Il re dei re, vol. 4 Convoglio diretto nell'XI secolo
Part 8
Era il dì 25 maggio. Il languore di Gregorio toccava gli estremi, ed uno stravaso di linfa al petto ne rendeva difficile la respirazione, gli impossibilitava restare nel letto. Lo avevano perciò adagiato sovra gran seggiolone e collocato presso ad una finestra, perchè desiderava vedere l'ultima volta il sole che tramontava nella placida ed azzurra marina. La finestra gli gittava un'onda di luce dal petto alle gambe, ed imporporava la bianca tunica che lo covriva. Ma un rosone a vetri colorati, praticato sulla finestra stessa, dando passaggio ai raggi del sole, gli circondava la testa e la bianca barba di luce così viva e così varia, che, al contemplarlo da lontano, sembrava nuotasse in una conca d'iride, e scintillasse del fulgore celeste dei cherubini. Ai suoi piedi era genuflessa Guaidalmira, che, la fronte piegata nelle mani ed appoggiata allo sgabello dei piedi di lui, pregava, straziata da dolor muto. Da un lato del seggiolone, delle braccia conserte sul petto, in piedi ed immobile si vedeva il cardinale Ugo. Dall'altro lato un frate benedettino, cui, come e' disse, gli aveva mandato l'abate Desiderio per confessarlo. Questi teneva il cappuccio abbassato, sicchè la fronte e metà del volto covrivagli e stava del pari in piedi. Gregorio con una mano cercava la testa di Guaidalmira, con l'altra stringeva quella del frate. Già più non ci vedeva.
--Santo padre, voi dunque togliete la scomunica al re di Francia? dimandava il frate per voce soffocata forse dal dolore.
--Gliela tolgo, rispondeva Gregorio.
--Santo padre, togliete la scomunica al re di Dalmazia? proseguiva il frate.
--Gliela tolgo, diceva Gregorio.
--Ed al re di Polonia, santo padre?
--È morto, ma gliela tolgo.
--Ed al re d'Ungheria.
--Gliela tolgo pure.
--Ed ai vescovi e baroni che vi deposero nei concilii di Worms e di Pavia?
--L'avevo tolta ad alcuni; la tolgo a tutti.
--Ed a Cencio, che tentò assassinarvi nella notte di Natale?
--Gli sia pur tolta.
Qui la voce del frate si arresta di un istante, poi, più cupa, dimanda:
--Ed a vostro fratello Guiberto?
A questa parola il moribondo gli sottrae la mano, e, facendo atto di volersi sollevare, sclama, di lieve rossore animando le gote:
--No, no, lo maledico. Escluso lui che usurpa la mia sede di Roma, escluso Enrico che dicono re, esclusi i maligni che per consigli e per opere favoriscono l'empietà d'ambedue, io stendo il perdono e la benedizione di Dio su tutti gli uomini che credono fermamente e confessano che io sono vero erede e vicario degli apostoli s. Pietro e s. Paolo.
Il frate serba il silenzio alcun poco e cerca riprendere la mano del moribondo vecchio, il quale tremava tutto come una foglia, poi mormora:
--Ma, santo padre, egli vi è fratello! egli ha tentato tante volte di riconciliarsi con voi, dimandarvi perdono...
--Ed io lo maledico, risponde Ildebrando convulso sempre.
--Egli è pentito delle offese che vi ha fatte; egli vi dimanda perdono dei dolori che vi ha dati...
--Ed io lo maledico.
--Ma, santo padre, Gesù Cristo ha perdonato, morendo, i suoi nemici; Gesù Cristo vi comanda di assolverlo, perchè Guiberto nell'errore vi fece onta, ma poi ha pianto la sua colpa, e non vuol vivere, non vuole morire prima di essersi riconciliato con voi, ed essere stato da voi perdonato.
--Ed io lo maledico, lo maledico, lo condanno al fuoco eterno nell'altra vita, ed al supplizio ed alla miseria in questa--e meno lui e l'imperatore Enrico che scomunico, benedico tutto il genere umano.
A tali austere parole, il frate ritira la mano con che aveva presa quella del pontefice, si gitta alle spalle il capperuccio e furibondo grida:
--Ed io maledico te, inesorabile vecchio, io, Clemente III, sovrano pontefice, e tuo fratello, io ti maledico come Adamo maledisse Caino, e come Cristo maledisse Giuda. Io ti maledico come parricida, come stregone, come adultero; io ti maledico, ed il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo ti maledicano con me.
