Il re dei re, vol. 4 Convoglio diretto nell'XI secolo

Part 3

Chapter 33,764 wordsPublic domain

--Benediteci, santo padre, benediteci, sclamano tutti ad una voce, cadendo in ginocchio. E Gregorio alza la sua terribile mano e continua:

--Capitano, a voi ancora le mie grazie per la vostra prode difesa, a voi ancora le mie benedizioni. Precedete i vostri. A voi poi, messer castellano, nulla dico, perchè ogni parola malamente vi esprimerebbe l'ammirazione, e la riconoscenza che vi debbo. Siete uno di quei pochi uomini che nella mia difficile carriera ho trovati più probi e di sentimenti più nobili. Con vero dolore mi accommiato da voi. Fate aprire le porte del castello ed uscite alla testa della guarnigione; perchè non istà bene che la fame abbia a privare la terra di così eletto modello di uomini. Io penserò a richiudervi dietro le porte.

Oddo fa un movimento di dispetto, alza le spalle e volge altrove la testa. Gregorio continua:

--E voi ancora, sacerdoti di Dio, dice volgendosi ai prigionieri, andate in pace. Se mi chiamaste severo perchè volli ritrarvi, anche vostro malgrado, dalla via dell'iniquità, e rammentarvi l'augusto vostro dovere, verrà il dì che mi renderete giustizia; e guai a voi se fino a quell'ora non vi sarete ravveduti. Andate, andate tutti. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo vi benedico.

E sì parlando, alzava di nuovo quella destra tremenda che avea scossi i sogli d'Europa, e benediceva quella gente, che, sciolta in lagrime e caduta in ginocchio, protestava altamente voler morire con lui. Ma Gregorio non accetta il generoso sacrifizio, e per quei suoi modi incisivi e quella parola autorevole a cui niuno aveva forza resistere, reitera l'ordine al castellano di aprire le porte.

Il conte Oddo non replica verbo. Si avanza ad una porta di soccorso e, fattesi recare le chiavi, comanda si togliessero le spranghe ed alzassero le cataratte, ed apre. Allora quei soldati, mesti in viso e nel cuore addolorati, preceduti dalla bandiera e dal capitano, sgomberano la piazza e si costituiscono prigioni del re. Oddo rimane immobile presso la porta che avea fatta schiudere. E come ebbe veduti uscire l'un dopo l'altro tutti queglino della guarnigione di rinforzo e con essi i prigionieri, onde il nemico non avesse profittato del caso e si fosse cacciato dentro, richiude subitamente e dà le catene, ordinando al suo vecchio presidio, che era restato fermo al suo posto:

--Ritornate alle mura, voi. Mi porti il diavolo se dovrete voi correre sorte diversa da quella del vostro vecchio capitano.

E quei soldati voltano le spalle e partono. Gregorio li guarda fare senza dir motto. Appena però che si furono trovati soli, fissa gli occhi fatti lucidi dalla commozione addosso a quell'uomo, e dimanda:

--E voi, ser castellano?

--Io? borbotta Oddo. Beatissimo padre, io non ho risposta parola agli elogi che vi siete brigato di farmi, perchè andava considerando che un uomo come voi, un vecchio prete ridotto a questi estremi, non dovesse avere gran fatto la frega di andar burlando la gente. Ma a questo novello insulto, per la messa, non so starmi dal dirvi che siete veramente curioso d'umore. Io? dimandate: avreste dunque voluto che avessi accettato il vostro bel partito d'andar via così, come un ladro dal verziere, ed abbandonare il mio posto da codardo? Per la croce! qui mi ha collocato l'immortale memoria di Enrico III, col consentimento ed elezione del senato e del popolo romano. E sapete voi quel che mi disse colui quando del castello m'investì? «Bada bene, messer conte, che questa rocca, in tempi migliori, era un sepolcro, e che una volta penetrato qui dentro, niuno ne andò mai fuori se non cadavere. Tu dunque allora cederai questa piazza a chiunque si presenterà alle sue porte da nemico, e fossimo noi medesimi, quando cenere te ne verranno a cavare.» Avete udito? Io lo giurai. Ed il conte Oddo da Nemoli non ha mancato mai nè alle sue parole, nè ai suoi giuramenti. Sappiatelo.

Gregorio non risponde, ma facendogli un passo incontro, se lo stringe nelle braccia come fratello, e con voce commossa, sclama:

--Morremo insieme.

