Il re dei re, vol. 4 Convoglio diretto nell'XI secolo

Part 2

Chapter 23,967 wordsPublic domain

--Non vi è d'uopo di consulte, risponde Gregorio riprendendo la sua grande calma. Quanti uomini di guarnigione sono nel castello?

--Cento cinquanta, oltre i cinquanta del presidio consueto. E posso accertarvi che valgono dugento demonii. Sono avanzo dei soldati di Leone IX.

--Quanti prigionieri?

--Due vescovi, tre diaconi ed una donna. Ildebrando gitta un sospiro. Poi dimanda:

--E niun'altro fuor di noi due?

--Niuno, compreso il carceriere.

--Sta bene. In sul meriggio dunque, mi farete trovar sotto le armi, giù nella corte, codesto manipolo di soldati con il loro capitano e voi con essi, messer conte, a capo del presidio.

--Ma che! intendereste forse di fare una sortita, beato padre?

--Saprete le mie intenzioni laggiù: contentatevi adesso d'obbedirmi.

--Uhm! d'obbedirvi? vedremo.

--Inoltre, mi farete trovare ancora colà i prigionieri, ed il custode.

--Per costoro la bisogna è più facile, perchè non dipendono che da noi. Pei soldati però v'è quello stizzoso di capitano....

--Il quale non oserà disobbedirmi, l'interruppe Gregorio componendo il volto a piglio severo, intendete, messer conte?

--Va bene, risponde Oddo, questo non è affar mio. Ma non vorrebbe la vostra beatitudine dirmi alcuna cosa intorno alla faccenda delle provigioni?

--Vi dirò tutto laggiù, messer conte. Per ora lasciatemi solo. Ho d'uopo raccogliermi in Dio. Andate: vi benedico.

Oddo si stringe nelle spalle e parte. Nella sala trovò il capitano della guarnigione, che consultava tra gli altri capi, e gli comunicò gli ordini di Gregorio. E quegli, che ad instanza di lui era stato quivi messo dal senato e dal console romano per rinforzo, e che egualmente teneva il castello pel popolo, fastidito risponde:

--Ma pel santo battesimo, state dunque a vedere un po' che questo birbo di prete si avrà ficcato anche in mente che noi fossimo ai suoi comandi! Ci siamo ingabbiati qui come barbagianni, e per guardargli salda la pelle abbiam danzato un bel tratto alla musica delle baliste: adesso, per Dio! parmi che fosse ora di metter fine allo scherzo.

--Non prendete il galoppo, ser Ugoccione. Stiamo a vedere cosa intenda fare da sezzo; poi vi consiglierete dalle circostanze.

--Staremo a vedere sì, messer conte: ma il mio partito è già preso. Invece di morirci qui di fame, come lebbrosi all'ospedale, intendo meglio che andiamo a menare le mani là fuori con l'aiuto di Dio, e morire, come a soldati si addice, dove ora soldati sono e soldati si battono. Gli abbiamo finalmente cavato il ruzzo di fare il bravo a codesto garbato messere. Ma quando siamo giunti all'articolo penuria, io non trovo scritto in nessuna cronaca, dall'assedio di Troia in poi, che alcun capitano abbia fatto lo schifiltoso a non dimandare accordi e cedere alla fortuna della guerra.

--Io non sono del vostro avviso, messer Ugoccione. Del resto ciascuno ha un cervello per regolare il fatto suo: io me ne spicco di mezzo. Vi pregherei solo a non esser corrivo ai partiti estremi ed attendere anche un giorno. Chi sa, per me bisogna proprio dire che questo caparbio vecchio mi abbia stregato.

E sì dicendo, lasciava il capitano e si dirigeva alle prigioni.

Cercò da prima il carceriere, il quale, come ebbe udito l'ordine suo, gli presentò il mazzo delle chiavi. Oddo col pugnale ruppe il cordone che le univa, e sceltane una, dette le altre a Gano, conchiudendo:

--Sicchè hai capito? Mi stai così minchione minchione a guardare quasi io fossi piovuto dal terzo cielo come s. Paolo. Farai uscire i cattivi allo scoccare della campana di mezzodì, e li condurrai nella corte.

Gano si gratta il naso con un fare stufo e balordo, poi risponde:

--Ho capito sì, messer castellano: ma vi tengo per avvertito, che se si tratta di mangiarli, io mi protesto che non intendo aver la mia parte di quel tisicuzzo del vescovo di Biella, perchè certamente mi farebbe venir la lebbra. Se l'udiste a bestemmiare, messer castellano....