Gregorio alza gli occhi al cielo, poi mormora le dolenti parole di Cristo:
--_Domine, transeat a me calix iste!_
Il cardinale Ugo Candido, che mutolo era restato fino allora al fianco dell'agonizzante, gli si accosta più d'appresso, e ridendo sorriso terribile:
--Non uditelo, santo padre, diceva: alla sua maledizione, avanti all'Eterno voi potete opporre... oh! tutte le opere della vostra vita...
--Per esempio, soggiungeva Guiberto, chè il frate era egli stesso, per esempio, lo scandalo destato nella cristianità e la guerra civile in Lamagna?
--Dio mi ha perdonato, rispondeva il moribondo.
--La corruttela che ha messa nel clero col proibire lecite nozze, ripigliava il cardinale; l'eccidio di Roma; la disperazione e la dannazione di tante migliaia di uomini morti nelle scomuniche da lui profuse per appagare intenti mondani; lo sdegno civile fomentato in Italia, e le guerre di che l'ha desolata?
--Dio mi ha perdonato, borbottava ancora il pontefice.
--Gli amori impudici con la contessa Matilde, per lui vituperata avanti al mondo, e gli amori della contessa Alberada, che ha condotta a morire misera e disperata? soggiungeva Guiberto.
Ed il pontefice:
--Dio mi ha perdonato.
--I sudditi ribellati contro i sovrani, proseguiva il cardinale, il suo orgoglio che ha fatto infellonire contro la Chiesa milioni di cristiani; i tradimenti comandati; gli omicidii fatti eseguire; gli avvelenamenti dei suoi nemici onde buccinarli puniti da Dio per subita morte; i regni tolti e donati a ribaldi che gli si giuravano ligi; la Spagna preferita restasse in mano de' Mori, anzi che in dominio di cristiani, i quali non volevano fargli omaggio; la Sassonia desolata, perchè rifiutò conoscersi vassalla di San Pietro; la Francia levata a tumulto per esigere tributo che giammai Carlomagno sognò di promettergli; la Sardegna minacciata dare a conquistatori feroci se non pagava il danaro di San Pietro; il regno d'Ungheria messo ad incanto fra due re a chi più gli offerisse maggior donazione e sudditanza; la Dalmazia gittata nella guerra civile per averle voluto dare un re di suo capriccio, mentre un altro già vi regnava; la scomunica infine, per non dir più, del re Boleslao II di Polonia, che ridusse al bando dei suoi Stati e fece morire miserabile e disperato? Ecco, santo padre, ciò che potrete dire a Dio, perchè non ascolti la maledizione di vostro fratello!
--Iddio mi ha perdonato, mi ha assoluto, con voce che appena s'intendeva, sclama il pontefice; e perchè amai la giustizia ed odiai l'iniquità, muoio in esilio.
--In esilio! prorompe il cardinale Ugo Candido, ridendo satanicamente; ma non sei tu il vicario di Cristo che ti diede in retaggio i suoi popoli, ed alla sua giurisdizione segnò per termine i confini del mondo?
Ildebrando a quest'ironia non risponde: piega la testa sul petto e ve la lascia cadere abbattuta. Guiberto ed il cardinale si accostano, Guaidalmira alza gli occhi per guardarlo: era morto!
Guaidalmira gitta un grido acuto e straziante e stramazza distesa sul suolo.
Così ai 25 di maggio 1085, dopo dodici anni, un mese e tre giorni di regno, moriva Gregorio VII, il più ardito dei pontefici.
