesse. La luce, un momento offuscata nel mio spirito, ha ripreso il suo splendore.

--Voi mi sfidate dunque, adesso? Voi vi sentite dunque così bene coperto dai vostri protettori?

--Disingannatevi, signore. Io non ho alcun protettore e non ne desidero alcuno, al prezzo cui voi supponete. Ve lo ripeto: io ignoro dove mia sorella si trovi. Ma lo sapessi pure, lungi dal consegnarvela, la coprirei del mio petto e del mio braccio. Io vi diceva or ora che io non poteva accordarvi ciò che io non possedevo più. Vi dico ora, che ve la rifiuto in modo reciso. Traffichiamo di altro che di cuori innocenti e di corpi puri, signore. Capite? Voi mi avete domandato una somma di sei mila ducati per investirmi di una diocesi. Questa somma sarà pronta fra qualche settimane; ma essa è il salario del mio lavoro, non del mio onore. Non posso dirvene altro. Non siate dunque severo. Reprimete la vostra collera senza ragione. Io non giudico i vostri principii; ma rinunziate a farmeli dividere o ad impormeli. Noi abbiamo tutti un idolo nel cuore; il vostro è d'oro, il mio è d'amore.

--Sta bene. Ringuainate codeste frasi risuonanti, io ne ho lo spaccio privilegiato. Vi accordo otto giorni per riflettere, se n'è tempo ancora. Vi hanno ingannato sull'onnipotenza dei gesuiti. Non vi sono a Napoli che due uomini potenti, più potenti che lo stesso re: monsignor Cocle ed il marchese di Sora. Il primo domina il re per la coscienza; l'altro lo tiene per la paura. Questi due personaggi sono miei amici. Essi saranno i vostri protettori quando lo vorrete. Non aggiungo altro. Voi non siete più un fanciullo. In questo paese nulla si dona; tutto si vende--anche il diritto di vivere. Di quale moneta pagate voi il vostro? Tutta la quistione è là. Riflettete.

--L'è già bello e riflettuto, replicò Don Diego, alzandosi. Io non ho nulla ad offrirvi, e sono felice che voi non abbiate più nulla a prendermi. Mia sorella era la mia debolezza; strappandomela dai fianchi, mi hanno reso forte. Addio, signore. Quando avrò i miei sei mila ducati, avrò l'onore di venirvi a rivedere di nuovo.

--Voi non li avrete giammai. Al P. Piombini non resterà l'ultima parola in questo affare, potete contarci.

La sera, Don Domenico Taffa ebbe un abboccamento con monsignore Cocle.

Don Diego rientrò in casa assai inquieto. L'orizzonte di rosa che cominciava a contemplare, offuscavasi di un tratto. Gli spettri dell'avvenire ricominciavano la loro danza macabra. Pensò distrarsi nel lavoro, questa forza divina che tutto santifica. Prevenne il canonico Pappasugna del pericolo che lo minacciava, assicurandolo che la sua opera non sarebbe interrotta, per quanto ciò fosse possibile. Prese delle precauzioni: si mostrò poco; lasciò uscire Concettella il men che poteva. Avrebbe voluto nascondere la sua ansietà; ma Concettella l'indovinò.

Ella entrava nella sfera d'attrazioni dell'ex-prete e si stabiliva tra loro quella specie di compenetrazione magnetica che precede l'amore. Don Diego la dominava già per quell'appropriamento vorace delle nature lungamente contenute e subitamente sbocciate. I sensi spezzano una volontà lungo tempo prima che l'anima sia tocca. Concettella sentiva dunque l'aria carica d'elettricità, ne provava il rovello e ne dimandava le cause. Don Diego non aveva nulla a rispondere. Solamente la rassicurava che gli avvenimenti nol cangerebbero; e le dava una somma per metterla al sicuro dalla mendicità per un anno.

Prima di affrontare nuovi disastri, Concettella, molto costernata dell'incognito, pregò Don Diego di permetterle d'andare a vedere Gabriele. Don Diego avviluppava il suo cuore, ma Gabriele vi era sempre dentro. Il permesso le fu accordato, quantunque con rincrescimento; ma Don Diego sapeva per teoria, che se si vuole uccidere un amore importuno, non bisogna contrariarlo, ma soffocarlo sotto le concessioni soddisfatte.

Concettella partì. Portò seco una delle chiavi della casa, dovendo restare due giorni assente ed ignorando a quale ora sarebbe di ritorno. Non si conta col mare.

Gabriele, che non aveva giammai visto la sua fidanzata così bella, si mostrò dolente, fosco, sospettoso, minaccevole. Concettella si difese mollemente. Era il rimorso o l'indifferenza che cominciava a morderla?

