Il Re prega: Romanzo

Chapter 14

Chapter 143,787 wordsPublic domain

Si dice nondimanco, e lo si ripete ad oltranza, che i lazzaroni sono codardi. Giorgio Sand lo ripeteva ancora non è lungo tempo.

Si rimisero in guardia come avanti. A questo secondo assalto Gabriele ebbe il braccio sinistro forato da parte a parte; Filippo, l'alto della spalla sinistra traversato ed il deltoide quasi portato via.

I testimoni volevano far cessare il duello; i combattenti si opposero.

--Non prima della morte! gridò Gabriele.

--Prendi dunque! rispose Filippo.

E ciò dicendo, si precipitò su di lui a corpo perduto, offrendogli il petto, ma mirando nel tempo stesso a conficcargli il coltello nel vacuo delle clavicole.

Gabriele scivolò quasi sotto il braccio levato di Filippo, poi si raddrizzò alle di lui spalle, basso il coltello e gli fendè il braccio dritto dalla spalla alla mano, sì che il coltello cadde dal pugno di Filippo.

Alla mercè di Gabriele, disarmato, pallido come la morte, egli si volse e disse:

--Uccidi!

Gabriele alzò il coltello sulla testa dell'avversario, due volte l'abbassò, due volte lo rilevò con esitazione convulsiva. Alla fine, lo gettò lontano da lui e gridò:

--Quando sarai guarito.

E fuggì a tutte gambe.

Si condusse Filippo allo spedale dei Pellegrini, dicendo che era stato ferito in una rissa, da un incognito con cui si era ubbriacato.

Perchè questi due popolani che avevano guardato la morte in faccia con tanto sangue freddo, e non l'avevano temuta; perchè se un signore avesse dato loro uno schiaffo,--e ciò arrivava ad ogni istante,--questi due uomini avrebbero abbassata la testa senza dir verbo o sarebbero partiti borbottando una bestemmia orrenda?

Gli è che il lazzarone tirava la sua sussistenza dal borghese. Se il borghese diffidava di lui, se non lo trovava assai umile, e' cessava dal fargli fare le sue commissioni, come nel 1848, ed il lazzarone moriva di fame. Ecco perchè quei plebei, che avevano resistito all'esercito francese della Repubblica, si lasciavano battere dal popolo grasso, dominare dalla polizia, mettere a partito da tutti. Un _signorino_ napolitano si sarebbe creduto disonorato se egli avesse trattato un lazzarone come un uomo, se gli avesse dato del _voi_, se gli avesse parlato altrimenti che con disprezzo, se lo avesse comandato con dolcezza, se fosse stato giusto, se avesse per lo meno sospettato che il lazzarone era suo eguale innanzi a Dio, al mondo ed alla legge, se avesse tollerato un'osservazione, se avesse risposto altrimenti ad un lamento di lui che con un calcio od una ceffata, se lo avesse toccato altrimenti che col bastone, se ne avesse avuto pietà, se lo avesse compreso in fine e l'avesse rispettato nei suoi sentimenti, nel suo onore e nella sua dignità. Il lazzarone era pel borghese un ignobile bruto, impastato di vizi e di laidezze,--_res nullius!_--e lo è ancora.

Il governo trafficava del borghese, questi del lazzarone. _Homo homini lupus!_ Il borghese però lo respingeva: il re se ne impadronì.

Ma ritorniamo a Gabriele.

Egli fece medicare il suo braccio ed andò a visitare Concettella. Non le disse sillaba di ciò che aveva allora fatto per lei. Ma nella sera, ella ne fu istruita.

Io delineo la situazione di questa giovinetta con una parola: ella sarebbe divenuta con gioia la ganza di Gabriele, se Gabriele glielo avesse domandato: ma ella voleva essere la moglie di Filippo.

Ella amava Gabriele, valutava Filippo.

Ella sentiva troppo per non indovinare qual godimento doveva esservi nell'amore di quel bel giovanotto. Ma ella calcolava altresì che varietà, che durata di piacere doveva esservi nel divenire la moglie di un giovane ricco, cui si accordava dello ingegno, cui si stimava, ed in cui vi era la stoffa di un capo-popolo. Ella non sarebbe stata più chiamata la _sì Concettella_, ma _la majesta_, proprio come re Nasone chiamava la formidabile regina Carolina.