Grandi vizii, grandi virtù lo distinsero. Ed a gloria del vero i vizii furono del secolo, le virtù dell'uomo. Imperciocchè, in un secolo di dubbiezze, che ondeggiava ancora fra la barbarie del X secolo e la luce incipiente del XII; in un secolo in cui la passione di municipio ed il parteggiare destavasi per dar vita ai Comuni; in un secolo di scisma, dove la feudalità tendeva al dispotismo ed il popolo ad affrancarsi; in un secolo in cui non vi era ragione fuor di quella delle armi, non virtù fuori del valore e del coraggio, non religione perchè la più corrotta parte di quella società rappresentavano gli ecclesiastici, e la superstizione dei secoli passati infiacchiva senza meglio stabilirsi lo spirito del Vangelo; in un secolo in cui la bellezza non aveva culto, la verecondia non era merito, non avea ostracismo l'oltraggio ai diritti delle nazioni, degl'individui, della pietà; in un secolo infine nel quale tutto era disquilibrio, dubbio, decadimento, i vincoli di una società usata cadevano per vetustà nè ancora la novella società si aggruppava; io dimando, se uomo, a tanta altezza collocato, poteva mostrarsi più forte e più santo di che Gregorio si mostrò? Egli vedeva che tutti i pinacoli sociali del suo tempo tendevano alla monarchia, ed avvisando che l'Evangelo fosse esso stesso codice monarchico, dispotismo teocratico bandì, e non lasciò mezzo intentato, buono o malvagio che fosse, impuro o santo, per rassodarlo.
Uno fu il principio che informò la sua vita e le sue opere: _l'indipendenza dell'Italia e della Chiesa cattolica_! L'idea era magnanima, era giusta; ma i tempi per promuoverla e mandarla ad effetto non ancora maturi. La società fermentava, e niente si era consolidato, nè il principato nè la repubblica, nè l'ateismo, nè la religione: e libertà individuale ed ostinazione feudale battagliavano nel caldo. Per intrudere quindi le sue dottrine vi fu d'uopo di violenza. E perchè queste interessavano più i principi che i popoli, la quistione si prolungò, e, lentamente cangiando di forma, ne rivestì impure e sacrileghe; perchè ai venerandi diritti delle nazioni col velame divino si attentò. L'idea di Gregorio fu generosa, perchè in quel collegarsi di potenti per tutto ridurre a pura e forte monarchia, il popolo restava escluso, indifeso, vittima, nè aveva a cui lamentarsi dei torti; perocchè patto di sangue sulla totale schiavitù si era stretto. Egli, il pontificato volle elevare a giudice supremo tra il popolo ed il re. Reagirono perchè brusco ed inconsiderato fu l'urto, nuova la legge. La reazione lo indispettì. E perchè aveva sortita fibra robusta ed altera, trasandò il pudore, ed addivenne violento, ostinato, incompassionevole, nulla rispettò di quanto culto si era per lo avanti. Rispose delle armi con cui lo provocavano. Ciò gli alienò i principi, gli alienò il clero ed il popolo, e fu addimandato inesorato e tiranno. Nonostante sembrò un momento di trionfare. Nel trionfo mostrossi intemperante, e le tre giornate di Canossa prepararono la presa di Roma.
Ora egli muore! Dopo tanti anni di lutta muore senza aver vinto, senza esser compianto da altri che da oscura donzella, senza essere amato da alcuno, lasciando al mondo tre legati funesti--la quistione delle investiture, la rivalità dei papi e dei re, e la folle e fatale impresa delle crociate! Egli però, allucinato come fosse, agì sempre sotto l'ispirazione della convinzione e di una lucida e decisa coscienza. E ciò basti per lavarlo d'ogni peccato, mondarlo da tutti i mali che originò.
Egli muore! Dopo una vita di combattimento sperava morire tranquillo e sereno come il giorno che vedeva declinare sull'immensa marina; ma l'ultima sua ora fu travagliata dalle idee del passato, dallo sdegno inesorato degli uomini. Muore, e l'ultima idea ad abbandonare quel capo che si era levato il più alto su tutta la terra, l'ultima idea che funestò quell'anima, la quale aveva abbracciato la rigenerazione dell'universo, è che i suoi nemici trionfano, che Guiberto ed Enrico sopravvivono padroni del campo, ed egli non si è vendicato.
Il _re dei re_ è un'attestazione, non un fatto.
Requie, o grand'uomo, i tuoi nemici non saranno meglio avventurati di te!
Alcune settimane dopo, una giovane faceva chiamarsi la badessa delle benedettine di Roma, e dopo lungo colloquire, era ammessa a vestir l'abito in quel chiostro. Vi visse due anni di penitenza e di rassegnazione, poi vi morì di languore, per sfinimento d'animo, in concetto di santa. Era Guaidalmira.
Guiberto ritornò a Roma donde or cacciato, ora ammesso, da molte città e popoli riconosciuto vero pontefice, da molti altri scismatico, sempre tribolando i papi, per grossa somma di danaro vendè ad Urbano II la libertà di castel Sant'Angelo e palazzo Laterano, che ancora per lui tenevansi con forte presidio, e nel 1100, assediato dalle truppe di Pasquale II in un castello vicino Alba, dove erasi rifugiato, morì repentinamente, non senza sospetto di veleno; sempre fermo, sempre generoso e più soldato e brillante principe che sacerdote.