--Il diavolo ti porti! ma chi ti ha detto che ce li dovessimo mangiare perchè fai di codeste proteste?

--Mille perdoni allora, messer conte. Si tratta dunque di appenderli ai merli onde riparare le torri dalle tratte dei mangani; ed in questo caso io protesto che andrò a tagliare le corde del vescovo di Potenza--dovessi pure andarlo a sostituire io medesimo. Se lo vedeste a far miracoli, ser castellano....

--Ma che ti afferri il gavocciolo, bestione! chi ti ha detto dunque che quei poveri disgraziati si dovessero appendere alle mura?

--Allora, mille perdoni un'altra volta, messer Oddo. Si tratterà di farne una comoda appiccagione per risicare alimenti. Ed in questo caso, mi protesto che voglio essere io proprio colui che ha da rendere tanto pietoso officio al diacono Sizzo; perchè l'altro ieri mi applicò alle mascelle un tal sorgozzone, per un vezzo innocente che volli fargli, da mandarmi al diavolo l'ultimo dente che mi restava.

--Mai che domine vai tu dunque almanaccando, baciocio! Tu non devi che menarli nella corte e lì finisce il tuo debito. Hai capito?

--Mille perdoni un'altra volta, ser castellano. Allora sarà... ma protesto...

Oddo non l'udiva più, perchè scompariva sotto un androne, nel cui fondo oscuro metteva capo una scala. Gano resta fiso e ritto ad ascoltare il debole rumore delle pedate, e guardare nel punto dove si era dileguato il conte, poi scuote la testa corrucciato e fra sè stesso brontola:

--Cane di un vecchio! vah! ed eccolo che se la guizza da lei. Gano solo non può, nè deve neppure protestare per cosa che gli dia fastidio. Ma avrà un bel dire, anche quell'altro arabico vecchio di pontefice: il diacono Corrado se l'ha da filar netto--non dovessi che farlo scappare pel buco della toppa. E' mi ha promesso sposare quella mia figlioccia di Guaidalmira... se già quel tristo impiccato di Laidulfo non l'ha messa in bocca al diavolo. E la sposerà veh! perchè mi protesto contro queste nuove diavolerie che va mettendo su mastro Gregorio. Sissignore! un povero figliuolo che serve a tutto il mondo; che dei sette benedetti giorni della settimana ne passa cinque digiuno; che riceve batoste da questi perchè gli è padrone, da quegli perchè è più forte, da quell'altro perchè è milite, da quell'altro ancora perchè coi suoi soldi può cavarsi la voglia di bastonare ed uccidere chi meglio gli garba... sissignore! un povero figliuolo non deve condur moglie, perchè mastro Ildebrando ha detto _diaconorum sposarum non prendebuntur_. La vedremo oh! la vedremo, mastro Ildebrando! Tu pensi a cinque, io miro ad asso. Mastro Corrado sposerà Guaidalmira, e mi protesto veh! messer castellano, che vi andate così bel bello a rifocillare da quella sguaiata madonna. L'affogherei per quella sua rassegnata verecondia che mi puzza di santo le cento miglia!

Però, malgrado le proteste di Gano, il castellano era sceso nella prigione.

Un raggio di fievole luce, che filtrava da alto abbaino graticciato di ferro, illuminava quella topaia. La quale, mantenuta netta ed accomodata da un po' di ordinato mobile, sembrava più orrida ancora, come grinza e laida vecchia che si affusola dei panni da sposa. Ad uno sgabellaccio presso al letto sedeva una donna sui quarant'anni, pallidissima in viso ed abbandonata, come l'infermo che si leva da lunga e mortal malattia. Un avanzo di antica bellezza si scorgeva ancora in lei, ed era il testimonio innanzi a Dio che non la mano del tempo ma quella dell'uomo l'aveva cancellata a metà. Lo sguardo però scintillava ancora di una forza vitale potente, quasi che quivi tutta l'energia dell'anima si fosse accumulata. Il destino dell'uomo sta nello sguardo: esso compendia le pulsazioni dell'anima, le rivela altrui, inspira interesse, impone. E la prigioniera aveva di quegli occhi indiani profondi e vellutati che appena si muovono ed esprimono ciò che si agita nel fondo del cuore. La spigliata persona avvolgeva in tunica nera, sulla quale vestiva un gamurrino con cappuccio ed ampie maniche, anch'esso di drappo oscuro. Al dito portava preziosa gemma. Come sentì dischiuder la porta, ella si volge, e conoscendo Oddo, sclama:

--Dio vi prosperi, messer castellano; credeva vi fosse venuto male, perchè da otto giorni non vi vedeva più, e Gano sapete se è prodigo a dare schiarimenti ai prigionieri.