Laonde ella non esitò, il dì seguente, a recarsi a visitare Filippo all'Ospedale. Questa visita per l'uno, questo silenzio per l'altro dei due innamorati diceva tutto. Gabriele lo comprese, come egli aveva compreso l'estensione delle inclinazioni di Concettella per lui. Una rivoluzione si produsse nel suo spirito.

--Se io fossi ricco, si disse, Concettella sarebbe a me. I miei cenci sono il mio delitto. Più di cenci dunque. Abbiamo una _giacca_ di velluto, delle scarpe, dell'oro!

L'oro a Napoli è alla portata di chiunque ne vuole. Non si tratta che di aver fortuna: aver qualche ducato ed indovinare tre numeri. L'era semplice. L'era più che semplice, era tentante. La lotteria è il frutto proibito del popolo.

Si era al giovedì. I numeri del lotto si tiravano il sabato.

Vi erano a quell'epoca, e vi sono forse ancora, dei monaci famosi appo il popolo a causa della scienza della divinazione dei numeri del lotto. La polizia accreditava la loro reputazione, perchè questa credenza sviluppava il gusto pel giuoco e quindi i profitti dell'erario. Il più rinomato allora era un fra Giuseppe del convento di San Pascale a Chiaja.

Fra Giuseppe era un diavolaccio tagliato sul tipo di un tamburo maggiore. Uomo di quaranta anni, rosso, forte, gli occhi a fior di fronte, un collo di toro raso, abbastanza sporco, mediocremente astuto, superlativamente ignorante, e dottore nei sette peccati capitali. E' godeva, malgrado ciò, di una moltitudine di dimestichezze assai bizzarre e che riesciranno affatto incredibili ne' paesi protestanti e volteriani. Indico i meno impudichi e ne chieggo scusa ai lettori, cui son costretto guidare per questi cunicoli da cloaca. Egli imponeva le mani nude sul ventre delle donne incinte per facilitare loro il parto. Egli componeva dei filtri abbominevoli per le fanciulle che volevano farsi amare dai giovani farfallini,--filtri di cui lasciamo parlare, con beato dilettamento, i moralisti cattolici, sopratutto i gesuiti Sanchez, Escobar, Benedetti, e cui non citeremo neppure in latino, come Burchard e Martene. Egli cacciava le mani, con un pezzo della tunica di S. Pasquale, nel seno delle donne, di cui il latte non fecondava le glandole deliziose. Egli abbracciava, per mandato del suo patrono, le ragazze che volevano maritarsi nell'anno. Egli benediceva non importa che, dal crocifisso alla pentola della minestra per farla bollire più speditamente. E' dava dei numeri alla lotteria. Ne dava uno, raramente tre. Ora, come e' dava questi numeri in numero progressivo, arrivava sempre che cinque fra i novanta numeri dati, uscissero dall'urna e che cinque persone guadagnassero un numero. Questi magnificavano la scienza cabalistica del frate.

Gabriele andò a trovare fra Giuseppe.

--Padre mio, diss'egli, io sono al colmo della disperazione. Se voi non mi venite in aiuto, io commetterò un malanno.

--Da bravo! susurrò fra Giuseppe, essi sono tutti in quello stato lì quando vengono qui. Vediamo; cosa hai?

--Ebbene, padre mio, ho bisogno di dodici mila ducati, al manco; e voi me li farete trovare.

--Saresti tu matto senz'altro, figliuolo? Come vuoi tu che io ti dia questa piccola bagatella, eh?

--E S. Pasquale? ma io non sono degno di un miracolo. Datemi tre buoni numeri al lotto e i denari per giuocarli.

--Peste santa! come ci va!

--Mi bisognano ad ogni costo.

--Vediamo, figliuolo, ragioniamo. I tre numeri... ciò si puote ancora. Pregherò S. Pasquale d'ispirarmi, e forse, _se tu sei bene in istato di grazia_, il buon santo non ci rifiuterà questo piccolo servigio. Ma il denaro? Hai tu obbliato che noi siamo mendicanti? Si trattasse, magari! di un pezzo di pane....

--Ma a chi volete voi che m'indirizzi allora per aver dieci _piastre_ e giuocare i vostri numeri? Io non ho un _tornese_. Non si vorrebbe prestarmi questa somma sulla mia parola, nè sulle mie promesse. Vendendo quanto posseggo, non metto insieme dieci grana. I miei amici sono più miserabili di me... Bisogna dunque ch'io rubi? bisogna dunque ch'io uccida? Vi domando quella piccola somma a mutuo...

