Il Re prega: Romanzo

Chapter 13

Chapter 133,820 wordsPublic domain

I lazzaroni che avevano accompagnato la vettura si gittavano dunque immediatamente sul bagaglio e si distribuivano i colli. Che l'uno o l'altro pigliasse una pesante valigia, un sacco da notte, un bastone, un porta-capello o una canna di pipa, importava poco. Era una buona o una cattiva fortuna, ecco tutto. Ma colui che si era impossessato del bastone si guardava bene di caricarsi per sopra più del paraacqua. Ciò sarebbe stato un invadere i dritti del compagno, un violare il dritto di proprietà, il dritto al lavoro, il dritto al salario..... ed il lazzarone, che non aveva alcun dritto, li rispettava tutti.

Quanto al viaggiatore, e' non poteva più toccare alle sue cose: lo avrebbero bastonato. Imperciocchè ciò sarebbe stato «un rubare la povera gente la quale non aveva che quello per vivere!» Se il viaggiatore aveva l'aria un po' determinata, gli si faceva la grazia di lasciargli scegliere il suo albergo. Diversamente, il povero provinciale doveva stimarsi felice di correre a tutte gambe dietro ad una mezza dozzina di lazzaroni che, essendosi impadroniti dei suoi bagagli, lo avrebbero condotto in America. Lo conducevano ove volevano--e sempre male.

Arrivati a destino, i lazzaroni, sempre rispettosi fin là, prendevano una cert'aria di dignità. Se erano sei, uno solo entrava nella camera, gli altri restavano alla porta. Il viaggiatore faceva un calcolo più meno giusto e pagava. Ei credeva pagar tutto. Il lazzarone guardava la moneta ricevuta, la voltava e rivoltava nella palma della mano, squadrava la sua pratica dalla testa ai piedi, alzava infine le spalle con disprezzo ed usciva. Il viaggiatore respirava.

Ma ecco che il secondo si presenta.

--Eccellenza.....

--Cosa è?

--Ebbene!, ma io vi ho portato il vostro sacco da notte, io.

--Eh! ma io ho pagato il tuo camerata per tutti. Domandagli la tua parte.

--Che cosa mi riguarda ciò, a me? Conosco io forse il mio camerata, io? Vi aveva io detto di dargli la mia parte, io?

Il viaggiatore pestava, e poi pagava ancora e respirava di nuovo.

--Eccellenza, il povero facchino che ha portato il vostro baule.

--Come, il mio baule? Ma io ho pagato. Ne ho anzi pagato due.

--È impossibile, ma me no, eccellenza.

--Te, te, te ho pagato per tutti. Va al diavolo.

Il lazzarone che aveva cominciato per dar dell'_eccellenza_ al suo paziente, abbassa di un grado i titoli.

--Ma _signore_, io non posso andare al diavolo prima che non mi abbiate pagato. Io mi sono slogato le ossa per trascinare il vostro miserabile cassettone. Credete che ciò sia per i vostri bei baffi da carbonaro, eh?

--Io non do più un soldo. Fuori di qui!

--_Tu_ ti burli di me dunque eh! il _calabrese_? Io ho gittata _la mia anima_ a carreggiare il tuo lurido cataletto, e _tu_ mi pagherai.

--Io non pagherò più nulla, no, no. Esci all'instante, se no.....

--Ed io ti ripeto che tu mi pagherai o per la Vergine del Carmine, il _sangue va a scorrere a lava_.

Il viaggiatore cospettava ancora e pagava.

Il quarto si presentava. E là, nuova disputa sul prezzo, mista a bestemmie, a gesticolamenti, a minacce, a lazzi, ad ironie fine ed insolenti dalla parte del lazzarone che è il minchionatore il più fino e il più insolente che io mi conosca. Egli aveva inoltre un disprezzo imperiale per tutte le genti della provincia, cui addimandava di un sol nome: _calabresi_. Come per gli antichi romani, tutto ciò che non era della loro capitale era _barbaro_.

In una parola, il viaggiatore doveva pagarli tutti, subire i loro insulti, talvolta le loro busse. Ma egli arrivava altresì qualche volta che il viaggiatore si ribellasse e desse un calcio o uno schiaffo. Allora un combattimento in regola s'impegnava. Egli era insorto troppo tardi! Così, tutti coloro ch'egli credeva partiti ritornavano, ed un tafferuglio cominciava, in cui si rompeva tutto, compreso la testa del viaggiatore.