--Che? madonna, vi avrebbe egli forse usate scortesie?

--Mai no, messer castellano. Povero Gano, fa quel che può a dominare la sua antipatia per me; e non fosse che a vostro riguardo, mi profonde amorevolezze. Ma se per avventura gli muovo parola di questi o di quegli, Gano mi anguilla, e non mi cava mai di smania.

--Quel disutilaccio è un fantastico uomo: però ha buono il cuore, bisogna convenirne.

--Propriamente. E poi con voi, messer Oddo, si potrebbe egli esser cattivo?

--Ah! voi mi lusingate, madonna. Ma l'uomo non può esser nè più buono nè più tristo di ciò che Iddio lo ha fatto; ecco tutto.

--Ditemi dunque, se il ciel vi aiuta, messere, ond'è che per otto giorni non vi ho veduto? Ho patita una smania ed uno stringer di cuore!... Già sapete che voi siete l'ultimo angelo della mia vita.

--Gli è, madonna, perchè ne sono accadute delle grosse, ma delle grosse assai, veh!

--Non m'ingannava io dunque! Perciò quella specie d'indistinto rumore che penetrava fino quaggiù, e che per su la corrente del Tevere mi giungeva! Han dovuto fare dei ben grandi gridori questi pazienti Romani.

--Gridori? peste! dite diavolerie, madonna, dite baldorie matte. Chè dalli e poi dalli, è sgrillato alfine questo disgraziato popolo, e si è scorrucciato il buono ed il meglio.

--Han fatto dunque sommosse?

--Sommosse no, ma presso a poco. Perchè quel galuppo del re Enrico, domenica mo, il dì delle palme, perdette la pazienza, e senza brigarsi che fosse o no quel giorno solenne, schiera i suoi soldati sotto le mura... A vederlo pareva s. Giorgio! Ebbene si lancia a percorrere le file e dice: neh, figliuoli, a che giuoco giuochiamo dunque? Credete, pel santo sepolcro! che non avessimo altro a fare che starci qui, fuori le porte, come mendicanti a dimandar la limosina e morirci di peste come villani che han mangiato il loglio? Andiamo su, sacramento! mano alle scale ed alle piccozze; e se oggi non entriamo ancora noi in Roma, come Cristo entrò in Gerusalemme, impiccherò alle porte il primo che dà indietro. Venite appresso a me. Voi, messer Baccelardo, fate giuocare gli arieti: voi, sire di Cosheim, tempestate coi mangani: voi, monsignor di Ravenna, accostate i battifredi e spazzate le mura dai difensori: e voi, sire di Buglione, venite con me alla porta Toscana. Perchè fo voto di quattro candelabri d'oro a Nostradonna di Goslar, e di due calici preziosi a Nostradonna di Edessa, se oggi penetreremo in questa matta città, che vuol fare con noi la curiosa. Andiamo, suonate le trombe ed all'assalto.

--Anche Guiberto da Ravenna v'era dunque?

--Se v'era! ve lo avrei voluto fare un po' vedere da su le torri come quel fistolo menava le mani! Dava busse da scantonare il Coliseo.

--E sì?

--E sì, detto fatto, quei demonii, incoraggiati dalle parole del re e meglio dall'esempio, perchè al primo piuolo delle scale vedevano sempre lui o quel di Buglione, si rovesciano sulle mura con tanta rabbia che ne rintronò tutta la città.

--E quei di dentro?

--Peggio che peggio. Accolto il popolo, ed il senato, ed i vescovi, ed il console, e tutto il mondo, là nel Foro, strepitavano a sganghera gole, e chi proponeva un matto di partito, chi un altro: ma partiti da far venir la pelle d'oca! Si trattava quanto meno di bruciare il papa, cacciare i signori, metter fuoco ai castelli, aprire le mura... Cane di popolo! anche con me l'avevano, che custodiva Gregorio qui dentro, sicuro come in un guscio di ferro.