--Ascoltami, figliuolo: io non ho tempo da perdere. È mestieri che io vada in chiesa a cantar vespero. Ma uscendo tu incontrerai una _donna_ che ride e forse un _asino_ che raglia. Va dritto loro e ripeti _tre_ volte: _Guai_ a chi non crede!

E ciò dicendo, fra Giuseppe gli volse le spalle. Ma Gabriele correva già più celeremente di una freccia, ruminando nel suo spirito le ultime parole del monaco che contenevano la sua fortuna. Imperocchè l'era così che quei negromanti davano i loro numeri. Gabriele corse dunque da un _postiere_ per consultare la _Smorfia_,--quel libro di lotteria che marca di un numero ogni parola. Dal piccolo fervorino del frate, ei trasse i numeri dalle parole da noi segnate in corsivo. Giuocò il biglietto a credito. Occorreva adesso adesso dare almeno due piastre--10 lire--perchè il viglietto fosse valido e giuocato--e ciò prima della mezzanotte di quello stesso giorno, venerdì, 23 agosto 1846. Noi rinunciamo a descrivere ciò che fece Gabriele per raccogliere quella somma sì minima in apparenza, e la disperazione d'onde fu dominato non essendo riescito. Quella piccola somma era tutto per lui. E' vi scorgeva la ricchezza, l'amore, l'avvenire, il trionfo sul suo rivale, la felicità: quella somma conteneva il Perù, era un paradiso, la realità ed il vaneggiamento... venti quattro mila ducati di guadagno e Concettella!

E quella somma gli mancava... l'abisso!

Il sangue affluì al suo cervello e lo rese ebbro di desiderii e di progetti, mentre la disperazione traboccava dal suo cuore. La sua immaginazione stravagava: era quasi folle. Le sue tempia battevano con un crepitamento sensibile all'udito. Malgrado ciò era pallidissimo.

E l'ora avanzava.

Gabriele picchiò a tutte le porte. Nessuna si aprì; nessuno venne in suo soccorso. Non sapeva più dove dare del capo. Non gli restava più che la violenza.

Sotto il dominio di questa idea fissa ed unica, l'universo era scomparso dai suoi occhi: anzi, l'universo si rizzava incontro a lui come un ostacolo cui bisognava rovesciare o spezzare. Egli errò simile ad un forsennato, tutta la sera. L'orologio della chiesa di S. Maria a Costantinopoli suonò le dieci. Quei dieci colpi di orologio gli diedero la vertigine.

E' saliva allora quel vicolo che dalla porta di Costantinopoli, conduceva alla piazzetta deserta, ove era il collegio di medicina. In un chiassuolo adiacente vi era un orribile affresco che figurava la Passione. Innanzi a quelle tre figure sconcissime del Cristo e delle tre Marie bruciava una lampada che dava più fumo che luce.

Gabriele s'inginocchiò, senza vedere le immagini senza pregare. Era là, ed attendeva un'idea, l'imprevisto, l'incognito! Non un soffio di aria nel cielo del resto, non un'anima per quei dintorni. Dovunque il silenzio, la solitudine e quel chiaroscuro scialbo delle notti italiane che non è nè le tenebre, nè la luce,--_il tiepido_ del chiarore!

Era assorto e non pensava.

Infine, udì uno strepito dietro a lui. Si volse ratto, si levò. Era un prete di provincia che passava e gli gettava un soldo, rimettendo in tasca qualche pezzo di moneta bianca. La vista di quel danaro dette i brividi a Gabriele. Tutti i suoi istinti si risvegliarono, tutti i suoi desideri lo azzeccarono alla gola e lo strangolarono. Un mondo di luce, un mondo di tenebre, passarono in un attimo innanzi agli occhi suoi. E' corse dietro il prete, si prostrò alle ginocchia di lui e gli disse:

--Datemi quel denaro, padre mio; per pietà! datemi quel denaro.

Il prete, che aveva ceduto al primo impulso di compassione dandogli un _grano_, non comprese ciò che vi era di disperazione nella voce di quell'uomo, ciò che vi era di misterioso e di terribile in quelle parole sì semplici in apparenza. Credette che il mendicante fosse ubbriaco e lo respinse duramente. Gabriele lo trattenne e reiterò imperiosamente la dimanda. Il prete cominciò a sospettare allora avere a competere con un ladro e gridò. Gabriele si credè perduto.