--Sta in guardia, Concettella, le ripetè Gabriele vedendola partire. Tu mi hai detto: a te per tutta la vita! Guai a te, guai alla persona che tu ami, se tu mi tradisci!

Concettella ritornò a Napoli lo spirito smarrito e colpito da mille presentimenti. Sognava, vegliando, bagno, prigione, coltelli, ghigliotina, sangue, aveva un tremore continuo: il brivido circolava nelle sue vene. Arrivò a Napoli a mezzodì e corse a casa per trovare nella conversazione di Don Diego una diversione al suo delirio interno. Don Diego era uscito. L'aspettò con ansietà. La notte giunse. Don Diego non rientrò. Ecco mezzanotte che suona. Ecco un'ora, poi due, poi tre, poi il mattino, poi mezzodì dell'indomani, poi la notte ancora e mezzanotte ed il giorno e la sera del terzo dì; ma Don Diego non compare. Ella s'informa ai vicini. Nessuno sa dargli il minimo ragguaglio. Concettella piangeva come una grondaia in un acquazzone; si strappava i capelli e lacerava il viso ed i panni; ma Don Diego non appariva. A chi domandare aiuto? a chi indirizzarsi per un consiglio? I giorni passano; poi le settimane. Concettella lo credè partito, scomparso, morto. Cominciò a correre la città come una forsennata, gli occhi dappertutto, il naso al vento, le orecchie tese. Non l'ombra di una traccia. La disperazione la guadagnò.

Infine, circa un mese dopo la sparizione del prete, Concettella udì un mattino un vivacissimo tintinnìo all'uscio.

--Gli è lui, gridò ella barcollando di gioia.

Non era Don Diego, ma una giovinetta prodigiosamente bella che fece irruzione nell'appartamento, come un raggio di sole, dalla porta mezzo aperta, gridando:

--Dov'è? dov'è? Egli non è lì? Non è lì? Lo hanno dunque veramente arrestato?

Concettella gettò un grido a quella parola arrestato. Ella seguì Bambina che correva da una stanza all'altra, picchiando le mura ed i mobili, rimuginando ogni cantuccio, rimuovendo tutto, non vedendo neppure la giovane donna che la seguiva e le domandava:

--Ma chi siete voi, signorina?

--Chi sono io? Sono sua sorella. E voi? Chi siete voi? Che fate voi qui? Da quanto tempo siete voi qui? Come ciò è arrivato? Quando l'hanno arrestato? Come? Da chi è stato egli arrestato?

--Cuore di Maria! sua sorella! gridò Concettella. Io non so nulla. Arrivai da Procida: non era più qui.

Bambina cadde affranta sopra una sedia, sul seggiolone di suo fratello. Ella gemè forte, pianse, si fece raccontar tutto ciò che Concettella sapeva, tutto ciò che la poverina congetturava. Infine, senza aggiunger sillaba, Bambina si slanciò correndo, fuor dell'appartamento e scomparve.

Concettella restò pietrificata.

XVI.

Il dado è gettato!

--Sì, vostro fratello è arrestato, disse il barone di Sanza a Bambina, che si era recata a pigliar ragguagli da lui. Gli è circa un mese, la polizia secreta di Palazzo gli mise le mani sopra, in pieno mezzodì, nella strada, e lo condusse a S. Maria Apparente. Più di ottocento persone sono state arrestate di poi a Napoli e nelle Provincie. Si crede che vostro fratello abbia.... parlato.

--Menzogna! gridò Bambina con fermezza. Mio fratello, checchè e' si sia, non è mica un uomo.... che parla!

--Gli è questo pure il mio parere personale, riprese Tiberio; sopra tutto dopo l'ultima conversazione che abbiamo avuto insieme. Ma i partiti sono fatti così: guai a chi per il suo portamento indipendente, figlio di una coscienza pura, dà presa ai sospetti.

--Potete voi fare qualche cosa per lui?

--Assolutamente nulla. Passa per spia. Mi perderei io stesso, manifestandogli il minimo interesse, e conservando con lui, o con i suoi, delle relazioni di amicizia.

--Voi mi date altresì congedo, osservò Bambina con calma. Vogliate scusarmi, signor barone.

--Ma no, ma no..... voi esagerate, Bambina. Io vi ho spiegata la situazione. Per voi, io sarò sempre felice....

--Chi rinnega mio fratello, mi rinnega. Se siete persuaso ch'egli è colpevole, gettategli la vostra pietra come gli altri. Se opinate ch'essi s'ingannano, e che lo calunniano, non abbiate la pusillanimità di tacervi. Le nature superiori non accettano il giudizio delle moltitudini senza abburattarlo.