--Povero messer Oddo! sclama la cattiva stendendogli la mano, cui il castellano baciava. E continuava:

--Sissignora, anche contro di me grugnavano quei cialtroni. Ma il senato ed i signori consultavano; ed i capitani della contessa Matilde a gridare: state sodi per Dio! fate animo; la benedizione di Gregorio ci difende; Gesù Cristo combatte per noi! E que' scomunicati a fischiare, a strepitare: che benedizioni e benedizioni, un bischero! siamo digiuni, siamo affamati, le pietre ci rovinano le case; che Gesù Cristo, e Gesù Cristo! se codesto combatte per noi, si dia dunque il fastidio di mutar quei macigni in berlingozzi; aprite le porte; bruciate il papa. Ed ecco che in mezzo a questo parapiglia si sente gridare di verso porta Toscana che gl'imperiali sono dentro, e che la bandiera di Enrico sventola sui baluardi.

--Ed era vero?

--Altro! credete che Enrico avesse fatto da burla quando votò alle sue Madonne non so quante libbre d'oro, purchè avesse potuto penetrare penetrare là dentro? Il principe Baccelardo da un lato apre la breccia; dall'altro quel demonio dell'arcivescovo di Ravenna sfonda i barbacani, spinge il battifredo alle mura, e saltato su con i suoi bravi Lombardi... ira di Dio! spazzava gente come si spazza la polvere con la granata, e la rotolava a colmare i fossi. Infine si fissa sulle mura, e corre verso il punto dove il re dava la scalata: e che vede?

--Che vede dunque?

--Per la messa! prima di lui, prima di tutti, Goffredo di Buglione aveva afferrati i merli ed aveva piantato lo stendardo di Lamagna sui baluardi della porta Toscana. Ma il vescovo Giovanni di Porto, che ha in corpo più legioni di diavoli lui solo che non ne ebbero tutti gli ossessi del leggendario, coglie il duca in quell'atto e lo ferisce con la spada alla testa. Goffredo non rotola giù, perchè immediatamente dopo di lui saliva il re. Questi afferra il vescovo alla gola, e strozzatolo, lo precipita nella città sulla testa dei soldati fuggitivi. Allora giunge anche l'arcivescovo di Ravenna...

--Non era stato ferito Guiberto, non è vero?

--No, che io mi sappia! Ma chi imbecille gli si voleva accostare con la tempesta con cui faceva correre le percosse? Da sulle mura, il re da un lato comandava ai suoi di avanzar dentro per la breccia aperta da Baccelardo, e dall'altro, coperto di ampio pavese, ingiungeva ai Romani di arrendersi. Questi però fuggivano a collo rotto verso il Foro onde recare la spaventevole notizia ai primati che consultavano. Il popolo, il quale non si augurava di meglio, alza un prolungato grido di giubilo, dicendo: Viva il re! muoia Gregorio! E corre per essere primo a profferire obbedienza ad Enrico. Ma il console Cencio, che mutolo aveva lasciato fino allora accapigliarsi il senato, i patrizi ed i prelati, scoppia e dice: Vi affoghi la peste, poltroni, giacchè non valete altro che a dir minchionerie, lasciate fare a chi sa fare. Il nemico è dentro. Si è fatto quanto si è potuto per difendere, con tanti guai e tanto danno, questo testardo papa, se lo porti il diavolo! Volete che siamo sgozzati per lui tutti, la città sia data al sacco ed al fuoco dai Tedeschi? Restate pure ad eruttar sciocchezze costì, che io so bene quel che debbasi fare in questo momento. Voi monsignor di Arezzo, e voi monsignor di Modena, venite meco.

--E che fecero? Io comincio a tremare.

--Eccolo. Fecer da sezzo ciò che avrebber dovuto fare da principio. Si presentarono al re, il quale aveva fatta sfondare porta Toscana, e si avanzava nella città alla testa delle truppe schierate in ordinanza. Sopra un bacino di argento egli, Cencio, portava le chiavi d'oro di Roma. Lo precedevano due araldi ed un bandieraio con bianco pennone. Come Enrico li vide, fermò il cavallo; ed essi, piegando a terra il ginocchio, mormorarono: Piacciavi, o sire, di accettare le chiavi di Roma, e come i nostri forti antenati entrarvi da signore e da trionfatore. Il re sorride e risponde: Bel sere, voi ci offrite cosa che non è più in vostro potere; non pertanto, mercè. Sire di Cosheim, risparmiate la città. E sì dicendo dava di sprone al cavallo, ed avendo alla destra l'arcivescovo di Ravenna, ed alla sinistra Baccelardo, per la via sacra, come Cesare, si reca al Vaticano. Le sue truppe intanto, giusta l'ordine del re al sire di Cosheim, senza rompersi a niuna maniera di libidine, come fra i soldati si suole con le città vinte, condotte dai capitani occupano in bello ordine dal Laterano al Vaticano, e tutti gli altri castelli più forti, e vi si mettono a presidio...

