Il re dei re, vol. 4 Convoglio diretto nell'XI secolo

Part 7

Chapter 73,573 wordsPublic domain

E così Ildebrando esulava da Roma, cui per trentacinque anni aveva contristata di sue innovazioni, di sue pretensioni, col dispotismo, col renderla scopo dello sdegno di tanti nemici, coll'istrapparle il residuo di libero governo che ancora le rimaneva, con farla devastare e bruciare da eserciti stranieri, e spogliarla di ricchezze, di onore, di virtù, di brio e di valore, con imporle infine il teocratico giogo, cui da lui in poi, per sforzi che avesse fatti e molti e generosi, non ha saputo mai più togliersi. Egli ne usci corrucciato, fiero nel volto e nei pensieri, disprezzandola, maledicendola, disegnando in sua mente tornarvi, quando che fosse, come il Guiscardo vi era venuto, e punirla della ribalda fellonia. Ne usciva esecrato, schernito, vilipeso per porta Lateranense--nel punto stesso che il fratel suo, tanto perseguitato ed odiato, l'antipapa Clemente, festeggiato e tra le ovazioni del popolo vi entrava per porta Toscana.

Roberto, alla testa del suo esercito, precedeva il pontefice. Al suo fianco cavalcava la duchessa Sigelgaita, cui teneva dietro il suo novello scudiere e favorito, Rolando da Siena.

II.

Queste colte sull'Emo, Queste colte in Tessaglia erbe omicide Pieghin colui che del mio mal si ride.

REDI.

Sigelgaita procedeva a fianco del suo consorte cupa e distratta. Rispondeva a monosillabi, o non rispondeva niente affatto alle domande che questi le indirizzava--e molto meno a quelle del pontefice che, dopo aversi lasciata Roma alle spalle, dal corpo dell'esercito era passato alla fronte. Solamente di tanto in tanto Sigelgaita si volgeva al suo scudiero per dirgli ora una cosa, ora un'altra, e chiedergli conto di alcun oggetto o di alcuna persona. Il pontefice guardò in cagnesco Rolando, da lui fulminato di scomunica, ma non fece mostra conoscerlo nè rammentarsi di lui. Egli lo scorgeva in tanto favore della duchessa, altera e dispotica e comprendeva che vanamente avrebbe porte rimostranze. Nè Roberto se ne incaricò di vantaggio; consapevole dei modi di Sigelgaita. Che anzi, fino ad un certo segno si piacque aver tirato dalla sua uomo tanto ardito e tanto prode. Così che, mossero da prima per Montecassino, dove l'abate Desiderio di ogni bello accoglimento li festeggiò, e subito dopo per Salerno--allora la padrona dei mari.

Una sera il medico Guarimponto venne introdotto dalla duchessa Sigelgaita.

Da due giorni ella infermava; nè i consigli, nè la dottrina del celebre Costantino d'Africa, cancelliere del duca e dotto medico, avevano potuto convincerla che di assai poco momento quel suo malessere fosse.

Guarimponto era anch'esso uomo di grande fama e bell'ornamento della scuola salernitana, allora e poi sì rinomata. Poteva contare settant'anni. Alto della persona, cui nemmeno l'età e l'abitudine allo studio avevano incurvata, portava capelli corti e barba assai lunga, avendo conservato il costume longobardo, longobardo esso stesso e fiero da non aver voluto mai piegarsi nè agli usi, nè al dispotismo normanno, nuovi padroni di Salerno. La sua bianca barba gli scendeva profusa sul petto e con assai maestà spiccava sulla di lui tunica chermisina. Egli ostentava gravità, o meglio malinconia. Perocchè si compiaceva assicurare di non aver giammai riso, dal dì che il suo allievo Gisulfo fu costretto esulare dalla dimora e dagli Stati del padre suo. Un paio di occhi grigi però, vivaci ed irrequieti, che scintillavano nelle orbite incavernate, sopra le quali irte, folte, e nere tuttavia, sporgevano le ciglia, indicavano, egualmente che il naso volto della punta all'insù, che assai lungi della tristezza e più vicino alla tristizia egli fosse. La sciatica--ed e' vantava le più brillanti guarigioni di questa malattia, ed i più sicuri lattovari--la sciatica gli aveva rattratta una gamba; così che la strascicava dritta ed inflessibile come stecco, e, camminando, sembrava ad ogni passo fare una riverenza. Cosa che assai gli toglieva di serietà, maggiormente perchè, fingendo il divagato, lasciava strisciar nella polvere il lungo suo manto scarlatto, sopra del quale i monelli delle piazze, quando ei passava, sedevano e si compiacevano farsi da lui saporitamente rimorchiare.

