Il re dei re, vol. 4 Convoglio diretto nell'XI secolo

Part 5

Chapter 53,852 wordsPublic domain

--Sentite a me, pontefice, farete poi il commento a codesto bel passo; ma per ora contentatevi di mangiare queste guigge di cuoio comunque esse siano. Vi ripeto che domani nol potreste più. Se vi vedeste nel volto!... Io non voglio con ciò farvi paura, nè voi siete quel tale che ne avrete mai. Ma udite un mio consiglio. Voi avete bisogno di sostentamento perchè siete più vecchio di noi, e meno uso a questi regali delle guerre. Mi ricordo che al blocco di Pavia quei cani di Milanesi ci fecero stare... non so più quanti giorni digiuni. Figuratevi! Io aveva allora venti anni, ed era ridotto che il peso del pugnale mi gravava. Sa Dio poi cosa ebbero a fare per ristorare quei che sopravanzarono alla resa, chè già parecchi se l'erano colta per l'altro mondo. Dunque...

--Ma infine, Oddo, l'affare non può durare così, sclama Gregorio crollando la testa. Io son deciso: domani mi arrenderò.

--Avete detto, beato padre?...

--Che domani mi arrenderò. Già io non parlo di voi, che anzi metterò per patto alla mia dedizione che voi veniate rispettati e provveduti di viveri, finchè il pieno volere del popolo e del senato romano non vi ordini davvero di sbrattare il castello. Son sicuro che non vorranno fare difficoltà, perchè una volta che mi abbiano avuto nelle mani tutto cangia. Sa Iddio se non mi sarei volentieri lasciato morire di fame qui... Ma trascinarvi alla perdizione con me!... Qual colpa avete voi, uomini generosi, che dobbiate soffrir tanto? Eppure se avessimo potuto reggere ancora una settimana o due, chi sa? Io spero ancora in Alberada. Forse avrò torto, ma...

--Uhm! santo padre, voi non conoscete mica l'umor delle femmine. Sono come quel famoso corvo dell'arca di monsignor Noè. Figuratevi mo che ella voglia pensar più a due poveri vecchi papari, dei quali alla fin dei conti non ha poi tanto a lodarsi, e pensarvi quando, dopo non so quanti anni di prigionia, si trova libera, vicino ad un figlio e ad una mezza dozzina di mariti, con la volontà e la potenza di vendicarsi, senza forse saper che fare o poter nulla fare per giovarci... Bah! Il mondo dovrebbe esser cambiato d'assai, ed il diavolo dovrebbe fare ogni mattina la comunione, perchè colei si curasse ancora di noi. Ed io che le aveva posto amore come a figlia! Ma alla fin fine, ella ha altri doveri che la stringono più da presso, e non può tradir l'antipapa, che l'è marito, per noi che le siamo prossimo, e cattivo prossimo.

--È vero, mormora Gregorio dopo avere alquanto riflettuto. Perciò appunto domani mi arrenderò. D'altronde, io non so poi da chi possa aspettar sussidii. D'oltremonti no; perchè i Lombardi e gl'imperiali guardano le chiuse: d'oltremare potrebbe soccorrermi Guglielmo il _Conquistatore_ dall'Inghilterra; ma colui si è spiegato chiaro che non vuol saperne delle cose della Chiesa, perchè ama meglio consolidare il fatto suo. Vi sarebbe il Guiscardo da Grecia; ma anch'egli ha colà i suoi guai--e poi col Guiscardo siamo a tali termini che, a quest'ora, già contro di noi avrà patteggiato con Enrico, e forse verrà sopra Roma a danno nostro. Sicchè non saprei come Alberada possa fare per porgerci aiuti--a meno che non volesse ricordare l'esempio di Stefania, la moglie di quello sventurato Crescenzio che ha lasciato il suo immortale nome a questa fortezza. Convinciamoci dunque, messer conte, che noi siamo ben folli a sperare, come tutti coloro che sperano altrove fuori di Dio; e rassegniamoci al nostro destino. Domani alzeremo bandiera bianca.