Ma come fare, mi domanderete, per evitare questo inconveniente?

Il metodo era semplice. Bisognava dare uno schiaffo, senza fiatar sillaba, al primo che toccava al vostro bagaglio prima di ricevere i vostri ordini. Il lazzarone capiva all'istante che egli aveva a fare con un militare, con un pezzo grosso del governo, o con un uomo determinato che conosceva i procedimenti onesti, e diveniva umile come agnello. Egli era sovente anche rubato dal suo cliente.

Gabriele faceva quel mestiere al Ponte della Maddalena, da dove arrivano i Calabresi, gli uomini i più irruenti delle provincie del regno. Gabriele si caricava raramente di un mobile pesante: per conseguenza e' correva più ch'altri il rischio di ricevere un pugno od un calcio, quando si presentava l'ultimo per domandare il prezzo del porto di una frusta o di una bottiglia vuota. Ora, ciò gli arrivò così spesso ch'e' finì per prendere il mestiere in disgusto. Imperocchè, se la polizia non interveniva punto per proteggere il viaggiatore contro l'aggressione dei lazzaroni, essa interveniva meno ancora per proteggere il lazzarone contro le batoste e le scroccherie del viaggiatore. Poi, Gabriele divenne adulto, ed una rivoluzione morale si era operata nel suo carattere.

Egli amava.

XIV.

E come si diviene galeotto.

Ed anzi tutto Gabriele era un bel giovanotto.

Egli aveva nei suoi occhi corvini un non so che di malinconico che correggeva la regolarità severa dei suoi tratti, il fosco del suo colorito, il portamento della testa fieramente accampata sur un collo svelto. I suoi capelli neri irrompevano a ricci da un berrettino color bruno a lembi rossi, che gli accerchiava la fronte in modo grazioso. Portava il petto nudo, il collo nudo, le braccia ed i piedi nudi. Perocchè tutte le sue vesti si riassumevano in una camicia ed in un paio di brache di cotone giallognolo strette alla taglia da una fascia bruna.

Egli amava una povera figliuolina chiamata Concettella, il cui padre era pescatore.

Concettella non era ciò che si dice una bella ragazza. Ma il suo sembiante esprimeva la grazia che cerca sedurre ed una vivacità che si comunicava e rimbalzava immediatamente nel cuore di chiunque l'avvicinava. Poi, ella era civetta.

Gabriele faceva delle canzoni per lei, perchè Gabriele era poeta ed aveva l'istinto dell'armonia.

Chi ode per le vie di Napoli, la notte, le cantilene selvagge, bestiali, disarmoniche, intollerabili del popolo napolitano non sospetterebbe mai che i lazzaroni avessero la loro accademia e le loro corti d'amore, precisamente come Clemenza Isaura. Quei Pelli-Rosse dai guaiti sì discordanti ed offensivi avevano le loro sfide di poesia e di musica, che terminavano non raramente in una sfida al coltello. Si dava un tema. Il primo cominciava e cantava la sua strofa; un altro rispondeva, ed alternando così le strofe come i pastori di Virgilio, si continuava per lungo tempo. Il primo che si arrestava, senza dare la replica, metteva fine alla lizza. Però costui era schernito talvolta battuto, e costretto a spulezzarsela. Non si crederebbe giammai che ricchezza di poesia e di viste ingegnose quei bardi dai piedi nudi prodigassero in quella ginnastica di scienza gaia.

Ogni anno si cantava a Napoli una nuova canzone popolare. Chi ne aveva trovata la melodia? chi ne aveva indicato il concetto e composte le parole? Tutti se l'attribuivano--tutti coloro che sapevano infilare crome e semi-crome, tutti coloro che sapevano far rimare _amore_ e _core_, _bene_ e _pene_. Ma l'autore vero, lui, non dubitava neppure d'aver dato vita ad un vero capolavoro che correva le cinque parti del mondo come, per esempio, l'

Io te voglio bene assai E tu nnu pienzi a me.

Ora ecco come avveniva l'istoria di quella canzone.

La notte che precedeva la famosa festa di Piedigrotta, cioè la notte dal 7 all'8 settembre, il popolo poteva entrare e trattenersi nel giardino pubblico,--la Villa Reale. Gli altri giorni, la plebe, in giubba o senza, non vi aveva accesso. In quei viali, a riva del mare di Mergellina, si riunivano i giovanotti, lazzaroni, operai, artigiani, contadini dei dintorni di Napoli, con le ragazze degli stessi ceti. Quindi, tutta quella gioventù se ne andava in gazzarra, cantando e danzando la _tarantella_, dal lato della grotta di Posilipo.