La sua condotta, la sua vita, i suoi gusti oggi rattristano e sgomentano ogni cuore virtuoso e delicato. Allora, come cosa fra gli ecclesiastici consueta, avevansi per temperati ed allo Stato principesco non sconvenevoli. Quel che però nè i contemporanei, nè noi avremmo saputo mai perdonargli, se dell'indole degli uomini volubili e delle passioni entusiaste ed ardenti troppo non conoscessimo, gli è l'aver arso di sì forte e subita fiamma per Alberada, e poscia averla dimenticata compiutamente, malgrado le spavalde proteste fatte a Guiscardo a Salerno di vendicarla, malgrado che la riconoscenza di averne avuta protetta la vita glielo avessero imposto. La potenza di altri guai e di altre panie che lo avvolsero, la sua natura mutabile, gli valgano per iscusa; se scusa pure la sua spensieratezza appo le donne potrà trovare. Fu mandato a seppellire a Ravenna. Ma sei anni più tardi, il feroce Pasquale II--questa iena di cadaveri--lo fece dissotterrare, e le sue ossa e le sue ceneri furono gittate nel fiume.
Enrico IV gli sopravvisse di poco.
IV.
Je t'ai fait voir tes camarades Ou mort, ou mourants, ou malades; Allons, víeillard, et sans replique, Il n'importe à la republique Que tu fasses ton testament.
LA FONTAINE.
Non racconteremo per minuto il rimanente dei fatti di questo gran principe. Dopo aver veduto perire il suo nemico Gregorio, altri non men terribili ed ostinati ne ebbe a combattere in Vittore III, Urbano II e Pasquale II, favoriti al solito dalla contessa Matilde, la quale la causa della Chiesa aveva sposata a spada tratta; in Ermanno di Luxembourg, che, dopo la morte di Rodolfo, i ribelli Sassoni avevano eletto a re; nei figli di Ottone di Nordheim, morto nel 1083; nel marchese Ecbert, e per ultimo nel suo figlio Corrado, che Urbano II aveva prevaricato ed indotto a ribellione contro suo padre. Questo scellerato principe, applaudito con gioia feroce dalla corte di Roma, pubblicò infami calunnie contro suo padre, pensando così oltraggiare la gloria di lui, sè difendere. Riconosciuto dai papi per re d'Italia, cinse la corona di ferro a Monza. Ma, dopo otto anni di guerra civile morì disprezzato da coloro stessi che alla rivolta lo avevano spinto e che ne avevano profittato. Enrico si ritirò in Germania.
Diremo le ultime cose di lui con le parole del Sismondi, il quale le ha tolte al Sigonio e questi ad Ottone frisingense, ed a Sigeberto gemblacense.
Dopo la sua ritirata, Enrico non ebbe altra cura che restituire la pace alla Chiesa ed all'impero. Quantunque perseguitato dalle scomuniche dei papi, e' non sembrò punto occuparsi a farne cessare gli oltraggi. Aveva anzi pensato di abdicare la corona in favore dell'altro suo figlio Enrico V, con la speranza che il ravvicinamento tornerebbe più facile fra due antagonisti, l'amor proprio dei quali non fosse stato inasprito ancora da lunga discordia. Questo progetto, che Enrico non mandò a termine, infiammò l'ambizione del giovane principe. Il papa Pasquale II, il di cui odio religioso mai si placava, per mezzo dei suoi emissarii infervorò un figlio, cui sete colpevole di regno allucinava già. Gli rappresentò il delitto che meditava come azione santa e gloriosa, ed alla rivolta lo determinò.
Una dieta erasi convocata a Magonza pel giorno di Natale. I partigiani del giovane Enrico eranvi convenuti in folla: niuna assemblea nazionale da lungo tempo non erasi mostrata così numerosa. Il giovane Enrico consigliò al re suo padre di punto non avventurarsi fra gente, la di cui fedeltà si appalesava, se non altro, dubbiosa. L'imperatore si tenne all'avviso di suo figlio, di cui non sospettava ancora tutta la fellonia, e si ritirò al castello di Ingelheim. Come egli quivi faceva dimora, gli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Worms, inviati della dieta, si presentarono a lui, e gl'imposero a nome di quella rimettere loro gli ornamenti imperiali--vale a dire corona, anello e porpora, perchè e' ne rivestissero suo figlio.
