Il re dei re, vol. 3 Convoglio diretto nell'XI secolo

Part 4

Chapter 43,864 wordsPublic domain

--Fratelli! grida Gregorio, fratelli, dici? ed Iddio, se io ti perdonassi, avrebbe Iddio coraggio di perdonarti egli ancora? Tu hai oltraggiata l'opera delle sue mani; tu hai vilipeso il suo vicario. E se vero è che vada ligato nei cieli ciò che io ligo sulla terra, e che io abbia qualche potere, me ne valgo onde perseguitarti quaggiù, per dannarti alle fiamme dell'inferno nell'altra vita.

--Eh! sclama Guiberto accigliando, hai pensato a provvedermi con tanta carità per questo mondo e per quello; e di te, che sarà di te? Sappilo adunque. Io non mi imbratterò mai più le mani del tuo sangue, perchè il sangue dell'inerme mi pesa. Ma un'ora tranquilla di sonno tu non gusterai mai più, no, mai più! Già sono a testa di esercito numeroso, e meglio che tanto ne leverò. Gl'Italiani ti odiavano prima, ora per la tua durezza con l'imperatore ti detestano. Tu non hai che le armi della parola e le poche truppe di Matilde. La tua parola sarà portata dal vento come quella dell'insensato; la gente di questa pettegola calpestata sotto le unghie dei nostri cavalli. Io ti darò la caccia quasi belva feroce. Io calcherò le tue peste; insozzerò il tuo abitacolo; turberò i tuoi sonni fuggenti, i tuoi desinari frugali. Non ti darò tregua neppure di supplicare Iddio che ti tolga da codesta carriera di spine. Inoltre mi farò creare papa ancor io; e tu sarai incolpato da Dio e dagli uomini dello scisma. Le città ti cacceranno dalle loro mura come perturbatore della pubblica pace, e nella tua coscienza non potrai restar tranquillo, perchè come un flagello, come Attila, sei venuto a gittare la guerra e la discordia nell'universo. Io insomma, io sarò la pietra angolare per rovesciare i giganteschi tuoi progetti, il demonio che ti vedrai innanzi nell'agonia per dirti: Ricórdati, Ildebrando, come seducesti la moglie di tuo fratello; ricórdati come tentasti sedurre Alberada, e fosti la cagione del suo ripudio, e l'autore della sua morte--se morta è pure e non si dispera in lento strazio nel fondo di una prigione: ricórdati, Ildebrando, che per te tuo fratello si macchiò di omicidio e si gittò nel corrotto: ricórdati quanti pontefici prevaricasti coi tuoi consigli, quanti principi spingesti al delitto, quanta gente morì impenitente per le tue scomuniche, quanto fosti ambizioso e crudele, come turbasti le leggi dei popoli e la tranquillità. Ricórdati....

--E ne hai ancora di codesta infame litania?

--Oh! la è lunga, Ildebrando, e niuno meglio della tua coscienza può saperlo.

--Ebbene, giacchè te ne appelli alla mia coscienza, io ti rispondo, che le tue parole sono le parole di un perverso, i progetti tuoi quelli dell'empio. Mi hai messa innanzi lo sguardo una tela di delitti a commettere. Ma chi ti assicura che i tuoi giorni dureranno fino a domani, che tu tenterai la mano di Dio lungamente?

--Cosa è, fratello? Ti diletteresti anche tu di veleni e di comprar la mano di traditori? Eh! piano per Dio, perchè, per le sante ossa di tutti i martiri, se minimamente di alcuna cosa mi avvedo, ti prometto di non darti tempo neppure di confessarti, e da cavaliere e da vescovo di Cristo ti terrò la parola.

--I protervi li giunge Iddio; il giusto li disprezza. Ma insomma finiamola. Cosa sei venuto a cercare qui?

--Il tuo bene, risponde Guiberto, la tua potenza e la tua tranquillità. E ciò non potrai ottenere, fintanto che sarai in guerra con l'imperatore e con me. Ti propongo dunque la pace, e da fratello ti consiglio d'assolvere Enrico. Allora io mi contenterò di aver restituita Alberada e di essere arcivescovo; egli di andare a dimandar ragione ai suoi vassalli della fellonia; e tu tornerai a Roma a dispotizzare sicuro. Ma se ti ostini, prepárati allora a guerra terribile, perchè domani noi torneremo a Piacenza, e diman l'altro ci vedrai con formidabile esercito sotto le mura di Canossa per levarvi d'assalto od affamarvi. E vengano poi le truppe di Matilde che troveranno solletico al ricevimento.