La grotta è un lungo tunnel del tempo dei Romani che fora la collina di Posilipo. Vi si giungeva tra mezzanotte ed un'ora del mattino, con delle torce accese, avendo ciascuno al suo braccio la sua giovine sposa o l'innamorata, cui non bisogna confondere con la ganza. Lì, si faceva circolo. I trovatori che si portavano candidati alla nuova canzone dell'anno si presentavano. Quelle dugento o trecento persone rinsaccate in quell'intestino si arringavano del loro meglio ed a suffragio universale si nominavano i giudici del concorso. E bisogna soggiungere, che raramente si prendeva sbaglio nella scelta. Nel 1846, Gabriele, cui addimandavano _Gabriele Uu pienseruso_, era uno dei candidati. Filippo Rotunno, suo rivale, ne era un altro. In tutto erano sei. In un batter di occhio il silenzio si fece. Quattro parrucchieri musici si collocarono nel centro, innanzi ai giudici. Essi suonavano il flauto, il violino, la chitarra ed il mandolino. Il cantante dava il tuono. Tre concorrenti, che non avevano buona voce, si fecero surrogare dai loro allievi.

Noi passiamo oltre quattro di quelle canzoni, quantunque con rincrescimento; perchè ve ne fu una sopratutto, di un gobbo merlettaio, che fu molto bella e che, ritoccata poi, fu ricevuta due anni più tardi,--la canzone del _Mastrillo_. Ma noi non possiamo omettere quella di Gabriele nè quella di Filippo, che furono il punto di origine di tante sciagure. Entrambi avevano cantato la stessa donna, quella stessa Concettella che era con Gabriele ed aspirava a Filippo. Gabriele era bello; Filippo, ricco. Ora, la donna è inesorabilmente logica. La natura dà la bellezza; l'uomo deve dare gli ornamenti.

Filippo aveva inoltre una tale rimarchevole voce di tenore, che avrebbe valso dei milioni, se Filippo fosse stato cantante in luogo di essere marinaio e padrone di due barche. Gabriele aveva una voce di baritono, armonica ma molto meno bella. Egli era il quinto e cantò:

«Quando eri ammalata, io mi teneva vicino al tuo letto, Concettella. Io udiva il tuo cuore battere con violenza: io ti compresi, mi tacqui, ma ti amai.

«Adesso tu sei guarita, e sono io che da tre giorni sono infermo. Ma quando si è innamorati bisogna passare per questi guai.

«Rinfresca col tuo fiato odoroso, rinfresca la mia febbre; ma non dire, Concettella, oh! non dire che io sono piagnoloso e ti attedio.

«Imperciocchè se vedessi la Vergine che mi ammiccasse per invitarmi a salire al Cielo, io volgerei lo sguardo, per contemplare unicamente il sorriso della tua bocca. Sorridimi, Concettella!

«Ma se nel tuo sorriso si dovesse trovare un lampo di scherno o di compassione, torci il capo, Concettella, torci il capo, come io l'avrei fatto con la Madonna.

«E quando tuo padre sarà di ritorno dalla pesca, dimandagli se il mare è ben profondo dal lato di Miseno e mandavelo a pescare.

«Io sarò quivi, in mezzo ai fiotti schiumanti, come fra le lenzuola del nostro letto nuziale; io sarò quivi, disteso sur uno scoglio, come avrei dovuto esserlo fra le tue braccia.

«Perchè il mare, che ha più cuore di te, fanciulla senza pietà, se tu gli getti un innamorato, esso ti rigetta per lo meno un cadavere».

Quando Gabriele ebbe finita la sua canzone, da me pessimamente proseggiata dal dialetto napoletano, i suoi tratti, sotto l'imperio della commozione, erano splendidamente animati. Ma l'uditorio era anche più commosso di lui. Perocchè la sua melodia, sì tenera e sì triste, aveva un accento che andava all'anima come un dolore.