--Tu mi darai quel danaro, prete maledetto, disse egli. Mi occorre, lo voglio.

Il prete che lottava per tirarsi da quegli artigli, gridò più forte.

Allora, lo spirito di Gabriele si turbò interamente. Con una mano prese il prete alla gola, per sopprimere i suoi guaìti, coll'altra frugò nella tasca per pigliarvi i danari. Il prete cavò il coltello e lo ferì alla coscia. Il dolore della ferita mise il colmo alla follia di Gabriele. E' tolse al prete il coltello e lo colpì al petto. Quindi, coverto com'era di sangue, s'impossessò di un pugno di moneta e fuggì.

L'orologio suonava le undici.

Il possesso della somma che gli bisognava, gli fece obliare per un istante tutto ciò che era avvenuto. Non aveva più nè coscienza nè memoria del suo delitto; non si accorgeva neppure che era inseguito. L'impiegato del _posto_ della lotteria, che vide venire quell'uomo orribilmente pallido ed insanguinato, restò sbalordito. E Gabriele presentava già le sue due piastre maculate di sangue, quando sentì due mani posarsi sulle sue braccia ed abbrancarlo. Allora, in un lampo e' si risovvenne di tutto ciò che aveva fatto, gettò un grido stridente e cadde spossato nelle braccia dei birri.

Qualche ora dopo, si trovò innanzi ad un commissario di polizia.

Gabriele confessò tutto. Non si ebbe mestieri di maltrattarlo per farlo parlare. Egli aveva impietosito il commissario, tanto vi era di onta e di rimorsi nel suo racconto, tanto la sua stessa coscienza aveva avuto poca parte nella perpetrazione del delitto. Era maniaco.

Ma, cosa bizzarra, i cinque numeri giocati da lui, uscirono all'indomani!

Il prete era morto!

Sei mesi dopo, Gabriele era condannato a ventiquattro anni di lavori forzati.

L'indomani dell'arresto, il carceriere in capo delle prigioni della Vicaria venne a cercarlo per condurlo nella sua camera.

Ecco ciò che era avvenuto.

Concettella aveva studiata la condotta di Gabriele dal dì del duello, con una indifferenza apparente. Gabriele non le aveva mai parlato di sè; ma ella aveva compreso tutta la potenza e la delicatezza della passione di lui; aveva saputo tutto ciò che Gabriele aveva fatto per lei. Ella si era persuasa che oggimai il cómpito della vita di quel giovane era di poterle dire un giorno:

--Tieni, tu sei ricca!

Dalla vendita di tutto ciò che la possedeva, ed anche dei doni di Filippo, ella aveva messo insieme un gruzzoletto e si era presentata all'aguzzino in capo della prigione per comperargli la visita che veniva a fare a Gabriele. Il carceriere consentì e le fece attendere Gabriele nella sua camera.

Gabriele entrò.

Concettella, pallidissima, tremava come un giovane pioppo sotto i buffi del vento. Restò un istante indecisa innanzi a Gabriele che sembrava di ghiaccio. Poi d'un tratto, ella si gettò nelle braccia di lui e vi cadde svenuta, gridando in mezzo ai singhiozzi:

--A te, per tutta la vita.

--Per tutta la vita! ripetè Gabriele: sovvientene!

XV.

Le prime stazioni della via crucis.

Concettella tenne parola.

Sbarazzato del suo rivale, Filippo Rotunno cominciò l'assedio. Fallì l'intento. La passione, inasprita dalla resistenza, si fece persecutrice. Essa non riescì neppure. Filippo minacciò, battè, insultò, denunziò tutti coloro che s'interessavano alla giovinetta, la proteggevano, le davano del lavoro; fece loro tutto il male che potè e li scoraggiò. Concettella cadde in una squallidissima miseria. Il poco che guadagnava non le servì per nudrirsi o per vestirsi, ma per pagare un posto in una barca ed andare a visitare Gabriele al bagno di Procida. Questa fedeltà canina mise il colmo al furore di Filippo. Egli abbordò Concettella una sera e, non potendola oltraggiare, le tirò un colpo di coltello che le lacerò la spalla.

Filippo aveva di già, per la sua tracotanza, acquistato il soprannome di _Guappo_--rodomonte.--La polizia l'arrestò. Otto giorni dopo però lo rimetteva in libertà.