--Credi tu dunque di spaventarmi, quell'uomo?

--Spaventarti no, perchè so di qual tempra d'inferno è il tuo cuore; ma vorrei persuaderti. Perchè, ti confesso il mio debole, per quanto mi faccia violenza, io non so dimenticare che siamo entrambi figli di Bonizone. Arrenditi dunque e perdona Enrico. Non tirarlo dai capelli nella disperazione; non tentare di piegar l'arco di soverchio, che può uscirti di mano e ferirti. Il tuo, è un fatale proponimento!

--Se Enrico è veramente contrito sarà perdonato, perchè Iddio non vuole la morte del peccatore ma la salute.

--Ma quando sarà perdonato, io domando?

--E chi siete voi per metter legge al vicario di Cristo, per tentare di scandagliarne il pensiero? I suoi disegni sono arcani come quelli di Dio, nè men tremendi.

--Ma l'anno della scomunica è prossimo a scorrere, ed egli perderà la corona.

--Il sacerdote ha la benda e non guarda nè l'uomo, nè la condizione di chi si presenta ad implorare perdono di sue peccata. Enrico è re? ma che sono i re avanti a Dio ed avanti a me che ne sostengo le veci? Fango sul quale il soffio della mia voce passa ed essi non sono più.

--Ma sai, Ildebrando, che tu sei un terribile uomo? sclama Guiberto, il quale le braccia incrociate sul petto era restato ad udirlo, a rimirarlo radiante di luce inspirata. Tu hai prese sul serio tutte codeste storie, e finirai per dio per farle tôrre sul serio anche altrui. Peccato che abbi al tuo comando solamente alcuni preti, alcune parole latine e qualche pettegola. Ah! se tu avessi un esercito. . . .

--Il mio Dio è il Dio degli eserciti, e dove esso pieghi il ciglio i popoli e l'universo sfumano come i sogni del demente. Ed io sono voce di questo Dio e questa voce vale più di un esercito, più di una corona.

--E vuoi perciò abusarne?

--Tu menti! Enrico sarà perdonato, ma quando io sarò convinto del suo pentimento, e che non covi malvagi progetti; quando l'ora sua sarà giunta.

--Ed io?

--Giammai! L'ora della tua grazia è passata. E se vero egli è che tu hai onore e coscienza, e che codesta coscienza possa l'uomo tribolare da togliergli il sonno, la fame, e fino il desiderio di vivere, sappi, sappi, uomo perverso, che per te solo io ho perseguitato e perseguiterò Roberto Guiscardo; per te solo perseguito Enrico; per te perseguiterei S. Pietro, se vedessi che ti potesse proteggere; perseguiterei la Vergine; perseguiterei Cristo; perseguiterei Dio. Tu e codesto vigliacco di re menaste vampo e mi scherniste, quando ad arcivescovo di Ravenna ti elevasti; per darmi rovello me lo gittasti sul volto con una lettera infame; per isfidarmi a guerra mortale, quasi già fomite d'ira fra noi non fosse stato, dentro Roma, a casa mia venisti ad insultarmi. Ebbene, io sottrarrò agl'imperatori ed ai laici la facoltà d'investire feudi ecclesiastici; a voi toglierò le mogli, Italia strapperò all'Alemagna; i despoti calcherò coi miei piedi; e primo tu--primi Enrico, Guiscardo e tu sarete le vittime.

--Sta bene, ci siamo intesi, sclama Guiberto dopo averlo udito attentamente, addio dunque, e ricadano sul tuo capo le miserie che stanno per contristare l'Europa. Noi non ci vedremo mai più da fratelli; il tuo contatto ha disseccato il mio cuore: ma guai!

--Addio, rispose Gregorio, ed uscì, la testa alta, il passo fermo, calmo, solenne, il guardo rivolto al cielo.

Guiberto lo lasciò partire, lo perdè di vista, poi piegò il capo ed uscì anch'egli mormorando fra sè:

--È un santo, un furbo o un forsennato costui?

IV.

RIC.--Stanley, quali novelle?

STAN.--Niuna buona, milord, perchè voi possiate ascoltarla con piacere: niuna tanto cattiva da dovervi esser taciuta.

RIC.--Codesto è un indovinello! Nè buone nè cattive! A che tante frasi prima di venire allo scopo? Una volta ancora, quali notizie? SHAKESPEARE.