--Siete un famoso uomo se in questo stato di cose, beato padre, conservate ancora la voglia di scherzare, dice Oddo incrociando le mani sul petto e componendo la ciera ad alcun che di ironico.. Resa! resa? Se voi favellate da senno, bisogna dire che la fame vi abbia indebolito il giudizio. Voi lo avete detto che io non posso rendermi, perchè tengo il forte pel popolo e pel senato romano, ed ancora da costoro non mi è venuto ordine di dedizione. Voi poi, quanto a voi non dovreste neppure sognarlo per ombra, perchè, mi porti il diavolo! se quei bravi figliuoli di laggiù non vi taglieranno a ghiado appena vi terranno nelle mani. Così che parmi che valga meglio morire nobilmente qui, e morire martiri, anzi che andarsi a ficcare in mano a quei demonii come un becco che s'incammina al macello.

--Ho resistito quanto ho potuto, Oddo, risponde Gregorio gittando un sospiro: sono giustificato innanzi al mondo. Ora debbo pensare a Dio, e Dio proibisce l'omicidio--cosa che io farei se, restando più lungamente qui, rimorchiassi anche voi altri nella mia ruina. Dio proibisce il suicidio. Mi uccidano essi.

--Ed avete dunque deciso?

--Domani di darmi a discrezione.

Oddo si siede con un moto di disgusto e mirando in volto Gregorio, e tentennando il capo, brontola:

--Udite me, pontefice, perchè la ragione non mi vacilla ancora. Il partito a cui volete appigliarvi è estremo, e comprendo anch'io che un giorno l'altro io stesso debba fare questa pazzia; non già per me, vedete, perchè per me non curo la vita meglio di un'asta spezzata. Ma vedervi languire così... A buoni conti forse dovremo venire al punto di tentare la fortuna della resa. Ma fino allora ci vuole ancora alcun che.

--E di che si vive? l'interrompe Gregorio.

--Di che? sclama Oddo. Abbiamo qui alcune cuoia da rosicchiare, ed io so per esperienza che con questi negozii, se non si fa stravizzo, si campa la vita. Atteniamoci dunque a questo pasto per quanti altri dì potremo, e vediamo come si mettono le cose. Abbiamo sempre tempo di arrenderci, e non giungerà mai tardi. Ma ora... per tutti i diavoli! non fosse che per decoro! Dovranno dire quei poltroni di laggiù: trista canaglia, ghiotti marrani, avevano ancora i sandali da ingoiarsi e non so quanti vecchi giacchi di bufalo; ed hanno alzata bandiera bianca? Vigliacchi del diavolo! precipitiamoli giù nelle fosse. E questo e' direbbero quei furfanti d'imperiali, mio bel papa, se noi cedessimo adesso. E qual frutto ne caveremmo poi? Saremmo svillaneggiati per avere alquanti dì più presto un capestro alla gola, e penzolare ai merli delle torri. Mai no.

--Credete voi dunque ch'essi oserebbero?... dimanda Gregorio.

--D'impiccarvi e d'impiccarci? Magari! l'interrompe Oddo. Due volte piuttosto che una. Or bene; udite me: mangiate questi correggiuoli, e figuratevi proprio ch'e' fossero asparagi. Già tutto è immaginazione. Son sicuro che quel benedetto abate di Cluny si astrarrebbe nelle nuvole di Aristotile e mangerebbe un pezzo di calcinaccio per formaggio. Fate dunque altrettanto voi. Poi si penserà alla resa. Comprendo che voi lo vorreste solo per me. Ma mi porti il diavolo! se io non lo farò per nuda considerazione di voi, quando il tempo a ciò sarà giunto. Che preme al vecchio Oddo se muore anzi di fame, come un lupo caduto in una fossa, che per un ferro di lancia nel petto, o appeso a queste nere mura come un nibbio alla porta di un castello! L'è tutt'uno: si muore sempre. Andiamo dunque, vediamo se codesti bianchi denti sanno fare ancora il loro ufficio.

--Ma a che pro? dimando io; in chi speri tu dunque, messere?

--In chi? mai nel diavolo, in Dio, nella forza degli eventi, nella gocciola d'acqua che fa straboccare il vaso, nel caso; insomma io spero in tutto, in tutti, e non spero più in alcuno. Solo per onor del mestiere non credo giunta ancora l'ora della resa. Ecco tutto. E poi davvero dunque gli uomini sono affatto birbi! E chi sa, quella povera figliuola di Alberada!... Mi dice il pensiero che poco fa noi la calunniavamo. Era così buona, così rassegnata.. no: non si dimenticherà così senza rincrescimento del suo vecchio Oddo, non fosse altro! Partì piena di una fiducia che sembrava inspirata da Dio. Mi si stringe proprio il cuore quando vi penso. Se non mi danzassero sessant'anni sul capo, direi che ne sono innamorato fradicio. Oh! sentite a me; mangiate: ella tornerà.

