Il re dei re, vol. 3 Convoglio diretto nell'XI secolo
Part 6
Gregorio, senza muoversi, piegò gli occhi sulla testa del re, e forse quel bello e giovane sembiante lo toccò. Enrico aveva allora ventisei anni. L'occhio turchino scintillava ardito come quello dell'aquila. La nobile chioma bionda, avvegnachè dall'acqua inzuppata, gli scendeva sulle spalle come la giubba del lione. La magnanimità, la fierezza gli si leggevano nel naso aquilino e nell'elevata fronte; del pari che la carnagione perlata e trasparente come quella di fanciulla additava la blandizia del suo cuore. Gregorio contemplava quel giovane pino, che della sua rigidezza aveva tentato spezzare; e forse un rimorso lo travagliò. Perchè troppo egli sapeva che la perversità non ricetta in un cuore il quale si specchia in volto così fresco e così bello. E poi volava con la mente agli anni suoi primi. E rammentava di qualche essere che lo aveva colpito; rammentava di suo fratello, e di tante imagini e scene della vita domestica, che nel suo lungo peregrinare e per uffizio del suo ministero aveva vedute, e s'inteneriva. Imperciocchè nulla v'ha che più intimamente favelli al cuore e di carità e di Dio, che l'aspetto della gioventù, e della gioventù potente ma sventurata. Così che papa Gregorio, quasi a sua insaputa, sedotto da interno moto, stese la mano al re supplicante e lo sollevò. La natura umana si era in lui strisciata di furto sotto al pontefice. Ma come Enrico sorse in piedi, e la taglia maestosa e l'aspetto ardito dissiparono quanto di supplice aveva avuto fino allora, sì che il pontefice ne era restato commosso; questi cambiò istantaneamente, e dimenticando il penitente per vedere il re, dimenticando il contrito per ricordare l'offensore, e l'avvilito per temere l'uomo terribile e minaccevole, fattosi novellamente aspro e severo dimandò:
--Ma sei tu dunque veramente pentito, Enrico di Germania?
Enrico allora gli mise addosso gli sguardi torvi e rispose:
--Ti sembrano dunque poche, o pontefice, o ancora dubbie le prove che te ne ho date finora?
--Uomo, hai tu dunque obbliate le colpe che cotanto magnifichi la penitenza? Ma se tu l'hai dimenticate, non l'ha dimenticate già Dio, nè colui che lo rappresenta sulla terra come supremo giudice degli uomini.
--Pontefice, se ti ha indotto nell'errore di avermi per reo la mia umiltà, ricrediti. Io mi sono presentato a te non come all'uomo, nè come al tribunale dell'uomo, perchè sulla terra alcuno non mi sovrasta, ma come al vicario di Cristo, come al sacerdote che Iddio raffigura. E se avanti al mondo io sono puro, al conspetto di Dio non posso vantarmi di esserlo. Tu però hai malamente tenuto il luogo del Signore della misericordia.
--Ah! son dunque falsi gli atti dei conciliaboli di Worms e di Pavia, che ci calunniarono così vilmente e ci deposero dalla sedia di Pietro? Il priore di Lacedonia, da noi perseguitato come infame, non fu da te creato arcivescovo di Ravenna per vilipenderci? Il favore agl'impudichi ecclesiastici da noi condannati, la resistenza nel non ispogliarsi delle investiture . . . non è vero. Enrico di Germania, son falsi e non dettati sotto la tua inspirazione quegli atti, quelle resistenze, quei favori? Non è Guiberto arcivescovo?
--No, non sono falsi. Ma tu, Ildebrando, avevi varcati i limiti del tuo ministero, ed io mi serviva del dritto degl'imperatori di Lamagna.
--Ed io di quello dei supremi pontefici, riprende Gregorio interrompendolo, e percotendo del pugno la tavola. Io come capo dei cristiani ho udito i loro lamenti. Tutti i giorni, i tuoi sudditi di Germania han recato ai miei piedi querele contro la perversità e la ferocia del tuo cuore. Hai vedovate e pollute le chiese; vituperati i sacerdoti; corrotto il paese che Iddio ti avea dato a governare; afflitti i vassalli; oltraggiati i signori. E se questi a te, infistolito nel male, Enrico, non sembrano delitti, a me, supremo signore dell'impero, feudo di santa Chiesa, lo apparvero troppo, e ti giudicai non con la severità che meritavi, ma come padre, come amorevole padre che il figliuol suo vuol ravvedere, non perdere.