Allora la donna, ch'era restata in dietro durante tutta quella scena, si tragge avanti e dice:

--Santo padre, non favellate di morte: vi è ancora una speranza.

--Alberada, grida Ildebrando retrocedendo di un passo, e perchè con gli altri non siete uscita ancor voi?

--Perchè, santo padre, io, sventurata in tutta la mia vita, non so separarmi dagli sventurati. Nei giorni della vostra fortuna, forse beneficata da voi, vi avrei abbandonato. Ma nell'ora delle vostre miserie, da voi cotanto aspramente trattata, non ho saputo dipartirmi prima di avervi detto che vi perdonava, onde, andando a render conto a Dio delle opere vostre, possiate ripararvi di questo scudo.

Gregorio, con la fronte annuvolata e bassi gli occhi, medita lungo tratto pria di rispondere, poi soggiunge:

--E veramente tu mi perdoni, Alberada?

--Di poca fede! lo rimprovera colei. Cristo non perdonò egli forse i suoi nemici? In altri tempi mi sarei mostrata inesorabile. Ora che conosco le triste vicende della sorte e le amaritudini della vita, ora che sento avvicinarsi il periodo del rendiconto, voglio inebriarmi del soave diletto del perdonare. E l'Eterno possa usare misericordia ancora alle mie peccata.

--Pia donna, che Iddio ti esaudisca e ti prepari giorni migliori! Sento che io non posso per te far altro che ammirarti, ed impetrare dal cielo le gioie che, per inesorabile destino, ti ho tolte.

--No, santo padre, voi potete ancora qualche altra cosa. Promettetemi di non arrendervi se prima non mi rivedrete venire in questo castello a correre una sorte con voi. Io andrò fuori, ed Iddio forse benedirà i miei passi, come benedisse quelli di Giacobbe e di Giuseppe. Cercate accordi all'imperatore, procrastinate la resa fino a che io non ritorni. Ho un presentimento.... Basta, non mi rifiutate questo grazia.

--Ma che mediteresti tu di fare, Alberada?

--Ciò che io solamente posso, se Iddio vorrà secondare le mie speranze, come secondò quelle di Giuditta.

Ildebrando la fissa in volto attentamente, poi dimanda:

--Tenteresti forse anche tu, Alberada, l'opera santa della Betuliese?

--Io non sono destinata ad opere di sangue, Ildebrando, quella risponde, la mia missione è di pace e di carità. Astenetevi, ve ne supplico, dall'interrogarmi. Le inspirazioni celesti non sottoponete allo squittinio degli umani giudizi. I vostri dubbii mi potrebbero sconfortar dall'impresa: ed io avrei un giorno a rimproverarmi del male che vi potrebbe avvenire. Mi promettete voi di non cedere, se pria non avrete novella di me?

--Te lo prometto, Alberada. Acconsentirò a tutti i patti del Filisteo: ma di qui non uscirò se pria o tu non verrai a cavarmi d'ogni speranza, colui, nell'ebbrezza dei suoi trionfi, come a Canossa, non si umilia ai piedi miei. Va, l'angelo di Tobia ti sia per compagno.

E sì dicendo, Alberada s'inginocchia e Gregorio la benedice. Il castellano, che senza muover ciglio e tutto commosso nel cuore aveva udito il colloquio, l'abbraccia e la bacia sulla fronte; poi apre la postierla e fa uscirla. Indi rinchiude ed a passo lento, unitamente al pontefice, ambedue taciturni, rientrano nel castello.

Dopo un'ora, dall'alto delle torri, un verrettone con una pergamena tra le penne cadeva in mezzo ai soldati di Enrico che assediavano il castello.

IV.

Irons-nous de l'histoire arrachant les trophées?

CASIMIR DELAVIGNE.

Ci giova sperare che il lettore non abbia dimenticato un personaggio di questa cronaca che abbiamo dovuto necessariamente lasciare indietro. Per colpa nostra avrebbe obliato uno dei più interessanti uomini dei tempi di mezzo. Parliamo di Roberto Guiscardo. E perchè questi deve di nuovo così gloriosamente ricomparire sulla scena, accenneremo volando volando delle sue cose dopo la presa di Salerno.