Guarimponto si presentò alla duchessa, cui aveva conosciuta fanciulla ed addestrata alla musica ed alla gramatica. Giunto sotto l'arco della porta, si ferma per contemplarla. Poi, dopo essere stato alcuni instanti in quella postura, tira innanzi così angaione, e giunto al letto dell'inferma gitta un sospiro e sclama:

--_Fugit irreparabile tempus!_ Gli antichi simularono il tempo sotto la figura di Saturno che divorava i suoi figli, e furono sciocchi. Conciofossecosachè ciò che si divora si smaltisce; ciò che si smaltisce muta di forma, ciò che muta di forma non si riconosce più, ciò che non si riconosce più si obblia, e noi--noi mastro Guarimponto ricordiamo di voi, vi abbiamo ricordata sempre, leggiadra duchessa Sigelgaita, degna di migliore ventura!

--Mastro Guarimponto, l'interrompe Sigelgaita, abbiamo bisogno di te e della tua dottrina, non del tuo compatimento. Noi stiamo male.

--La dottrina è una grazia che Iddio concede ai suoi eletti come il sole, perchè illumini tutti e tutti se ne possano giovare. Per la qual cosa, nostra bella duchessa, noi non ci rifiuteremo mai ai vostri bisogni; ed eccoci qui per iscacciare, con la spada di Azzaele, l'angelo della malattia che vorrebbe stendere la mano sulla vostra persona. Dite dunque, dov'è che avete male, duchessa? Datemi qui il vostro polso, perchè la sfigmica è come la vôlta cristallina dell'empireo, sopra la quale si chiodano le stelle, ed in essa il medico, che ha l'occhio della scienza, legge il principio di malignità che s'insinua nella fibra della macchina umana. Dite dunque, bella duchessa, dov'è che avete male?

Sigelgaita provava irresistibile tentazione di far gittare dalle finestre mastro Guarimponto; non pertanto si contenne ancora e rispose:

--Male al cuore.

--In fatti, bella duchessa, deve esser così! E se la luce di quella finestra non fosse stata attenuata tanto, e le tenebre non cominciassero ad involvere la terra ed il mare, io ve lo avrei detto dal bel principio, perchè si legge già dal _palloris vultus, anxietatis, membrorum tremoris, difficilis respirationis, oculorum languoris_, ed altro che Avicenna soggiunge, trattarsi _de cordis affectione_. Ed Aetio, nel secondo de' Tetrabibli, ha giudicato che _celerrima pernicie instat corde affecto_.

Sigelgaita sentiva scoppiarsi. Si solleva dunque sul letto ed ordina alle sue damigelle:

--Uscite.

Poi voltasi a Rolando, che dall'altro lato del letto, con le braccia conserte, guardava il famoso Guarimponto, gli ordina:

--Chiudete l'uscio. Quindi rizzatasi affatto sulla metà della persona, grida:

--Che la peste ti soffochi, pezzo di birbo, tocco d'asino. Dove vedi tu dunque tutte codeste corbellerie che ci hai spacciate, e codesta pernicie nel nostro male, se noi stiamo meglio di te, meglio di una sposa che va a nozze, meglio del diavolo che ti porti?

--_Euge serve bone et fidelis!_ sclama Guarimponto senza scomporsi, dopo aver udita fino alla fine la collerica diatriba della duchessa. Sempre la stessa, sempre quel brio, sempre quella vita e quell'ardimento! Noi credevamo che vi foste mutata, e perciò appunto abbiamo voluto stuzzicare la vostra pazienza, come l'alcali stuzzica lo starnuto--che, se nol sapete, è _diaphragmatis contractio_ come lo ha definito Egineta. Ma no, bella duchessa, _summa cum animi lætitia_ noi vi troviamo sempre la stessa, sempre la Semiramide del nostro secolo.

--Per le sante ossa di Caino quest'uomo ci farà perdere la pazienza, mormora Sigelgaita rivolta a Rolando.

Rolando non le risponde. Ma girando dall'altro lato del letto, si appressa al medico, e mettendogli una mano sulla spalla, con una grazia che il povero medico si senti quasi slogar la clavicola e si piegò, gli dice:

--Senti, compare. Che abbi voluto celiare fin qui, chè anche noi abbiamo fatto da burla, te lo perdono. Ma adesso, poni mente a ciò che madonna sarà per dirti, e ponci mente veh! perchè se niente niente mi avveggo che ti torna la frega delle parole latine e di dir cose che noi non comprendiamo, netto e sollecito ti gitto dalla finestra. Mi hai capito?

--Voi vi spiegate con una facondia che incanta, messere! balbetta Guarimponto, grattandosi la spalla intormentita. Andiamo dunque in nome di Dio! Giacchè nulla vi bisogna dalla nostra scienza, e badate bene che la medicina è scienza, avvegnachè quel guastamestieri d'Ippocrate la dica _ars longa_... perdono! avete detto che non volete latino. Dunque cosa ci avete a richiedere, se nulla dalla nostra sapienza vi occorre?

--Ecco qui, mastro Guarimponto. Noi sappiamo da lungo tempo come tu sii famoso nel cavar dall'altro mondo i morti e mandarci i vivi di questo...

--Voi dite la verità, bella duchessa.

--Non c'interrompere. Sappiamo pure che niuno meglio di te conosce le virtù secrete delle piante e delle pietre, non che degli animali...

--Che vivono nei quattro elementi; dappoichè noi siamo di avviso che anche nel fuoco vi debbano essere bestie...

--Ma pel vero Iddio, Guarimponto, abbiam detto che non vogliamo essere interrotta, comprendi?

--_Parce mihi_... scusate, dimentichiamo sempre che quel galantuomo abborre dal latino, come _natura haborret a vacuo_... scusate, scusate. Questo maledetto latino ci piove in bocca come la manna nel deserto. Sicchè non v'interromperemo più. Favellate, bella duchessa.

--Ebbene, maestro Guarimponto, saresti tu al caso di distillarci un qualche succo, o darci qualche polvere che sapesse insinuare nelle vene di un uomo morte lenta ed inevitabile?

--Non altro che questo?

--Saresti tu dunque capace?

--Ih!! Ma volete voi avvelenare mezzo il genere umano? Maestro Guarimponto vi darà tal filtro da non farlo vivere due ore.

S. Pier Damiano chiamava quest'uomo _vir videlicet honestissimus_. Ah! come i santi s'ingannano sovente!

--Noi non chiediamo più di quel che ti abbiam detto, Guarimponto, riprende la duchessa. In questa borsa son cento monete d'oro per comprare il tuo veleno ed il tuo silenzio. Quell'uomo ha un pugnale per guarirti della malattia di rivelare i segreti.

--Lasciamo stare i pugnali, bella duchessa. Noi non conosciamo ancora, benchè tutto noi conoscessimo, un contraveleno per la pianta pugnale. Non vogliamo perciò assoggettarci a quell'esperimento, perchè la nostra grande opera il _Passionarius_ non è compiuta ancora. E voi vedete qual grave danno verrebbe alla scienza ed al mondo se questo lavoro restasse non finito! Sicchè dunque, bella duchessa, accettiamo invece gli _schifati_, che graziosamente ci offrite, onde potessimo continuare le nostre sperienze, e dimonstrare, come per un dente cavato ad un filosofo dell'_isola_ di Delfo e' fosse morto, essendo che _la midolla del dente, avendo nel cerebro principato, al crepare del dente discese nel pulmone e l'uccise_ (_lib. 1, c. 17, p. 44._).

--Un momento. Quanto tempo per operare vorreste dare a codesto vostro specifico?

--Quanto ve ne piace, bella duchessa, risponde il dottore. L'ordinaria sua incubazione è di un anno... Se vorreste che gliene accordassimo meno...

--Sì: qualche mese ancora di meno.

--Ebbene il vostro piacimento sarà fatto.

--Bada però ch'e' non possa essere neutralizzato da altro antidoto.

--Questo è difficile, madonna, sclama Guarimponto sospirando. Perchè vi ha un uomo, un demonio dovremmo dire, Costantino d'Africa, il quale, al pari di noi, conosce i segreti della natura. Egli potrebbe... ma all'uopo, se ciò accadesse, noi vi provvederemo di altro lattovaro che accelerarebbe la catastrofe e che neppure il prezioso sangue della fenice avrebbe virtù di annullare--e sì che tutte le potenze malefiche il sangue della fenice annulla! come ha detto Averroe.

--Va dunque, Guarimponto, e ricordati che hai promesso al mondo ed alla scienza di terminare la tua famosa opera del _Passionarius_.

Alcuni giorni dopo, Roberto Guiscardo era sorpreso da indefinibile malessere, sì che il suo cancelliero, Costantino d'Africa, vanamente ogni sapienza adoperò. Perocchè al bravo uomo non andava mai la testa ai lavori del suo degno collega Guarimponto, e si ostinava a credere quell'infermità prodotto dell'aria infetta di Roma. Roberto ritornò in Grecia, dove aveva lasciato il figliuolo Boemondo a proseguire i suoi conquisti. E questo valoroso principe, nel tempo stesso che il padre sbaragliava a Roma l'esercito dell'imperatore d'Occidente, fugava in Bulgaria l'imperatore d'Oriente. Roberto pose in armi grosse flottiglie, ed incontrato il navile greco unito al veneziano, fra l'isola di Corfù e di Cefalonia, lo ruppe, mandò a fondo molte galee, fece 2500 prigionieri, ed i rimanenti fugò. L'eroe di questa vittoria fu Boemondo. Guiscardo disegnava lasciargli il ducato di Puglia e di Calabria, in luogo di Ruggiero.

Sigelgaita comprese il pensiero di lui. Ella amava a dismisura questo suo figliuolo. Eppure non disse motto. Solamente alcuni dì dopo, Boemondo infermava gravemente, a tal che fu obbligato passare in Italia, dove, ch'il crederebbe? per forte somma di oro Guarimponto lo guarì, ed assai facilmente, ed in molto poco tempo.

Roberto intanto di sua infermità non riavevasi--e bene tutte le mattine sorbiva disgustosa cervogia che a quest'uopo gli preparava la dotta ed amorosa duchessa! Infine, mentre intendeva tutto a ridurre Cefalonia ribellata, e ne conduceva l'assedio col suo figliuolo Ruggiero, una mattina fu sorpreso da più grave malore. Per curarsene, si fece trasportare a Casopoli, piccolo castello sul promontorio di Corfù, e la duchessa andò con lui per assisterlo. Il male non cedè punto. Ed il dì 6 di luglio il suo medico lo aveva abbandonato, il suo confessore gli aveva resi gli ultimi uffici di cristiano. Vestito dell'abito di frate, i capelli e la barba coperti di cenere, Guiscardo agonizzava. Vicino al suo letto non erano che due persone. Uscì in fine da lungo accesso di letargia, e dimandò da bere. Una di quelle persone gliene porge.

--È fuoco che mi avete apprestato! egli sclama.

Uno scroscio di riso è la risposta che gli si dà. Allora Roberto apre gli occhi, e vede Sigelgaita innanzi al suo letto. Questa lo sta a considerare un instante cogli occhi divaricati, poi si accosta più da presso e gli mormora:

--Monsignore, adesso che andate gloriosamente all'inferno, ricordate di salutarci la vostra bella e virtuosa Alberada.

Roberto le fissa addosso gli occhi incristalliti, poi gitta un sospiro e si volge dall'altro lato. Dall'altro lato gli si presenta Rolando da Siena che ghignava diabolicamente. Allora terribile pensiero gli corre alla mente, e forse tutto il nefando ed il laido di quella storia comprende. Fa uno sforzo onde sollevarsi sui guanciali un momento; le pupille acquistano un baleno di fulgore vitale, e la mano alza, quasi avesse voluto fulminarli di una maledizione. Poi cambia d'aspetto incontanente. Le guance tornano pallide, le braccia accoglie a croce sul petto, gli sguardi dirige al cielo, dice con voce chiara: Dio vi perdoni! Chiude gli occhi e ricade supino sul letto.

Quei due gli si accostano per contemplarlo ancora. Era morto! Si dettero un bacio ed uscirono.

Questo fu il compianto che l'ultimo sospiro di Roberto Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, accompagnava. Questa la fine di un uomo che aveva vissuti settant'anni di gloria, fondato un regno ed una dinastia, non mai conosciuta la sconfitta, e che il più grande, il più prode, il più generoso dei tempi suoi fu pure, malgrado le sue colpe, malgrado i suoi difetti.

Le ossa attendono il finale giudizio del Signore nella cattedrale di Venosa; abbiano requie, se vistosa tomba non hanno.

* * * * *

Gregorio VII lo aveva anteceduto di qualche mese.

III.

Vi lascia, e mesto e solo, Senza più speme e con la morte in faccia Va in altra parte di un sepolcro in traccia

CRONECK.

Appena Gregorio toccò la terra dell'esilio sembrò avesse perduta tutta quella sua potente energia. Mandò suo legato in Lamagna Ottone vescovo di Ostia, in cui trasfuse i suoi principii ed i suoi poteri, e stette. Stette come torre sublime che sfida i secoli, e sfida gli uragani. Era stanco. Aveva fatto troppo sciupo delle sue forze morali; voleva riposarsi. Nè il desiderio gli mancò di riposarsi in Dio! Non già che intieramente non guardasse il presente. Novelle spiacevoli gli giungevano sempre da ogni verso, ed ei rifuggiva ormai da dolori, a cui non sapeva prestar rimedio--nemmeno quello della pazienza e della rassegnazione. Le cose attuali andavano male. I suoi grandi sforzi erano stati inutili; i suoi principii non prevalsi, e le sue parole non aveano fruttificato. Si compiaceva perciò contemplar meglio il passato; il passato che sì forte e sì glorioso era stato per lui! I due suoi più odiati nemici trionfavano. Enrico trionfava in Lamagna, Guiberto in Roma; nè alcuno rammentava più di lui, se non come un oggetto di spavento e di abbominio, che, dopo aver prodotti tanti mali, codardamente si era ritirato senza aver compiuta l'opera, senza aver combattuto sino alla fine. Ciò lo contristava; ciò aumentava quella cascaggine di membra che i dolori dello spirito avevano destata in lui e l'infievolivano ogni dì peggio. Ma egli comprendeva, per quella vasta mente che avea sì vasto disegno concepito, egli comprendeva che i tempi non lo propiziavano più, e che bastava aver ardito di seminare le sue dottrine, perchè altri secoli ed altri uomini le avrebbero maturate, avrebbero mietuti i frutti.

Inoltre chi non sa che il vigore dell'anima si accompagna sempre col vigore del corpo? E la fibra d'Ildebrando era usata con le pratiche di penitenza, a cui fin da fanciullo nei rigori del chiostro aveva dovuto piegarsi; usata dal lungo viaggiare per tutte le contrade di Europa; usata da quella malvagia passione che chiamasi studio--e lunghe e penose veglie egli aveva sopportate per addottrinarsi nella difficile scienza dei padri--e lenta una tisi o corporale o mentale con le notturne lucubrazioni nella macchina si insinua! Usata infine per le protratte tensioni dello spirito, per i dissapori che senza conto aveva sorbiti, per le gioie inaspettate, per gigantescamente concepire e vegliare che il disegno s'incarni, per le passioni indomite, selvaggie, ferrigne che si disputavano il suo cuore, per l'amara necessità di reprimere gl'impeti di un temperamento di bronzo, sì che Pietro Damiano lo chiamava il _clavigero apostolo_, per il tarlo inesorabile della coscienza che alcune sue azioni non sante gli riproduceva incessante, per il martirio infine dell'esilio che è il più crudele dei martirii. Ond'è che in sul finire di aprile del 1085 la lassezza era giunta a tale che non gli permise più levarsi da letto. Ebbe bene Costantino Africano, mandatogli da Roberto, a mettere in uso tutta la sua perizia. Il languore camminava a gran passi, e col languore la morte. Il suo principio vitale era consunto: la sua lampada brillava di luce vacillante.

Intorno a lui, senza mai darsi tregua nè mai per giorno o per notte pigliar riposo, si affaccendava un giovane paggio lasciatogli da Sigelgaita, che cure di figlio gli profondeva. Questo paggio, innanzi al mondo si chiamava Corrado ed era quegli appunto di Baccelardo, ma innanzi ad Ildebrando quel paggio era Guaidalmira--e tutta la misera storia di lei egli già conosceva! Ma che può fare l'amore quando il dito di Dio ha l'ora fatale designata, che può fare se non addolcirla e spargerla di fiori e di speranze!

Sul cominciare di maggio, Gregorio si sentiva ancora più male. Si convocò intorno quei pochi vescovi che ancora gli rimanevano fedeli, e che con lui dividevano il pane dell'esilio. E come costernati ed afflitti li vedeva a fargli corona, dal suo paggio e dal cardinale Ugo Candido, il quale aveva cercato riconciliarsi con lui sapendolo non lontano dal morire, si fe' sollevare alquanto sui guanciali, e per voce indebolita e lenta, col volto estenuato e cadaverico, con gli occhi incavernati, ma sempre lucidi e fieri, parlò:

--Diletti fratelli! L'ora mia è arrivata. Poco bene ho fatto quaggiù; ma in questo momento di morte mi consola il testimonio della coscienza, giammai avere agito contro il dettame di essa, ed il poter dire: Ho amata la giustizia, ho odiata l'iniquità.

--Ah! santo padre, in quali tempi difficili ed in quali triboli ci lasciate, dando in un dirotto pianto l'arcivescovo di Salerno sclamò.

--Confortatevi, fratelli, risponde Gregorio, fra breve sarò d'innanzi all'Eterno, e raccomanderò a lui i miei figli e la mia Chiesa. Confortatevi come i discepoli di Gesù si confortarono della sua morte. Avete detto che i tempi son difficili, e ben diceste. Perciò appunto rivestitevi della costanza degli apostoli, e brandendo la spada di Paolo, con la carità e con la forza spargete sulla terra le mie parole: perocchè, in vero vi dico, che le saranno messe di grandezza per la Chiesa e per i suoi sacerdoti, e di gloria sì per loro che pel Dio d'Israello.

--Oh! santo padre, chi ci reggerà dei suoi consigli, chi ci illuminerà con la sua sapienza dopo che voi sarete ritornato nelle gioie del Signore?

--Figliuoli miei, il mio testamento è di coraggio e di pazienza, continua Gregorio. Io ho dato cominciamento ad un'opera che richiede costanza, santità di costume, fiducia in Dio, vigore di mente e di braccio, e l'inflessibilità di non ismarrirsi per rovescio, non istancarsi per lavoro. Chi si sente forte e santo abbastanza pel cimento, concorra alla terribile dignità dell'apostolato. Io credo idonei già e maturi a tanto ministero, Ugo vescovo di Lione, Ottone vescovo di Ostia, e Desiderio abate di Montecassino.

--E noi no? l'interruppe Ugo Candido.

Gregorio finge non udirlo e prosegue:

--Iddio illuminerà coloro che tal capo dovranno eleggersi. Ora, figliuoli miei, andate. Io vi ho chiamati per darvi la mia estrema benedizione, e per chiedervi perdono se mai opera o parola mia vi avesse offesi e scandalizzati. Non occorre che voi perdiate maggior tempo intorno ad un vecchio, che nulla più può fare alla vigna del Signore e che picchia dei piedi la fossa. Andate, spargetevi per la terra, e soccorrete il debole, rialzate il caduto, ristorate il vacillante, edificate l'incredulo, e punite gli ostinati. Ma sopra tutto, i figli d'Italia persuadete che si leghino fra loro, e giogo di despoti e vituperio straniero non sopportino. Voi non avete più che farmi. Vi ringrazio delle cure che mi prodigaste; ma più che me, ora la Chiesa ha bisogno di voi. Andate, figliuoli, ed in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo vi benedico.

Tutti quei circostanti, caduti in ginocchio, gli baciano la mano, e bagnati da molte lagrime, ed oppressi da sincero dolore partono.

Non partì già Ugo Candido, non Guaidalmira.