--Voi parlate da donna che giudica col cuore e noi dobbiamo regolarci da uomini che osservano freddamente e decidono colla mente.

--Un partito ove la parte del cuore è soppressa, è un partito condannato. Io non ho più nulla a soggiungere.

Bambina lasciò Tiberio, che non fece alcuna istanza per ritenerla. La sorella lo aveva umiliato al par del fratello.

Arrivata nella strada, la giovinetta si sentì come tuffata nel vuoto: si trovò sola, assolutamente sola. Ella pensò un momento d'invocare l'intervenzione di lady Keith. Poi vi rinunziò per discrezione.

Lady Keith la copriva della sua protezione: ma, annunziandole l'arresto di Don Diego, ella non le aveva offerto di proteggerlo pure. Ella aveva anzi dato ad intendere che l'avevano instrutta della condotta equivoca del prete. Era dunque imprudente, dalla parte di Bambina, di mischiare lady Keith in questa lotta contro la polizia ed i cospiratori, e di metterla forse a portata di apprendere numero di cose, cui valeva meglio ch'ella ignorasse.

Bambina aveva il colpo d'occhio giusto, il giudizio rapido, la decisione subita. Il suo inviluppo intieramente e squisitamente femminino ed infantile, rinchiudeva un carattere maschio, formato al contatto assiduo di un uomo forte, di un pensatore. Ella non andava a tastone nella scelta dei mezzi. Si cacciava dritto nei più energici e nei più sicuri; perchè, in tutto, la non guardava che il segno. In un fatto così grave, quale l'arresto di suo fratello, nulla le sembrava male; perocchè la conoscenza del bene e del male è un risultato di analisi psicologica, ed ella considerava quella disgrazia unicamente col cuore.

In mezzo a quella solitudine ed a quell'abbandono universale, Bambina scorgeva bene una luce,--la sola, l'ultima che fiammeggiasse ancora all'orizzonte,--ma ella ne torceva lontano lo sguardo. L'aiuto del gesuita le era assicurato; ma il P. Piombini metteva a quell'aiuto un prezzo che le ripugnava di pagare. Nondimanco, malgrado la sua volontà, il suo pensiero ritornava sempre a quell'uomo, il quale l'aveva già sì profondamente impressionata, e che era oggimai la sola áncora di salute nel finale naufragio. La ragione gliela mostrava; il cuore la respingeva. D'altronde, l'ora del giorno era già troppo avanzata per trovare il gesuita al suo confessionale. Ad ogni evento, ella non avrebbe voluto vederlo che colà, ove l'uomo era limitato nelle sue intraprese dal luogo e dal mondo circostante.

Bambina ritornò presso lady Keith, ma meditando. Ella discuteva contro la sua ragione e contro la necessaria forza delle cose. La potenza del mondo morale risiede nel sentimento; ma nessuno dei suoi teoremi resiste alla ragione concentrata e persistente. Bambina subiva questo interno combattimento. Tutto ciò che suo fratello le aveva detto, quella sera in cui egli accampò la sua teoria della necessità dell'infamia, le rivenne alla mente, e ciò che allora le era sembrato mostruoso, le sembrava adesso semplicemente fatale. Il dogma della riabilitazione, sanzionato dalla Chiesa cattolica commerciale, vergognoso un dì per lei e per suo fratello, si presentava in questo momento circondato dell'aureola della carità. Ella resisteva contro la necessità della caduta, ma attestando quella necessità.

Lady Keith le dimandò con un interesse assai freddo, ciò che la avesse appreso a Napoli sull'incarceramento di suo fratello. Bambina rispose con una parola: nulla! Lady Keith non insistè oltre. Bambina ebbe il tatto di non soggiunger altro. Ma quell'indifferenza della sua protettrice pesò sulla discussione che seguiva il suo corso nella sua coscienza. Forse, un motto di tenerezza l'avrebbe rischiarata, mostrandole un sentiero in quel deserto ove ella viaggiava orientandosi sulle stelle.

Lo spirito di Bambina era aggrandito, e quindi ella non dava che un valore assai minimo a quelle convenienze sociali, le quali non avevano per base che dei pregiudizi. Il vizio e la virtù erano divenuti per lei assolutamente sinonimi di bene o di male: non male, non vizio! L'istinto contestava, in parecchie occasioni, questa teoria; il sentimento femminile sopratutto protestava ed allegava numerose eccezioni. Ma in tutti i fatti fisici e psicologici vi sono le circostanze attenuanti e le ragioni determinanti. Ciò turbava Bambina. La quistione d'altronde era terribile. Poteva dessa lasciar suo fratello in un fondo di muda, farlo forse condannare al bagno, a morte, quando un sol bacio sarebbe forse bastato per salvarlo e per ornargli forse anco la testa della mitra episcopale? Tutta la sua logica si svolgeva e si spossava su questo problema.