Ravvicinatosi con Riccardo di Capua, invasero le Marche d'Ancona e vi fecero gran conquisto di paese. Gregorio irritato dell'affronto, e volendo arrestare l'audacia dei conquistatori, nel concilio di Roma pronunziò contro di loro scomunica e li privò degli Stati. Ma perchè gli anatemi non affettavano uomini di ferro, i quali non conoscevano altra legge che la spada, altro dominio che la forza, mandò loro contro le truppe del marchese di Toscana e li strinse ad abbandonare le terre occupate. Roberto, che aveva invasa la campagna di Roma solamente per far sentire l'energia del suo potere all'arrogante pontefice, si ritirò decorosamente, ed il principe di Capua mandò all'assedio di Napoli. Egli accampò sotto le mura di Benevento.

Questa città, dopo la morte di Landolfo VI, era ricaduta alla Chiesa. Roberto voleva impadronirsene. Ma papa Gregorio, con le solite scomuniche, mandò tali rinforzi di scorte e di truppe che Roberto, fastidito dalle lungherie dell'assedio, lascia un manipolo di soldati al blocco e si reca in Calabria. Morto Riccardo, suo figlio Giordano libera dall'assedio Benevento. Roberto riviene in Puglia, prende Ascoli, Montevico, Ariano, e sul fiume Sarno va a presentare battaglia a Giordano. Desiderio, abate di Montecassino, si interpone, li rappacia. Roberto sottomette ancora Monticulo, Carbonara, Pietrapalumbo, Monteverde, Genzano e Spinazzola, e nulla curando più Benevento, lascia che restasse in potere del pontefice e si contenta di signoreggiare quanto oggi forma il reame di Napoli, meno il piccolo ducato di Napoli, il principato di Capua ed il ducato di Gaeta, dominati da Giordano. E' sarebbe stato lieto, e fortunati i suoi popoli, perchè gran mente aveva nel reggimento civile, ma domestiche sciagure lo chiamarono altrove.

Egli aveva sposata la sua figliuola Elena a Costantino figlio dell'imperatore di Costantinopoli Michele Ducas. Niceforo Botoniate, avendo discacciato Michele dall'impero d'Oriente, lo aveva fatto tosare, confinare in un monistero e castrare Costantino. La miseria della sua figliuola e l'oltraggio penetrano il cuore di Roberto che giura pigliarne terribile vendetta.

Provvede al governo dei suoi Stati d'Italia, poi con la duchessa Sigelgaita, Boemondo, e bell'esercito s'imbarca ad Otranto. Giunti nel 1081 a Corfù, l'invade. Alessio Comneno, succeduto a Botoniate, gli manda tosto incontro formidabile armata; ma in più battaglie rotta, non giunge ad ostacolare il duca, sì che non espugnasse Durazzo, padroneggiasse l'isola, e spingesse le truppe vittoriose fino in Bulgaria. Ridottosi infine a svernare a Durazzo, nel novembre del 1083, ed instruito che Alessio con molti ricchi donativi e larghe promesse andava proponendo all'imperatore Enrico perchè invadesse Puglia e Calabria, mandò a costui in Roma il vescovo di Bovino e l'astuto Boemondo. E questi, facondo dicitore, abbindola Enrico e lo fa chiaro, che dopo lui non eravi chi più travagliasse il cuore di Gregorio fuor di Roberto, e Roberto niun peggio tollerar di Gregorio. Enrico gli pone fede, e si pattuiscono onorevoli convenzioni il dì 30 marzo 1084, il giorno avanti della Pasqua in che Enrico fu coronato.

Ed una sera Roberto, che nulla ancora degli accordi sapeva e di saperli smaniava, dai veroni del castello di Durazzo vede spuntare in alto mare una galea, cui forte vento gonfiava le vele latine ed alla città dirigeva; e dopo non molto ne scorge una seconda che studiava tenerle dietro. Egli manda subitamente al porto per ricever novelle de' suoi Stati, se pur di colà quei vascelli fosser partiti.

V.

Perzho non dei amor ocaisonar Tam cum los oilliz et cor ama parvenza, Car li oill sin dragoman del cor, E ill oill van vezer Zo col cor plaz retener.

EMBLANCHACET.

