Il re dei re, vol. 3 Convoglio diretto nell'XI secolo
Part 8
--Va, conte di Svevia, e sii prode come sempre il fosti.
Indi consultò coi suoi il piano della guerra; e dopo averlo fermo, ringrazia tutti della fedeltà mostrata, li prega di non istancarsi nè mutarsi per infausto mutar di cose, e scioglie la dieta.
In ottobre di quell'anno 1080 Enrico aprì la campagna invadendo la Sassonia con forze poderose, e disertò il paese. La mattina del 15 ottobre risolse dare la battaglia. Allogò sull'Elster le truppe di rincontro al nemico, in luogo non opportuno al guado, e senza scampo alle spalle. Ridusse così i suoi a vincere o a morire da eroi.
Al levarsi del sole, Enrico, scoperto il movimento dell'oste nemica, ordina le sue genti in battaglia. I Sassoni, trafelati dal cammino e manchi d'uomini, affogati tra le male fitte dei paduli percorsi, secondano il movimento del re, ma pavidi e scorati; perchè i loro fanti, nerbo dell'esercito, impediti dalle vie rotte tardavano; i cavalli stanchi non sentivano più lo sprone. I fanti si stringono in ordini serrati; i cavalieri smontano da cavallo, ed a passo di carica vanno a cercare l'antiguardo nemico. I vescovi intuonano il salmo 82, _Deus quis similis erit tibi!_ e cantando precedono. Quando ecco che alle parole: _fac illis sicut Madian et Siræ..... disperierunt, facti sunt ut stercus terræ_; si trovano in faccia al nemico, separatine solo dalla palude di Grona. Da una parte e dall'altra si provocano al valico, onde, dando addosso all'incauto che lo tentava, affogarvelo. Ma niuno è tanto imprudente. I Sassoni, rialzati di spirito ed in Dio confidenti, girano la costa e si presentano alle truppe regie che al varco li attendevano. La battaglia s'impegna con furore. Enrico teneva già in pugno la vittoria, quando alcuni suoi fanti ritrassero dalla mischia il cadavere di Rapoto, sire di Iunthal, il più ricco principe di quei tempi, che da Boemia a Roma poteva pernottar sempre in castelli di suo dominio, e gridano: fuggite! fuggite!
Di fatti sopraggiungevano a briglia sciolta i cavalli del duca di Nordheim, reduce da Goslar, e questi, sbaragliati gli arcieri che avevan respinto l'antiguardo sassone, sfondavano un battaglione di fanti ed invadevano il campo del re. I Sassoni, certi della vittoria, volevano sbandarsi a predare. Ottone di Nordheim li contenne, serrò gli ordini e li fermò con le lance in resta. In effetti non aveva appena ristabiliti i ranghi dei suoi, che ecco appare il conte Enrico di Lacha alla testa di coorti trionfanti, cantando Alleluia! e Baccelardo, coi Lombardi, che all'altro lato aveva guadagnata la pugna. Il Nordheim li aspetta fermo un tratto. Indi dicendo ai suoi: Coraggio, figliuoli di Sassonia, raccomandatevi ai santi e seguitemi, perchè nulla costa a Dio con un drappello fugare un esercito! investe con tale impeto le truppe nemiche che parte ne rovescia nel fiume, parte ne vede afferrare l'opposta sponda malconci e fuggitivi. Però i Lombardi, che venivano dietro a quelle schiere, gli si serrano allora addosso e pugna mortale si stabilisce. Non durò lungamente. Perocchè, mentre gl'Italiani si vedevano piegare innanzi le lance i cavalli del Nordheim, irono alle spalle i fanti sassoni che, da Radolfo riaccozzati, avevano novellamente caricato Enrico e lo avevano vinto. I Lombardi si cominciano a ritirare passo a passo, battagliando sempre, senza nullamente scomporre gli ordini. Allora si presenta ad Enrico Goffredo di Buglione e dice:
--Sire, la battaglia è perduta. Rimetto nelle vostre mani lo stendardo dell'impero, che niuno più valorosamente di vostra grandezza saprebbe difendere, ed io spero nel potente Signore degli eserciti e nella Beata Vergine di Goslar di dar qui termine alla guerra.
E sì dicendo, Goffredo volgeva il cavallo per partire, allorchè il re, comprendendo che il prode meditava alcuna audace impresa, lo raggiunge e parla:
--Andremo insieme.
E vedendo venir Baccelardo, tutto brutto di fango e di sangue, senza neppure dimandargli novella dell'esito della pugna dall'altro lato, soggiunge:
--Principe Baccelardo, ti affido questo sacro deposito, eredità di eroi: mel renderai o vi morrai sotto da valoroso.
E sì parlando gli gittava in braccio la bandiera imperiale, e senza attender risposta, sicuro che ben l'aveva data a custodire, seguì Goffredo. Questi però, sia che temesse per la vita del re, sia che fosse geloso dell'opera concepita, nel passar di galoppo tra un gruppo di baroni tedeschi, in mezzo ai quali stava Federico di Staufen, grida loro:
--Baroni, se vi è caro il nome di fedeli arrestate il re dal disegno di seguirmi. Si tratta di morte: fategli violenza.
E mentre questi accerchiavano Enrico, risoluti dalle parole e dall'accento del duca di Buglione, questi attraversava il campo come uno strale e spariva.