--Ma perchè dunque i principi ed i vescovi della dieta ci hanno eglino deposto? domanda Enrico.
--Perchè? risponde l'arcivescovo di Magonza, perchè da lunghi anni tu hai straziata la Chiesa di Dio per cause odievoli, perchè tu hai venduti i vescovadi, le abbazie e le dignità ecclesiastiche, perchè tu non hai giammai osservati i canoni nell'elezione dei vescovi, e fieramente al papa ti sei ribellato. Per tutti questi motivi è piaciuto al sovrano pontefice ed ai principi di Lamagna di respingerti non solamente dalla comunione dei fedeli, ma cavarti ancora dal possedimento del trono.
--Ma voi, riprende l'imperatore, voi arcivescovi di Magonza e di Colonia, voi che ci accusate di aver vendute le dignità ecclesiastiche, voi, vescovo di Worms, diteci almeno quale è stato il prezzo che abbiamo ricavato da voi, quando v'investimmo delle chiese più opulenti e più possenti del nostro impero? Dite, parlate dunque, ripetete qui al nostro cospetto, al cospetto del vostro sovrano e del vostro benefattore, ripetete le calunnie che avete vomitate nella dieta, fateci arrossire, per Dio; e noi diremo che giusto è il decreto dei principi, dovuta la deposizione. Ebbene, voi tacete? ecco, ecco che cosa sono le vostre accuse, vituperati! Ma se vi è forza convenire e confessare che da voi nulla abbiamo dimandato, dite, per Dio, dite perchè voi vi siete accoppiati ai nostri detrattori, mentre la vostra coscienza vi rammentava che, verso di voi almeno, noi ci eravamo conformati ai nostri doveri? Perchè vi siete voi congiunti a coloro che hanno forfatto alla loro fede, ed al giuramento al loro principe? Perchè vi mettete voi alla loro testa?
Alcuno di quei prelati, non rispondendo, e vedendoli Enrico col capo chino, arrossire e confondersi, continuò:
--Fate bene a tacere, vi salverete almeno così dall'onta dell'impudenza. Ma pazientate ancora qualche giorno, attendete il termine naturale della nostra vita, perchè la nostra età e le nostre pene indicano troppo non dover esser lontano. Ovvero, se vi piace e vi torna levarci il regno, fissate almeno il giorno nel quale, con le nostre proprie mani, caveremo della nostra testa canuta la corona e ne orneremo quella di nostro figlio.
--Enrico, scoppia infine l'arcivescovo di Magonza, noi non siamo venuti qui per teco garrir di parole, nè altra ne diremo con uno scomunicato, con un principe che ha desolato il paese da Dio commessogli a governare. Se di tuo piacimento non ti presti a darci gli ornamenti imperiali, noi te li strapperemo per forza, dovessimo con essi strapparti la pelle e la vita; perchè di quest'ordine siamo stati incaricati.
A questo duro favellare, Enrico guarda in fronte con un misto di sdegno e di disprezzo l'altero prelato, poi sclama:
--Codardo!
E senza aggiunger altro, esce dalla sala. Avendo però preso consiglio dal piccolo numero d'amici che gli rimanevano ancora vicino, e vedendo che lo circondavano uomini d'armi molti e risoluti, e che per allora ogni atto di resistenza riusciva impossibile, si fece apportare gli ornamenti ed il mantello reale, poi salì sul trono, e comandò si chiamassero i prelati.
--Eccole, egli disse, queste divise di dignità reale che la volontà unanime dei principi dello Stato e la bontà del re dei secoli ci avevano concesse. Noi non impiegheremo la forza per difenderle: perocchè non avevamo mai preveduto tradimento domestico, nè contro di esso ci eravamo messi in guardia. Mercè al cielo che ci accordò il favore di non mai sospettare tanto furore presso i nostri amici, tanta empietà nei nostri figli! Nondimeno, con l'aiuto di Dio, il vostro pudore difenderà forse ancora la nostra corona. Ma se voi, al contrario, siete insensibili al timore di Dio che protegge i re, ed alla perdita del vostro onore, noi sopporteremo dalle vostre mani una violenza che punto non abbiamo mezzi di respingere.