Roberto non s'ingannava. La sua bandiera sventolava su la galea che a vele gonfie entrava nel porto di Durazzo, ed era su quella il suo flgliuol Boemondo. Nell'altra un legato dell'arcivescovo di Ravenna con seguito brillante di cavalieri e di ecclesiastici, e misto a staffieri, paggi e chierici un romeo, che a forza di prieghi aveva ottenuto esser quivi traghettato per poscia condursi in Terra Santa. Quella gente tirò dritto all'albergo del duca, il quale, udito del messo, nobilmente lo accolse. Questi era Rolando da Siena, quell'ardito chierico che in mezzo al concilio di Roma aveva osato intimare a papa Gregorio gli ordini dell'imperatore Enrico. Roberto lo festeggiò di ogni onorevole e lieto accoglimento, imperciocchè, oltre della divisa di oratore, altamente aveva Rolando lasciato dire di sè e nelle guerre di Germania ed in quelle d'Italia, e da sezzo nello assedio di Roma, ove tra i più distinti e valorosi cavalieri si era allogato.

La sera si trascorse a novellare di guerre e di prodi fatti di parecchi cavalieri, che Rolando aveva conosciuti, e di cui Roberto onorevolmente aveva udito favellare. Alla dimane però, come questi si recava nella gran sala per dargli udienza, ed ascoltare del messaggio di papa Clemente, l'araldo d'armi gli annunzia ancora un legato di papa Gregorio che dimandava medesimamente essere a lui presentato. Roberto maravigliato e nel tempo stesso lusingato del doppio messaggio, comanda che, esaminati i brevi di credenza dell'oratore di Gregorio, lo si facesse entrare.

In effetti, perchè tutto a punto si trovò, nel mentre di un uscio spuntava Rolando con seguito numeroso, di un altro, solo e modesto appariva il romeo. Rolando si ferma a due passi dal soglio, coperto da baldacchino, sul quale sedea Roberto involuto nel ducal paludamento, in testa la corona. Ma il romeo procede fino ai gradini di quel soglio, e presa la mano di Roberto per baciargliela, solleva di alcun poco il capperuccio, e con voce sommessa e commossa sclama:

--Messer duca, in nome di Dio! arrendetevi alle parole che sto per dirvi.

A quell'aspetto, a quell'accento, Roberto trasalisce. Mutato di colore, per isfuggire lo sguardo penetrante di Sigelgaita che attenta lo fissava, stringe la mano del romeo, e quasi del troppo ossequio di lui peritasse, risponde:

--Mercè, santo pellegrino! tocca a noi poveri peccatori tributarvi questi segni di veneranza.

Il romeo si alza e trattosi indietro attende che giungesse il suo momento di favellare. Rolando intanto per uno sguardo che aveva qualcosa di schernevole e di curioso lo sta a considerare un tratto, poi voltosi al duca favella:

--Monsignore, il santo padre Clemente v'invia salute ed apostolica benedizione. Penetrato della divozione che avete dimostrato alla Chiesa, malgrado gli oltraggi dell'antipapa Gregorio, non ha voluto soffrire che più lungamente sì nobile guerriero giacesse nell'interdetto. Mastro Ildebrando vi fece gravi torti. Papa Clemente, che da lunga stagione vi conosce ed ammira, mi manda a voi per togliervi la scomunica indebitamente fulminata.

--Gran mercè, ser. Rolando, al papa ed a voi che ci gratificate di questi attestati di amore. Gli è ben vero che Gregorio agì con noi ostilmente. Ei credette poter aggravare la mano, postaci sul collo da Niccolò II, e si allucinò. Doveva rammentare che i tempi non eran più quelli, e che noi non eravamo davvero vassalli della Chiesa, conciossiacchè tali ci fossimo profferiti un dì che la fede dei popoli, da noi conquistati, ci parve vacillare. Spero in Dio però che a quest'ora e' si sia ricreduto; dappoichè, ad onta delle reiterate scomuniche, ci ha sempre secondato sorte avventurosa. Pace dunque allo sventurato; ed abbiate la cortesia, messer Rolando, di esporci cosa mai la santità di Clemente III righiegga, in compenso della benedizione che ci manda.

--Nulla di più, monsignore, di quello che per gli altri pontefici avete fatto. Egli vi accorda investitura degli Stati finora da voi conquistati in Italia, e di quelli che in Grecia saprete conquistare: egli vi richiama nel grembo della Chiesa, e, come figliuolo della Chiesa, vi benedice. Non richiede perciò da voi, monsignore, se non che, come cristiano e come vassallo della sede di Roma, gli giuriate fedeltà e prestiate omaggio.