Il suo avversario Filippo Rotunno divenne estremamente pallido. Egli aveva letto nello sguardo di Concettella che la parola di Gabriele l'agitava ed il suo cuore era lacerato dalla gelosia. Egli aveva impallidito altresì perchè aveva sentito il fremito che la cantilena di Gabriele aveva fatto correre fra gli spettatori. Ed egli apprezzava tutte le bellezze di quella poesia e di quella melodia di una soavità ineffabile. Erasi fatto pallido infine, perchè egli aveva paura e dubitava di sè. Egli sapeva che ciò che avveniva colà avrebbe deciso dell'amore di Concettella. Fece uno sforzo sopra sè stesso e si avanzò. Volgendo lo sguardo agli assistenti, per leggere sul loro sembiante come fossero disposti a suo riguardo, si accorse che essi erano ancora sotto la malìa della canzone di Gabriele. Allora volendo aprire un'altra corrente alla loro emozione, fece suonare la tarantella. Quindi, quando gli sembrò che l'uditorio fosse sotto un'altra impressione, diede il suo tuono alla musica e principiò:

«Vè una piccola giardiniera chiamata Concettella, la quale discende ogni giorno dallo Scutillo per venirmi a stuzzicare.

«Ella possiede un piccolo giardinetto ove fiorisce la rosamarina.... Concettella, ascoltami, non venire a svegliarmi di così buon mattino!

«A vederti con le tue guancie di foglie di rosa, con i tuoi occhi che hai rubati alla notte, io potrei credere che il mio sogno non è bene ancor terminato. Io ti ho visto femmina, e tu sei per me regina... Concettella, ascoltami, non venire a risvegliarmi di così buon mattino!

«Perchè vedendoti entrare nella mia povera cameretta, io credo che vi entri l'aurora; e come apro le pupille alla luce potrei aprire a te le mie braccia... Ed allora ti darei più baci che il cielo non ha stelle... Ascoltami, Concettella, non venire a risvegliarmi di così buon mattino!»

A questa strofa, l'entusiasmo degli spettatori fece esplosione. Due o trecento bocche accompagnarono in coro il bizzarro ritornello della scherzosa canzone. La melodia era adorabile: essa zampillava, scintillava, spingeva le gambe alla danza, a bocca al canto. Non si potè più restar quieti. Giammai _hustings_ inglesi ebbero più acclamazioni tumultuose per un candidato favorito, che quel pubblico di teste calde napolitane e di cuori entusiastici non ne prodigò alla canzone di Filippo.

Essa fu proclamata la canzone dell'anno.

Gabriele era scomparso.

Egli aveva visto Concettella staccarsi poco a poco da lui, inclinare verso il suo rivale, infiammarsi, esaltarsi, cader mortalmente bella e sbocciata nelle braccia di colui. Era fuggito.

Il dì seguente, Gabriele assiso a terra, le gambe incrociate, i gomiti sulle ginocchia, il mento fra le mani, stava ascoltando il vecchio che sul Molo declamava l'Ariosto.

Dopo che aveva preso in uggia il mestiere di facchino delle carrozze, Gabriele aveva principiato il commercio delle frutta. Un mercante gli confidava un cesto pieno di fichi, di pesche o di uva, egli percorreva la città, li vendeva al minuto, guadagnava dieci soldi in qualche ora, e passava una parte del giorno alla riva del mare, a vaneggiare a baloccare. La sera andava ad udire la musica sulla Piazza Reale; nel dopopranzo alternava le ore tra il Filosofo e Rinaldo.

Il Filosofo era un vecchio antidiluviano che insegnava la morale. E' smaltiva le massime e gli apotegmi dei filosofici stoici, li commentava con storielle adatte al soggetto e ne tirava la moralità.

Il governo non aprendo alcuna scuola pel popolo, un mendicante fondava una cattedra di etica. I corsi del Filosofo erano frequentatissimi.

Noi abbiamo visto spessissimo, sullo stesso Molo, da un canto il Filosofo insegnare, dall'altro Rinaldo raccontare le imprese dei Cavalieri, in un angolo Pulcinella e Colombina sbizzarrirsi alle farse le più spiritose, e lì lì da presso un gesuita o un liquorista, salito sur un banco, predicare l'inferno od il giudizio finale. E dobbiamo confessarlo, il circolo meno affollato era proprio quello del predicatore.

Gabriele ascoltava dunque il racconto della lotta di Argante e Tancredi. Il vecchio cantava un poco, ma in generale declamava i versi del Tasso in maniera vivissima e pittoresca, animandosi col gesto, modulando le inflessioni della voce onde far delibare la melodia di quella seducente poesia. Gli spettatori seguivano le peripezie del poema con passione intensa.