La notte intera non chiuse palpebra. Laonde, appena l'alba spuntò, la uscì nel giardino, e dall'alto delle mura della villa che dominano la Riviera di Chiaia, contemplò lo spettacolo miracoloso del golfo di Napoli e l'aurora. Il mare le sembrò come un immenso cratere di vulcano, ove la lava rossa e scintillante ribolle,--quale la terra dovette essere quando si distaccò dal sole o da qualche altro pianeta. Un vapor bianco, leggermente tinto di violetto, addolciva quelle fiamme rutilanti. Il Vesuvio, la costa che si stende fino a Sorrento, le isole, le apparivano come dei punti e delle linee bagnate di violetto. Un firmamento di cobalto, trapunto ancora di qualche stella in ritardo, copriva quel mondo ignoto come un oggetto di curiosità sotto una campana di cristallo. Tutto respirava l'infinito. Il susurro lontano della vita che si risveglia aggiungeva una nota all'armonia. La rondine, questa piccola fregata dell'aria, chiamava il mondo alato che si sparpagliava nello spazio, come uno scrigno di gioielli rovesciato. Quello spettacolo, quella presenza, quella vita del mondo della luce calmarono Bambina. I suoi pensieri presero un altro colore. Dei nuovi elementi intervennero, all'appello, in quella disperanza; il mondo esteriore s'impose alla considerazione delle intime passioni.

Bambina vagava così pel giardino, provando un sollievo considerevole, quando il cancello ferrato che dava sulla strada si aprì ed il P. Piombino entrò. Essi si videro reciprocamente. Bambina, per evitarlo, volse il passo verso il boschetto del padiglione. Inutilmente. Il gesuita andò dritto a lei.

Il padre Piombini, che l'aveva attesa per delle settimane, che l'aveva forse cercata con ansietà ineffabile, non era disposto a lasciarla ire ora che l'aveva ritrovata. Avendo fatto sorgere a disegno, il dì innanzi, nella sua conversazione con lady Keith, un incidente che esigeva una risposta il dì seguente, egli veniva a portargliela, e veniva precisamente ad un'ora, in cui la vecchia matrona essendo ancora a letto, e' poteva dimandar di Bambina per fargliela comunicare, e così parlare con lei.

--Perchè mi fuggite? diss'egli. Ho fatto io nulla che possa giustificare la vostra paura? Ho avuto forse torto di rivelarvi la storia sinistra che si svolge nel mio cuore; ma non spetta a voi rimproverarmi la mia sventura con la vostra attitudine. La mia anima sanguina altrettanto che il cuore. Oh! non siate senza pietà per coloro che soffrono! Quando Iddio c'infligge queste miserie, egli ha i suoi fini secreti che concorrono all'opera della sua provvidenza e della sua misericordia. Non insorgete contro Dio.

--Padre mio, rispose Bambina arrossendo, ciò che voi dite è forse esatto; perocchè io discutevo in me stessa, in questo momento, se non andrei a vedervi in giornata. Una grande sventura si abbatte sul mio capo.

--Che sventura, figliuola mia?

--Mio fratello è arrestato.

--L'ho appreso ieri. Lady Keith me ne informò, ed io veniva appunto a portarle una risposta.

--In nome del Dio del cielo, signore, gridò Bambina, ditemi ciò che avete saputo su questa catastrofe.

--Una cosa sola, ma assai grave: vostro fratello è stato arrestato per ordine del conte di Altamura che fa la polizia secreta del re. Allora, il male è irreparabile.

Bambina si lasciò cadere sur un banco di pietra: si sentiva svenire. Il padre Piombini restò in piedi innanzi a lei.

--Abbiate coraggio, figliuola mia, continuò il gesuita. La redenzione arriva sempre quando la perdizione sembra irrimediabile.

--Ma voi dite che il male non ammette riparo, disse Bambina, con voce soffocata nelle lagrime.

--Questa è la risposta che io porto a lady Keith. Alla sorella del condannato io potrei forse, per carità cristiana, fare intravedere qualche speranza. Io non scorgo ancora nulla di chiaro. Non ho avuto ancora il tempo di riflettere a checchè si sia. Non ho potuto interrogare alcuno. Ma la sperienza della vita m'ha insegnato a non disperare giammai. La mia confidenza in Dio m'impone di non dubitare di lui.

--Padre mio, Dio e la polizia non vanno insieme, osservò Bambina. Gli è il conte di Altamura che ha fatto arrestare mio fratello; gli è a lui che mi rivolgerò.

Questa risoluzione turbò il gesuita.