Guiberto non disse nulla al re dell'abboccamento che aveva tenuto con Gregorio: solamente mandò corriere a Piacenza pe' capitan delle truppe di tenersi presti a recarsi a Canossa dietro il comando dell'imperatore, e spedì araldi ai suoi feudi per far novella tolta di militi. Al levarsi di Enrico la mattina, gli parlò delle disposizioni prese la notte, e come egli portasse avviso di non muoversi più dal romitaggio, mandar l'araldo d'armi a chiamar le truppe in su quel di Canossa, ed attenderle, mentre un altro distaccamento di Lombardi e di suoi vassalli, sotto la condotta del vescovo di Vercelli, avrebbe bloccato Mantova, dove svernava l'esercito in piede di Matilde. Enrico approvò le provvidenze, però e' dichiarò volere attendere un paio di giorni ancora onde piegare il tenace volere di Gregorio. Imperciocchè, dopo aver subíto umiliazione così bassa, ei sarebbe stata scioperatezza non cavarne construtto, per poi compierne vendetta tremenda.

--L'opera è compiuta a metà, egli diceva, niuno mi toglierà l'onta che quest'uomo mi ha fatta, quando io fiducioso mi venni a gittar nelle sue braccia come in quelle di mio padre, e sperai nella sua misericordia, più inesorabile di quella di Dio. Egli si è mostrato crudele e vigliacco; perchè non bisogna insevire contro il nemico il quale dimanda mercè. Ora, se non giungo ad ottenere che mi si tolga la scomunica, cosa avrò guadagnato? L'onore no, perchè vi ha un mezzo solo di ristorarmelo, e questo è quello delle armi, rovesciando lui ed i principi miei vassalli che hanno stretta lega codarda. L'amor dei miei popoli neppure, perchè so come i Tedeschi tengano all'osservanza delle costituzioni dell'Impero. Avrò forse guadagnato gli Italiani, ma questi sono mutabili e superstiziosi. Mi difendono oggi; domani, vedendo che trattasi di rovesciare il pontefice, potranno compungersi, tornar divoti, ed abbandonarmi. E poi credete voi, monsignore, che Gregorio non si appellerà ai Tedeschi e li chiamerà in Italia per aiutarlo? Ad ogni modo, bisogna tentare di aggiustarmi con lui, se ciò si potrà. In ultimo, ci appiglieremo al partito delle armi; e sarà quel che sarà, perchè allora consiglia la disperazione.

--Ma almeno, sire, fingiamo di voler decidere la sorte con le battaglie. Perchè la contessa, che teme per la vita del suo papa, non teme meno per i suoi Stati, nei quali non desidera certamente che si accenda la guerra. Ella pregherà vostra sublimità per usar moderazione ancora e pazienza, e voi fingerete cedere alle sue preghiere: pregherà il pontefice a non ostinarsi; e Gregorio, che non ha mica gusto di sconfortare questa santa creatura e di alienarsela, l'ascolterà. Perchè Gregorio, meglio di tutti, comprende di quanto periglio possa essere una guerra in Italia, giusto attorno alla sua persona. Così, sire, si serberà almeno la dignità di uomo e la fierezza del guerriero.

--Sì bene! Mettete dunque voce che si è ordinata la mossa del campo di Piacenza, e che domani il vescovo di Vercelli ed il principe Baccelardo cavalcheranno sopra Parma, voi sopra Mantova, e noi al blocco del castello.

Sparsa la voce di questo piano fra il popolo numeroso, accorso a vedere la pace tra il pontefice e l'imperatore, proruppe ognuno in grido di giubilo; imperocchè tutti strabiliavano della pertinacia di Gregorio. Matilde, che si era recata all'albergo dell'imperatore per visitarlo e calmarne l'irritazione, udì ancora ella quei fremiti, e ne rimase colpita. Non per paura, perchè educata fra le armi, ma perchè vedeva pericolare la salute di due uomini a lei carissimi, l'imperatore ed il pontefice. Ella si sentiva alle strette di osteggiare il suo parente e signore, o il papa e quindi Iddio. Cominciò perciò a supplicare caldamente Enrico che facesse novello tentativo per piegare l'irritato prete, e confidasse nelle intercessioni sue. Perocchè ella conosceva di fermo Gregorio non aver animo malvagio ed ostile contro di lui, ma agire per severo zelo di sacerdote. Lo persuadeva pure a non perdere il frutto delle umiliazioni già fatte, sendo che sapeva di sicuro Gregorio inclinare già a perdonarlo; e che ella gli prometteva, dove ciò non fosse avvenuto fra un paio di giorni, di restar neutrale nella contesa. Che perciò non disperasse, e mandasse nuovi negoziatori per intercedere pace, ed aggiustare le pretensioni ed i patti. Alle preghiere di Matilde si aggiunsero quelle caldissime della contessa Adelaide e dell'abate di Cluny. Per modo che Guiberto, fingendo anch'egli di calmare il corrucciato re, gli cadde ai piedi e lo scongiurò di arrendersi e di non gittare Italia nella guerra civile, prima che nella sua coscienza non fosse convinto di avere operato per evitarla quanto uomo poteva operare. Allora Enrico si lasciò vincere. E promise che, in sul mezzodì, e' si sarebbe recato, come i giorni precedenti, al castello per ottenere l'assoluzione.

Infatti vi andò. L'abate di Cluny, d'ordine dell'impenetrabile Gregorio, compì la sua cerimonia come avanti; ed il re scalzo, scoverto, e medesimamente, travagliato dalla neve e dal vento si presentò nel secondo ricinto delle mura. Aspettò fino al vespero, aspettò fino a compieta. Ma neppur questa volta il pontefice lo chiamò. Allora, agghiadato dal freddo, i piedi fatti lividi ed il viso piombino, con una violenza disperata nell'animo, si decise seriamente a partire di Canossa. Egli appariva chiaro oramai che Gregorio non aveva altra mente che insultarlo, conculcare nel fango la regia dignità, assaporare a centellino la voluttà della vendetta e dell'alterigia. Si tolse perciò di quel sito infame, e venne alla sua corte per ritornare al romitaggio, risoluto di non più avvicinarsi a Canossa che alla testa di un esercito onde dimandar conto dei vecchi e dei nuovi vituperi.

A piedi dell'erta però, una specie d'orso ed una giovane si aprirono il passo tra la folla stivata della gente, che pendeva da quell'avvenimento, ed all'imperatore si presentarono.

--Sire, disse l'uomo, cui Baccelardo conobbe subito per Laidulfo, qual compenso mi darete voi se per domani mastro Ildebrando farà aprirvi quelle maledette porte della fortezza?

Enrico gitta lo sguardo su costui, poi volgendo le spalle con dispetto ordina, allontanandosi:

--Frustatemi quel cialtrone.

Baccelardo si approssima a Laidulfo, e tiratoselo da parte lo rimprovera:

--Compare, v'ha dunque bisogno di pattuire con un re? Tu gli renderai grande servigio; devi perciò sperare grosso compenso.

Laidulfo si gratta l'orecchio sinistro e risponde:

--Perciò appunto che egli è re voglio patteggiare. Io conosco come costoro mantengono la parola! Per tutto ringraziamento, ti fanno nascondere quattro o cinque pollici di stiletto nel cuore, o qualche graziosa dose di veleno nello stomaco in un gotto di Sicilia o in un pasticcio di cavriuolo, e buon dì a chi rimane. Mai no: patti innanzi e ricompensa sicura.

--Pezzo di birbo! ed avresti cuore di andare a mercanteggiare con un sovrano ridotto a quello stremo?

--Cuore! e chi ti ha detto che ne abbia cuore io? Però questo è il mio stile.

--E che faresti tu insomma?

--Quel che vorranno. induco mastro Ildebrando ad accogliere questo minchione di re, che ha tanta frega di benedizioni, o l'uccido e ne lo libero intieramente. Ma io posseggo un mezzo a cui il prete non resisterà.

--In ogni conto lo fredderai se lo trovi ostinato, non è vero?

--Credi che m'imbratterei l'anima per questo? mi regolerò giusta i patti che stabiliremo.

--Ucciderlo no, risponde Guaidalmira, io nol permetterò giammai.

--Zitto tu, berghinella. Chi ti ha imparato a rispondere dove parlo io? La è questa la veneranza che si deve ai consigli dei più provetti?

--E dimmi un po', Laidulfo, continua Baccelardo pensieroso, la testa in giù, riflettendo alla proposta di colui, dimmi un po' che pretenderesti tu per codesto pietoso uffizio.

--Spieghiamoci chiari. Che cosa si vuole? Che il re venga ricevuto? Ebbene ei mi darà una contea con tutte le terre ed i diritti pertinenti--bene inteso però che la voglio nei paesi d'Italia.

--Per Dio, compare, tu fili grosso. E che pretenderesti se dovessi ucciderlo?

--Che? Vedi un poco cosa si dà nel suo paese per _Wehrgeld_[1]. Venti soldi per uno schiavo: 30 per un porcaiuolo: 36 per uno schiavo divenuto colono tributario: 40 pel maniscalco che cura 12 cavalli, pel cuciniere che ha un aiutante, pel pastore che guarda 80 montoni, per l'orefice, pel ferraio: 45 per un servo della chiesa e del re: 80 per uno schiavo affrancato in presenza della chiesa o con una carta formale: 100 per l'uomo di condizione media, pel romano che ha beni proprii o viaggia, per l'uomo del re e della chiesa: 160 per l'uomo libero: 200 pel chierico nato libero, per l'uomo affrancato a danaro: 300 pel romano conviva del re: 400 pel suddiacono; 600 pel diacono: 600 pel prete nato libero, pel conte, pel sagibero[2]: 640 pel parente di un duca: 900 pel vescovo: 960 pel duca: 1800 pel barbaro libero, compagno del re, attaccato ed ucciso nella sua propria casa da una banda armata--Ora ti lascio considerare cosa valga la vita di un pontefice! Mi contento che mi dia un vescovado.

[Nota 1: Si chiamava Wehrgeld una somma di danaro che in composizione l'uccisore pagava alla famiglia dell'ucciso per impedire le faide o vendette. Il soldo di argento allora valeva 46 franchi e 63 centesimi se non erriamo.]

[Nota 2: Il _sagibero_ era una specie di giudice.]

--Uhm! compare, tu non hai mica voglia di guadagnarti la vita con l'aiuto di Dio.

--Ti par troppo?

--Ma sì per Dio! Non pertanto, mettiti all'opera, compila, e forse il re sarà ancora più generoso che tu non desideri.

--E chi mel guarantisce?

--Io.

--Tu? Uhm! ragazzo mio, con questo suono non mi muovo nemmeno quanto son lungo.

--Tu sei un ebreo, Laidulfo! E non ti pare che la stessa natura del servigio e l'urgenza del caso fossero garanti ancora più possenti di una parola?

--Sicuro. Ma per togliersi poi da scrupoli, e' potrebbe anche regalarmi una bella collana di corda e farmi appendere speditamente ad un albero. Che te ne pare? Tu non conosci, ragazzo mio, di che pasta si facciano i re, e come essi intendano la faccenda della coscienza, dei dritti e dell'onore! Questi sono legami del volgo e degl'imbecilli. Ma non l'accoccano a me, no; te lo giuro pel santo asino di Balaam!

--Tu calunnii l'imperatore, Laidulfo. Egli non si è mostrato mai taccagno con chi gli ha praticati degli uffici.

--E se adesso volesse fare eccezione?

--Impossibile. Egli tiene all'opera che tu imprendi più che alla vita.

--Ne sei certo?

--Come dell'anima. D'altronde, vedi che non v'ha mezzo per avvicinarti a lui e patteggiare. Val meglio perciò tentare la cosa che starne così; perchè una mercede, e generosa, l'avrai sicuro--e ti farò risparmiare altresì la frusta che ha comandato di largheggiarti.

--Ecco le munificenze regali! Ecco di che i re non sono mai avari! Una pena per tutti i falli; la fame e l'obblio per tutte le virtù.

--Diavolo! tu fai della morale, sclama Baccelardo ridendo.

--Dio me ne scampi! riprende Laidulfo, io non sono ancora si disperato. Orsù dimmi un po', come si fa a penetrare nella fortezza?

--Niente di più facile. Ti condurrà l'arcivescovo di Ravenna. Bada però di non farlo troppo domesticare con codesta giovane. E sarai ammesso come parlamentario in piena sicurezza. Ne abbiamo parola della contessa.

--Vediamo dunque cosa saprà fare codesto arcivescovo, e lasciate a me cura del resto.

Sul cader della sera, infatti, Laidulfo e Guaidalmira venivano introdotti nel gabinetto di Gregorio dalla stessa contessa Matilde, la quale non si lasciò a ciò indurre senza prima aver tastato un po' il messo, ed attinto un barlume dei mezzi che si volevano adoperare. Laidulfo veramente non le disse tutta la verità. Però seppe dare alle sue parole una forma di credenza, e d'altronde Guaidalmira guarentì della sua vita che non sarebbe al papa venuto male di sorte. Gregorio, occupato vicino al camino a scrivere lettere ai principi di Germania, non avvertì della coppia entrata nella sua stanza; nè questa fece pressa per aprire l'abboccamento. Ma come Ildebrando ebbe finita di scrivere lunga pagina, e prendeva fiato per voltar l'altra, alza lo sguardo e scorge Laidulfo che, le mani congiunte dietro i reni, aspettava. Allora questi si fece più avanti fin presso il tavolo e disse:

--Ser papa, mi conosci?

--Chi sei tu?

--Uhm! un bravo ed onesto mercante, pontefice.

--Santo padre, soggiunge Guaidalmira traendosi innanzi, è mio padrino.

--Quella giovane, ti bisognerebbe dunque alcuna cosa?

--A me no, santo padre; ma piacciavi di ascoltare le suppliche di mio padrino.

--Vale a dire, suppliche no. Io vengo invece a proporti un bel contratto, pontefice, se da te si può cavar qualche cosa.

--Parmi che la tua laida figura non mi torni affatto nuova.

--Sicuramente. La vigilia di Natale del 76 venni ad offrirti un altro bello affare, che commettesti la balordaggine di non accettare. Se ti ricordi, quel tale vescovado di Oria! Pare proprio che io sia destinato ad esser vescovo, perchè ci ho un'inclinazione tale, ma tale da sembrare una malattia ed ostinata mi frulla nel pensiero ovunque mi volga. L'è una fissazione, bisogna convenirci.

--Ma dimmi un po', quella giovane, costui è matto?

--No, signor pontefice, risponde impudentemente Laidulfo stesso, piuttosto tristo, come dicono gli sciocchi. Ma che vuoi! L'uomo non può esser diverso da ciò che lo ha fatto Iddio. Or dunque, per venire a bomba, nel 76 proposi di venderti un segreto, e quel segreto era niente meno, che la notte ti avrebbero assassinato come avvenne....

--Ah! scellerato, ora ricordo meglio la tua persona. Ancora tu eri degli assassini.

--Appunto, mi avevano pagato perciò, e feci il mio dovere. Ma non andare in bestia, pontefice, perchè tu perdonasti a tutti, e buon pro adesso.

--Ed è forse per qualche attentato simile che ora qui ti han mandato?

--Eh! eh! quel galantuomo! non calunniamo la gente dabbene. Io sono qui per venderti un segreto, anche più rilevante.

--Ma tu sei dunque il demonio che conosci quanti segreti mi riguardano?

--Presso a poco, pontefice; e se non son demonio, gran cosa non può mancarmi--solo che mi facessi vescovo....

--Esci furfante, se vuoi che non ti faccia frustare, grida Gregorio divampando di sdegno.

--Frustare, frustare! mormora fra i denti Laidulfo, prendi un granchio, pontefice: io sono nobile. Ma lasciamo stare queste bazzecole e parliamo sul serio. Con un primo esempio hai veduto, come io sia veritiero ed onesto. Ora ho un altro segreto da vendere. Perchè, vedi bene, entrambi noi siamo mercanti e spacciamo parole: con la differenza che tu, come chierico, pontefice, le spacci latine; io volgari, come laico. Or dunque, di', vuoi mercanteggiar meco da bravo cristiano?

--E che riguarda cotesto segreto?

--Da capo! è un segreto come il miracolo di S. Donegilda, cui la sera tagliano i capelli e la mattina le pie monache li fanno trovar cresciuti. Dimmi solo se vuoi comprarlo a patti equi, perchè altrimenti saprò a chi venderlo e.... E tu non ci avrai gran gusto, pontefice. Ti pentirai anzi di non aver dato metà dei tuoi feudi a chi tel proponeva.

--Tanta importanza ha dunque codesta bisogna?

--Tanta! rinunzio al prezzo, per dio, se, dopo che l'avrai udito, non dirai: corpo dei santi! Laidulfo, tu sei un buon diavolo, _et quia super pauca fuisti fidelis_, cardinale di santa Chiesa _te constituam_.

--E chi mi assicura che tu non menta?

--Chi? Un tal falegname di Soano chiamato Bonizone. Per sodo devi conoscerlo, Ildebrando.

--Lui! E cosa entra Bonizone coi tuoi segreti?

--Ci entra benissimo come vedrai. Ma non andiamo anguillando per pigliar terreno. Un santo padre dovrebbe esser uomo di poche e sagge parole, e tu sei ciarliero anzi che no. Di' dunque, vuoi sapere il segreto?

--Favella.

--Ascolta prima i miei patti. Domani, allo spuntare dell'alba, manderai la contessa Matilde, la contessa Adelaide, l'abate di Cluny ed il marchese Azzo d'Este all'imperatore Enrico....

--Che dici?