Vedendo in quell'uomo la fibra delle forti passioni, l'audacia e la bravura, il conte d'Altamura che reclutava le sue bande reazionarie dei sanfedisti, l'aveva reclamato ed ottenuto. Qualcuno sospettò della trasformazione, nessuno però potè affermarla. Il fatto è che Filippo--_Uu Guappo_, come ora lo addimandavano, era oggimai un birro travestito. Per questa ragione, e' dovè temperare i suoi impeti. Ma la sventura di Concettella era di già completa: Filippo l'aveva diffamata. Ella non potè più trovare lavoro. Non restandole più per vivere che la prostituzione o l'elemosina, ella scelse la mendicità.

Poco dopo, quando i patriotti furono cacciati negli ergastoli, tutt'insieme ai forzati per causa di furto o di assassinio, il conte di Altamura vi guizzò dentro Filippo, facendolo trovar complicato,--col suo consentimento,--in un affare di furto. E' doveva sorvegliare i patriotti, e pigliare l'occasione di qualche rissa sollevata a proposito per sbudellare i più determinati. La sua grazia era già anticipatamente firmata dal re: non restava che a mettervi una data.

Filippo s'imbattè in Gabriele, cui chiamavano adesso _Uu paglietta_--l'avvocato--perchè imparava a leggere ed a scrivere dal cappellano del bagno. L'incontro dei due rivali fu ostile; perocchè Gabriele conosceva di già le persecuzioni inflitte da Filippo a Concettella.

Il primo danaro che costei toccò da Don Diego, lo spese per recarsi a Procida ed andare ad istruire Gabriele della tregua che il destino le presentava.

Gabriele si mostrò inquieto e contento di saperla al ricovero in casa di quel prete, di cui ella le raccontò qualcuno dei guai, da lei appresi o indovinati. Quando, alla seconda visita, Gabriele la vide affusolata da beghina, chiamandosi non più Concettella ma suor Crocifissa, e' non dissimulò i suoi allarmi e si restrinse a dirle:

--Fa attenzione, Concettella! tu mi hai detto: «a te per tutta la vita!» Se divieni infedele, tu od io dobbiamo cessare di vivere.

Gabriele non temeva a torto. L'animo della giovane aveva cangiato come le sue spoglie. Per sopprimere i commenti, che non avrebbero mancato di assalire la giovane e bella _vajassa_--serva--del prete, Don Diego l'avea mascherata, secondo l'uso, della livrea religiosa, la quale copriva tutte le ganze dei preti--_cappelloni_--napolitani.

Don Diego non sospirò più il ritorno di sua sorella in casa, avvegnachè s'inquietasse sempre dell'assenza di lei. Sembrava rassicurato sulla sorte di Bambina, o si sforzava di esserlo; ma avrebbe desiderato sapere ove la si trovava e che faceva. Il vago su questa nozione gli cagionava un malessere indefinibile. Laonde, quando ebbe messo un po' di ordine nel suo interiore, quando ebbe cominciato il gran lavoro che il canonico Pappasugna gli aveva comandato, quando e' si potè credere assicurato contro le violenze della polizia, egli intraprese delle investigazioni sulla fuga di Bambina, neglette, fin lì da lui, a detrimento della sua considerazione.

Un cangiamento considerevole erasi operato in lui da otto giorni. L'equilibrio morale, un momento spostato in seguito di tante minacce, di tanti sospetti, di contrarietà, di malori, si era ristabilito. Il suo spirito, rasserenato, si rilevava. Le funzioni fisiche del suo organismo, depresse sotto l'invasione morale, si esercitavano secondo il destino della natura; ciò che raddoppiava l'elatere degli organi del pensiero. Egli era oramai uomo nella pienezza della vita, e perdeva, per conseguenza, tutto ciò che l'ascete ha di acido, di malsano, di velenoso, di fantastico, di antisociale. La scienza acquistata nelle lunghe letture e nelle forti meditazioni si allargava, si coordinava, assumeva un cómpito umano e salutare.

Immerso nella composizione dei suoi sermoni della Quaresima per il canonico Pappasugna, e' poteva a suo comodo considerare la religione dal punto di vista sociale e farne istrumento di civiltà, di progresso, di libertà, lasciando nei labirinti del medio evo la discussione dei dogmi e presentando la religione come consostanziale della morale e della compage sociale, economica e politica dell'umanità. Ond'è ch'egli si levava ad altezze vertiginose nelle sue considerazioni sulla missione del cristianesimo, ed edificava al cattolicismo un altare,--pagano forse o piuttosto filosofico,--ma conforme alla scienza ed all'unisono con lo stato della civiltà moderna,--frutto dell'analisi.