--Se il mio nobile padre volesse degnarsi di concedermi la parola, sorse a dire Boemondo, io risponderei....

--Cosa risponderesti? domanda Roberto un po' accigliato.

--Io risponderei a costoro, che noi non abbiam conquistato le terre d'Italia per servire ad alcuno: che quelle terre noi affrancammo dal dispotico giogo dei Greci, o sottraemmo all'insolente dominio degl'imperadori di Occidente: che questi soli dovrebbero domandar segno di ossequio da noi, ove noi volessimo accordarne a gente che ben sapremmo ridurre a ragione con la spada. Ma al vescovo di Roma che briga poteri per niuna maniera dovutigli, e ricorre alle armi spirituali da Dio non concesse per profanarle in usi sacrileghi, risponderei....

--Figliuolo, Roberto lo rampogna, il vostro senno si farà maturo cogli anni, ed allora vi chiameremo a darci consigli. Per ora piacciavi di ascoltarci e di apprendere con quale temperanza si governino i popoli.

Sigelgaita, che odiava Boemondo perchè figlio di Alberada, approva della testa. Roberto continua:

--Voi dunque, messer Rolando, risponderete all'arcivescovo di Ravenna, o, se meglio vi piace, a Clemente III, che noi non siamo per verun modo alieni dal profferirgli quei segni di veneranza che ci piacque profferire ai suoi antecessori. Però papa Gregorio vive ancora, nè ancora è decaduto dalla sedia di Pietro. Che perciò noi, fedeli alla Chiesa ed addolorati del suo scisma, ci asterremo dal dar prove di rispetto al novello pontefice per tema che il nostro esempio non seduca altrui. Ma faccia che il consentimento di tutti i prelati d'Europa lo proclami vero pontefice, ed allora noi gli giureremo obbedienza, e torremo qualunque fede ad Ildebrando.

--No, monsignore, lo interrompe il romeo, questo voi non farete, perchè vi condurreste da disleal cavaliere. Lasciate da banda il debito di fedeltà che vi stringe a Gregorio. Rammentatevi solo che, innanzi di esser vassallo della Chiesa, foste cavaliere; e come cavaliere vi urge il dovere di proteggere l'innocente e di soccorrere il caduto. Gregorio VII è assediato nella mole di Adriano. A quest'uomo, monsignore, che, giorni sono, camminava sulle teste dei re, manca il pane per alimento. E voi che siete il più grande di questo secolo, vi stareste come una femminuccia dal soccorrerlo, sol perchè alcuni anni indietro corse briga fra di voi? No, monsignore, voi imiterete il suo esempio e lo gioverete, perchè egli si è volto a voi come al più generoso de' suoi nemici.

--Ah! ah! si ricorda di noi adesso, perchè l'incendio che ha destato in tutta la cristianità è per divorarlo? sclama Roberto. Ma quando favellava di noi in tutti i concilii come di un corsaro, ci scomunicava, con suggestione ci ribellava i vassalli, e ci osteggiava con le armi della contessa Matilde, allora noi non eravamo generosi, nè si parlava di quei fratelli Maccabei tanto predicati. Allora noi eravamo Madianiti, scellerati, schiuma d'inferno; allora non sognava neppure che questo giorno avrebbe potuto venire, che la spada tentata spezzare avrebbe potuto armargli il braccio. Non lo avrebbe pensato allora? Ebbene, che sorba adesso fino all'imo la tazza della sventura, perchè non saremo già noi che gliela verremo ad addolcire.

--Con la vostra licenza, monsignore, il vostro consiglio non è nè cristiano nè nobile, riprende il romeo. Se Gregorio VII vi avesse ricolmo di favori, e voi lo aveste soccorso nelle disgrazie, non avreste che compiuto un dovere. Or vi dimando io, monsignore, che diranno i popoli di voi, se vilipeso, perseguitato indebitamente e messo a bersaglio di ogni maniera di danni da Gregorio, vi levate contro i suoi nemici e dite: ritraetevi, per Dio, quest'uomo difendo io!

--Dicano ciò che lor piace, risponde Roberto alzando le spalle. Noi non corriamo più dietro alla nominanza. E se pure questo solletico ci stimolasse ancora, crediamo aver fatto qualcosa per esserne paghi.