--Il mio partito è preso, Oddo. Domani mi vado a dare in braccio all'arcivescovo di Ravenna. Non sai tu che colui mi è fratello, messer conte?

--Lo so: me lo ha detto più di una volta Alberada.

--Ebbene, Guiberto è generoso--almeno lo era. Mi getterò in braccio a lui, ed onta sia a questo infame popolo romano che abbandona il suo padrone, onta a tutti i codardi re della terra, che sopportano l'umiliazione di colui che rappresenta il re dei re; e che è loro signor suzzerrino.

--Ma davvero dunque voi volete commettere questa minchioneria?

--Chiamala come vuoi, Oddo, sono in dovere di farla. Dovrei dar conto a Dio se altrimenti mi conducessi. Hai capito? dovrei darne conto a Dio che ha detto: _Conserva te stesso--e cadrà sul vostro capo tutto il sangue del giusto che sarà versato sulla terra_.

--Giacchè dunque in questo affare vi è entrato di mezzo Iddio, bisogna pensare come cavarcene. Per tutti i diavoli! Chi avrebbe pensato che Dio potesse venire a ficcare il naso in una scodella di cuoio bollito, ed in una rocca assediata! Ma giacchè la cosa sta così, si farà come voi dite. Però dovete lasciarvi regolare da me che m'intendo meglio di queste cose, e mi prometto di non farvi fare bestialità e codardie. La faccenda si condurrà con decoro e prudenza. Restiamo dunque fermi su ciò, e ci penseremo domani.

Ed in effetti, avendo Oddo il domani trovato risoluto Gregorio nel proposito di uscir dal castello, alza pennone bianco, e salito sulle mura dei baluardi dimanda a parlamentare. Ben presto si presenta un araldo dell'arcivescovo. Al quale fatto intendere che e' voleva andare ad abboccarsi con lui onde rendere la fortezza, l'araldo si reca al palazzo di Laterano, e torna subito con la risposta, che papa Clemente III dava sicurtà sulla sua parola per la vita e la libertà del parlamentario, ed al palazzo lo aspettava.

Oddo dimanda che queste promesse Guiberto mettesse in iscritto, e che per lui guarantissero, con la propria firma, anche Ulrico da Cosheim, Baccelardo e Goffredo di Buglione. Al che avendo assentito tutti, l'araldo riviene con la pergamena così foggiata, cui Oddo, da star dalle torri; tira su per una cordicella, e porge a leggere a Gregorio. E perchè ogni cosa andava in regola, il castellano esce, facendogli chiudere alle spalle la postierla, ed al palazzo di Laterano si conduce.

Una folla immensa di popolo e di soldati si strinse a far ressa intorno al castellano, curiosi di vedere da vicino un sì famoso uomo, che solo, con una mano di vecchi balestrieri, aveva saputo tener fronte a tanta truppa, e solo non cedere, mentre tutta Roma soggiaceva all'oste tedesca. E davvero che ognuno maravigliava, segnatamente la marmaglia, perocchè corto, smilzo e laido era il castellano. Così che gliene dicevano attorno delle belle e delle curiose. Ma Oddo non curava nè punto nè assai il cincischiare che gli facevano addosso, perchè in quel momento tutt'altro gli girava pel capo. La folla però cresceva anche peggio presso la dimora dell'arcivescovo. E non vale il dire se i soldati usassero i poderosi argomenti dei calci delle lance per tenerla addietro. Ma la serra aumentava, volendo ognuno guardarlo in viso e dir la sua; chè tra le plebaglie curiose per sè, le più curiose e facete son quelle di Napoli e di Roma. E più di tutti nella calca si addentrava un romeo, il quale, malgrado le punzonate ed i gomiti ne' fianchi che più di una volta gli mandarono manco il respiro, giunse fin presso al castellano, sì che potè zufolargli all'orecchio: Resistete!

E gli cacciò in mano una cartuccia ripiegata.