--Il duca di Buglione era dunque morto?

--Mai no. Gravemente ferito alla testa dall'azza del vescovo, riscuotendosi fe' voto di andar a combattere in Terrasanta. E non passò guari che per miracolo si sentì quasi sano.

--Sicchè dunque il padrone di Roma è adesso l'imperatore?

--Proprio lui. Perocchè, il giorno di poi, l'arcivescovo di Ravenna fu esaltato alla sede romana dai cardinali. E se aveste veduto che funzioni, madonna! Egli si presentò ad essere adorato a San Giovanni a Laterano sopra un cavallo morello che pareva volesse inghiottire il Campidoglio, con il suo bravo giaco di maglia addosso, cosciali e schinieri e bracciali e manopole, quasi si presentasse alla pugna, ed in testa l'elmo d'oro massiccio con l'aquila al cimiero, dono del re, coprendo la spada ed il pugnale che cingeva del manto ponteficio, il quale era proprio uno spanto a guardare. Che sì, che egli lo aveva conquistato il ponteficato! Il dì 24 marzo infine fu consacrato nella chiesa di San Pietro dagli arcivescovi di Arezzo e di Modena.

--Guiberto è dunque vero papa, sclama la cattiva, arroventando nel volto che levava verso il cielo.

--Papa, arci-papa, continua il castellano, ma noi fummo qui bloccati a non lasciarci passare neppure l'aria pel respiro. E bisogna dire che questi birboni di Romani non intendano mica affatto saperne di noi; perchè se li aveste veduti a far baldoria il dì di Pasqua, quando il re Enrico con Berta sua sposa entrò solennemente in San Pietro, vi avreste fatta la croce. Io credo che nemmanco i cani ne vogliano più di questo povero vecchio pontefice, che in altri tempi adoravano della faccia nella polvere.

--La sventura è la stessa per tutti, dice la donna sospirando.

--Deve essere infatti così, continua Oddo, poichè tutti insieme, col senato e col console Cencio, accompagnarono il re, che da San Pietro si recò trionfante al Vaticano onde aver cinta la corona imperiale da Clemente III--tal nome si è imposto a Guiberto--ed allora tutti a gridare: Evviva l'imperatore! evviva l'imperatore! _alleluia! alleluia!_ Poi si recarono al Campidoglio, donde i fanti tedeschi sbrattarono un residuo di gente papale, e quivi il senato ed il console confirmarono Enrico patrizio di Roma, tra l'entusiasmo del popolo che non aveva freno. Plebe sgualdrina! Non avrebbe ribrezzo domani di lapidare quest'altro suo idolo!

--Sicchè dunque a papa Gregorio non resta più alcuno di tanti fedeli?

--Eh! madonna, quando la fedeltà non viene dal cuore e non si accompagna con l'amore, non dura mai troppo. L'ultimo baluardo di questo povero vecchio era la contessa Matilde, che si cacciò tra i guai di lui fino al collo. Ma dalli e dalli, poteva essa sola far fronte a tutta Europa, con cui mastro Ildebrando aveva attaccate brighe, e che gli gridava il _crucifige_? È stata rotta in parecchie avvisaglie la fedele castellana dai trecento castelli; le han portati via tutti i forti dei suoi Stati; ha sprecate le sue ricchezze in queste sterili lutte; ed ora anch'essa, la sventurata! va profuga e raminga pei suoi deserti dominii onde non cadere in mano dei nemici, invisa agl'Italiani, abborrita dai Tedeschi, proclamata santa ed eroina solamente da un branco di fanatici faziosi. Sia come si vuole però, bisogna dire che come Matilde, con la vostra sopportazione, madonna, nascano ben poche donne.

--Ed i miei Normanni di Puglia, messer Oddo?

--Ma! Il principe di Capua, Giordano, fa lo gnorri: il conte Ruggiero pettina i Saraceni di Sicilia: Roberto Guiscardo bada ai suoi malanni domestici in Grecia: e perchè i Tedeschi non gli avessero a far trovare occupato il proprio focolaio, come nell'anno passato, ha novellamente mandato qui a patteggiare alleanza col re quel capestro del vescovo di Bovino, e quel bravo figliuolo di Boemondo.