--Certamente, monsignore, continua il romeo, certamente l'avvenire vi ammirerà perchè, disceso in Italia solo e povero, la schiavina di pellegrino addosso, il bordone nelle mani, vi siete levato a tanto alto potere e fatto padrone di sì vasto e bel paese, resistendo in cento battaglie a due imperatori, molti pontefici, e tutti vincendo. Vi ammirerà perchè con tanta sapienza governate e prosperate i vostri popoli, vi rendete loro caro, e temuto ai nemici. Ma i tempi antichi vantano altresì uomini che vi somigliano. Però se violentate il vostro cuore, soffocate la vendetta, e prestate aita al vostro nemico, una voce si leverà allora per li due imperi che vi proclamerà unico e generoso.

--Queste le son vampe da mandare in succhio un guerrier nuovo, ser romeo; me non solleticano.

--Sibbene, monsignore: ma riflettete che l'Italia, la Germania, la Francia, Europa tutta, ha fornito il suo contingente di truppa contro questo ardito pontefice per abbassarlo, e che se voi solo sorgete contro tanta massa di popoli e li sconfiggerete, la vostra gloria non avrà limiti. Il vostro nome suonerà prodigioso dovunque è venerato il nome di prode. In guisa che, se anche per disavventura la vittoria vi fallisse, oltre le benedizioni del cielo e del pontefice ed il soddisfacimento della propria coscienza, ognuno sarebbe sforzato a confessare avervi oppresso il numero, non il valore.

--E questo è quello che noi non vogliamo, ser romeo. Ci darebbero dello stolto, dell'improvvido; ed un fatto solo distruggerebbe l'opera di tanti anni. Noi non siam tali, quel sere, da mettere sui dadi la nostra fortuna. Gregorio suscitò il vespaio: il malanno se l'abbia lui.

--Con la vostra permissione, mio nobile padre, sclama Boemendo, vorrei manifestare il mio avviso.

Roberto lo riguarda fittamente quasi volesse scandagliarlo nell'anima, poi dice:

--Favella pure.

Boemondo riprende:

--Vi dimando perdono, signore, se la mia poca sperienza mi allontana dal vostro consiglio. Il guerriero non numera i nemici che deve combattere, come l'ebreo i pezzi d'oro che presta. L'opera del calcolo non è più l'opera del valore. Il valore sta dove il periglio è maggiore, dove si frappongono gli ostacoli; e fatto di cavaliere non è sicuro coi cento rompere i dieci. Ma se noi soli, noi, figli di una nazione che ha soggiogata l'Europa, andremo in piccolo e risoluto drappello ad urtare l'enorme massa di combattenti accalcata su papa Gregorio, allora il nostro nome sarà distinto nei volumi delle cronache, ed i trecento delle Termopili non saranno più soli.

--Nobile giovane! sclama il romeo di voce commossa e diversa affatto da quella con cui aveva favellato sino allora.

E faceva già un passo verso di lui per abbracciarlo, allorchè vede Sigelgaita, la quale fino a quel momento lo aveva considerato con un'attenzione come se avesse voluto divorarlo, la vide quasi all'insaputa sua sollevarsi dal seggio. E' si arresta. E Sigelgaita, dopo alquanto di silenzio, osserva ghignando:

--Chi direbbe che tanto entusiasmo si annicchiasse in un romeo che mi ha l'aspetto e la voce di una femmina?

--Perdono, madonna, la voce e l'aspetto lo dà Iddio: che può fare l'uomo se ha la disgrazia di altrui dispiacere?

--Proprio così, bel santo! E non è già Iddio che s'incolpa se l'uomo, per ostentare venustà femminile, si taglia i peli del volto, e la donna, per correr libere venture, assume abito virile.

Il romeo resta colpito dalle parole di Sigelgaita, e fisando il suo occhio sereno sovra di lei, che torva ed irata lo contemplava, soggiunge:

--Mi avveggo, madonna, che ho avuta la sfortuna di esserle malgradito. Mi lusinga però la persuasione che ciò non sia per effetto del mio messaggio; perchè chi non sa quanto la duchessa Sigelgaita agogni perigli di guerra ed azioni generose, in cui raccoglie sempre la corona dei forti? Ardisco perciò supplicare ancor lei, che voglia persuadere il suo nobile sposo recarsi a soccorso del pontefice.