E già i Sassoni predavano nel campo reale tende di porpora, ornamenti ecclesiastici, vasellame d'oro e di argento, moneta, cavalli, vestimenta, armi d'incomparabile tempra e splendore, tutte le ricchezze degli arcivescovi di Colonia e di Treviri, di quattordici vescovi, del duca di Buglione, del conte di Staufen, di Enrico palatino, di molti altri cavalieri e baroni, ed in fine il bottino di Erfurt, e già la pianura echeggiava dei canti della vittoria; quando ecco l'allegrezza si muta in subito terrore, e la novella che Rodolfo spirava giunge.
Rodolfo in un drappello dei suoi menava ancora gli ultimi colpi al nemico abbattuto, allorchè si vede a briglia sciolta rovesciar sopra un cavaliero che gli grida:
--A me, duca di Svevia, a Goffredo di Buglione!
Rodolfo ebbe appena il tempo di volgergli contro il cavallo e di ricevere da mano degli scudieri un'asta più salda, che già Goffredo gli si spingeva contro. Terribile fu l'urto dei due valorosi. I cavalli si piegano sui garretti, i cavalieri percuotono dei reni le groppe; e l'asta di Rodolfo si spezza in mezzo alla rotella di Goffredo, e va in minute schegge, quella di costui gli colpisce il cimiero crestato, rompe le gorgiere, manda per aria l'elmo, scoprendogli la testa, e s'infigge al suolo. Goffredo traversando di volo, la riprende; e gli scudieri son presti a darne un'altra al loro signore Rodolfo, che coprendosi il capo con lo scudo ricarica il duca. Questa volta l'asta di Rodolfo piaga alla spalla sinistra il Buglione: questi lo coglie agl'inguini, la lancia vi si spezza e vi resta infisso profondamente il moncherino. Nulla curante della mortale ferita, lo Svevo tira la spada. Il Buglione gli scarica sopra il capo, difeso dallo scudo, tal poderoso colpo, che fende in due la rotella, lambisce di sghembo il vertice del cranio, e colpitolo all'avambraccio destro glie lo taglia netto con la mano. Allora Rodolfo, rintronato, cade di cavallo, e Goffredo, dopo averlo considerato un momento con occhio malinconico, sclama:
--Era un eroe! pace all'anima sua.
Indi volgendo al cielo gli sguardi ringrazia Iddio della vittoria, ripone la spada, ed a passo lento ritorna dove aveva lasciato il re.
La voce della morte di Rodolfo gitta l'allarme nel campo dei Sassoni. Corrono i baroni subitamente, e lo trovano che già boccheggiava. Tentano invano portargli soccorsi. Lo adagiano sopra una barella e sel recano al campo sotto il padiglione di Enrico, nel letto stesso di lui. I vescovi, ornati di stola, cominciano a recitare i salmi dei morti. I baroni, col capo dimesso e gli occhi velati di lagrime, fanno cerchio ginocchioni al suo feretro. Allora, moribondo, Rodolfo dimanda vedere la sua mano. Il duca di Nordheim glie la presenta ed egli:
--È quella appunto, sclama, con la quale giurai obbedienza ad Enrico!
Indi, sentendo vicina la sua fine, solleva alquanto il capo, tentando riconoscere alcuno, chè la vista gli si era già velata, e dimanda:
--Ora di chi è la vittoria?
--È vostra, sire, risponde il duca di Nordheim malinconicamente; ma che ci giova la vittoria se vi dobbiamo perdere, o sire!
Rodolfo ricade sui guanciali, e con voce intelligibile appena susurra:
--Mi rassegno ai voleri di Dio! Non mi grava la morte celebrata dal trionfo.
E spira.
La profezia di Gregorio si era avverata--avvegnachè non nel senso di lui.
Rodolfo, dopo una vita di guerriero, ed una lunga corona di vittorie, era morto da eroe sul campo di battaglia, e da cristiano, senza mormorare di alcuno. Ildebrando lo aveva sedotto, come attestano le sue lettere, e spiccato dal partito dell'imperatore a cui era stato sempre carissimo. Il suo corpo fu deposto nel sepolcro dei re. Nel duomo di Merseburg esiste un'urna magnifica, e sovra di quella la sua statua di bronzo. Nel duomo medesimo si conserva e si mostra ancora la sua destra, il suo scettro, la corona e la spada.
I Sassoni fecero gran duolo della morte di lui, e ricche elemosine si distribuirono ai poveri, alle chiese ed ai conventi in suffragio dell'anima sua. Essi lo avevano conosciuto buono, affabile, di cuore gentile; lo avevano amato qual padre e salvator della patria, venerato qual prode.
La battaglia dell'Elster decise del destino dell'impero.
E Gregorio udiva ad un tempo, della morte del suo propugnacolo Rodolfo, e che l'imperatore Enrico, correndo precipitoso in Italia, era alle Chiuse.
FINE DEL TERZO VOLUME.
INDICE
LIBRO QUINTO.--Il 26 gennaio 1077 Pag. 5 LIBRO SESTO.--Rodolfo di Svevia. » 123
NOTA DI TRASCRIZIONE:
Sono state effettuate le seguenti correzioni:
essere la più {belle|bella} castellana d'Italia ed affidollo ai cortigiani, {affichè|affinchè} lo menassero sorridendo e mettendosi a {sesedere"|sedere} sclama {Baccellardo|Baccelardo} ridendo. Io non ho fretta, ripete {Laidolfo|Laidulfo} tutti quelli che glielo {avvessero|avessero} prestato non si {didimenticano|dimenticano} i buoni amici. {fas|fac} illis sicut Madian et Siræ
La lezione «scheltro» dell'originale è stata conservata.