Quando la lettura fu terminata, Gabriele mise nella mano del vecchio tutto il suo guadagno della giornata. Egli non aveva sentito il bisogno di mangiare; era stato assorbito in un'idea tutto il dì. Di là, se ne andò a cercare uno dei suoi amici e gli disse:

--Filippo ed io, non possiamo più vivere nella stessa città. Bisogna ch'egli mi uccida o ch'io l'uccida. Va da lui. Egli si batterà meco, o lo assassino. Io non vorrei pertanto assassinarlo! Gli dò la scelta: le pietre, ovvero il coltello.

--Io accetto le une e l'altro, rispose Filippo all'amico di Gabriele. Quando? dove ci batteremo noi?

--Domani, alle otto, dal lato di Porta Nolana.

--Sta bene. Quante pietre?

--Dodici, se tu vuoi. E poi il _mollettone_ (coltello a molle ferma).

--Accetto. Io porterò i coltelli, voi le pietre. A domani.

--Grazie.

Vi era a quell'epoca un prete famoso chiamato don Placido Baker. Costui trafficava in grande l'articolo miracolo. Egli passava le sue notti a tu per tu con la Vergine o con qualche altro santo del Paradiso in viaggio pel nostro pianeta. Quei celesti _touristes_ s'intrattenevano col prete di ogni sorta di bisogna, delle molestie di casa del detto D. Placido o delle virtù domestiche della regina Teresa. Poscia, accomiatandosi, gli davano il permesso di rivelare i secreti della conversazione,--di dir perfino che quel giorno il signor S. Pietro aveva la barba mal pettinata, e messer S. Luigi, il gesuita che non aveva mai guardato in viso sua madre, la marchesa di S. Gonzaga, aveva fatto l'occhiolino a Santa Filomena.

D. Placido rappresentava la sua messa e raccontava queste cianche intime al popolo nella sua chiesa del Gesù Vecchio, due ore prima dell'alba. La chiesa, rischiarata solamente da sei piccole candele sull'altare era suffusa nelle tenebre, e si commettevano lì più turpitudini che i primi cristiani non ne attribuirono mai ai pagani. Il popolino frequentava moltissimo il Gesù Vecchio e si divertiva a scialo di quelle storie pittoresche e straordinarie.

Gabriele, come gli altri napoletani, aveva più superstizione che religione. Tutta la sua pietà si limitava all'impressione delle anime del purgatorio sul braccio, a portare al collo lo scapolare della Madonna, a far magro tre giorni la settimana. Ed ecco tutto. Fanciullo, era ito alla chiesa per rubare le pezzuole: più tardi, per incontrarvi una innamorata ed udirvi della bella musica. Vi andava adesso, per veder Concettella in veste da domenica. Ma sul punto d'intraprendere una lotta mortale, e' volle pregar Dio, onde invocarlo a giudice della buona causa, che ei credeva esser la sua. Entrò dunque nella chiesa del Gesù Vecchio all'alba, e pregò. Pregò senza sapere nè come nè perchè. Dopo, raggiunse l'amico e partirono insieme pel luogo del duello.

Si era conservato su questo affare il più grande secreto. Prima dunque di giungere a Porta Nolana si separarono per non farsi osservare insieme. Si prendevano queste precauzioni onde mettersi al coperto dalle conseguenze del combattimento, nel quale uno per lo meno doveva soccombere. L'amico di Gabriele aveva scelto nel letto del Sebeto ventiquattro pietre della grossezza di un uovo, ben levigate e ben rotonde. Ei ne fece due parti, e lasciò la scelta al padrino di Filippo. Questi aveva portato due coltelli a molla, cui i lazzaroni chiamano _crocifissi_, a lama fina, lunga, scanalata, acuminata come un ago, tagliente come un rasoio, della lunghezza di circa dieci pollici. Il testimone di Gabriele scelse.

--Comincieremo dalle pietre, disse costui.

--Come vorrete, disse Filippo.

--A cinquanta passi?

--Sia pure.

--Senza fionda?

--Senza fionda.

--È permesso schivarsi?

--Poichè a questa sfida deve succedere quella del coltello, io credo che si possa accordare il diritto di non restare immobile sotto i colpi dell'avversario.

--Sta bene. Giuochiamo a chi tirerà il primo. Si giuoco al _tuocco_. Gabriele guadagnò.