A questo discorso i deputati esitano. Ma l'arcivescovo di Magonza, vedendo che i suoi colleghi s'infievolivano, e davano adito a più nobili sentimenti e forse a pietà, grida come forsennato:
--Perchè bilanciate voi? Non siamo noi forse coloro a cui si appartiene consacrare i re ed onorarli della porpora? Ebbene, se per cattiva scelta un dì ne abbiamo rivestito costui, oggi, ravveduti, a noi si conviene spogliarnelo.
E sì dicendo si gitta addosso al vecchio monarca, gli svelle dalla testa la corona, lo forza a discender dal trono, e lo spoglia del mantello di porpora e degli ornamenti reali. Enrico frattanto, alzando terribile la voce, grida:
--Dio! vedi la condotta di costoro. Tu ci fai sopportare la pena dei peccati della giovinezza; tu ci sottometti ad ignominia che giammai re non patì innanti di noi. Ma costoro che hanno violato il sacramento che a noi li legava, costoro non isfuggiranno all'ira tua, tu li punirai--tu li punirai come punisti l'apostolo che tradì il suo maestro.
Gli arcivescovi disprezzarono le minaccie, e ritornarono al figlio di lui per consacrarlo. Il vecchio Enrico frattanto si rinchiuse in Lovanio. Bentosto i suoi amici in folla gli si raccolsero intorno, e gli promisero il loro aiuto per ricuperare la svillaneggiata autorità. Formarono ancora poderoso esercito; il padre ed il figlio marciarono l'uno contro l'altro, e nel primo scontro il figlio fu battuto e volto in fuga. Ma avendo questi, il giovane Enrico, raccozzate le sue truppe, le riconduce al combattimento. In questa seconda puntaglia il vecchio è vinto. Caduto in potere dei suoi nemici, egli è tradotto al cospetto di suo figlio.
In una lettera ch'egli dirige a Filippo, re di Francia, intorno a quell'epoca 1106, si esprime così:
«Appena lo vidi, toccato fino al fondo del cuore di dolore altrettanto che di paterna affezione, io mi gittai ai piedi di lui, lo supplicai, lo scongiurai in nome di Dio, della sua fede, della salute della sua anima, che anche quando i miei peccati avessero meritato che io fossi punito dalla mano di Dio, si astenesse egli almeno di macchiare, facendomi vilipendio, la sua anima, il suo onore ed il suo nome: imperciocchè giammai alcuna sanzione, alcuna legge divina eresse i figli vendicatori delle colpe dei padri!»
Nondimanco Enrico fu tenuto prigione e gli furono fatti oltraggi e contumelie da destare orrore. In quella lettera a Filippo egli ne annovera alcuni e soggiunge:
«Per non dir niente degli obbrobrii, delle ingiurie, delle minacce, dei pugnali drizzati sulla mia testa dove io non facessi quanto mi veniva imposto, della fame e della sete che io soffriva pel ministero di gente che mi tornava ingiurioso vedere ed intendere; per non dire, ciò che era più doloroso ancora, che io altra volta era stato felice!»
Pure, ridotto qual si vedeva a tale grado di miserie, gli venne fatto fuggire. Si rifugiò a Spira--nel tempio che egli sontuoso aveva fatto fabbricare alla Vergine, e dimandò al vescovo della città di accordargli di che vivere. Il vescovo si ricusò. Enrico soggiunse, che era ancor proprio a riempire l'officio di chierico, perchè sapeva leggere e servire il coro. Ma come anche quest'umile domanda gli respinsero, egli allora si volge agli assistenti e parla:
--Ma voi almeno, miei amici, abbiate pietà di me. Vedete che la mano del Signore mi ha colpito.
Nessuno risponde da prima, poi si ode un murmure sordo che egli era evaso di prigione e che bisognava rifarlo cattivo. A tale minaccia, malato, estenuato di fame e di sete, il misero monarca fugge e va a procurarsi rifugio a Liegi. Ma neppur quivi rimane tranquillo. Allora scrive a suo figlio:
«Ma lasciatemi, per amore di Dio, vivere a Liegi, se non da imperatore almeno da uomo che vi ha cercato ricovero. Che non sia giammai detto, ad onta mia o piuttosto ad onta comune, che il figlio dei Cesari sia stato obbligato ad errar senza asilo nel tempo di Pasqua!»