--Boemondo è dunque in Roma, messere? grida la donna in un tremito di gioia.

--Almeno vi era, madonna, il dì della coronazione--salvo poi non sia tornato di bel nuovo da suo padre.

--Ah! messer Oddo, sclama Alberada cadendogli ai piedi, che Iddio vi consoli di tutte le gioie, che la pace degli angioli vi renda serena la morte, ed il compenso del paradiso...! Messer Oddo, ve ne supplico con la faccia per terra, fate che io veda questo giovane, fate che abbracci mio figlio.

Il castellano si stringe nelle spalle e gratta il capo, poi dice:

--Uhm! uhm! Ciò è più facile a domandare ed a promettere che a tenere. Ad ogni modo, vi prometto, madonna, che se Boemondo si trova ancora in Roma voi lo vedrete, e dovessi precipitarmi dall'alto delle torri per uscire dal castello. Ora venite meco. Dovete aver fame, povera figliuola! perchè ieri ancor voi siete stata digiuna. Già non avrò che darvi neppure lassù. Ma una determinazione bisogna bene che papa Gregorio la prenda, non fosse che a cavarsela con una burla o con un miracolo. Vedremo: questo stato di cose non può durar lungamente.

--Non badate a me, messer Oddo. Che mi giovano alcuni giorni di vita di più? Curate la vostra persona, curate gli anni vostri, che spendete a bene degl'infelici.

--Andiamo, andiamo, madonna. Ve l'ho già detto le mille volte che io non voglio di codesti vezzi che mi farebbero saltare in boria, se io avessi conosciuta mai questa bestial passione. Gran chè che io faccia un tantino di bene a creature buone come voi, quando lo possa. Ma come si fa a strapazzarle, io dimando? Che cosa è? Sento un suono quasi di campane; sarà mezzo dì. Andiamo, figliuola mia, non facciamo noi aspettare mastro Gregorio che per nulla salta in bestia come una cavalla viziata.

E sì dicendo dava il braccio ad Alberada che lo seguiva a passo mal fermo, e si trovavano nella corte, al punto stesso che il capitano della guarnigione si metteva alla testa dei suoi. Gano spuntava da una parte con gli altri cinque prigionieri, e Gregorio da un'altra, con le braccia conserte sul petto, sereno nel viso, sodo nell'andare.

Egli si trasse avanti le linee dei soldati, e dopo alquanto di silenzio, durante il quale quella gente rozza e niente affatto doppia pendeva dal tranquillo suo volto, come da quello di un santo da cui si aspetta miracolo, parlò:

--Figliuoli, voi vi siete condotti da uomini valorosi e fedeli. Io rendo testimonianza dell'opere vostre innanzi al mondo ed innanzi a Dio, e ve ne ringrazio; e vi ricolmo di tutti i tesori celesti che con la santità del mio ministero posso prodigare. Il cielo vi avrebbe destinati per le sante corone dei martiri; ma io non sarò quel temerario che affretterà i decreti della provvidenza. Avete fatto il vostro dovere; avete combattuto da bravi; tenuta la rocca salda a fronte di migliaia di nemici. Gloria a voi, gloria all'Eterno che per mezzo vostro volle confondere i Madianiti! Ora però siamo giunti ad un punto in faccia a cui gli è mestieri recedere. Il nemico ci ha affamati. Si è servito dell'arma dei codardi perchè l'arma dei forti gli fu spezzata in pugno da Dio. Io resterò qui.

--Voi? sclamano ad una voce Oddo ed Uguccione.

--Io resto qui, continua Gregorio. Quando il Signore mi elesse a custode dei suoi figliuoli mi diede a divisa: _Persevera, e sii saldo come le fondamenta del Libano_. Debbo compiere il mandato sino alla morte. Voi uscirete ed andrete nella pace del Signore; perchè mi piace lusingarmi che i Filistei non vorranno essere vigliacchi al segno di farvi vitupero. Voi rivedrete le vostre spose, i vostri figliuoli, e recherete loro le mie benedizioni. Io avrò memoria dei travagli che patiste per me. E se deserto da tutti, e ridotto a morirmi di stento, nulla posso concedervi ora, fidate in quel Dio che provvede di penne gli augelli, il prato di fiori. Andate: spiegate bianco pennone in segno di resa. Ma prima, se qualcuno ha nulla da dolersi di me, che mi perdoni come vorrà esser perdonato nell'ultim'ora sua: la carne è inferma.