--Codeste son le solite frasacce dei sacerdoti, pontefice, e ne ho udite troppe per non riconoscerle, risponde Enrico sdegnosamente. Avete appreso una serie di motti spregevoli e di luoghi comuni, che applicate a tutti i casi, a tutte le circostanze, a tutte le persone senza distinzione di sorta, e così fatte egida alla petulanza della vostra condotta ed ai vostri disegni, che nulla hanno di santo e di puro. _Chiese pollute! sacerdoti vituperati! gregge afflitto! pastori! pecorelle!_ e che so io. Ma citate, per dio, citatemi un esempio solo specificato di coteste ipocrite parole. Che un cavaliere solo dei nobili e virtuosi, che pur ne ha tanti Germania, venga a farmi arrossire di un'opera da tiranno e da perfido; ed allora io rassegno la corona come indegno di portarla. Ma finchè una mano di schiavi, ribelli ad ogni freno e ad ogni legge, finchè dei preti avidi di guadagno e di potere, e dei signori ambiziosi, che null'affatto vorrebbero esser ligi di padrone ed al padrone forfanno, si tirano avanti per baiare alla luna, ed eruttar delle scempiaggini scellerate, con niun discernimento spilluzzicate nelle omelie della Chiesa contro l'antica memoria di Domiziano e di Nerone; finchè, pontefice, questi servi vituperati si arrogano di calunniare il loro re, onta a te che li ascolti e presti loro un braccio, il quale solo dovrebbe alzarsi per ristorare i caduti e proteggere i malignati.
--E perchè dunque, se ti sentivi incontaminato, perchè hai rifuggita la dieta di Augusta? dimanda il pontefice. Quivi, in presenza mia e dei signori dell'impero, avresti potuto fare le proteste medesime, ed innanzi a cento e cento testimoni, chi avrebbe ardito mentire?
--Perchè, dovresti ricordarlo, o pontefice, sta scritto: _Date a Cesare ciò che è di Cesare_, ed _il servo non si leverà a censore del suo padrone_. Perchè la dignità dell'imperio si sarebbe prostituita. Perchè la giustizia umana e divina non tollera che alcuno si constituisca giudice ed accusatore ad un tempo. Perchè coloro erano stati corrotti da te, pontefice, da te che dovresti portare la pace del Vangelo non la sovversione di Satanno, e ne sieno testimoni le tue lettere ai principi Rodolfo, Bertoldo, ed altri signori di Germania. Perchè quella dieta era contraria alle costituzioni dell'impero, come convocata da signore straniero, e da lui preseduta. Perchè infine io era re, e sul re non giudica che Iddio, ed un re deve morire, deve rinunziare allo scettro, se d'uopo è, ma non avvilirsi. Ma lasciamo il passato, pontefice, e più calmi discutiamo i nostri affari.
Gregorio accigliato e scuro come una notte di tempesta in gennaio, ascoltava digrignando e contorcendosi senza rispondere. Enrico continuò:
--Per bene dell'anima, io ho creduto farmi cavar gli anatemi, e per non desolare di guerre e di scismi il paese che Iddio ed i dritti ereditari mi han dato il reggimento. Siano qualunque i principii che t'indussero a scomunicarmi, ora, santo padre, dovresti esser soddisfatto delle prove che per riconciliarmi con la Chiesa ti ho date. Bastino. Non tentare gittarmi nella disperazione, perchè, come ti sovviene, sta scritto, che, _chi ama il pericolo in quello perisce_.
--E sei tu veramente pentito, Enrico di Germania, dei soprusi che hai fatti alla Chiesa ed a me che ne sono capo?
--Io non so veramente troppo di quali soprusi tu intenda parlare, pontefice. Ma se cosa avrò commessa che al cospetto di Dio non fosse tornata gradevole, men pento pure, ed amaramente men pento.
--Sta bene. Però i pentimenti non bastano, signore; guarentigie vi vogliono.
--Dimandate.
Allora Gregorio tolse la pergamena finita di scrivere allora allora in presenza del re, e disse:
--Ecco i capitoli della pace, se vuoi la pace, figliuolo. Li ratificherai, li firmerai, e presterai giuramento di osservarli. Dove però essi, o alcuno articolo di essi non ti tornasse gradevole, puoi andarne pure, perchè io sono fermo, Enrico, di non recedere, per qualsiasi considerazione, da essi.
--Li firmerò dunque senza leggerli, se non mi è dato discuterli, e li giurerò.
--No; gli è mestieri che gli ascolti, onde per l'avvenire non ti ritragga dall'osservarli, e spergiuri.
--Leggili.
--Eccoli. «1.º Nel giorno e nel luogo segnalati dal papa, Enrico si presenterà alla dieta degli Stati tedeschi onde purgarsi delle accuse postegli dai principi. Il papa sarà giudice supremo ed unico fra lui e tutti gli accusatori di lui».
--Ah! fece Enrico, incrociando le braccia sul petto, il papa sarà giudice, giudice dell'imperatore, giudice dei suoi baroni, giudice dei suoi vassalli--signor dell'impero in una parola. A maraviglia! E poi?
Gregorio lo sta ad udire fissandolo di sguardo accigliato, poi senza rispondere continua a leggere.
--«2.º Quando, a giudizio del papa, Enrico fosse chiarito innocente, con sentenza del pontefice conserverà la corona imperiale: se colpevole, la rinuncierà senza contrasto, nè potrà per qualunque modo dimandare o tôrre vendetta da chicchessia».
--Comprendo, riprese Enrico componendo il volto ad un sorriso che avrebbe spaventato Satanno, Samuele ha trovato il suo David perchè Saulle l'ha fastidito. Ed inoltre? Gregorio si tacque ancora e lesse.
--«3.º Per sino al giorno di questo giudizio Enrico non porterà le insegne imperiali, non si arrogherà l'amministrazione del regno, ed eccetto la esazione dei regi dritti per tanta somma quanta sarà necessaria al vitto suo e dei suoi, non toccherà il tesoro della Camera, libererà dal giuramento di vassallaggio e di fedeltà tutti quelli che glielo avessero prestato a contare da un anno».
--Tanto valeva di soggiungere di mandare a tua paternità quei tesori ed infeudarli l'impero, continuò Enrico col medesimo ghigno beffardo. Ve n'è ancora molti di codesti patti di pace?
Gregorio legge:
--«4.º Quando trionfasse delle accuse dei principi e dal papa fosse confermato in monarca, Enrico sarà ognora fedele, devoto, obbediente al romano pontefice: e sia nel ricomporre i disordini dell'impero germanico, sia nel riformare gli abusi delle chiese italiane e tedesche, non potrà giammai essere d'avviso diverso di quello del papa».
--Ciò è di ragione, sclama Enrico; il papa è il re dei re, il papa è Dio. Conchiudiamo.
--«5.º Mancando ad un solo di tali capitoli, o scostandosi dal loro senso più ovvio, l'assoluzione della scomunica sarà irrita, nulla, e come non per anco avvenuta; e si terrà considerato per convinto di tutti i delitti che gli vengono apposti dai principi, e decaduto dall'impero. Infine consegnerà al pontefice l'arcivescovo di Ravenna prigioniero».
--Anche questa? Un imperatore sacrestano non basta; deve anche essere il birro ed il boia di santa Chiesa. Stupendo!
Gregorio non rileva l'osservazione. Solleva il capo, e gittandogli innanzi sul tavolo la copia dei capitoli:
--Ecco, Enrico, soggiunge, a quali patti ti potrai riconciliare con Dio e con me. Se non li approvi io non te li impongo.
Enrico non risponde più nulla. L'indegnità di quei capitoli e l'insigne tradimento che Gregorio gli aveva ordito, gli sembrarono talmente infami, che gli venne financo fastidio di favellare, e mille anni gli parvero di torsi dalla presenza di quell'uomo. Per lo che, con una specie di convulsa rabbia, toglie d'innanzi al pontefice la pergamena e la sottoscrive. Gregorio s'avvide dei pensieri che concitavano il re, e comprese senza stento che quei capitoli non sarebbero stati osservati. Ma siccome da documenti di questa natura, e con questi mezzi carpiti, egli aveva assunta la prepotenza ed i titoli alla signoria degli altri regni, così contentossi della cosa fatta e del presente, riserbandosi per l'avvenire di profittare delle circostanze. Onde, rivolgendosi ad Enrico, gli dice:
--Adesso fa d'uopo che giuri.
--Hai cominciato, finisci, risponde costui quasi distratto. Detta dunque tu stesso il giuramento ancora, perchè io sono a tutto rassegnato.
Allora Gregorio fa entrare tutta la corte e le annunzia la riconciliazione seguita. Poi, in presenza di tutti, Enrico pone la mano sul libro degli Evangeli, tenuto dal vescovo di Porto ginocchioni, e legge sur una pergamena presentatagli dal papa presso a poco queste parole:
«Io, Enrico, re di Germania, prometto che entro il termine prescritto da papa Gregorio, darò, conforme alla sola sentenza di lui, pubblica e piena soddisfazione a tutti i principi e grandi del regno che ora sono malcontenti di me, per quanto riguarda le accuse che essi mi appongono, e la discordia che travaglia l'impero. Se papa Gregorio vorrà passare oltremonti o visitare una provincia del regno, sarà, per parte mia e di tutti coloro ai quali potrò comandare, al sicuro da qualunque lesione tanto per la libertà, la vita e le membra sue proprie, quanto per la libertà, la vita e le membra dei suoi seguaci ecclesiastici laici, i quali in qualità di legati viaggino dimorino in una parte qualunque del regno. Non consentirò che veruno, mio suddito o no, violi la maestà del pontefice; e se mai qualche empio lo ingiuri o contristi, lo vendicherò con tutte le forze del regno».
«Io lo giuro oggi 26 gennaio 1077, a Canossa.
--Sei contento adesso, o pontefice? domanda Enrico quando fu letto ciò.
--Non ancora, risponde Gregorio. Tu hai firmato dei patti, li hai giurati, ma chi malleva e giura in proprio nome per te che li osserverai?
Questo novello affronto indignò quanti signori stavan presenti.
--Io, giusta la regola del chiostro, dice l'abate di Cluny, non posso giurare, ma sulla mia garantisco la parola del re.
--Ed io giuro, sclama il vescovo di Vercelli, che Enrico manterrà le condizioni.
--Ed anch'io lo giuro, soggiunge la contessa Matilde.
--Ed io pure, risponde Adelaide.
E così giurarono del pari Azzo d'Este, Eppone vescovo di Zeitz e molti altri signori italiani e tedeschi. Allora Ildebrando dà ad Enrico la benedizione e l'abbraccio di pace. Quindi, scendendo dal suo soglio e mettendosi alla testa del corteo, esce dal castello, muove alla cappella e comincia la messa. Alla consacrazione dell'ostia e' fa accostare il re all'altare, ed innalzandola sovra il suo capo con voce solenne sclama:
--Re di Germania, tu ed i tuoi seguaci ci avete accusati di aver, per simonia, usurpata la santa sede, macchiato di sacrilegi il santuario e la nostra vita di nefandi delitti, sì che avevamo meritato bando dall'altare. Potremmo confondere la calunnia con la testimonianza dei vescovi, che sanno come noi fossimo vissuti e nel chiostro e ministro dei papi, e collocato sul settemplice candelabro del tempio. Pure, perchè nessun'ombra offuschi lo splendore tremendo della tiara, non ci appelliamo alla giustizia degli uomini, ma provochiamo il giudizio da Lui che scruta i cuori e trova macchie nel sole. Il corpo vivente di Cristo, che dobbiamo inghiottire, attesti al conspetto del mondo l'innocenza del suo vicario. Iddio onnipossente dissipi quest'oggi il sospetto se siamo incontaminati, ci fulmini di morte se rei.
E sì dicendo, acclamato da tutti, inghiotte la particola. Indi si volge ad Enrico e favella:
--Fa ciò che noi facemmo, figliuolo, e chiama in testimonio l'Eterno che il tuo cuore non si è ribellato alla Chiesa. I tuoi accusatori, e sono tutta la Germania, vogliono che tu sia giudicato; appéllatene dunque a Dio che solo non può essere ingiusto. Eccoti l'ostia consacrata: se peccasti, non farti reo ancora del sangue e del corpo di Cristo. Ma se sei mondo di colpe, vinci con questa prova le accuse, suggella ai tuoi nemici la bocca, e guadagnati un difensore nel papa.
Enrico, dopo tante prove, si vedeva ancora esposto ad un giudizio di Dio--in quell'epoca tremendo sopra ogni giudizio. Alla profferta del papa, con mal umore, risponde:
--Pontefice, i miei accusatori non sono presenti, e quindi, o niente affatto o debolmente creduto sarebbe questo novello esperimento di mia innocenza. Si rimetta dunque al giorno della dieta.
--Fa come vuoi, o figliuolo, risponde Gregorio, e finisce di celebrare la messa.
Allora Giovanni di Porto, che aveva assistito il pontefice, nel voltarsi, vede Laidulfo che faceva capolino all'uscio, tutto contento della riconciliazione ottenuta mercè sua.
VII.
Que le prélat surpris d'un changement si prompt Apprenne la vengeance aussitôt que l'affront. BOILEAU. Le Lutrin.
Il vescovo di Porto, memore delle parole di Gregorio, guizza di mezzo alla corte, ed andando incontro a Laidulfo gli fa segno di seguirlo. E come l'ebbe menato in disparte gli dimanda:
--Figliuol caro, non saresti tu per avventura colui che ha reso segnalato servigio al pontefice?
--Monsignor sì. Se posso renderne qualcuno ancora a te, non devi che favellare. È la mia debolezza quella di prestarmi per tutto il mondo... che mi paghi, bene inteso!
--No, compare, a me non occorre nulla. Ho invece comando di sdebitarmi con te, per quella larghezza che devi aspettarti dalla natura del servigio prestato e dalla persona che ten richiese.
--Innanzi tutto da parte di chi mi favelli tu, magnifico vescovo di Porto, dalla parte del re o da quella di Gregorio, poichè entrambi io mi obligai?
--Dalla parte di Gregorio, risponde il vescovo.
--Allora bisogna dire, sclama Laidulfo, o che io sia nato vestito, o che il mondo vada per iscoppiare; perchè, quando pagano i preti, i diavoli fanno orgia.
--E noi vogliam mettere, eccezione ai tuoi principii. Seguimi dunque un poco.
E sì parlando, lo menava traverso molti corridoi oscuri, gli faceva scendere e salire scale a chiocciola e ballatoi, finchè non furono in un'ampia camera, quasi buia, perchè prendeva luce da alto abaino, praticato per rispondere in una stanza anch'essa poco illuminata. In questo salone si levava una specie di trono, ed alcuni sgabelletti più bassi. Quivi usava la contessa tener mallo per le condanne di morte, e diverse porte di trista apparenza in essa si aprivano. Laidulfo guardava intorno e diceva:
--Dunque, monsignore, vorrà esser grosso il compenso che il santo padre ti ha comandato di darmi?
--Veramente egli non me lo ha comandato propriamente, perchè Gregorio non è gran fatto facondo su queste cose, e bisogna pigliarlo a volo; ma io, che son vecchio balestriere, l'ho capito subito.
--Ha avuto torto il santo padre: non si dimenticano i buoni amici. Ma, dico, monsignore, che cos'è che andiamo pescando quaggiù? Questa camera non ristora lo spirito niente affatto.
--Figliuol caro, vorresti tu mo' che i tesori si tenessero così esposti all'aria per chi voglia beccarseli? Signor no, si custodiscono ben guardati in fondo alle castella, e son noti solamente alla gente fedele.
--In fondo alle castella sono altresì le prigioni, monsignore; e non è la prima volta che vostra religione paghi così i grossi servigi.
--Non ti apponi, compare; ma i servitori di Dio non si conducono per tal modo.
--Sì bene, posto già che tu fossi servitore di Dio. Ma dove dunque si va?
--Siam giunti. Non devi che aspettarmi in quella stanza, perchè non voglio, gioia bella, che tu sappia i nostri affari; ed in due minuti sarò da te. Cosa è! tu dubiti?
--In questa stanza, dici? Ma questa stanza ha una porta, questa porta ha una toppa, questa toppa una chiave, e questa chiave può dare alcuni giri, e mastro Laidulfo restarci dentro assediato dalla fame come Cristo nel deserto. Monsignor no: in questa stanza non entro io.
--Allora togli la chiave e mettila in tasca, se non trovi meglio di chiuderti di dietro come io vorrei; perchè, ti ripeto, non mi solletica niente affatto di essere spiato da te.
--In questo modo la cosa potrebbe camminare, diceva Laidulfo, esaminando la porta, se... se.... Sta bene! non ci sono più nè toppe, nè saliscendi, nè lucchetti. Dunque hai detto cinque minuti, non è vero, monsignore?
--Presso a poco.
--Giuochiamo a capo a nascondere: comprendo. Non importa: vada, sia pur così. Ma bada, monsignore, che il compenso sia grosso, perchè....
--Rilevante fu il servigio; lo so.
--E che non aspetterò più di cinque minuti; e che se mi volessi usare tradimenti, ho un pugnale che non è novizio. M'intendi?
--Troppo.
--Andiamo dunque in nome del dia....
Laidulfo aveva aperta la porta, e messo il primo piede sul pavimento della stanzuccia. Ma siccome il solaio era stato collocato a bilanciere, per modo che dove il passo si metteva sprofondava e si alzava dal lato opposto; così Laidulfo si vide aperto d'avanti un abisso profondo ed oscuro, in fondo al quale sentiva un murmure come d'acqua che corre. Egli però, poggiando il piede si era squilibrato. Il vescovo di Porto, che spiava ogni suo moto, ne profitta, e dandogli una spinta gagliarda lo manda giù, senza che avesse neppure intera potuta proferire la frase. Ciò fatto, con una mazza urta il lato del solaio sollevato, e tirandosi la porta se ne va fregandosi le mani e zufolando, dopo aver detto:
--Corpo dell'ostia! Mastro Ildebrando non si fastidierà più di te, mariuolo!
Allora tumultuoso levare di voci gli giunge dalle corti che dicevano:
--Abbasso l'infame pontefice, abbasso il re codardo, abbasso.
Il vescovo di Porto tende prima le orecchie ad udire, poi crolla alquanto la testa, sorridendo volge gli occhi al suo fianco, dove nascondeva il pugnale, fa scricchiolare le nocche delle dita, e dicendo: andiamo in nome di tutti i diavoli! ed al pontefice si presentò.
Enrico, che asciolveva con Gregorio, a quei da lui pure uditi rumori aveva preso commiato. Gregorio lo aveva licenziato con un _vade in pace_. E si avviava per uscire, allorchè gli viene incontro il vescovo di Vercelli che divenuto estremamente pallido sclama:
--Sire, gl'Italiani sono in rivolta.
A quell'annunzio il re si scuote, e subitamente trae sullo spianato per parlar loro. Lo spianato trova deserto. I capi si erano ritirati per consultare fra loro, il popolo aveva cercati gli abituri per andare raccontare ai suoi figli ed alle sue femmine dell'atto osceno a cui aveva assistito, e mandarne ai posteri vituperata memoria.
Enrico allora seguito da pochi, riviene al romitaggio. Però come penetra nelle sue stanze, egli si arresta, poi retrocede, colpito da terribile spettacolo.
L'arcivescovo di Ravenna, piagato al petto da grave ferita e legato alla gola con un balteo, penzolava da un piuolo del camino, piombino in viso, oscillando ancora, convulsamente rattrappito. Enrico gli fa tosto apprestare soccorsi, se pur erano ancora a tempo di salvarlo, e dimanda di Baccelardo.
Baccelardo ed una giovane erano partiti da un'ora.
E due ore dopo, tre legati del papa, divisati da pellegrini, movevano per la Germania.
LIBRO SESTO
RODOLFO DI SVEVIA.
VIII.
Sorgi, ungilo perchè egli è desso. Prese dunque Samuele il corno di olio, ed in mezzo ai suoi fratelli lo unse. REG. I. c. 16.