Il combattimento alle pietre era il combattimento favorito del lazzarone. Aveva luogo d'ordinario per bande di quindici o venti giostratori, ed anche di più. Era una zuffa sovente pericolosa. Del resto, basta rammentare i lazzaroni del 1799, i quali fecero indietreggiare la cavalleria di Campionnet e sostennero a Ponte-Rosso tre ore di lotta, quasi unicamente alle pietre.

Filippo, che aveva un pastranello, lo cavò. I due duellanti si posero alla distanza convenuta in una cotale attitudine ch'ei non presentavano al nemico che il profilo sinistro, avvegnachè avessero la faccia volta l'uno all'altro, onde seguire con fissità ed attentamente i movimenti dell'avversario.

Noi non specificheremo le peripezie di questo combattimento, il quale esigeva l'agilità della scimmia, dei muscoli di acciaio, un colpo d'occhio rapido come il baleno, un'elasticità incredibile delle membra onde saltar d'ogni banda, piegarsi in tutti i sensi, appiattarsi, alzarsi, girellare su di sè stesso, slanciarsi, spiegare in una parola tutte le risorse della ginnastica, usare di tutti i mezzi di cui la natura ha dotati gli animali delle foreste per attaccare e difendersi.

Il lazzarone, non era esso il selvaggio delle latitudini incivilite?

In questo attacco, Gabriele fu colpito tre volte, senza molto male: Filippo due, anche senza pericolo, benchè ricevesse una ferita alla testa. Ma ei si limitò a stagnare il sangue con un pugno di terra, e continuò. Questi preliminari non dovevano servire che ad eccitare la collera dei combattenti. Il duello a morte cominciava.

Il duello al coltello è un'importazione siciliana a Napoli, spagnuola in Sicilia,--il combattimento alla _navaja_. Ma è altrettanto micidiale a Napoli che a Palermo ed in Ispagna.

I due avversarli si avvicinarono. Dai loro occhi schizzavano scintille feroci. Non vi si vedeva più il bianco: erano due punte di diamante a fiamma fosca e penetrante circondata da un'aureola rossa.

I due testimoni li collocarono di maniera che la luce del sole fosse egualmente divisa.

Filippo e Gabriele si approssimarono ancora, ciascuno d'essi guardando fissamente il nemico per trovargli negli occhi un segno di paura. Non ve n'era. Essi accostarono i loro piedi sinistri di modo che le dita dell'uno toccavano il tallone dell'altro. I loro corpi non offrivano che un sottilissimo profilo, converto dal braccio piegato e ravvicinato al petto, pronto a parare il colpo. La lama del coltello era appoggiata al braccio ed il manico chiuso nella destra come in una morsa. A vederli così, si sarebbe giurato che al primo colpo quelle due lame andrebbero a conficcarsi nei due petti e che si raccoglierebbero quivi due cadaveri.

I due combattenti fecero qualche finta per provare le loro forze. Gabriele si accorse che Filippo era agilissimo, e che se egli avesse voluto limitarsi alla difesa per profittare del di lui primo sbaglio, questi avrebbe potuto prevenirlo ed ucciderlo. Risolse dunque di sconcertare quell'attività inquieta con un attacco che obbligava Filippo a difendersi, e di fargli esaurire così, nella difesa, tutte le sue forze d'iniziativa. Gli era uno stornarlo e perderlo. Passarono pochi minuti in questi finti assalti, senza fiatare, gli occhi dell'uno ribaditi alla lama del coltello dell'altro.

Fu un terribile momento.

Gabriele mirava alla gola, Filippo al ventre. Si vide infine Gabriele proiettare in avanti il suo braccio sinistro, levandolo alto onde allontanare il coltello di Filippo od esserne ferito solo al braccio che gli serviva di scudo. Ma nel medesimo tempo avanzò il suo coltello dritto al cuore del suo rivale. Questi comprese questo colpo terribile, ed anzi che cedere alla tentazione di ferir Gabriele, fece un rapido movimento in avanti, di guisa che il colpo che andava a ferirlo giusto nel mezzo del fianco sinistro non gli traversò che la carne del dorso, scivolando sulle costole.

--Ci sei? disse Gabriele, senza pertanto uscire di guardia.

--Una scalfittura di spilla! rispose l'altro, senza parimenti turbarsi, sapendo che la minima agitazione poteva cagionargli la morte.