À quella voce il castellano si volge incontanente, facendo un salto: ma perchè stava per metter piede nella corte, una mano di soldati respinge il popolo a furia di percosse, ed ei si trova divelto dalla persona cui voleva riconoscere. La voce però era la sua; la carta chiudeva già in grembo; ed il consiglio di mantenersi fermo giungeva opportuno e gradito. Oddo cangia di un tratto il suo _ultimatum_.

Non è a dirsi se l'arcivescovo di Ravenna ed i caporioni dell'esercito di Enrico lo stessero ad attendere. Fu ricevuto per ogni attestato d'onore e di riverenza, come a tant'uomo convenivasi, e come coloro, prodi e generosi anch'essi, solevano verso chi la loro stima meritava. Oddo non si perdette in molte parole. Li ringraziò delle accoglienze cortesi e disse come egli non venisse già per cedere il castello, che avea avuto in consegna pel senato e pel popolo romano e che a costoro soli dovea rendere quando a lui, conte Oddo da Nemoli, sarebbe sembrata ora convenevole; ma per patteggiare la dedizione di papa Gregorio. Un lampo di gioia sfolgora nel volto a Guiberto. Di ogni passata ingiuria e di ogni durezza di Ildebrando e' si sentiva di già soddisfare. Risponde quindi che cedeva a tutte le condizioni onorevoli, col suo grado e con le rispettive posizioni conciliabili, e che ne rimetteva la proposta a lui stesso, conte Oddo da Nemoli, come colui che meglio d'ogni altro sapeva quali fossero i debiti di cavaliere e di soldato. Questo tratto di cortesia e di confidenza imbarazza Oddo. Uomo d'onore, egli conosceva fin dove le sue pretensioni potevansi estendere senza aver taccia di impudente o di sciocco. Dimanda perciò, prima di tutto, che, quanto si sarebbe convenuto rimetteva all'approvazione di Gregorio stesso--anche per aver modo di far leggere quel benedetto scritto datogli da Alberada. Poi chiese: 1.º al papa risparmiata vita e libertà egualmente che a tutti i suoi proseliti; 2.º la causa dei due pontefici è dell'imperatore discussa da venti vescovi e da venti baroni, scelti quindici dall'imperatore Enrico, quindici da lui, Gregorio, e dieci da Guglielmo il _conquistatore_ d'Inghilterra, come re neutrale; 3.º infine, la città di Roma, fino alla decisione finale del giudizio dei commissari, stabilito a Torino pel dì dell'assunzione della Vergine di quell'anno, sgombrata da ambo i partiti e lasciata al governo libero del senato e dei patrizii romani.

I due primi patti furono accettati incontanente; l'ultimo, siccome riguardava ancora l'imperatore che avea occupato la città, e l'imperatore non vi era, ributtato. Del che, essendosi contentato Oddo, che già bruciava leggere la scritta di Alberada, e che sentiva ancora risonarsi l'orecchio di quel _resistete_, si stese protocollo, firmato dall'arcivescovo e dai capitani di Enrico, ed Oddo al castello ritorna per ottenere l'assenso di Gregorio.

VIII.

Tal fean de' Persi strage: e via maggiore La fea dei Franchi il re di Sarmacante, Ch'ove il ferro volgeva o il corridore Uccidea, abbattea cavallo o fante.

_Gerus. Liber._

«Beatissimo padre, diversi pericoli del viaggio mi hanno ostato giungere molti giorni prima, e confortare il vostro coraggio. Roberto Guiscardo assedia Aversa con esercito, di trentamila fantaccini e settemila cavalli, perchè il principe di Capua, Giordano, gli ha messi ostacoli al passaggio. E' sarebbe capitato qui otto giorni più presto, se non avesse dovuto ridurre a soggezione Oria, e distruggere Canne, ribellate. Arriverà sicuro domani o diman l'altro, perchè lascerà manipolo di truppa per l'assedio di Aversa, se innanzi non si renda. Tenetevi saldo. Molte altre cose vi dirò a voce, dove che al conte Oddo riesca questa notte aprirmi la postierla del castello, e la vigilanza delle scolte non me lo impacci. Mi presenterò alla porta sulla mezzanotte varcata, e farò segnale di tre colpi: indi darò voce. Dio mi faciliti il modo di farvi pervenire questi avvisi. Benedite Alberada».

Non appena Oddo ebbe udita leggere questa scritta che cominciò a saltare come ragazzo per la gioia. Gregorio restò mutolo, nè segno alcuno di commozione dal suo volto trasparì.