Al coverto dal bisogno, un po' rassicurato sull'avvenire, sbarazzato dalla ritenutezza materiale cui la purità di sua sorella gl'imponeva, il cuore pago, i sensi soddisfatti, quest'uomo, sì fortemente e riccamente dotato, si sviluppava, prendeva possesso di sè stesso. Una grande dignità, basata sulla coscienza della sua forza, si esalava dalla sua persona, a sua insaputa. Il povero prete di provincia si era liquefatto in quella rimanipolazione dell'anima per mezzo della prosperità, della libertà, dell'amore,--questa trinità della forza virile. La sua testa spaziava più alto che la sua statura. Il suo cuore non aveva più gli aneurismi della miseria, della paura, dell'incertezza, della paternità alla quale sua sorella si era volontariamente sottratta. Egli arrossiva forte altresì delle cause che avevano determinato quella figliuola a lasciarlo. La sua anima aveva avuto un'erisipola gangrenosa, di cui egli era guarito al presente, ma la cui memoria lo attristava e l'umiliava.

Sotto l'imperio di queste circostanze e di queste idee e' si decise a visitare il barone di Sanza per rischiarare i suoi sospetti, e Don Domenico Taffa per significargli che non gli accordava la mano di Bambina.

Il barone di Sanza aspettava da lungo tempo il suo compatriota.

Egli aveva dunque accomodati da un pezzo i suoi nieghi. Non si mostrò stupefatto della disparizione di Bambina, ma indifferente. E' significò quindi a Don Diego il suo desiderio di non essere mischiato in quei loro secreti di famiglia, di cui egli deplorava l'amaritudine.

--Mio padre vi ha raccomandato a me, soggiunse egli. Io ho fatto quantunque era in possa mia per aiutarvi. Ma io non ho l'età di essere tutore, e voi avete passata quella di esser minore. Ve ne supplico dunque, non mi favellate più dei vostri interessi.

--Io non vengo a domandarvi nè aiuto nè consiglio, rispose il prete, ma l'assicurazione che mia sorella non corre alcun pericolo. La sua lettera m'ha data la chiave di questo mistero. La sua sicurezza non m'inquieta, sapendo in quali mani ella depositava il suo destino. L'onor di vostro padre è per me una garentia del vostro. Io non voglio strappare Bambina all'asilo che le avete trovato. Ma voglio esser sicuro che foste voi che glielo procuraste e ch'ella vi è rispettata. Ecco l'oggetto della mia visita.

--Io non ho nulla ad apprendervi, rispose freddamente il barone. Voi dovete sapere quali considerazioni han potuto determinare vostra sorella a fuggire la vostra dimora, ed a quali persone ella poteva indirizzarsi.

--Lo so di già, rispose Don Diego. Ma permettetemi di soggiungere, che io diffido dei giovani di ventiquattro anni che si fanno angioli custodi delle giovanette di diciotto. Gli è chiaro così?

--Avete ragione, signore, di esser sospettoso in simile circostanza, quando i fratelli essi stessi sono dei custodi così dubbii. Ma finiamola qui. Voi arrivate di provincia con la rudezza tenace della bramosia, naturale agli uomini che ignorano il mondo reale. Il successo che si viola è sempre un successo deflorato, e perciò sospetto. Fatevi attenzione. Voi appartenete--oso sperarlo ancora--ad un partito geloso, sospettoso, circondato da trappole, il quale vuole restare incontaminato per quanto lo può. Voi sapete tante cose, troppe cose, facili a trafficare, avidamente ricercate. Voi frequentate uomini che ci danno la caccia, cui noi disprezziamo, abili a far chiacchierare gl'ingenui, promettendo molto e tenendo largamente le promesse. Non vi stupite dunque se vi vedete contrariato, e se vostra sorella ha trovato intorno a lei tutto un partito per difenderla, al suo primo grido di allarme. Addio, Don Diego; e permettetemi, poichè voi siete l'amico dell'eccellente mio padre, di augurarvi che il successo vi rifiuti il suo sorriso troppo precoce.

Il barone si alzò. Don Diego restò assiso e disse: