Il re dei re, vol. 3 Convoglio diretto nell'XI secolo

Part 5

Chapter 53,641 wordsPublic domain

--Ma, per Abramo, ascolta. Manderai questa nobile commissione al re, e questa, in nome tuo, gli prometterà che lo riceverai incontanente, senza più pettegoleggiare e fare il fiero. E tu, come il re verrà, lo ascolterai, lo assolverai e mangerai con lui come fratello. Ecco ciò che io richiedo da te. Vuoi starci?

--No.

--Bisogna dunque dire che farnetichi. Allora io ti propongo un altro partito. Se, come avrai saputo il mio segreto, stimerai esagerato il compenso che ti richiedo, io consento a non ottenerlo.

--Ma che cosa è dunque che devi dirmi? favella in nome di Dio. Domani riceverò il re.

--Parola di sommo pontefice?

--Parola.

--Ebbene, sclama allora Laidulfo cavandosi di sotto il mantello uno scrignetto, conosci tu le armi di questo mobile?

--Mio Dio! e come in mano tua quello scrigno?

--Ecco qui. Io peregrinava Italia come zingano, vendendo specifici e talismani per le malattie degli uomini e delle bestie, e reliquie pei divoti, allorchè una sera capitai a Soano. Impaniato tra quei viuzzi a notte alta, era deciso passarla al sereno, coricato sul suolo, allorchè, nella magione vicina, mi sembrò udire gente che ancora vegliava. Cercai la porta, e venne ad aprirmi un servo. Gli dissi che avesse pregato il padrone di ricovrarmi fino al mattino, e di qualche vitto, perchè arrovellava della fame. Il servo portò la dimanda, e ritornò rispondendo che poteva entrare.

--Abbrevia, l'interrompe Gregorio.

--Io non ho fretta, ripete Laidulfo, mettendosi a sedere, e continua.

--Io mi trovai presso di un falegname venuto in fortuna. Mi accolsero caritatevolmente. Alcuno non mi domandò nè nome, nè condizione; mi fu dato lautamente da cenare, e poi un buon letto, sicchè io dormii come un canonico fino a giorno alto del domani. Appena alzato, mi recai per render grazie al mio ospite, palesargli il mio nome ed il mio stato, e presentarlo di un amuleto pel mal di pietra, da cui il povero vecchio andava travagliato.

--È vero, sclama Gregorio.

--Se è vero! ripiglia Laidulfo, io parlo evangelio.

--Avanti e presto.

--Va bene. Il falegname stava in sul punto di morire. Io vestivo in quel tempo schiavina di romeo, perchè, essendo stato attossicato da una zingara ed essendomene tirato con un controveleno, avevo fatto fra gli spasimi un cotal voto alla Madonna di Loreto e là mi recavo per soddisfarlo. Piacqui al vecchio. Ei mi credette un santo, o su quel torno. Ora, costui si aveva in casa una bimba trista e piagnucolosa da fare strabiliare un demonio. Morendo, quella monnelluccia restava Dio sa a chi. Il vecchio voleva mandarla a Roma a qualcuno che ne avesse dovuto pigliar cura. Eran giorni di guerra. Correvano il paese Tedeschi, e saccomanni, e lance del papa ed ogni ben di Dio di malandrini. Alcuno dei terrazzani di Soano non voleva torsi la missione di condurre la bimba a Roma, per prezzo che offrisse il vecchio moribondo. Io gli sembrai l'uomo mandato da Dio. Il mio vestito, il mio portamento umile, contrito, divoto, lo sedussero. Mi domandò se volessi accettare la commissione. A vero dire, io allora abborrivo le creature peggio che non abborrissi il duca di Puglia, Roberto Guiscardo. Però, per farmi dispetto, per fare arrabbiare la mia bestiale natura, accettai. Si trattò del prezzo che mi si offriva per il viaggio e le spese della bimba e di me. Mastro Bonizone era taccagno anzi che no; ma le ore sue sembravano contate, io non tenevo punto all'affare, alcuno non si presentava per rendergli servigio a miglior patto; bisognò dunque calare all'accordo. Restava un dubbio.

--Uno solo? dimandò Gregorio.

--Almeno il più grave.

--E quale? conchiudi dunque.

--Ecco qui. Io dovevo condurre quella scimiuzza stridula a Roma e consegnarla a qualcuno. Ora costui l'avrebbe egli tolta senza una pistola di chi la mandava e senza un breve di ricordanza sull'identità della puttina?

--Ah! ed allora? sclama Gregorio turbandosi visibilmente.

--Allora fu mandato a chiamare un tabellione, un tal mastro Anasprando.

--Viveva dunque ancora? sclama Gregorio quasi suo malgrado.

--Se viveva! Era fresco come l'abate di Nonantola che si conforta con trenta beghine, di cui la più vecchia ha venti anni. Mastro Anasprando dunque fece una lettera ed un bel _breve di ricordanza_, a scrittura grossa come i rosoni della chiesa di Sant'Ambrogio di Milano; mastro Bonizone vi mise sotto una croce; quattro altri testimoni vi cincischiarono degli scorbi come campanili; dentro questo forzierino chiusero questo libro di ore che qui vedi, e mel consegnarono, dicendomi che dovessi darlo a colui cui conducevo la fanciulla, sendo una memoria di sua madre. Ora il libro di ore ed il forzierino è questo qui, con le armi del conte di Reggio, perchè il libro apparteneva alla sua figliuola Bertradina...

--E la ragazza? dimanda Ildebrando ansioso.

--La ragazza... Veramente fui tentato all'indomani di venderla a qualche zingano o a qualche ciurmadore. Ma poi pensai che avevo tolto un bel prezzo della commissione e dovevo compierla da galantuomo. Soddisfatto quindi il mio voto di Loreto, mi recai a Roma. L'uomo a cui la bimba, la lettera, il forzerino erano inviati non vi era più.

--Davvero?

--Sissignore. Egli era partito proprio per quella stessa Soano, donde io era mosso, e per vedere proprio morire quel vecchio che io avevo veduto moribondo, e forse per aver proprio quella scimiuzza di bimba che io gli recavo a Roma. Il vecchio che lo attendeva e che forse disperava vederlo venire, che sentiva sfuggirsi l'anima, che conosceva l'indole dell'uomo a cui aveva a fare, si era affrettato nelle risoluzioni.

--Ma allora cosa facesti tu del mandato?

--È giusto quello che io m'accingo a dirti e per cui mi vedi qui. Quella fanciulla, nella mia vita dissipata e randagia mi tornò da prima di grave fastidio, e più di una fiata mi frullarono pel capo disegni tristi. Però, pensando poscia che io ero solo come la notte, mi feci violenza e la tenni. Tanto più che la poverina riesciva ogni dì più vispa e non piangeva più, avvegnachè passasse sovente interi giorni digiuna. Poi si fe' grande, uscì di fanciulla, ed io le aveva messo un amore pazzo. Bestione! La amavo quasi mi fosse figliuola; e la guardai perchè non capitombolasse, essendo fatta belloccia, ed i fottivento la rimorchiavano. D'altronde ella si guadagnava bene la vita, avendole una zingana insegnati certi segreti per pescare nell'avvenire. Ed eccola qui questa galuppa, che sì è fatta rossa come una ciligia di Genova.

--Ella! sclama Gregorio.

--Appunto. Che ne dici, Ildebrando? non è un tocco da far gola ad un monsignore?

--Ed io sono figlia di una contessa? mormora Guaidalmira come parlasse a sè stessa.

--Sissignore, della contessa di Reggio, monella, soggiunge Laidulfo stringendole il capo sul seno e baciandola sulla fronte.

--Ma la lettera, ma lo scritto del tabellione, dimanda Gregorio impaziente ed ansioso, divaricando gli occhi; lo scritto non l'hai tu conservato altresì?

--Se l'ho conservato? Magari! Gli è il mio tesoro. Ed ecco il segreto che ti riguarda, pontefice, e che io avrei venduto ai tuoi nemici, ad un concilio, a Satana, i quali ne avrebbero menata galloria come di una battaglia guadagnata. Leggi, leggi un poco se ti piace.

Gregorio toglie la pergamena di mano tremante, e legge:

»In nomine di Dio, dalla beata Vergine e di S. Inegilda amen.

»Hogi che sono li 27 di Martio die di Giovedì santo dell'anno dell'incharnatione del nostro signore Gesù Cristo 1057 anno secundo del regno di Enrico IV _dominus noster et primus ponteficis Stephanis_ IX, Inditione VII--_actum Soani civitate_ nella casa di mastro Bonitione di cumditione falegniame _in cubiculum_ dela chamminata il quale Bonitione in nostra _præsentia_ et _testimonibus_ Marcho congnomento Digitomutio Gelasio Canaiuolo Pietro _servus marchionis Etrurie_ affrancato _cum danario_, et Zaccheria subdiacono tutti non habili di scrittura e perciò crocie segniati che noy tabellio _communis Soani_ certioriamo come _facta e propris personibus qui fuerunt_ testimoni della comseguazione _quem predictum mastrum Bonitionem_ have fata di una bambina, che il medesimo Bonitione _certiorat esse_ la propria figla del suo filiuolo Ildebrando et dela Bertradina filiuola del conte di Reggio _uxorem alii fili suis_ Guiberto che perciò have trucidata fino a morire cum un coltelo la detta molie, ad un ebreo...

--Questa è infame, è esecrabile menzogna! sclama Ildebrando alzandosi da sedere.

--Non puoi negare però che l'atto è in tutta regola, Ildebrando, sclama Laidulfo, tirando dalle mani del papa la scritta e mostrandogliene un'altra, non puoi negar che questa è la lettera diretta a te dal tuo padre a Roma, con cui ti manda la tua figliuola, non puoi negare che questi atti in mano dei tuoi nemici.....

--Questa è scelleratissima calunnia, proseguiva Ildebrando riscaldandosi sempre più, e la giustizia di Dio non potrà permettere che si faccia onta ad innocenti, si vituperi la memoria di una pia...

--Tutto sta bene, tutto eloquentemente detto. Però devi convenire che se questo scritto cadesse in mano dei tuoi nemici...

--Qualcuno ha letta dunque codesta pergamena?

--Nessuno, ed il segreto, se il tabellione ed i testimoni sono morti, non potrebbe palesarsi che da questa triste di scritta.

--Resti dunque il segreto ed il vero al cospetto di Dio, che questa scritta non tradirà più alcuno.

E sì dicendo, Gregorio strappava di un lancio dalle mani di Laidulfo sorpreso l'atto della consegna della fanciulla e la lettera e le gittava nel fuoco, e con le molli ve l'incalzava, ve la teneva. Guaidalmira stende subito la mano nella brace per cavarle, sclamando:

--Voi consumate la mia esistenza, pontefice!

Ma Gregorio con la molle le spinge più dentro tra le fiamme. E quella carta si rattrappa, si fa nera, si arroventa--infine non resta del testimonio della vita civile di quella povera giovane che poca cenere. Ella si mette le mani sul volto per non assistere a quella specie di omicidio morale, e prorompe in pianto.

--Pontefice, dimanda allora Laidulfo che aveva veduto tutta codesta scena in apparenza senza muovere palpebra, ma tastando sul petto il suo pugnale, pontefice, manterrai adesso la tua parola?

--A domani.

--Sta bene allora, risponde Laidulfo, ritirando la sua mano dal giubbetto, lasciando il pugnale e facendo una riverenza. A domani.

Guaidalmira si avvicina allora tutta tremante a Gregorio quasi avesse voluto gittarsegli ai piedi, e gli dice:

--Voi dunque...

Ma Gregorio le taglia in bocca le parole, e facendole cenno imperioso di partire sclama:

--Donna! il segreto che udisti muoia con te.

La giovinetta gli alza addosso gli occhi lucidi di lacrime, ed uscendo dietro a Laidulfo prorompe:

--La mia scienza non m'ingannava!

Gregorio loro tenne dietro col guardo ansioso, finchè non furono scomparsi, poi alzando al cielo gli occhi e le mani gaudioso gridò:

--Sono libero. Quei cialtroni non saranno creduti. La terra non avrà più macchia da appormi: per i presenti sarò un eroe; per i posteri un santo. Ma Iddio!...

A questo pensiero Gregorio cadde sulla sedia, e non passò guari ed un sopore lo avviluppò. Era quello il sonno del giusto, o un subito rilasciamento delle fibre del cervello che da violenta tensione posavano? Dio e la storia han giudicato quest'uomo: lasciamolo al loro giudizio.

Appena svegliato però Gregorio si fe' venire il vescovo Giovanni di Porto e gli dimandò:

--Giovanni, hai tu veduto quell'uomo e quella giovane che hanno meco favellato?

--Santo padre, sì, risponde il maligno vescovo.

Gregorio si guarda intorno per osservare se qualcuno lo ascoltasse, poi a voce intelligibile appena soggiunge:

--Vescovo di Porto, quell'uomo mi ha fastidito.

Il formidabile vescovo sbircia fitto fitto Gregorio per comprendere il significato di quella frase, indi risponde:

--Santo padre, si lasci servire da me.

E quelle parole, come l'indice delle sacerdotesse di Vesta che, al dire di Reboul de Nimes, _était un poignard_, furono la sentenza di morte di Laidulfo.

V.

Humble et timide, a plaire elle est plein de soins, Elle est tendre, elle a peur de pleurer votre absence, Fidèle... ANDRÉ CHÉNIER

Non appena Laidulfo ebbe messo piede fuori la rocca si diede a correre a rompicollo per arrecare la novella al re dell'esito felice del suo negoziato. Giunse al cenobio che il dì era compiutamente finito, ma si vedeva ancora per quella specie di luce opaca che dava la neve donde il suolo gremivasi. Il re desinava. Laidulfo si fe' chiamare Baccelardo, e come questi venne e lo vide, ansioso dimanda:

--E sì, compare?

--A maraviglia, risponde Laidulfo.

--L'hai ucciso?

--Non ci è stato bisogno. Dimani il re sarà ricevuto e benedetto come un uovo di Pasqua.

--Dici il vero?

--E conosci che io burli mai? Domattina verranno qui a rilevare l'imperatore le due contesse, l'abate di Cluny, il marchese d'Este; e Gregorio lo accoglierà per assolverlo.

--Sacramento! e come hai tu fatto per rammollire quel demonio?

--Eh! al mio scongiuro difficilmente e' poteva resistere. Ma dimmi un po' adesso, e tu hai favellato col re?

--Altro! Enrico ha detto: che quel monello mi cavi di questa pania, e poi scelga il più pingue vescovado o principato di Germania, e gli giuro sulla mia corona imperiale che glielo darò.

--Ha detto proprio monello?

--Monello o galuppo, poco importa; qualche cosa di così infine.

--Che magnifico signore! Il fatto sta adesso che io m'imbroglio a scegliere. Già un vescovado vuol essere e non altro, perchè io sento una vocazione di farmi santo da ridurre a strabiliare un diavolo. Di' dunque, Baccelardo, che mi consiglieresti tu eh!

--Per me ti consiglio a dimandare l'arcivescovado di Magonza che è un buon quarto dell'impero.

--Diamine! sai, Baccelardo, che tu hai giudizio? Sta bene: dimanderò l'arcivescovado di Magonza.

--Si; ma ci è una lieve difficoltà.

--Quale?

--Che l'arcivescovo Sigofredo è vivo ancora

--Non altra che questa?

--Ti par poco?

--Fih! dammi ventiquattro ore di tempo, e mutami nome, se non farò restare la chiesa di Magonza vedova come.... come.... aiutami a dire dunque il nome della moglie di quel bellimbusto che trascinarono di un piede attorno le mura di quella città di Puglia che sta presso Biccari.

--Troia?

--Già: come si chiamava la moglie?

--Di Troia?

--Eh! dell'altro che fu trascinato.

--Ma!

--Capisco, compare, tu non sei più forte di me in letteratura. Or bene dunque, giacchè io sono arcivescovo di Magonza debbo fare qualche cosa per te. Ti piacerebbe la città di Reggio qui presso?

--Sogni!

--Mica. Io dunque ti do questa bella giovinetta in moglie, e la città di Reggio per dote, investendoti altresì dei miei dritti sul principato di Capua.

--Ah! vuoi dunque barattare i tuoi dritti coi miei sul ducato di Puglia e Calabria, compare?

--Io parlo del miglior senno, disse Laidulfo. Questa giovine adesso è da marito. L'ho guardata finora, perchè aveva a renderne conto. Il conto l'ho reso da fedele custode. È stata sventurata; non ho che fare di più. La mia parte è compiuta. Ho fatto finora il buffone perchè ero giovane. Ora mi sento venir vecchio, voglio far l'arcivescovo e chiamar fratello il papa. Ella è orfana, tu del pari, Baccelardo; sposala ed io vi darò la santa benedizione.

--Ma taci in nome di Gesù, disse Guaidalmira arrossendo tutta.

Baccelardo la contemplava attentamente.

--Ci pensi sopra? soggiunge Laidulfo, vedila, essa è bellissima, è pura come il vento delle Alpi. Potrai trovare più ricca donna, ma nè più avvenente, nè più amorosa. Se sapessi che cure ha avuto di me...! Bah! non ne parliamo, chè per poco che lo rammenti, questi tristi de' miei occhi scorreranno come grondaie. E ad un arcivescovo sta male il piangere.

--Ma taci, taci, padrino; cosa vai raccontando.

E Baccelardo la squadrava attentamente.

--Eh! quel giovane, riprende Laidulfo, cosa è? Sei restato infatuato come gli apostoli che si han veduta sfumar d'innanti la Vergine nel quadro della chiesa di Santa Maria Maggiore? Andiamo, risolviti. Se non la puoi togliere in moglie, accettala per compagna, giurami di proteggerla e di rispettarla.

--Ma qual novello mercato intendi fare di me, padrino? scoppia con fierezza Guaidalmira. Io non mendico protezione da alcuno.

--Dimmi, Laidulfo, conosci i natali di questa giovane? dimanda Baccelardo.

--Nobilissimi. Per madre discende dal conte di Reggio, di cui è erede unica; per padre si va più alto ancora. Però non è maturo il tempo da rivelarlo.

--Ma costei sarebbe allora la figlia di quella Bertradina, che fu un dì moglie dell'arcivescovo di Ravenna? dimanda Baccelardo.

E Laidulfo:

--No, bel cavaliere. Vi ho detto che non era tempo ancora rivelare il segreto del suo nascimento; attenetevi alla mia parola. Quel dì verrà, ed ella stessa, o io, vi faremo di tutto chiaro. Per ora contentatevi di ciò.

--Ma pure la sola Bertradina era erede del conte di Reggio.

--Ed io ti dico che Guaidalmira non ha nulla da partire con codesta dama. Saprete tutto a tempo opportuno; acquietatevi adesso.

--Sta bene, risponde Baccelardo, non occorre saper oltre. So già tutto. Se ella dunque non ripugna, io sarò il suo amico, il suo fratello; e se la mia stella si rischiara, il suo sposo.

--_Te Deum laudamus!_ sclama Laidulfo, prendila dunque, ella è tua.

Guaidalmira fatta rossa come bragia si covre il volto con le mani; e Baccelardo, accostandosele, la bacia sulla fronte ed esce dicendo:

--Reco la lieta novella all'imperatore.

Al domani, Gregorio tenne la parola. Matilde cogli altri signori della rocca si recò all'albergo dell'imperatore per confortarlo di appressarsi di nuovo al castello ed aver l'assoluzione. Perocchè, dopo il lungo loro pregare, avevano infine ottenuta promessa dal pontefice che li avrebbe soddisfatti. Enrico resistette alcun tempo: infine si lasciò persuadere, e sull'ora di sesta a Canossa si ravvicinò per la quarta volta. La neve ed il vento sembrava che avessero voluto imitare la pertinacia del pontefice, poichè ingagliardivano di giorno in giorno peggio. Avanti la porta delle prime mura si presentò l'abate di Cluny per rinnovellare la cerimonia dei tre giorni precedenti.

Egli aveva l'aspetto attonito, lo sguardo immobile. Si avanzò al cospetto del re e parlò:

--Dunque, santo padre, convincetevi che dovete assolvere Enrico, non potendolo condannare all'inferno, perchè l'inferno non ha azione sull'anima. L'anima, ha detto il beato Aristotile, è la forma della materia, ossia l'attività prima del corpo organico, e racchiude la causa sufficiente della facoltà per cui le funzioni vitali si esercitano. Ora siccome tutti i sensi esercitano la loro azione mercè un certo _medio_, così anche l'anima, la quale ha sede nel fuoco, perchè il senso d'attività va spesso unito col senso del calore. E siccome il cuore ha una natura calda, quivi è la sede dell'anima. Ma nel cuore vi sta ancora l'etere, dunque il medio dell'azione dell'anima è il fuoco, o spirito, o l'etere. E perchè i simili non si distruggono, così l'inferno non distruggerebbe l'anima di Enrico, e dovete assolverlo, e dovete...

L'imperatore stette attento ad udire dove diavolo l'abate volesse andare a parare con quel ragionamento, che probabilmente era lo stralcio di un discorso da lui tenuto al pontefice; ma non arrivandone a comprender nulla, gli volse le spalle, si nudò, rimase il seguito nel primo atrio, ed entrò.

Egli aspettava che lo avessero subitamente intromesso. Non fu così. Imperciocchè attese fino all'ora di nona senza che alcuno apparisse. E stava già per andar via, furibondo di questo frustraneo novello atto di sommessione, malgrado le preghiere dell'abate con lui restato fuori ed in sè rinvenuto; allorchè le porte si aprono, e vengono fuori la contessa Matilde, la marchesana Adelaide, Azzo d'Este, ed il vescovo di Porto con molti altri prelati italiani e tedeschi nel castello ricoverati. Il vescovo di Porto va dritto al re, e gli dice:

--Enrico di Germania! perchè vieni tu in abito da penitente alle porte di questa fortezza?

--Per essere assoluto della scomunica da papa Gregorio, risponde il re.

--E sei tu veramente pentito delle tue colpe? dimanda il vescovo di nuovo.

--Sono, risponde Enrico.

--Entra dunque in nome di Dio e di Gesù, e che l'assoluzione che ti rechi a ricevere possa giovare all'anima tua.

E, sì dicendo, il vescovo di Porto si apriva il varco fra quei signori che si schieravano in due ale, ed Enrico lo seguiva nel castello.

VI.

Avanti a te o Gran Cuccu mi prostro, Che dai per ineffabile mistero Fatidica virtù di un corvo al rostro D'annunziar l'impercettibil vero, Ma nessun seppe mai, nessun saprà Donde viene il tuo spirito, e dove va. CASTI, _Anim. parl._ 17.

Enrico non fu ammesso però direttamente alla presenza di papa Gregorio. Egli si ebbe ad arrestare nel vestibolo e ad assoggettarsi ancora a pause non brevi fino a che il vescovo di Porto non ritornò col permesso di progredire. Tutta la gente del seguito di Enrico, unitamente ai signori del castello, rimase nelle antisale; solo il re, accompagnato dal vescovo fino alla porta, si recò innanzi. Ildebrando sedeva ad un trono di legno di quercia, ricco di intagli a gotici disegni e colonnette attortigliate, elevato da terra e collocato dentro una nicchia dello stesso legno, medesimamente scolpita. Sopra un tavolo, ad un angolo della stanza, poggiava il camauro. Egli poi si teneva ad un altro tavolo alzato al livello del petto con mobile da scrivere.

Vestiva gli abili ponteficali, sfarzosi di ricami d'oro e di fimbrie intorno al collo, all'apertura del petto ed alle maniche. Ai piedi aveva i sandali bianchi ricamati della croce d'oro; in testa il rosso berretto che gli lasciava scoverta a metà la calva fronte e mirabilmente faceva risaltare quella sua nobile fisonomia, la quale forse non piaceva a causa di quell'aria accigliata che la troppo severità le dava. La bianca barba gli scendeva profusa sul petto. Tutto intento, ovvero fingendo di esserlo, alla scrittura, non fece cenno di accorgersi della presenza del re, sia per umiliarlo ancora, sia per imporgli con la sua maestosa figura. Ed Enrico, che aveva sorbito l'ostica bevanda fino al limo, battendo i denti del freddo, i panni bagnati ed agghiadati sulla persona, sformato in viso dal gelo e dall'interna lutta degli affetti, bilanciava tra il partire definitivamente e rompere quella tirannica catena di obbrobrii; interromperlo nella scrittura ed avvisarlo di sua presenza; avventarsegli addosso ed ucciderlo. E questo nero pensiero, più seducente e più ostinato, gli tornava d'innanzi, talchè forse lo avrebbe vinto, se Gregorio, vergognando in sè stesso del dilegio in che prendeva quel caduto, non avesse alzata la testa e mostrato avvedersi di lui. Come Enrico si ebbe questo lieve segno di favore, si avvicinò al soglio, e cadendo ginocchioni e baciandogli la mano biascicò più che non disse.

--Santo padre, perdono.