--Lo diceva io, gridava il castellano fregandosi le mani gaudioso, lo diceva io che quella brava figliuola non poteva mancare? Mi porti il diavolo se non è dessa la più santa delle figlie d'Eva! Recarsi fino in Grecia! Andare a supplicare quel birbone che la ripudiò come la donna di un bovaro! Rinunziare a tutto! Affrontare Dio sa quanti guai per due... vale a dire, il tristo siete stato voi, padre beato, che le ne avete date a sorbir delle belle. Io ho fatto quanto ho potuto per addolcirne il destino. Ebbene, mi affoghi l'inferno, se da ora innanzi non la tratterò come una regina. Povera creatura! povera creatura! Ecco, maestro mio, se non è vero che il mondo è storpio per due terzi, e che le cose camminano a sproposito.

--Non lo avrei mai creduto! sclama infine Gregorio già fuori di sè da un pezzo. Due che ebbero più ingiustamente mali da me? Non lo avrei mai creduto.

--Mi porti il diavolo, se non penso anch'io così. Ma la cosa è proprio come ella la dice... però se non avete dimenticato di leggere. Per me già non mi è potuto mai entrar nella memoria quell'affare di sillabe e di lettere. Che affare, dannato! Ho domati cavalli, ho addestrati falconi, ho difese piazze e castella, ho affrontati nemici, Dio sa quanti! e quattro birbe di lettere ebbero a farmi perdere il cervello e la pazienza. Mai più, mai più. Andiamo adesso: che dobbiamo rispondere a quei bell'imbusti di laggiù? Perchè qualche cosa di sicuro dobbiamo rispondere--non fosse che per mostrarci venerati cavalieri.

--Ecco, riprese Gregorio, con tuon fermo, rilevando la testa, componendo il sembiante ad aria severa ed altera: farete loro sapere che sbrattino la città; che l'infame antipapa si constituisca nostro prigioniero nel palazzo di Vaticano; che ci diano ostaggi di sicurtà; e che gl'invasori di Roma si obblighino di aspettare il nostro _lodo_ sulla penitenza che vorremo dare loro per aver osato avvicinarsi a mano armata alla sede di Pietro. A questi, e non altri patti, noi usciremo di qui. Andate, e fate saper loro i nostri voleri.

Oddo lo guarda in volto di una maniera significativa e curiosa, poi, crollando il capo e mettendosi le mani alla cintura, soggiunge:

--Sentite, messer papa, siamo stati alcuni mesi insieme e mi dispiace che non mi abbiate ancora conosciuto. Codesta è risposta di un poltrone e di un traditore... non corrugate il ciglio, perchè con me già non caverete nulla, e bisogna che la cosa io ve la spippoli come la mi frulla pel capo. Quella risposta dunque io non posso dare, perchè io sono onorato cavaliere, e non mi piace pescarmi giusto alla vecchiaia il caro epiteto di vituperato e di folle. Uditemi bene dunque: o cangiate proposito, ed io recherò a quei valenti baroni la ragionevole vostra intenzione, ovvero, e farete meglio, salite voi lassù dei merli e dite loro scomuniche, perchè io me ne lavo le mani come il conte Pilato.

Gregorio fulmina di terribile occhiata l'ardito castellano, e senza aggiunger altro sale sulla torre, strappa il bianco vessillo, ed avvicinatosi al merlato lo precipita giù nella fossa lacerandolo, a vista degli araldi dell'oste che aspettavano risposta dal conte Oddo. Un grido di furore scoppia fra tutta la gente, che, guardando al castello, intorno adunavasi, ansiosa vedere una volta terminata una lite che di sì aspro governo travagliava la città. Gli araldi corrono al palazzo Laterano onde tenerne conto papa Clemente ed il consiglio dei baroni. Ma quivi e' trovano le cose già mutate. Imperciocchè un corriere del principe di Capua, giunto in quel punto, veniva a prevenire dell'imminente arrivo del Guiscardo. Quindi nulla più si badava alle spavalderie del cattivo Ildebrando.

Roberto era aspettato, e dal dì che giunse Rolando già considerevoli apparecchi per debitamente riceverlo approntavansi. Non si pensava però ch'e' sarebbe venuto così tosto, nè che il principe Giordano gli avesse opposta così corta resistenza. Roberto calcolò meglio le sue mosse, e marciò sopra Roma anche più presto di quel che Alberada aveva promesso al pontefice.

I baroni, partigiani dell'imperatore e dell'arcivescovo di Ravenna, tennero consiglio. Si riassunse la somma delle cose, si fe' censo delle truppe, e si stabilì un piano di difesa, giusta i consigli del Buglione, non per anco in istato di vestire le armi. La città si pose in punto d'armi, chiuse le porte, guarnite le mura ed i forti, e si attese l'oste del Guiscardo.

Il senato ed il popolo romano dall'altro lato, imbestialiti contro Gregorio che chiamava loro addosso novello guaio, dopo averli involuti in quattordici anni di sventure e di mine, risolsero ad ogni modo non volerne più di lui, e difendersi contro il duca di Puglia. Così aggiustate le cose, con minor tumulto di quel si sarebbe paventato in simile caso, si distribuirono pei rioni e sui baluardi.

In tutta la giornata non comparve alcuno, nè alcuna cosa si seppe dell'inimico. Sul far della sera però capitarono spie a spron battuto ed annunziarono, il Guiscardo avere alzati i padiglioni verso Velletri, sicchè non prima del meriggio del domani avrebbe potuto presentarsi sotto Roma. Malgrado la notizia, Guiberto ordinò alle truppe veglia d'armi sulle mura, dove accesero moltiplici fuochi, sia per iscorgere se novità accadesse laggiù nel piano, sia per dissipare la virulenta mofeta che con le tenebre si stendeva qual fitto nebbione sulla città. Sano consiglio ed accorto. Imperciocchè Roberto aveva solamente simulato di passare la notte a Velletri, ma, come le tenebre occuparono intiero il paese, egli aveva comandato togliersi il campo e cavalcar sopra Roma. Ed in effetti vi voleva ancora un tantino per l'alba, quando quei che vigilavano sugli spaldi s'avvidero di lui, e chiamarono alle armi.

Allo spuntare del sole già il Guiscardo spiegava la sua truppa verso porta Latina.

Noi non descriveremo per minuto i fatti di questo vigoroso assalto ed ostinata resistenza, per tema di fastidir quelli dei nostri lettori che non troppo bene se la dicono con la storia, e perchè ne abbiamo abbozzate veramente a sufficienza di battaglie e di opere di guerra. Basti dire, che Roberto Guiscardo, Sigelgaita coi Saraceni di Lucera cui aveva tolti a condurre, e Ruggiero, e Ben Hamed da un lato; e dall'altro Rolando, Ulrico di Cosheim, Guiberto, Baccelardo, e quanti abbiam veduti caldeggiare per Enrico, fecero miracoli di valore. Anzi Baccelardo e Guiberto, non paghi del travaglio che davano al nemico da star sulle mura, apersero porta Asinaria, oggi Lateranense, ed uscirono, per forte caricare i Saraceni ed i cavalli condotti da Ruggiero, altro figliuolo di Guiscardo. Quel fatto pose la gioia nel cuore di Roberto, che ormai vedeva i suoi vacillare; il Buglione sgomentò.

Roberto ordinò ai baroni calabresi ed ai cavalieri normanni serrarsi ad ordini spessi, perchè allora la cavalleria non formava mai più di una fila sola e rarissimamente due, non volendo, come signori, alcun combattere dietro l'altro; e si avanzò per pigliare la pugna. Il Buglione mandò più volte a scongiurare Baccelardo e l'arcivescovo che con lenta e combattuta ritirata rientrassero nella città. Ma questi, impegnati in caldo attacco, non potettero secondarlo. Goffredo cangiò piano di combattimento. E' spiccò Rolando coi cavalieri romani a rinforzarli; ma previde già che il nemico sarebbe penetrato nella piazza. Questo squadrone testeggiò i cavalieri di Roberto, ed impedì per allora che si girassero negli ordini dei soldati di Guiberto e di Baccelardo e sussidiassero i mezzo rotti Saraceni. Ulrico di Cosheim intanto coi mangani e con le frecce spazzava i Pugliesi che, accalcati a porta San Lorenzo, tentavano sfondarla; e sì maledettamente li trattò, che sbrancati corsero a cercare asilo dove più calda ferveva la mischia. All'arrivo di costoro, la cosa non bilicò più. Roberto caricò di più vigore. I soldati di Rolando piegarono, e rinculando sempre, cercarono ricovero nella città. Il duca vi si cacciò con essi.